Archivio | ottobre 21, 2011

NEW JERSEY – Disoccupati, poveri e senzatetto a cena (quasi) gratis da Jon Bon Jovi: niente prezzi sul menu, «ognuno paga quel che può»

La sua Fondazione ha anche finanziato la realizzazione di case

Disoccupati, poveri e senzatetto a cena (quasi) gratis da Jon Bon Jovi

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Il rocker apre il JBJ Soul Kitchen nel New Jersey: niente prezzi sul menu, «ognuno paga quel che può»


JBJ Sould Kitchen Photo from their website(Medical Daily JBJ Sould Kitchen Website) – fonte immagine

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MILANO – Che fine ha fatto Jon Bon Jovi? Il rocker idolo degli anni ‘80 si è preso un pausa dalla musica, è sceso dal palco e assieme alla moglie ha dato vita al «JBJ Soul Kitchen» un ristorante eco-solidale. «Tutti sono i benvenuti alla nostra tavola», si legge sui grembiuli dei camerieri del locale inaugurato nei giorni scorsi nel New Jersey. Sul menu non ci sono i prezzi: chi può paga e chi non può aiuta. Il 49enne frontman dei Bon Jovi, che da anni s’impegna per i meno fortunati, si tiene però lontano dai fornelli: «a lavare i piatti sono un esperto, di cucina non capisco nulla».

Jon Bon Jovi nel suo Soul Kitchen (website)

IL MENU – Per tutte quelle famiglie finite sul lastrico, per i senzatetto e per chi non ha più un soldo in tasca è un’alternativa al cibo malsano dei fast food nell’America in crisi. In un ex carrozzeria di Red Bank, nei pressi della città natale del cantante a Sayreville, ha aperto i battenti mercoledì il Jon Bon Jovi Soul Kitchen. Cento metri quadri di officina trasformati in ristorante «paghi-quanto-puoi». Lo slogan? «Dove la speranza è deliziosa». Qui possono pranzare e cenare anche coloro non hanno soldi per saldare il conto. Infatti, chi non ha contanti può sdebitarsi facendo volontariato per la collettività. Come? Per compensare il pasto basta un’ora di lavoro per esempio nel magazzino; nell’orto; in cucina; come camerieri o lavapiatti. Ben inteso, non si tratta di una mensa dei poveri. La carta del bistrot è di prima qualità. L’offerta gastronomica comprende ricette tradizionali, rivisitate però in chiave salutista e con ingredienti naturali. Per un pasto di tre portate bastano 20 dollari (circa 15 euro), quanto serve per coprirne i costi. L’offerta a fine pasto però è libera. Sul menù troviamo insalata di barbabietola; braciole di maiale; petto di pollo; chutney di mele; salmone alla griglia; pesce gatto; maionese fatta in casa; torta di carote con glassa al limone e crema di formaggio. Tutto è «biologico, sano, genuino», ha spiegato Bon Jovi.

LAVAPIATTI Il progetto è stato finanziato attraverso la sua fondazione Soul Foundation che negli anni ha costruito anche 260 case per i residenti in difficoltà. «In un momento dove una famiglia su cinque vive in povertà, o al di sotto, e dove un americano su sei non ha soldi per mangiare, è arrivato il momento per questo tipo di ristoranti», ha sottolineato Bon Jovi. Ciò nonostante non aspettatevi di trovare l’interprete di «Bed of Roses» dietro ai fornelli. «Lo scorso venerdì ero alla Casa Bianca, sono salito sul treno, mi sono cambiato nel bagno e sono arrivato in tempo per lavare i piatti. Sono un lavapiatti io. Davvero. Non so cucinare».

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Elmar Burchia
21 ottobre 2011 23:23

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_ottobre_21/bon-jovi-ristorante-poveri_744f2da2-fbf7-11e0-a389-b44dd5e172d2.shtml

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SCUOLA – Contrordine sugli esami di terza media “Non c’è più tempo per le modifiche”

SCUOLA

Contrordine sugli esami di terza media
“Non c’è più tempo per le modifiche


fonte immagine

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La Gelmini aveva detto di voler di ridurre le prove, ma ora una circolare riconferma tutte le vecchie regole per i 600 mila studenti che frequentano l’ultimo anno della scuole di primo grado. Lo stesso destino sembra riservato anche alla maturità

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di SALVO INTRAVAIA

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Nessuna novità per il 2012 agli esami di terza media e di maturità. I 600 mila studenti che frequentano il terzo anno delle scuole secondarie di primo grado affronteranno gli esami finali con le stesse prove svolte finora dai compagni degli anni precedenti. Le novità annunciate dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini nel corso di un’intervista a Repubblica saranno rinviate, nella migliore delle ipotesi, al 2013, quando il governo sarà cambiato. A confermarlo una circolare emanata ieri da viale Trastevere, che detta le regole sugli “sull’esame di stato conclusivo del primo ciclo di istruzione” per l’anno scolastico 2011/2012.

Per il prossimo anno, la prova nazionale Invalsi avrà per oggetto “le conoscenze e le abilità acquisite dagli studenti in italiano e matematica. Le conoscenze e le abilità verranno valutate con riferimento agli obiettivi di apprendimento previsti per tali insegnamenti dalle Indicazioni per il curricolo al termine del primo ciclo di istruzione”. Insomma, nessuna novità rispetto al passato. Stesso discorso per le altre discipline. “Le istituzioni scolastiche  –  continua la circolare  –  potranno, così, cominciare sin da ora a preparare gli studenti ad affrontare il complesso delle prove che costituiscono l’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione”.

“Al riguardo  –  spiega  –  si richiamano integralmente le istruzioni impartite con la C. M. n. 49 del 20 maggio 2010 e con la C.M. n. 46 del 26 maggio 2011, che devono, pertanto, intendersi confermate anche per il corrente anno scolastico”. Cioè, le stesse disposizioni che hanno dettato le regole per gli esami del 2011. La prova nazionale Invalsi si svolgerà contemporaneamente in tutte le scuole d’Italia lunedì il 18 giugno. Qualche giorno prima, o successivamente, si svolgeranno le prove scritte di Italiano, Matematica e Inglese, cui potrebbe aggiungersi anche quella di seconda lingua straniera: in tutto sei scritti. L’esame si concluderà con il tradizionale colloquio su tutte le discipline. Ma nel 2013 le regole potrebbero cambiare.

“È opportuno evidenziare  –  conclude la nota ministeriale  –  che questo ministero procederà, in sede di revisione del regolamento di valutazione degli studenti ad una revisione complessiva dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione. Ciò con l’obiettivo di ridurre il numero di prove sostenute dagli studenti, ferma restando la finalità dell’esame che consiste nella verifica della maturazione complessiva degli alunni e del conseguimento degli obiettivi di apprendimento e dei traguardi per lo sviluppo delle competenze previsti dalle Indicazioni per il curricolo”. E, contrariamente a quanto annunciato, non ci sono novità in vista neppure per gli esami di maturità.

La ministra aveva parlato di sostituire la terza prova d’esame  –  il quizzone su 5 discipline dell’ultimo anno predisposto dalla stessa commissione la mattina stessa della prova  –  con una prova standardizzata come quella formulata dall’Invalsi per gli esami di terza media. Ma per fare questo tipo di operazione, anche su un campione di classi ridotto, occorre un lavoro di predisposizione dei quesiti che dura almeno un paio d’anni e che, al momento, nessuno ha avviato. Pertanto, anche gli oltre 500 mila studenti dell’ultimo anno delle superiori potranno dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda la forma dell’esame, che si svolgerà secondo le consuete modalità: tre prove scritte e un colloquio.

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21 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2011/10/21/news/esami-23637903/?rss

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INFORMATICA – Spiccioli di Cassandra/ Cappuccetto scarlatto e il telefono furbo, una favola con la morale

Spiccioli di Cassandra/ Cappuccetto scarlatto e il telefono furbo


fonte immagine

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Una favola con la morale. Perché le favole possono insegnare molto: a volte spaventando, a volte divertendo. L’importante è farne tesoro e ricordarsi che di finzione si tratta

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Marco Calamari

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Spiccioli di Cassandra/ Cappuccetto scarlatto e il telefono furbo

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Roma – No, Cassandra non ha deciso di imitare Charles Perrault ma ritiene, a scanso di equivoci, che talvolta sia preferibile inventare storie piuttosto che commentare notizie di cronaca, vere, esagerate o false che siano. Infatti anche da una favola, come faceva la nonna, è possibile trarre una morale giusta. Cassandra vi conferma perciò che qualsiasi corrispondenza di questa storia con attrici, telefonini o foto del mondo reale è puramente casuale.

C’era una volta una famosa attrice scarlatta ma bionda, che un bel giorno, pensando che il suo telefono fosse anche una macchina fotografica, decise di scattarsi delle foto appena un po’ osé, riprendendo un bel gioco di specchi, e non solo quello.La favola non precisa che uso la famosa attrice intendesse fare di dette foto, pare comunque che l’autoscatto telefonico fosse allora cosa abbastanza comune anche per le non attrici. D’altra parte la famosa attrice non era l’ultima arrivata e si sentiva sicura: le avevano infatti spiegato che il telefonino aveva una connessione via radio chiamata Denteblu, e che conveniva tenerla sempre spenta per evitare che qualche malintenzionato le rubasse i numeri di telefono.

Il suo insegnante però non era molto aggiornato, o almeno aveva semplificato troppo la raccomandazione. Non le aveva infatti spiegato che un telefono furbo non è solo un telefono con una macchina fotografica, ma anche un computer dotato di altre due connessioni radio e quindi impercettibili, una senza fili ed una di rete cellulare. La famosa attrice riteneva come tanti altri che fosse normale caricare strane figurine sullo schermo del suo telefonino, che le permettevano di fare le cose più svariate con le foto. Non si chiedeva nemmeno perché qualcuno regalasse queste figurine come caramelle, e d’altra parte ce ne voleva una per ogni cosa nuova che si volesse fare.

Fu così che un informatico cattivo, che conosceva bene fatti e misfatti del fabbricante del telefono furbo, riuscì ad insinuarsi da Internet nel computer contenuto nel telefono furbo della famosa attrice bionda ma scarlatta, e controllando tutti i programmi che silenziosamente ci giravano poté appropriarsi e bearsi delle virtù di fotografa (e non solo di quelle) della famosa attrice bionda ma scarlatta.

L’informatico cattivo però non era anche furbo; si vantò delle sue malefatte con i suoi pari e ne condivise il risultato. La famosa attrice lo venne a sapere e se ne uscì in alte strida. Fortunatamente passava da lì un cacciatore federale, che si tolse di spalla il fucile e sparò 121 colpi all’informatico cattivo, che col posteriore fumante ed il portafoglio vuoto è ancora lì che piange e chiede scusa, sperando di non finire in gattabuia.

Morale della favola, ed anche oltre.

Non sempre le cose sono solo quello che sembrano, non sempre le cose gratuite sono buone, non sempre chi le regala ha buone intenzioni, ma sopratutto non sempre il cattivo che le usa è solo un poveretto a caccia di emozioni. È per questo, cari fanciulli, che potrebbero capitarvi non solo gli stessi problemi della famosa attrice bionda ma scarlatta, ma anche altri ben più gravi. State attenti ai lupi cattivi che tramite gli informatici più furbi possono rubarvi le informazioni su dove siete, con chi parlate, cosa gli dite, chi conoscete, cosa vi piace, e certo, anche foto e registrazioni. Altrimenti la famosa attrice scarlatta ma bionda, rispetto a voi, sembrerà non solo assai più carina ma anche un vero genio.

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari

Tutte le release di Cassandra Crossing sono disponibili a questo indirizzo

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fonte:  http://punto-informatico.it/3313658/PI/Commenti/spiccioli-cassandra-cappuccetto-scarlatto-telefono-furbo.aspx

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Thailandia: le inondazioni minacciano Bangkok. Da luglio oltre 300 morti / VIDEO CNN: Dealing with disaster in Thailand Southeast Asian floods leave 700 dead

Thailandia: le inondazioni minacciano Bangkok

Dealing with disaster in Thailand Southeast Asian floods leave 700 dead

Caricato da in data 21/ott/2011

A World Vision worker discusses the impact of devastating flooding in Thailand.Southeast Asian floods leave 700 dead

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Impossibile proteggere Bangkok dall’inondazione: lo ammette il premier thailandese, che ha dovuto decidere di autorizzare l’apertura delle chiuse nella speranza che l’acqua defluisca più rapidamente.

Yingluck Shinawatra è in carica da appena due mesi, deve fronteggiare le più gravi inondazioni degli ultimi 50 anni e le forti critiche dell’opposizione per la gestione dell’emergenza.

“Faremo del nostro meglio per salvare la capitale, purtroppo però Bangkok si trova in basso, e quindi è qui che confluisce l’acqua prima di raggiungere l’oceano”

La città è attraversata da oltre 2000 canali, gestiti da 200 chiuse già ora al limite. L’acqua che ha già invaso i sobborghi sta per riversarsi nel centro città, c‘è poco tempo per rinforzare le difese.

“Il governo ha detto che oggi o domani il livello dell’acqua crescerà, forse raddoppierà, quindi oggi lavoriamo per proteggere la casa”, dice un residente.

La decisione di aprire alcune chiuse potrebbe portare all’inondazione di alcuni quartieri: salvandone però altri, economicamente o storicamente più importanti.

L’emergenza non è comunque destinata a concludersi presto: per la settimana prossima sono previste ancora forti piogge, e l’acqua, che da luglio ha già ucciso oltre 340 persone, ha anche imposto un forte rallentamento della produzione nei principali distretti industriali.

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21 ottobre 2011

fonte:  http://it.euronews.net/2011/10/21/thailandia-le-inondazioni-minacciano-bangkok/

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BLACK BLOC DI GOVERNO – 15 ottobre: il Viminale sapeva. E conosceva i nomi dei capetti incapucciati

15 ottobre: il Viminale sapeva

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Il ministero era stato avvertito di quello che sarebbe successo a Roma. E conosceva uno per uno i capetti degli incapucciati, tenuti sotto stretto controllo da anni. Ma ha scelto di non ‘filtrare’ il loro arrivo a Roma

(21 ottobre 2011)

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di Gianluca Di Feo
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Quello che abbiamo davanti sarà un autunno caldo ma alla prima prova il sistema dell’ordine pubblico ha messo in piazza vecchi errori, che si trascinano da un decennio esatto. Nel sabato nero di Roma non hanno funzionato né l’apparato di prevenzione, né il dispositivo di repressione della violenza. Analizzare la devastazione di piazza San Giovanni con i moderni criteri di controllo dei disordini – raccolti quattro anni fa da David Waddington in “Policing public disorder”, un volume che ha fatto scuola in tutto l’Occidente – mostra un déjà-vu rispetto al G8 di Genova, sintomatico dell’incapacità delle nostre istituzioni di adattarsi alle sfide.
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Difficile dire cosa è andato peggio. Di sicuro, le forze di polizia hanno fallito nel tutelare il pacifico corteo dei Disobbedienti: un movimento che – come evidenzia l’articolo di Naomi Klein – è ancora meno organizzato dei no global e quindi non ha nessuna forma di servizio d’ordine che possa isolare violenti o provocatori. E non si è nemmeno riusciti a proteggere una larga fetta della città dalla devastazione: non un reticolo di vicoli ma alcune delle piazze e delle strade più grandi della capitale, dove i mezzi della polizia avevano spazi di manovra. Certo, alla fine il bilancio è stato grave ma di gran lunga inferiore ai danni provocati negli ultimi anni dalle rivolte urbane dei sobborghi di Parigi o da quelle recentissime della regione di Londra. Merito della freddezza di molti degli agenti schierati sul campo e della compostezza della stragrande maggioranza dei manifestanti. Ma se si guarda agli scontri del sabato nero come a una prova generale di quello che crisi economica e politica potrebbero innescare nelle prossime settimane, allora c’è da preoccuparsi.
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Anzitutto la prevenzione. Il black bloc è composto da una piccola rete di collettivi, sempre gli stessi, tenuti sotto stretta sorveglianza da almeno 15 anni. Abbiamo un servizio segreto interno, le Digos e il Ros dei carabinieri, che si occupano prioritariamente di loro: dopo la sconfitta dell’ultima colonna brigatista nel 2003, gli anarchici insurrezionalisti restano l’unica minaccia. Dei loro leader si conosce tutto: nomi, luoghi, relazioni. Ogni attività, ogni spazio di incontro sono monitorati da unità specializzate, che dispongono di risorse e strumenti tecnologici. Quello che sarebbe accaduto e chi lo avrebbe realizzato era noto da diversi giorni, almeno da una settimana: il vertice dell’intelligence e quello del Viminale sapevano.
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Forse non era chiara l’evoluzione organizzativa del “blocco”, che nella Val di Susa ha avuto modo di consolidare la sintonia tra gruppi ideologicamente e geograficamente lontani. In più Atene – da sempre la capitale mondiale dell’arcipelago insurrezionalista – nell’ultimo anno è diventata una zona franca dove le felpe nere d’Europa si addestrano a dominare la piazza. Ma anche questi fenomeni erano chiari a chi ha il polso della situazione. E avrebbero imposto un’attenzione maggiore per prevenire. Come? Le tattiche sono chiare: negoziazione e dissuasione.
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fonte immagine
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La prima è considerata fondamentale da tutti gli esperti, ma è resa difficile da un quadro politico dominato dalla sfiducia e dall’assenza di figure politiche o istituzionale capaci – a livello nazionale o locale – di dialogare con i duri. Sugli strumenti legislativi per la dissuasione si è aperto un dibattito politico: viene invocato il ritorno alla legge Reale con il fermo preventivo dei soggetti pericolosi. Norme speciali, introdotte durante gli anni di piombo: bastano i roghi di piazza San Giovanni a giustificare provvedimenti così straordinari? Negli ultimi anni Londra e Parigi hanno affrontato situazioni molto più drammatiche senza limitare le libertà costituzionali.
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Con gli attuali poteri di polizia e magistratura sarebbe stato possibile “filtrare” l’arrivo a Roma dei casseur? I veterani delle forze dell’ordine sono divisi. Alcuni sostengono che si poteva tentare di isolare i “soliti sospetti” o comunque attivare controlli mirati per far capire che i loro piani erano stati individuati. Altri ritengono che iniziative simili avrebbero solo aumentato la tensione. Ma di sicuro sul fronte della prevenzione nei giorni precedenti alla marcia le autorità hanno scelto di non fare nulla.
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Quanto alla repressione, ancora una volta ha prevalso la tattica della “zona rossa”: uomini e mezzi migliori sono stati allineati a difesa dei palazzi del potere, trasformando il resto di Roma in una città aperta alle incursioni dei violenti, liberi di scegliere dove e come colpire. Su questo schieramento troppo statico hanno pesato ataviche abitudini italiane, come l’ossessiva frammentazione delle forze dell’ordine. La piazza viene affidata a un misto di polizia, carabinieri e – cosa più assurda – finanzieri. Con un addestramento comune limitato o nullo: non esistono esercitazioni congiunte. I battaglioni mobili dell’Arma, per esempio, nell’ultimo decennio hanno fornito soprattutto i quadri delle missioni all’estero, a cui viene dedicata la preparazione più intensa e gli equipaggiamenti più moderni.
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Tutti poi cominciano a sentire l’effetto dell’invecchiamento degli uomini in compiti dove l’allenamento fisico è fondamentale: l’età media oggi si avvicina a quarant’anni, troppi per correre dietro a ragazzini indossando casco, corazza e scudo. Sulla carta l’organico è poderoso: oltre 3 mila poliziotti di 14 reparti mobili, 2 mila carabinieri di nove battaglioni e un migliaio di finanzieri dei Baschi verdi. Ma i militari di Arma e Fiamme Gialle sono usati come tuttofare, che si occupano di qualunque attività operativa sul territorio – dai pattugliamenti contro gli scippatori ai blitz antimafia – mentre i fondi per prepararsi al controllo dei dimostranti sono sempre di meno. La stessa cosa accade per i mezzi, usurati dalla quotidianità o inadatti sin in partenza. Dopo il G8 di Genova sono stati acquistati 160 blindati anti-sommossa d’ultima generazione – gli RG12 progettati in Sudafrica – che però nella zona calda di Roma si sono visti alla spicciolata. Nei viali del Laterano c’erano soprattutto furgoni Iveco – alcuni con le gomme lisce – come quello che è rimasto in trappola: incapace di fare retromarcia tra i detriti, senza vetri anti-sfondamento o protezioni antincendio. Ma il gigantesco apparato dell’ordine pubblico ormai è tarato sull’ordinaria follia degli stadi: una costosa routine che ogni domenica logora personale e veicoli. E quando bisogna affrontare sfide diverse, si torna ad arroccarsi. Come è accaduto nella capitale, con la muraglia intorno a Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, che ha lasciato corteo e città scoperte.
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Gli ufficiali sul campo dicono che nel sabato nero le riserve erano poche e mal coordinate: ben 11 dei 30 poliziotti feriti venivano dal reparto mobile di Senigallia, che serve come supplente in tutte le emergenze italiane dal presidio nei centri immigrati ai controlli anticamorra. Nella caserma marchigiana si lamentano carenze di carburante e ore di straordinario mai pagate: la stessa protesta che percorre i ranghi di tutti i corpi. Invece a Roma ci sarebbero dovute essere squadre motivate e pronte per interventi selettivi, per isolare le “falangi” degli insurrezionalisti dalla massa pacifica. Nel 2005 al G8 di Edimburgo il tentativo dei black bloc di infiammare il corteo fu fermato dai reparti sbarcati da tre elicotteri alle spalle dei “duri”, in modo da tagliarli fuori con una manovra da manuale. Un’attività che richiede personale molto addestrato e un coordinamento in tempo reale. Elicotteri con telecamere che trasmettano direttamente informazioni a chi sta sulla piazza, dirigenti e squadre in grado di muoversi subito. Invece a Roma si è scelto il male minore: di fare il meno possibile pur di evitare “il morto”. Una non scelta, che rappresenta di fatto la resa delle istituzioni.
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NO-TAV: “Sfonderemo la Zona Rossa ma disarmati.”. Minacce ai violenti: “Chi non sta alle regole diventerà nostro nemico”

Mahatma Gandhi: Il significato della rivoluzione non violenta

Caricato da in data 13/apr/2010

http://cambiarelecose.blogspot.com/

Cit.: Mahatma: Apprezzo tale coraggio, occorre tale coraggio, perché per questa causa anchio sono disposto a morire, però amici non ce nessuna causa per la quale io sia disposto ad uccidere.
Qualunque cosa ci facciano noi non aggrediremo nessuno non uccideremo nessuno, ma non daremo le nostre impronte digitali, nessuno di noi. Ci imprigioneranno, ci multeranno, prenderanno le nostre proprietà, ma non potranno mai toglierci il rispetto per noi stessi se non saremo noi a darglielo!
Dalla folla: Lei è mai stato in prigione?? Ci tortureranno, ci pesteranno, io dico che dobbiamo
Mahatma: Io vi sto chiedendo di combattere, di combattere contro la rabbia, non di provocarla. Noi non vibreremo un solo colpo, ma ai loro colpi non ci sottrarremo, e attraverso il nostro dolore noi faremo loro vedere la loro ingiustizia, e questo porterà dolore, come lo porta ogni battaglia,
ma non possiamo perdere, non possiamo.
Loro possono torturare le mie carni, rompere le mie ossa, anche uccidermi, allora, allora potranno avere il mio cadavere, non la mia obbedienza!!

21/10/2011 – VALSUSA VERSO IL CORTEO DI DOMENICA

“Sfonderemo la Zona Rossa ma disarmati”

I No Tav citano Gandhi e minacciano i violenti: “Chi non sta alle regole diventerà nostro nemico”

Il Corteo dei comitati No Tav l’11 dicembre 2010 a Susa

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di MASSIMO NUMA
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TORINO – I comitati No Tav hanno deciso: tutti assieme, a volto scoperto, a mani nude (ma con le cesoie) per tagliare le reti del cantiere della linea ferroviaria Torino-Lione. All’insegna del modello della resistenza passiva, stile Gandhi ma in versione hard. E scegliendo, tra gli innumerevoli episodi della vita di questo grande della storia, solo quelli dove, insomma, lui non si limitò proprio a digiuni, sit-in o marce non violente. Poi il testo sacro che circola da un po’ di tempo in valle, «Disobbedienza civile» di H. D. Thoreau.

Citazione preferita: «…Deve forse il cittadino rinunciare per un momento, o anche in minima parte, alla sua coscienza a vantaggio del legislatore? Perché allora ogni uomo ha una coscienza? Io penso che dovremmo essere innanzitutto uomini e poi sudditi. Non è desiderabile coltivare il rispetto per la legge, quanto quello per la giustizia». Violare le leggi e accettare repressione e punizioni? Forse. Gandhi piegò l’impero britannico, i No Tav si accontenterebbero di bloccare per sempre i cantieri.

Alberto Perino, uno dei portavoce del movimento, ieri ha di nuovo ribadito il suo pensiero: «Siamo pronti a farci arrestare, se i poliziotti cercheranno di fermarci, noi proveremo a passare da un’altra parte, per arrivare al cantiere e tagliare le reti. Ma non ci saranno scontri perché il nostro è un atto di disobbedienza civile e quelle recinzioni dell’Alta Velocità per noi sono illegali (legalissime per Ltf, ndr). Se vogliono denunciarci o se la procura di Torino ci vuole arrestare, lo faccia, saremo a viso scoperto e chi vuole fare cose diverse da una manifestazione pacifica, è nemico dei No Tav».

Il riferimento è rivolto all’area anarcoinsurrezionalista, al centro degli scontri avvenuti da maggio sino al 9 settembre e ai black bloc stranieri, francesi, belgi, spagnoli, baschi, greci, austriaci e tedeschi, calati in massa in Valsusa tra luglio e agosto. Bilancio, in negativo, da record: 324 feriti, tutti tra le forze dell’ordine, compresi tre referti di carabinieri che avrebbero subito lesioni agli occhi provocate dai puntatori laser. Ieri assemblea plenaria, in una sala del Comune di Villardora, Bassa Valsusa; dopo una serie di confronti anche accesi tra attivisti, è stata decisa una posizione unitaria «come è sempre avvenuto in 22 anni di lotta al Tav», dicono.

La Maddalena di Chiomonte è una valle attraversata dai viadotti dell’autostrada A32. Una distesa di boschi, collegati tra loro da sentieri e da due sole strade. Una si avvia dal centro di Chiomonte, discende verso località Gravela e da qui, risalendo da ripidi crinali, si può tentare di raggiungere le recinzioni da due lati, quello delle vigne o la zona archeologica della Ramat, a pochi metri dalla control-room interforze. Anche in questi settori, gli attivisti si troveranno di fronte new jersey e posti di blocco. I No Tav avrebbero voluto scendere verso l’odiato cantiere dalla via, in parte sterrata, che dal campo sportivo di Giaglione.

Ma, a circa un chilometro dalla reti, il primo checkpoint e i reparti anti-sommossa schierati in forze. Sarà il momento decisivo. Dentro il cantiere e fuori dalle recinzioni, ad attenderli, un esercito costituito da quasi duemila poliziotti, carabinieri, finanzieri e alpini della Taurinense. In teoria, le prescrizioni inserite nell’ordinanza del prefetto di Torino, Alberto Di Pace, tracciano attorno al cantiere un’impenetrabile linea rossa. I No Tav non potranno neppure raggiungere la baita-presidio di Clarea e, da qui, iniziare l’attacco alle reti più accessibili. Le uniche con (preziose) vie di fuga alle spalle.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/425840/

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La Libia del futuro inizia oggi, tra rivalità ideologiche e il solito protagonista: il petrolio

La Libia del futuro inizia oggi, tra rivalità ideologiche e il solito protagonista: il petrolio

Libyans celebrate the fall of Sirte and death of fugitive former leader Muammar Gaddafi in Tripoli. [EPA] fonte immagine

Il Cnt assicura che rispetterà i diritti umani, ma per ora non è così. E mentre laici e islamisti si fanno la guerra all’interno del governo, le potenze mondiali presentano il conto per il loro impegno militare: il nodo principale, come al solito, è l’oro nero

Il presidente del Cnt di Bengasi, Mustafa Jalil

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di Francesca Cicardi

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I ribelli hanno sempre detto: solo quando Gheddafi sarà catturato, la guerra sarà finita e la Libia potrà essere considerata veramente libera. Questo momento è arrivato ieri, più tardi del previsto, otto mesi dopo l’inizio di una rivoluzione popolare e spontanea che ha ispirato il mondo intero ma adesso dovrà dimostrare la sua autenticità. Le sfide del futuro non sono poche nè facili: rispettare e applicare i principi che portarono i libici a ribellarsi lo scorso 17 di febbraio e allo stesso tempo evitare di ripetere gli errori del passato.

Il Consiglio Nazionale Transitorio può finalmente dichiarare la “liberazione” della Libia, così come stabilito, e cominciare la transizione democratica per la quale esiste già una road map: la formazione di un governo provvisorio nei prossimi 30 giorni, l’elezione di un organo che scriverà la nuova costituzione e convocherà elezioni in un periodo di 18 mesi. E poi la democrazia: le autorità di Bengasi hanno assicurato che la Libia sarà un paese libero e rispetterà i diritti umani, ma le promesse sono già state infrante negli scorsi mesi. Amnesty International denunciava lo scorso settembre che i ribelli hanno sequestrato, arrestato, torturato e ammazzato i loro nemici, soprattutto i famigerati mercenari, la maggior parte delle volte semplici lavoratori immigrati di colore. Il Cnt non ha condannato, indagato o punito questi crimini, mantenendo l’impunità che vigeva nell’era di Gheddafi. Molte altre cose non sono cambiate e minacciano di ripetersi in Libia, dove cittadini e governanti non conoscono altri metodi che quelli del Colonnello e il suo regime di 42 anni.

Dalla caduta di Tripoli due mesi fa è cominciata la lotta politica e ideologica per delineare la nuova Libia. I laici e gli islamisti si fanno la guerra all’interno del governo, mentre i battaglioni dei ribelli competono tra di loro. La capitale, Bengasi, Misurata e le montagne di Nafusa: ognuno vuole il suo protagonismo e riconoscimento nel nuovo paese, che non sarà più strutturato sulle rivalità regionali e tribali, dicono i libici, ma di fatto funziona ancora così. La nuova Libia non dovrà essere corruttibile e si pensa indipendente, ma sempre più attori stranieri penetrano nel paese, con l’intenzione di rimanere, e il petrolio continuerà a essere la principale ricchezza, che dovrà essere adesso ridistribuita equamente tra il popolo. Le multinazionali energetiche ritornano con le promesse che tutto sarà come prima, o meglio di prima: un mercato trasparente e libero. I vecchi soci, come l’Italia, sono stati rassicurati, non perderanno il loro posto, ma adesso arrivano nuovi amici, come la Francia e l’Inghilterra che saranno ripagati per il loro impegno militare.

La Nato non ha intenzione di rimanere e i libici non le chiedono di restare, ma esistono comunque timori di una eccessiva presenza e influenza occidentale. La dolorosa esperienza dell’Iraq spaventa, soprattutto la comunità internazionale, che vuole evitare a tutti i costi un’occupazione militare. Ma la principale preoccupazione arriva dall’interno: la possibilità che si crei una situazione in stile iracheno è alta, avverte Peter Boukaert di Human Rights Watch, se i pezzi del vecchio regime saranno emarginati dalla società libica, che soffrirà ancora per molto le ferite di una guerra che è stata comunque civile. Non a caso in Libia ci sono in questo momento 10 volte più armi che quelle che si trovavano in Iraq nel 2003 alla caduta di Saddam Hussein.

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2011

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Sallusti: hanno fatto bene a sparare a Carlo Giuliani. Ferrero: vaff. / VIDEO

Sallusti: hanno fatto bene a sparare a Carlo Giuliani. Ferrero: vaff. / VIDEO

Caricato da in data 20/ott/2011

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ROMA – Bagarre giovedì sera nello studio di Matrix, la tramissione di Canale 5. Si parla degli scontri di sabato scorso a Roma con Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale e Piero Bernocchi leader storico dei Cobas. La discussione finisce su Carlo Giuliani, il giovane ucciso a Genova durante i disordini per il G8 del 2001, e a un certo punti Sallusti dice: «Hanno fatto bene a sparargli». Ferrero a quel punto si alza e urla a Sallusti: «Vaff…».

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Venerdì 21 Ottobre 2011 – 12:14    Ultimo aggiornamento: 12:51

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=167236&sez=HOME_INITALIA

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VITTORIO: Udienza lampo, verità lontana

VITTORIO: Udienza lampo, verità lontana

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All’apertura del processo il procuratore militare aveva garantito tempi rapidi. Ma dopo 4 udienze il dibattimento è fermo ai ritrovamenti sulla scena del delitto. Nessuno ha ancora chiesto agli imputati perché Vittorio venne rapito e poi ucciso.

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di MICHELE GIORGIO

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Roma, 21 ottobre 2011, Nena News Venti minuti. Tanto è durata ieri, davanti alla corte militare di Gaza city, la quarta udienza del processo ai responsabili del rapimento e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni. Poche battute e il giudice ha fissato la quinta udienza al 3 novembre. Svaniscono perciò le assicurazioni date all’inizio di settembre dal capo della procura sui tempi rapidi della giustizia militare. Sino ad oggi non abbiamo ancora ascoltato dalla voce dei quattro imputati – Tamer Hasasnah, Mahmud Salfiti, Khader Jram e Amer Abu Ghoula – i motivi per i quali pianificarono il rapimento, assieme al giordano Abdel Rahman Breizat e a Bilal Omari (entrambi uccisi dalla polizia), e perchè decisero nella notte tra il 14 e 15 aprile di uccidere Vittorio. Il mese scorso l’avvocato di Khader Jram ha riferito le spiegazioni date dal suo assistito durante gli interrogatori, legate ad un «mancato rispetto della moralità e dei costumi locali». Ma non sono convincenti e a distanza di sei mesi tutti, a cominciare dalla famiglia Arrigoni, aspettano di conoscere la verità sull’assassinio di Vittorio, impegnato a sostenere i diritti di Gaza e di tutti i palestinesi.

Ieri in aula c’era ancora Meri Calvelli, la cooperante italiana che sta seguendo il processo sin dalla prima udienza. Calvelli ha riferito al manifesto che il pubblico ministero ha presentato in aula un telefonino contenente le immagini di Vittorio tenuto ostaggio (diffuse dai rapitori su youtube) e un computer con un hard disk esterno nel quale sono state ritrovate le foto dell’assassinio. Telefonino e computer appartengono a Tamer Hasasnah che li ha riconosciuti come propri ma ha detto di non essere l’autore del video e delle foto. La corte ha acquisito agli atti quanto prodotto dal pubblico ministero nonostante le obiezioni della difesa. Quindi ha aggiornato il processo. Nena News

questo articolo e’ stato pubblicato il 21 ottobre 2011 dal quotidiano il Manifesto

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fonte:  http://nena-news.globalist.it/?p=13704

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Fiom in piazza, Roma ancora blindata. Landini: “Vogliamo cambiare questo Paese” / VIDEO: Intervista a Landini

Intervista a Landini. Parte 1

Caricato da in data 21/ott/2011

21-10-11. Sit in della FIOM a piazza del popolo.

Intervista a Landini. 2 parte

Fiom in piazza, Roma ancora blindata
Landini: “Vogliamo cambiare questo Paese”

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Le tute blu del sindacato Cgil aggirano l’ordinanza di Alemanno contro i cortei inscenando una marcia pacifica attraverso Villa Borghese per raggiungere piazza del Popolo. Il leader dei metalmeccanici: “Non possiamo mica volare”. Sei giorni dopo i black bloc, imponenti misure di sicurezza. Il sindaco di Roma: “Grande civiltà della Fiom”

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di MATTEO PUCCIARELLI

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Fiom in piazza, Roma ancora blindata Landini: "Vogliamo cambiare questo Paese"  (agf)

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ROMA Un elicottero che vigila dall’alto, una ventina di autoblindati della Polizia schierati, un cordone di sicurezza di agenti in assetto antisommossa ai margini di piazza del Popolo. Ma soprattutto, un imponente servizio d’ordine del sindacato stesso fatto di operai in fila con la pettorina rossa. A sei giorni dalle violenze al corteo degli Indignati e 24 ore dopo la tempesta che l’ha messa in ginocchio, Roma vive un’altra giornata blindata. A piazza del Popolo c’è il sit-in dei metalmeccanici Fiom, autorizzato nei giorni scorsi 1dalla Questura dopo aver respinto l’ipotesi del corteo “per ragioni di sicurezza”.

IL CORTEO A essere presidiata non è solo la piazza ma anche tutta l’area limitrofa: la paura di ripetere le scene di sabato scorso è alta. Anche se l’aria che si respira alla manifestazione sindacale è completamente differente: età media molto più alta e una impontente e ben rodata struttura organizzativa alle spalle. Lo hanno capito anche gli agenti, e infatti il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha fatto cominciare la giornata con uno strappo alla regola che è passato senza problemi: ovvero il mini-corteo operaio da villa Borghese a piazza del Popolo. Le disposizioni di Alemanno in realtà lo vietavano. Ma con la scusa di raggiungere tutti insieme la piazza da viale Washington, dove erano arrivati i pullman da ogni parte d’Italia, la marcia c’è stata. “In piazza del Popolo dobbiamo pur arrivarci, non possiamo mica volare 2“, ha risposto con una battuta Landini, accolto da un fragoroso applauso una volta giunto in piazza del Popolo. Il sindaco di Roma ha fatto buon viso a cattivo gioco: “Devo dire che l’ordinanza in vigore è stata rispettata. Ringrazio la Fiom per la disponibilità”.

LE ADESIONI A sfilare ci sono i lavoratori di tutte le principali realtà industriali del paese: quelli della Fiat, Magneti-Marelli, Alfa Romeo, Irisbus, Fincantieri e anche quelli della Ferrari. I quali invitano nientemeno che Fernando Alonso a scioperare con loro: “Siamo da tre anni senza contratto aziendale. E siccome lui appoggia gli indignados spagnoli, può stare anche con noi”, spiegava uno di loro. Il tema caldo è ovviamente legato al Lingotto: la richiesta è di esprimere con chiarezza quali siano i suoi impegni nei riguardi del Paese e, in particolare, di consegnare il piano industriale di Fabbrica Italia 3. Secondo Fiat, lo sciopero di otto ore proclamato dalla Fiom negli stabilimento del gruppo è stata dell’11%. I dati del sindacato invece parlano di un 50% di media, con punte del 70% alla Iveco di Torino.

GUARDA IL VIDEO 4

LA MANIFESTAZIONE Faceva un certo effetto vedere le tute blu di Mirafiori sbucare dalle scalette della metro di piazzale Flaminio, i cui ingressi sono presidiati dalla polizia, al grido di “il posto di lavoro non si tocca”. Un colpo di scena non voluto, conseguenza di un errore dell’autista del pullman in arrivo da Torino che ha lasciato i passeggeri in prossimità del lontano capolinea della metro di Anagnina. Molti gli slogan dedicati a Marchionne, in alcuni casi “ringraziato” ironicamente come un benefattore, in altri al centro di canzoncine come: “Abbiamo un sogno nel cuore, Marchionne in fonderia, Berlusca a San Vittore”. In piazza ci sono i rappresentanti dei principali partiti della sinistra: Nichi Vendola di Sinistra Ecologia e Libertà, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, Maurizio Zipponi dell’Italia dei Valori. Il presidente della regione Puglia è stato contestato da un uomo: “Pezzo di m…., i black bloc non sono barbari, hai capito? Perché, quello che ci fanno a noi è giusto?”, lo ha apostrofato. “Quello non è un manifestante. Sta fuori, si tiene ai margini della piazza, loro sono così, sono degli speculatori, dei parassiti, degli sciacalli. Oggi i lavoratori chiedono risposte e lo fanno in modo pacifico e noi siamo con loro. Questi invece vogliono la guerra, hanno in testa la guerra e noi non dobbiamo rispondergli con leggi eccezionali, la risposta migliore è la democrazia, dare la possibilità ai lavoratori, ai giovani, ai disoccupati di esprimersi, come sta accadendo oggi”, ha commentato dopo quanto accaduto il leader di Sel.

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21 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/21/news/roma_fiom_in_piazza-23610969/?rss

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