Archivio | ottobre 16, 2011

Gli indignati uniti contro i violenti “Niente potrà offuscare la nostra voce” / Blocco nero: la Digos dov’era?

Mentre gli alti lai dell’indignazione politica nostrana sembrano sprecarsi sfugge la logica di come in un corteo pacifico come quello degli Indignati a Roma (ripeto, pacifico) i soliti elementi (gli unici) disturbatori quali i Black bloc non siano stati prontamente individuati dalla Digos e le altre forze di Sicurezza e quindi bloccati, evitando tutto lo scompiglio e gli atti di violenza brutale che ne sono poi conseguiti. Incapacità nel saper fare il proprio mestiere o volontà di fiancheggiamento? Qui bisogna cercare di capire e capire a fondo il ruolo che si sono ritagliati questi presunti Black bloc e le corrispondenze con la presenza inane delle forze dell’ordine. Ordini superiori? Se si,. vogliamo siano fatti i nomi, di esecutori e mandanti. Se no, vogliamo che i responsabili, a tutti i livelli, della sicurezza dello Stato adutodenuncino la loro totale incapacità a gestire situazioni di crisi. E ne vogliamo le dimissioni.

Troppo facile prendersela sempre con le persone che pacificamente manifestano la loro idea di democrazia, e magari ‘urlano’ perché esasperate da un ‘trattamento’ a suon di manganellate e a colpi di gas lacrimogeni che non meritano, mentre una banda di delinquenti organizzati spadroneggia in lungo e in largo per le vie di Roma.

Guardate le due foto dei Black bloc in formazione (tra l’altro si vedono chiaramente le due bandiere No-Tav che sono poi state strappate loro) e guardate le foto del tentativo dim arresto di una ragazza colpevole solo di ‘essere lì’ in quel momento e ‘liberata’ dalla persone presenti.

mauro

I BLACK BLOC IN FORMAZIONE

Il "blocco nero" in formazione militare
Il "blocco nero" in formazione militare
LA RAGAZZA LIBERATA
Manifestante fermata e liberata dalla folla
Manifestante fermata e liberata dalla folla
Manifestante fermata e liberata dalla folla
Manifestante fermata e liberata dalla folla

Gli indignati uniti contro i violenti
“Niente potrà offuscare la nostra voce”

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Gli scontri, le ragioni della maggioranza pacifica, le conseguenze della guerriglia di ieri. Sui social network la voce dei manifestanti

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di CARMINE SAVIANO

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Gli indignati uniti contro i violenti  "Niente potrà offuscare la nostra voce"   (ansa)

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Il risveglio degli Indignati. Da un lato gli scontri. Dall’altro le ragioni di una generazione. Che non vuole lasciare il campo alla violenza. Che non vuole ritornare ai margini del discorso pubblico. Che insiste affinché le proprie ragioni vengano prese in considerazione dalle classi dirigenti. E, soprattutto, non vuole che il 15 ottobre finisca nell’elenco delle occasioni perdute. Le reazioni e i commenti di associazioni e movimenti sono numerose.

“Isoliamo gli estremisti”. La richiesta più diffusa è legata all’isolamento delle persone o dei gruppi che ieri hanno provocato gli scontri. Una reazione che gran parte del movimentosta sta spostando dalla piazza alla rete. Migliaia i post su Facebook e Twitter: “Le loro posizioni non ci appartengono”, “Hanno rovinato la nostra giornata”, “A causa loro siamo qui a parlare di violenza, mentre oggi poteva essere il primo giorno della nostra rivoluzione pacifica”.

Il Nostro Tempo è Adesso. “Niente può offuscare la nostra voce che si sta alzando. Nessuna violenza, nessuno scontro può mettere in discussione le ragioni di una generazione che si vuole riprendere la sua vita, che si ribella in modo radicalmente non violento e che chiede diritti”. Così i precari del Comitato 9 aprile, gli organizzatori della manifestazione “Il nostro tempo è adesso”. Ancora: “Respingiamo al mittente qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. Da qualsiasi parte esso arrivi. Noi non ci facciamo manipolare da nessuno”. E sugli scontri: “l’azione di piccoli gruppi organizzati di violenti: non ci appartiene nessuna azione violenta, non ci rappresenta”.

Rete degli Studenti Medi e Unione degli Universitari. Dura le denuncia delle due associazioni studentesche: l’intento dei black bloc “era noto da tempo. Siamo profondamente amareggiati per la mancata volontà di isolare politicamente tali pratiche già nella fase di preparazione e organizzazione della data”. Poi l’auspicio: “la crescita di un movimento che possa realmente gettare le basi per cambiare un modello di economia e società che ci possa garantire un futuro”.

Rete Universitaria Nazionale e Federazione degli Studenti. “Come recitava lo slogan del corteo: noi siamo il 99%”. Tanti ragazzi e ragazze, in modo assolutamente pacifico, hanno dato vita ad un grande manifestazione purtroppo sfigurata dalla violenza cieca e pianificata dei nemici della democrazia”. Poi il riconoscimento dell’esistenza di una “piazza consapevole che vuole allargare gli spazi della democrazia e non farli restringere”. E l’impegno “affinché la violenza di pochi non oscuri le ragioni di tutti”.

L’Arci. Quello di ieri è stato un “brutale attacco contro un corteo pacifico”. Questo il giudizio di Paolo Beni, presidente dell’Arci. “Un corteo immenso, come solo le grandi convergenze unitarie di tante identità e culture riescono a produrre, è stato ieri distrutto. Doveva essere per comune decisione di tutte le forze che lo avevano organizzato, un corteo pacificamente indignato, popolare e accogliente”. Poi la necessità di guardare avanti: “Le ragioni dei milioni di indignati di questo Paese troveranno il modo, sin da domani, di farsi valere come meritano”.

Tilt. Questa la posizione di Tilt, la rete dei movimenti di sinistra: “Non vogliamo che tutto questo offuschi il vero messaggio della giornata di ieri, ovvero che un’alternativa a questo sistema di sviluppo,  anzi di non-sviluppo, è davvero possibile. E noi vogliamo dirlo con voce forte, chiara, che non lasci alibi a chi continua a a difendere sempre e solo gli interessi dei soliti noti, che oggi hanno avuto un grande alleato nel gruppo di violenti armati che come i peggiori vigliacchi non hanno avuto neanche il coraggio di agire a viso scoperto”.

Draghi Ribelli. La pagina Facebook degli animatori della protesta in Via Nazionale accoglie in queste ore molti interventi. C’è chi scrive: “400 sedicenti facinorosi hanno oscurato il sole che splendeva sul Colosseo con il fumo della loro idiozia. Loro hanno la violenza, ma noi abbiamo le idee e sono pure giuste”.

Riprendere la discussione. E sono numerosi i tentativi di riprendere il percorso interrotto dagli scontri in piazza San Giovanni. Le iniziative lanciate in rete sono numerose. Tra le altre: un’assemblea pubblica da tenersi alle 16 in piazza Santa Croce in Gerusalemme, Roma. Discutere perché “abbiamo provato a darci delle spiegazioni alla luce di fatti ma le dinamiche sono così complesse. che probabilmente ci sfuggono”.

In rete. Punti di vista, opinioni, resoconti, racconti in prima persona. Migliaia di post su Twitter sono dedicati alla manifestazione degli Indignati. Numerosi i trend topic da seguire: #15ott, #Indignati, Black Block, Piazza San Giovanni, Merulana, Cavour.

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16 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/16/news/gli_indignati_uniti_contro_i_violenti_niente_potr_offuscare_la_nostra_voce-23334700/?rss

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TAGLI – Sindacato di polizia esasperato “Colletta tra i cittadini per la benzina. I veri indignati siamo noi poliziotti”

I TAGLI DEL GOVERNO

Sindacato di polizia esasperato
“Colletta tra i cittadini per la benzina”

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“Siamo costretti a farlo perché rischiamo di non poter più garantire la sicurezza dei cittadini, dopo i tagli di 60 milioni di euro sui capitoli di bilancio dedicati all’ordine pubblico e alle missioni”, spiega Nicola Tanzi, segretario del Sap

Sindacato di polizia esasperato "Colletta tra i cittadini per la benzina"

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ROMA “I veri indignati siamo noi poliziotti. Indignati contro i delinquenti che hanno trasformato una protesta pacifica nell’ennesima mattanza contro le forze dell’ordine, contro i cittadini e contro una città che tutto il mondo ci invidia come Roma. Indignati anche contro il governo che, appena due giorni fa, col Ddl stabilità, ha tagliato altri 60 milioni di euro alla sicurezza, proprio sui capitoli di bilancio dedicati all’ordine pubblico e alle missioni”. E’ quanto afferma Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia.

“Oggi contiamo i feriti – dice Tanzi  – e siamo stufi di dover stilare ogni volta questo triste bilancio. Si rafforzano, pertanto, le ragioni della nostra annunciata mobilitazione nazionale. Dopodomani, 18 ottobre, saremo noi ad essere pacificamente in piazza in tutte le città italiane per una iniziativa senza precedenti: chiederemo un contributo ai cittadini per acquistare carburante per i nostri automezzi. Siamo costretti a farlo perchè da qui a qualche tempo rischiamo di non essere più in grado di garantire la sicurezza dei cittadini. Al governo, al di là di tante belle parole di solidarietà, chiediamo fatti. Fatti concreti”.

“Quel che è accaduto ieri a Roma non è una novità, ma vorremmo che questa volta servisse a far sì che in futuro non si verifichino ancora situazioni di tale leggerezza e azzardo. Oggi stesso i colleghi sono nuovamente impegnati in un’altra giornata massacrante per via del derby della Capitale e, già domani si dovranno confrontare con l’ennesima manifestazione, questa volta di tutti i sindacati del personale Anas contro le manovre economiche varate dal Governo”. Lo dice in una nota Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il Sindacato indipendente di Polizia, all’indomani della manifestazione della guerriglia urbana a Roma. “Questa è ormai storia quotidiana”, ha aggiunto Maccari, “colleghi feriti e sfiniti, dotazioni di servizio distrutte e non rimpiazzate, e in cambio? Semplice quanto incredibile: tagli, tagli, tagli. Uomini e donne in divisa costretti a turni e servizi che a momenti non riescono più a coprire, e in risposta solo tagli, tagli tagli”.

“Il nostro primo pensiero va a loro – continua – colleghi mandati per la strada in condizioni che tutti hanno potuto vedere, a svolgere servizi cui non si possono certamente opporre o sottrarre, a rischiare la vita per quei quattro soldi che il governo getta loro a fine mese come briciole”. Un governo, insiste il segretario generale del sindacato, “che risponde a tutto questo con un’infamità dietro l’altra e che da soli pochi giorni ormai ha partorito l’ennesima indecente trovata con una bozza del Ddl stabilità che prevede nel biennio 2012-2013 una sforbiciata di 60 milioni di euro per le missioni di ordine pubblico e sicurezza del ministero dell’Interno”. Per Maccari “è necessario far rendere conto a tutti che da subito avremo difficoltà oggettive a fronteggiare l’ordine pubblico, per la mancanza anche degli scudi dei reparti mobili che sono stati distrutti ieri, e che non è possibile cambiare per ovvi motivi di portafoglio, o più semplicemente per la mancanza della benzina nei mezzi. Non si può poi ignorare che nessuno, nessuno al mondo, continuerebbe imperterrito a restare fedele al proprio incarico pur svolgendo il lavoro gratis, come fanno colleghi e funzionari che devono restare in servizio senza un’ora di straordinario pagata fino a fine anno, come da recente disposizione ministeriale”.

E incalza: “Bisogna che tutti sappiano che con il taglio delle missioni ci viene imposto di andare dove ci mandano ma senza che ci siano i soldi necessari e quindi obbligandoci pure ad anticipare le spese”. Italia “Paese dei balocchi! Il Governo reclamizza la svendita dei poliziotti: vanno a farsi massacrare gratis e si pagano pure le spese! Ecco il nuovo slogan della cricca. Ci chiediamo per quanto sarà possibile andare avanti così” , conclude.

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16 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/16/news/sindacato_di_polizia_esasperato_colletta_tra_i_cittadini_per_la_benzina-23320172/?rss

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INDIGNATI A ROMA – Maroni: “Evitato il morto”. E Cicchitto punta il dito contro Draghi e Montezemolo

Per una volta Maroni ha ragione, è stato evitato il morto. Ma non per la ragioni che il ‘stravagante’ ministro sottintende, ma perché un’azione dei Black bloc per un pelo non si è risolta tragicamente con l’incendio appiccato ad una abitazione privata. A Maroni i morti piacciono, ogni due per tre li evoca, preferibilmente se sono in ballo le proteste dei No-Tav.
A proposito, ministro: che mi dice del gruppo dei Black bloc con tanto di bandiere No-Tav improvvisamente comparso e che gli stessi No-Tav hanno provveduto, letteralmente strappandogliele, a far scomparire? C’è puzza di ‘infiltrazione’, oltre che di bruciato… Scusi, Maroni, ma è lei che sta bruciando?

mauro

Maroni: “Evitato il morto”
Vaticano: “Offesi i credenti”

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Il ministro dell’interno difende l’operato delle forze dell’ordine. Ma Cicchitto punta il dito “contro alcuni banchieri e un industriale manager” che solidarizzano con gli indignati.

Maroni: "Evitato il morto" Vaticano: "Offesi i credenti" Roberto ‘Roby’ Maroni

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ROMA –  Dopo gli scontri di ieri a Roma 1la polemica sulla gestione dell’ordine pubblico 2 resta alta. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, però, non fa passi indietro: “La gestione dell’ordine pubblico ha evitato il morto. Servono punizioni esemplari perché sono veri e propri criminali”.

Le opposizioni, però, insistono e chiamano in causa l’esecutivo. “Il governo ha il dovere di spiegare dettagliatamente come è stato possibile che un numero così alto di teppisti sia passato inosservato al lavoro preventivo del ministero dell’Interno” dichiara il vicepresidente di FLI, Italo Bocchino. ll capogruppo dell’Idv Massimo Donadi anticipa invece che “chiederemo al ministro cosa sia accaduto, perché i black bloc abbiano potuto agire con tale violenza mettendo in pericolo migliaia di manifestanti pacifici e a ferro e fuoco una città. Chi intende manifestare pacificamente ha il diritto di poterlo fare. E chi ha il dovere di proteggere i cittadini deve farlo”. E anche il pidiellino Cicchitto chiede che il ministro dell’Interno Roberto Maroni vada a riferire alla Camera”. Cosa che il ministro farà martedì: “In quella sede illustrerò le iniziative che intendo assumere per evitare che quanto accaduto ieri possa tornare a ripetersi in futuro”

E si fa sentire anche il Vaticano. Quelle immagini della statuetta della Madonnino distrutta da un manifestanti hanno fatto il giro del mondo. E la Santa Sede, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, commenta i disordini: “Esprimiamo condanna per violenze immotivate e gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti compiuti ieri”.


IL VIDEO
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Gli scontri di Roma? Colpa di “alcuni banchieri e un industriale manager”. Ovvero Draghi e Montezemolo. L’ardito collegamento arriva dalla bocca del capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. Che, il giorno dopo la manifestazione degli indignati non trova di meglio che piegare le violenze in chiave politica. Puntando il dito contro coloro che “si erano affrettati a solidarizzare con gli indignati, non sappiamo se per un complesso di colpa, o se per indirizzare solo sulla cosiddetta classe politica le responsabilità della crisi in corso del capitalismo con conseguenze sociali assai gravi. Siccome la protesta sociale, al di là di quello che è avvenuto a Roma, sta avvenendo in tutto il mondo occidentale, è evidente che è indispensabile una riflessione seria che non può essere risolta dalle ‘piccolissime frasi’ di qualche banchiere o di qualche manager che, per parte sua sta cercando di scendere in politica” . Gli stessi toni usati ieri dal collega di partito Maurizio Gasparri che aveva attaccato “gli strapagati banchieri che strizzano l’occhio ai manifestanti e  incoraggiano i violenti”. I giornali della destra, invece, puntano il dito contro la sinistra che coccolerebbe i violenti.

Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani la risposta a chi si chiede come mai solo in Italia la protesta sia degenerato in incidenti è questa: “Chi è sul fronte della crisi è anche sul fronte della provocazione. Molti pensano che finiremo come la Grecia e quindi pensano di trattarci come la grecia, speculatori o provocatori che siano c’è una sola risposta agli uni e agli altri: riprendere in mano il nostro destino, rimettere in cammino la dignità dell’italia, alzarsi in piedi e far vedere a tutti la forza e l’orgoglio degli italiani”.

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16 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/16/news/reazione_destra-23318777/?rss

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INDIGNATI – La protesta nel mondo, da Londra a Tokyo – FOTO

Iceland’s On-going Revolution

La protesta nel mondo, da Londra a Tokyo

Julian Assange sugli scalini della cattedrale di St Paul, a Londra. Migliaia a Timer Square

16 ottobre, 12:35
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Una protesta globale dall’Asia all’Europa, passando per Wall Street e la Bce. Il movimento degli ‘indignati’ contro gli abusi della finanza, il precariato e le ricette anti-crisi della politica ha esportato la protesta in 951 città di oltre 80 Paesi.

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Protest1

Wall Street Zombie – fonte immagine

NEW YORK: La protesta si concentra attorno al distretto finanziario di Manhattan, blindato dalla polizia. Gli ‘indignati’ si sono dati appuntamento al quartier generale di Zuccotti Park e davanti alla sede della Chase Bank a Liberty Plaza, una delle grandi banche beneficiarie dal salvataggio di stato. “Le banche sono salve, noi no”, urlavano i manifestanti, che accusano le forze dell’ordine di essere responsabili degli scontri delle precedenti manifestazioni. Alcuni ‘indignati’ sono entrati nella sede della Chase per chiudere i conti correnti in segno di protesta.

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Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, con gli ‘indignados’ a Londra (Reuters) – fonte immagine

LONDRA: Blitz di Julian Assange tra gli ‘indignati’ di Londra. “Oggi è una combinazione di sogni che si avvera, che molti popoli in giro per il mondo, dal Cairo a Londra, hanno lavorato perché diventassero realtà. Quello a cui siamo stati sottoposti é una distruzione dello stato di diritto. Questo movimento non è per la distruzione della legge, ma per la costruzione della legge”, ha detto il fondatore di WikiLeaks che con un megafono ha arringato la folla radunatasi sul sagrato della cattedrale di St.Paul’s. Assange, che è ancora agli arresti domiciliari, si è poi dileguato protetto dalle sue guardie del corpo.

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The Indignados movement in Spain has spawned followers across the globe (Photo: Ojo Espejo) – fonte immagine

SPAGNA: Decine di migliaia di ‘indignati’ spagnoli sono tornati in piazza a Madrid, dove il movimento è nato lo scorso maggio per poi diffondersi in tutto il mondo. Cinque cortei partiti da quartieri periferici sono confluiti a fine giornata verso la Puerta del Sol, punto di partenza simbolico del movimento che la occupò per un mese la scorsa primavera.

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Tragen und tragen lassen: Räumung der Uni in Frankfurt.  Bild:  dpa

FRANCOFORTE: Oltre 5.000 persone hanno manifestato pacificamente a Francoforte, al grido di “Non svendiamo la democrazia alla Bce!”, davanti all’edificio della Banca centrale europea, definita dagli ‘indignati’ simbolo di un sistema finanziario “irresponsabile” ed incapace di gestire la crisi.

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BRUXELLES: Circa 10 mila ‘indignati’ hanno manifestato per le strade del centro di Bruxelles. Il corteo, dopo aver toccato la piazza della Borsa, si è diretto verso il quartiere delle istituzioni comunitarie per concludersi nel vicino parco del Cinquantenario.

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fonte immagine

ATENE: Diverse migliaia di persone si sono radunate questa sera davanti al Parlamento di Atene per protestare contro le misure di austerità varate dal governo greco per fronteggiare la crisi. Alla manifestazione in piazza Syntagma sono anche intervenuti immigrati siriani che gridavano slogan per la libertà del loro Paese. Molti manifestanti innalzavano cartelli contro l’Ue e l’Fmi, alcuni con la scritta “Non paghiamo” e altri che rivendicavano la “sovranità” della Grecia contro le grandi organizzazioni internazionali. Molte le bandiere greche.

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BELGRADO: Alcune centinaia di persone hanno manifestato a Belgrado e in altre città dei Balcani con lo slogan “Uniti per i cambiamenti globali”.

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Aotea Square, Auckland, New Zealand – fonte immagine

NUOVA ZELANDA: Migliaia di persone hanno marciato ad Auckland urlando slogan contro le grandi corporazioni. Analoghe manifestazioni anche nella capitale Wellington.

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Giovane aborigeno – fonte immagine

AUSTRALIA: A Sydney circa duemila persone, tra cui alcuni aborigeni, hanno manifestato davanti alla Banca centrale.

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GIAPPONE: A centinaia in marcia a Tokyo, per una protesta che comprende anche gli antinuclearisti.

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Protesta anti-americana a Manila – fonte immagine

FILIPPINE: A Manila un piccolo gruppo di manifestanti si è diretto verso l’ambasciata americana urlando slogan contro “l’imperialismo americano”.

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La protesta a Taiwan – fonte immagine

TAIWAN: Un centinaio di persone hanno occupato simbolicamente il grattacielo Taipei 101, sede della Borsa.

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Protesta contro il caro-vita a Tel Aviv – fonte immagine

TEL AVIV: Alcune centinaia di persone sono sfilate a Tel Aviv senza incidenti, ma in tono minore rispetto alle manifestazioni svolte in Israele negli ultimi mesi.

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Poliziotti in tenuta anti-sommossa a Montreal – fonte immagine

MONTREAL: Alcune centinaia di ‘indignati’ hanno piantato le tende a Victoria Square, nel centro della città.

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E POI, ANCORA

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fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/15/visualizza_new.html_671589646.html

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BAMBOLE! NON C’E’ UNA LIRA – Il pianeta è in prognosi riservata

Il pianeta è in prognosi riservata

Illustration by Tim Bower
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di FRANCESCO GUERRERA*

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Mi sento solo». L’sms del tostissimo banchiere di Wall Street – che non sapevo capace di sentimenti umani – mi ha colpito. Laconico, malinconico, è il grido di dolore di uno dei milioni di Blackberry-dipendenti privati d’e-mail da un blackout senza precedenti.

Ma nelle circostanze attuali, le parole del finanziere senza cuore colgono perfettamente lo spirito dei nostri tempi, con o senza e-mail. Con gli Usa in difficoltà, l’Europa in crisi e la Cina ed altri Paesi emergenti non ancora in grado di prendere la guida dell’economia mondiale, ci sentiamo tutti soli.

Governi ed altri centri di potere – dalle banche centrali alle chiese – sono stati finora incapaci di fornire soluzioni adeguate, o anche solo di alleviare l’ansia collettiva che accompagna questo malessere economico. Con le istituzioni in latitanza, le risposte ad una crisi che sta attaccando sia l’alta finanza sia l’economia reale devono quindi venire da individui o piccoli gruppi.

Alcuni, come gli indignados europei, ed il movimento «Occupy Wall Street» in America, si mettono a protestare – una reazione legittima e comprensibile che però non porta alla risoluzione dei problemi. Altri si stanno rimboccando le maniche. Sulle due sponde dell’Atlantico, esponenti del mondo aziendale, universitario e della società civile stanno tentando di riempire il vuoto lasciato da governi incompetenti e inattivi.

Incominciamo dall’Unione Europea. Per mesi, un gruppetto di società finanziarie tedesche si è mosso dietro le quinte per promuovere un piano di azione sulla questione del debito pubblico dell’Ue.

Nelle ultime settimane, questo progetto, che fino ad ora non era uscito dai grattacieli di Francoforte, è incominciato a girare nei corridoi di Parigi, Berlino e Bruxelles (e New York, dove l’ho intercettato).

E ieri per la prima volta è spuntato sulle agenzie di stampa, alla fine del summit del Gruppo dei 20 a Parigi, anche se con pochi dettagli. Il problema dei governanti europei è ben noto: non ci sono abbastanza soldi per salvare tutti. I 440 miliardi di euro dati all’European Financial Stability Facility (Efsf)– una nuova istituzione con acronimo scioglilingua – serviranno a poco se Paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna si dovessero trovare sull’orlo della bancarotta.

Un grande banchiere europeo mi ha detto che ci vorrebbero almeno 2 mila miliardi di euro per salvare le banche di quei Paesi, senza contare i miliardi e miliardi di obbligazioni del tesoro emesse dai governi. «Ma lei questo non lo scriva – ha aggiunto -. Perché altrimenti si vede che l’imperatore non ha vestiti». Il piano delle aziende tedesche rivestirebbe l’imperatore, anche se con abiti di taglio teutonico, non proprio all’ultima moda. Funziona così: invece di spendere tutti i 440 miliardi per ricapitalizzare le banche europee o comprare miliardi di obbligazioni senza valore, il denaro verrebbe messo in un fondo d’assicurazione per investitori.

Il patto tra governi ed i mercati sarebbe che, in caso di default da parte di uno dei Paesi membri, l’Ue garantirebbe il primo 15-20 per cento di perdite agli investitori che hanno obbligazioni delle nazioni in bancarotta. Se, per esempio, i buoni del Tesoro greci dovessero scendere del 15 per cento sotto il prezzo a cui sono stati acquistati, gli investitori verrebbero indennizzati dai fondi europei.

Il bello del piano è che permette all’Ue di allungare una coperta troppo corta: garantire il 20 per cento delle perdite significa che i 440 miliardi possono essere utilizzati per coprire più di 2 mila miliardi di obbligazioni. L’altro vantaggio è che le banche europee sono tra i principali detentori di buoni del Tesoro dell’Ue. Indennizzare gli investitori consentirebbe quindi di ricapitalizzare le banche più deboli. Se il piano fosse accettato, lancerebbe una scommessa psicologica tra governi e mercati con in gioco le sorti dell’euro.

La speranza del governo francese e tedesco è che la semplice presenza di un fondo d’assicurazione metterebbe fine alla corsa al ribasso di titoli greci ed affini ed allo stillicidio di paure sulla condizione finanziaria delle banche europee senza spendere nemmeno un euro.
Purtroppo, però, nessuno può dire con certezza se un piano del genere basterebbe a calmare la frenesia dei mercati. E non c’è dubbio che le istituzioni finanziarie che stanno spingendo per questo progetto non lo fanno per altruismo ma perché hanno miliardi di obbligazioni del Tesoro e di azioni di banche europee sui loro bilanci e vogliono ridurne la «tossicità» al più presto.

«Non è una soluzione perfetta ma è molto meglio di quello che abbiamo fatto sino ad ora». mi ha detto uno degli ideatori la settimana scorsa ed è difficile dargli torto. In America, gli sforzi intellettuali sono puntati tutti sulla macro-economia. Con Washington paralizzata dalla campagna elettorale per le presidenziali del novembre 2012 ed un presidente Obama sempre più «anatra zoppa», lo sguardo è rivolto al lungo termine.

Il dilemma economico degli Usa fa spavento: come far crescere l’economia ed allo stesso tempo ridurre la montagna di debiti, pubblici e privati, che hanno provocato la crisi del 2008-2009 e più di recente l’umiliante «downgrade» del debito americano? L’austerità e la crescita non sono compagne di strada e favorire l’una di solito porta alla distruzione dell’altra.

A meno che… A meno che non sia possibile trovare un giusto mezzo tra spendere e spandere e tirare la cinghia. E’ questo l’obiettivo di una nuova proposta presentata da un gruppo di finanzieri ed accademici – tra cui il famoso Nouriel Roubini, questa settimana. Intitolato «Andare Avanti», il piano è metà Franklin Delano Roosevelt e metà Margaret Thatcher. Dal «New Deal» del Presidente americano, la proposta ha preso in prestito l’idea di spendere migliaia di dollari – 1200 miliardi durante cinque anni per essere precisi – per migliorare infrastrutture e servizi pubblici. I lavori di Stato dovrebbero creare più di 5 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno, secondo gli ideatori del piano. E dalla lady di ferro, il piano di Roubini ed altri ha copiato delle misure di austerità destinate a ridurre l’indebitamento pubblico e privato – un obiettivo non facile soprattutto senza toccare il tabù della politica americana: alzare le tasse.
In un mondo in condizioni serissime e con la prognosi riservata, nessuna medicina è ideale. Ma parlare di cure con persone razionali ed intelligenti serve almeno a sentirsi meno soli.

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*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario
del Wall Street Journal a New York.
francesco.guerrera@wsj.com

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16 ottobre 2011

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9325

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L’ultima sfida dei pastori sardi “Giù le mani dalle nostre fattorie”

L’ultima sfida dei pastori sardi
“Giù le mani dalle nostre fattorie”


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A causa dei debiti in 10mila rischiano di perdere tutto. Rifiutano di dare le terre agli speculatori attratti dalle promesse di condono. Ora le banche presentano il conto dei prestiti agevolati della fine degli anni ’80

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di ANTONIO CIANCIULLO

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L'ultima sfida dei pastori sardi "Giù le mani dalle nostre fattorie" Lo scrittore Salvatore Niffoi che difende la battaglia dei pastori sardi

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ROMAHanno dispiegato un cordone di sicurezza impenetrabile. Hanno assediato la zona con camionette, elicotteri, poliziotti, guardia di finanza. Hanno fatto irruzione e li hanno catturati. A essere trascinati via dalla loro casa, a Terra Segada, nel Sulcis Iglesiente, non sono stati i capi di una cellula terroristica ma la famiglia di Angelo Sairu, agricoltori colpevoli di non conoscere le trappole della finanza internazionale e di essersi fidati degli amministratori locali. Più di 10 mila coltivatori e pastori si trovano nelle stesse condizioni a causa dei debiti contratti con le banche: rischiano di perdere tutto, di dover lasciare le loro terre agli speculatori che, sostenuti dalle promesse di condono, già pianificano il sacco di intere aree della Sardegna.

IL MOVIMENTO 1

IL FONDO AMBIENTE 2

Il conto presentato dalle banche nel 2011 si riferisce a una vicenda antica. Nel 1988 la Regione Sardegna promosse, con la legge 44, prestiti agevolati per rilanciare l’economia interna, per permettere a chi faticava nei campi di comprare una mungitrice o di rifare il tetto alla stalla. Un’intenzione buona, ma incompiuta: i funzionari dimenticarono che l’Italia fa parte dell’Europa e che bisognava verificare la compatibilità della norma con il quadro legislativo comunitario. Nel 1994 l’Unione europea ha bocciato la legge considerando illegittimi gli aiuti economici.

Da allora è cominciato il calvario che ha spinto i pastori allo sciopero della fame, al “movimento dei forconi”, agli scontri del dicembre scorso con la polizia a Civitavecchia. “L’errore commesso dalla Regione nel 1988 ha portato a quadruplicare i tassi di interesse, con debiti cresciuti in maniera drammatica”, precisa Paolo De Castro presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo. “Tra il 2007 e il 2008, quando ero ministro delle Politiche agricole, assieme all’ex presidente della Regione Sardegna Renato Soru eravamo arrivati a delineare un’intesa con le banche per superare il problema. Cambiati governo centrale e regionale, la possibilità è sfumata”.

“Noi non ci arrendiamo: la militarizzazione della Sardegna è inaccettabile”, accusa Felice Floris, leader del Movimento dei pastori. “Sono stati i funzionari della Regione a sbagliare, non noi: perché non chiedono i soldi a loro? È una vergogna assediare le fattorie con gli eserciti. Magari per poi girarle, con vendite pilotate, agli speculatori che vogliono massacrare l’isola”.

Mentre le campagne sarde rischiano di essere svendute all’asta, la tensione continua a crescere anche perché ai vecchi debiti se ne aggiungono di nuovi. Quelli derivanti dall’offensiva lanciata da Equitalia: un’ondata di contestazioni fiscali, in molti casi discutibili, che portano a sequestri anche di prime case condotti a tempo di record, nell’arco di poche settimane, prima che un giudice riesca a pronunciarsi su un eventuale ricorso.

“I cannoni di Equitalia sono puntati su 80 mila aziende e partite Iva: credo che molto presto la rabbia esploderà con forza perché la situazione è insostenibile e già sette persone si sono impiccate per la vergogna di assistere alla distruzione di quel piccolo benessere che avevano ereditato dai padri e dai nonni”, spiega Gavino Sale, presidente di Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna. “E la minaccia va oltre il rischio dei singoli. Ci sono vicende bancarie molto oscure e migliaia di ettari che fanno gola agli speculatori: proprietà anche sulla costa che possono essere comprate a 1 e rivendute a 10 o 20”.

“La Sardegna possiede un patrimonio straordinario non solo in termini di bellezza ma anche di potenzialità economiche legate al cibo di eccellenza, alla qualità dell’artigianato, all’espansione di un turismo soft”, osserva il presidente onorario del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi. “Non si può utilizzare la vicenda dei debiti per far saltare gli equilibri sociali e ambientali dell’intera isola”.

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16 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/16/news/l_ultima_sfida_dei_pastori_sardi_gi_le_mani_dalle_nostre_fattorie-23306499/?rss

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Tunisia, il Salafismo esce dall’ombra

Tunisia, il Salafismo esce dall’ombra

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Gli attacchi a Nessma TV, che ha trasmesso il film “Persepolis”, hanno fatto emergere la realta’, non marginale, di un movimento in espansione in un paese che della laicita’ faceva, almeno in apparenza, la sua bandiera

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di FABIO MERONE

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Tunisi, 16 ottobre 2011, Nena News – Si vive a disagio nella Tunisia di questi giorni. La dimensione della polemica sulla diffusione del film “Persepolis” o il cosiddetto “caso Nessma” ha preso una misura francamente incomprensibile.

Human Rights Watch, dopo le “aggressioni” a Nessma Tv, aveva tuonato che bisogna riconoscere la libertà di espressione e si era scandalizzata dell’iniziativa di un gruppo di avvocati e di “cittadini comuni” che si erano costituiti parte civile, intentando una denuncia per “diffamazione della religione”.

Nella Tunisia di questi giorni é calata una cappa soffocante di tensione e paura.

Non sono bastate le scuse pubbliche del direttore della rete Nabil Karoui, che, dopo aver denunciato atti di intimidazione, faceva una spettacolare retromarcia e dichiarava mercoledi in un’intervista alla radio Shams fm:“siamo tutti musulmani”.

Due giorni fa eravamo a Sidi Bouzaiz nel pieno della mobilitazione del “venerdì della rabbia”. Partendo dalla moschea principale della città, un corteo organizzato ha percorso tutto il centro della citta’ al grido di “Allah wa akbar”.

Anni fa era talmente raro trovare una donna velata, che se per caso la si vedeva passare te ne saresti accorto dalla curiosità dei passanti che, meravigliandosi, avrebbero esclamato: “sharqi”, orientale!

La vulgata ufficiale pretendeva che questi costumi non appartenessero alla tradizione del paese. Lo stato reprimeva chi si azzardava ad imitarli con la scusa che si trattava di segni di appartenenza politica. Che andassero questa gente a ricordarsi del romantico “sefseri”, il lungo abito bianco di cotone che usavano le brave nonne tunisine!

La donna tunisina non é mai stata emancipata, come lo pretendeva il “femminismo ufficiale” di matrice bourghibista. Non c’é mai stata in questo paese una rivoluzione di genere e neanche una presa di coscienza su larga scala. Erano gli uomini di solito a ripetere la cantilena: “ln Tunisia la donna é libera!”.

Eppure sbarcando a Tunisi venendo dal Medio Oriente si aveva un colpo d’occhio “spettacolare”. L’Avenue Bourghiba si presentava al visitatore straniero in un abito vanitoso. Le poliziotte che dirigevano il traffico con autorevolezza e disciplina facevano da cornice ad uno scenario degno di un paese che si voleva mostrare con un volto moderno.

Le ragazzine che passeggiavano con jeans attillati, sguardi ammiccanti, facevano degna concorrenza alle loro coetanee della riva opposta del mediterraneo.

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Le donne si incontravano in tutti i settori pubblici: pubblico impiego, trasporto, medicina, insegnamento, persino tassiste. Il gentil sesso, insomma, senza aver mai fatto una lotta per l’emancipazione, e senza aver mai rivendicato un’autonomia contro la società patriarcale, sfruttava i vantaggi di una politica volontarista nel campo dell’uguaglianza delle opportunità.

Dall’apparenza brillante, questo sistema aveva dei limiti intrinseci. Primo fra tutti la colpa di basarsi sull’apparato ideologico del potere. In secondo luogo, non lasciando esprimere una reale cultura femminista, si applicava con l’uso indiscriminato della violenza poliziesca.

Le moschee, sotto la stretta tutela del Ministero degli affari religiosi, sceglievano gli imam che, nella predica del venerdì, dovevano fare atto di omaggio al presidente della Repubblica. I luoghi di culto venivano aperti soltanto durante le ore di preghiera ed era severamente vietato attardarsi o raggrupparsi nei suoi paraggi, fosse soltanto per commentare con amici le parole della preghiera.

Senza che ci fosse una legge esplicita, era di fatto vietato portare il velo o farsi crescere la barba come segno religioso distintivo. Negli anni bui della repressione (anni ’90) era rischioso persino portare nella borsetta un corano o un libro religioso. Anche quella era una forma di “ghorba” (estraniamento). Un paese che in casa  viveva le pratiche religiose, ma che negli spazi pubblici poteva essere incriminato se lo dava a dimostrare.

Se questa era la Tunisia di ieri, è immaginabile lo shock quando, dopo il 14 gennaio, sono apparsi i salafiti in mezzo alle strade a gridare “Allah wa Akbar!” (Dio  è grande).

Chi siano questi salafiti, tuttavia, nessuno lo sa. Il tunisino mediamente ignora la religione nella sua sofisticazione dottrinaria. Quando non praticava lo faceva per “ignoranza”, ora che pratica continua ad avere la stessa “ignoranza”. Non c’é stato nella società un recupero di spiritualità o di religiosità nel senso profondo del termine, così come prima non c’era stata una riflessione o una presa di coscienza della laicità.

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Tunisi, i giorni della rivoluzione di gennaio

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Le donne velate in Tunisia non sono apparse dopo il 14 Gennaio. Era un fenomeno che covava sotto le ceneri, che già il regime di Ben Ali non riusciva più a contenere. Quando nel 2007 ci sono stati gli avvenimenti di Soliman, in cui un gruppo armato sbucato dal nulla, ha accettato uno scontro a fuoco con la polizia e di cui si disse che stava preparando degli attentati contro la Tunisia “miscredente”, il governo capì che come una pentola a pressione il paese rischiava di esplodere se lo si continuava a tenere sotto pressione. Da quel momento sempre più donne incominciarono a prendere il coraggio ad uscire per strada con il velo, finché con un decreto ad hoc il potere fece capire che avrebbe adoperato una maggiore tolleranza.

Il fenomeno del ritorno al religioso, nel suo aspetto esteriore, non é dunque una sorpresa dell’ultima ora. Quali siano le sue conseguenze sociali e politiche per il destino del paese é tuttavia un’incognita.

Dicevamo che di questi salafiti non si sapeva niente, e men che meno del fenomeno genericamente definito “islamista”. La sinistra ha incominciato a lanciare i suoi allarmi fin dall’inizio quando si é sentita invadere dal nuovo spazio pubblico conquistato da queste forze. Le ragazzine, che prima spavalde non temevano di mostrarsi nella loro civetteria (sempre proporzionata al contesto), incominciano a sentirsi più insicure e, soprattutto nei quartieri popolari, si sparge la voce che uomini con le barbe e le tuniche religiose intimano le donne di comportarsi da “brave musulmane”. Sono gli islamisti.

Inizialmente tutti puntano il dito contro il Nahdha: gli islamisti sono loro. Questi ultimi, temendo uno scenario all’algerina, tentano il più possibile di mantenere un basso profilo in attesa delle elezioni. Questo gli varrà l’accusa della sinistra che li taccerà di “doppio giochismo”.

Nelle loro dichiarazioni pubbliche i leader del movimento fanno di tutto per apparire moderati e responsabili, difendendo in ripetuti interventi pubblici lo statuto personale (considerato interpretazione legittima della sharia), la libertà e l’autonomia della donna nel mondo del lavoro e nella società, lo stato di diritto e la democrazia.

Dentro il movimento convivono diverse anime e la loro base sociale può estendersi certamente ad elementi (soprattutto giovanili) più estremisti; tuttavia l’opinione pubblica del paese, alla vigilia delle elezioni, riconosce il Nahdha come partito legittimo della nuova scena politica. A provarlo la posizione del partito islamista riguardo alle manifestazioni del “venerdì’ della rabbia”.

Rached Ghannouchi, a margine di un meeting elettorale tenutosi contemporaneamente alle manifestazioni di rabbia, dichiara che il Nahdha non é nei cortei. Dai commenti successivi appare addirittura che il partito di ispirazione islamica sposi, insieme alla sinistra, la teoria della strategia della tensione pre-elettorale. Nahdha si pone da partito responsabile ed invoca la cessazione delle agitazioni sociali.

In questo “venerdì della rabbia”, da Sidi Bouzid, c’é tanta gente “normale”. Ma a capeggiare i cortei sono le bandiere nere dei salafisti di “Hizb Attahrir”!

E’ una scena impressionante quella che ci si para davanti. Circa dieci mila persone, diligentemente organizzate ed attente a non far debordare il corteo, inneggiano slogan a favore di uno Dato islamico e dell’applicazione della sharia.

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Un manifestante issa la bandiera nazionale

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Amici locali che ci hanno accompagnato dicono che é stata toccata una sensibilità diffusa. Non c’entrano i salafiti, la religione é di tutti e ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati. Aggiungono, a dimostrazione della loro tesi, che tutti gli uffici pubblici della città si sono astenuti dal lavoro, in forma di disubbidienza civile (non sono stato tuttavia in grado di verificare questa informazione di cui nessun giornale ha parlato).

Eppure quella “gente nomale” che era scesa in piazza soltanto perché si era sentita offesa in una parte intima della sua sensibilità religiosa, lasciava che a condurre la piazza fosse “il partito della liberazione”.Quando si parla di Salafiti in Tunisia si parla di loro.

Ultimo nato della nebulosa islamista locale, pare che fossero presenti da lungo tempo ed agivano mimetizzandosi nei quartieri popolari.

Il termine salafita in arabo significa gli “antenati” e si riferisce a quella tradizione da sempre presente nella storia dell’ Islam  che individua nelle prime tre generazioni (a contare da quella che ha vissuto con il profeta ) i “salaf salahin” (gli antenati pii). Sono salafiti tutti quelli che rivendicano il ritorno alle pratiche originali di questi primi adepti “puri” della religione. Dottrinariamente questo movimento disconosce ogni forma di bidaa (innovazione), considerandola contraria alla retta fede. Queste tendenze sono apparse storicamente nell’Islam nei periodi di crisi. Il loro maggior teorico di riferimento, il siriano Ibn Taymiyya é, non a caso, contemporaneo delle invasioni dei Mongoli in Medio Oriente (XIV sec.).

I salafiti sono genericamente dei ‘moralizzatori’ e si distinguono tra coloro che hanno l’obiettivo di diffondere la “vera religione” (in questo assomigliano molto ai missionari evangelisti) e sono molto vicini al wahabismo ufficiale saudita (sono comparsi in tutto il mondo arabo con la diffusione dei predicatori nei canali satellitari religiosi finanziati dai sauditi) e coloro che ritengono invece che bisogna fare la guerra contro gli stati “miscredenti” e costringerli ad applicare la “vera religione”.  Questi ultimi sono i salafiti jihadisti che sono apparsi negli anni 80 in Afganistan durante la guerra contro l’Unione sovietica.

Il “partito della liberazione”, che ha come stendardo la bandiera nera del califfato Abbaside, é un movimento trans-nazionale e panislamista che aborra la democrazia e le elezioni ed ha come progetto politico l’instaurazione del califatto in tutto il mondo musulmano.

Il termine islamista é dunque troppo generico e non aiuta fare la differenza tra  chi spinge per l’islamizzazione della società e chi ha un progetto politico finalizzato ad influenzare la costruzione delle istituzioni del nuovo stato.

Sintetizzando possiamo allora dire che la società tunisina si é andata progressivamente islamizzandosi, ma non da oggi e non come conseguenza dell’apertura democratica né per il progetto politico di chicchesia. Il vestimentario delle donne per le strade lo testimonia. Il recupero dei simboli religiosi altrettanto. E l’intensità delle manifestazioni di questi giorni ne sono una prova inconfutabile.

E’ altrettanto vero che la carta islamista é un boccone troppo ghiotto e troppo facile da strumentalizzare da parte di chi vede la normalizzazione del processo di costruzione dello stato democratico come uno spauracchio.

C’é da chiedersi quindi chi sia stato ad ordinare gli attacchi con bottiglie molotov alla casa del direttore di Nessma Tv. E cosa ci sia dietro questo crescendo di violenza che é arrivato ad un punto tale da spingere tutti gli operatori della rete, tecnici e giornalisti, a chiedere in un comunicato alla TAP (agenzia di stampa ufficiale) la protezione delle proprie persone e delle proprie famiglie!!!

Il “partito della liberazione”, e cioé i salafisti per eccellenza in Tunisia, pur essendo verbalmente aggressivi e moralizzatori nella pratica sociale, non hanno mai usato la violenza né l’hanno mai predicata. Se il Ministero degli Interni gli ha rifiutato il visto di riconoscimento del partito é solo perché non riconoscono ufficialmente la democrazia. Il Nahdha, da parte sua, si é nettamente distanziato da questi ultimi, entrando  definitivamente nel parterre della politica rispettabile tunisina.

Per oggi é stata convocata una manifestazione a Piazza Pasteur “contro le violenze scatenate dal caso Nessma”. I laici, o semplicemente il resto della società che é rimasta fin ora a guardare, tenterà forse timidamente di recuperare un po’ di terreno. Nena News

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fonte:  http://nena-news.globalist.it/?p=13549

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