Archivio | ottobre 22, 2011

DECRETO SVILUPPO – Marcegaglia: “Fare presto o Ue ci commissaria”. Alfano: “Si illude chi pensa che risolva la crisi”

DECRETO SVILUPPO

Marcegaglia: “Fare presto o Ue ci commissaria”
Alfano: “Si illude chi pensa che risolva la crisi”

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Allarme della presidente di Confindustria per i ritardi nel varo del provvedimento: “ll rischio è che l’Europa ci imponga delle scelte, bozze circolate sono deludenti”. Ma per il leader del Pdl “il governo non ha la bacchetta magica”

Marcegaglia: "Fare presto o Ue ci commissaria" Alfano: "Si illude chi pensa che risolva la crisi" La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia (ansa)

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ROMA – La crisi economica è occasione anche oggi per l’ennesimo botta e risposta a distanza tra maggioranza e imprenditori. Quasi a voler mettere le mani avanti per il ritardo che si va accumulando nel varo del decreto sviluppo, il segretario del Pdl Angelino Alfano avverte che “la crisi è mondiale, chi si illude che facendo un decreto risolviamo la crisi si illude”. “Noi diamo una mano d’aiuto – ha aggiunto – poi ognuno deve fare la propria parte. Bisogna evitare di pensare che sia il governo con una bacchetta magica che risolve il problema”.

Ma le giustificazioni dell’ex ministro della Giustizia non convincono Confindustria. “Facciamo bene e subito le cose che dobbiamo fare con il decreto sviluppo piuttosto che farcele imporre dall’Europa”, dice la presidente Emma Marcegaglia a margine del meeting dei giovani imprenditori in corso a Capri. “Il rischio – aggiunge – è che l’Europa ci imponga delle scelte. Noi siamo un grande paese e non possiamo continuamente farci commissariare dall’Europa”.  “Siamo in un momento delicatissimo sia dal punto di vista delle decisioni da prendere a livello europeo che a livello italiano. Bisogna salvare l’euro e l’Europa”, insiste ancora la leader degli industriali.

“Se si farà un buon decreto sviluppo – insiste Marcegaglia – sono convinta che l’Italia potrebbe riprendere una certa credibilità e ritornare verso un processo di crescita”. “Il decreto sviluppo non a costo zero non vuol dire che dobbiamo aumentare il deficit con il debito, che viceversa va tenuto sotto controllo”. “Bisogna tagliare – spiega il presidente di viale dell’Astronomia – la spesa pubblica e ridurre le tasse sui lavoratori, sui giovani e le imprese: insomma bisogna tagliare da una parte e investire da un’altra”. Per adesso però, conclude, le bozze “di cui si parla sono deludenti”.

Si schiera con Emma Marcegaglia il ministro degli Interni Roberto Maroni, non a caso l’unico esponente del governo presente al convegno dei giovani industriali. Secondo l’esponente della Lega, occorre “fare rapidamente il provvedimento sullo sviluppo perché il governo ha fatto tanto per tenere saldi i conti e adesso bisogna puntare sulla crescita”. Sulla crisi economica è intervenuto oggi anche il presidente del Senato Renato Schifani affermando che “ci vogliono misure tempestive”. “Siamo tutti chiamati a scelte dolorose, difficili, complesse – sottolinea – e tuttavia indispensabili per garantire la tenuta della nostra economia e adeguate prospettive di sviluppo”.

A margine del convegno, dove come detto tra i politici era presente solo Maroni, va registrata anche la polemica con il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi. “Zero politici a Capri? E chi se ne frega: i giovani italiani non si riconoscono nei black bloc ma nemmeno nei figli di papà”, ha commentato Rotondi scatenando la dura reazione degli organizzatori. “L’uso di queste parole ci indigna, si commentano da sole”, replica il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli.

Oggi intanto il ministro dell’economia Giulio Tremonti nel corso di un colloquio telefonico ha presentato al presidente della Commissione Ue Josè Barroso un programma straordinario per lo sviluppo del Mezzogiorno, che si chiamerà Eurosud e che prevede una revisione strategica dell’uso dei fondi strutturali europei.

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22 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/22/news/alfano_marcegaglia-23665792/?rss

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Urne subito, liste di fedelissimi: Bossi vuole salvare la sua Lega


fonte immagini

Contropiano di Maroni: quadrumvirato con Calderoli-Zaia-Cota

Urne subito, liste di fedelissimi
Bossi vuole salvare la sua Lega

Il leader tentato dall’idea di usare il Porcellum per «epurare». A costo di far cadere il governo

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MILANO – Il generale all’ultima battaglia. Umberto Bossi ha rotto gli indugi, il confine è varcato. Non tanto riguardo alle sorti del governo di cui – dicono – gli importa sempre di meno. Il punto è il movimento, l’opera di una vita. Ma questa è una sfida che rischia di avere due soli esiti: l’esplosione della Lega, o una vittoria da pagare comunque a caro prezzo.

Per il «Capo» il congresso del Carroccio varesino è stato uno choc. Il fotogramma che racconta la svolta è quello in cui assiste, scuro in volto, alle urla dell’assemblea quando il presidente Gibelli propone l’acclamazione per il candidato bossiano. È il momento: per la Lega, i prossimi mesi saranno figli di quel singolo istante. Fino a lì, Bossi si era attenuto a un copione consolidato: in caso di controversie, l’indicazione di un suo uomo aveva (quasi) sempre chiuso ogni discussione. Quando ciò non era avvenuto, come per esempio a Bergamo, il livello della sfida era lungi da quello varesino: «A Bergamo lui non c’era, non era stato chiesto il passo indietro agli altri candidati e anche il momento era diverso – racconta un bossiano di rigida osservanza -. Ora Bossi ha capito che il partito rischia di non essere più il suo. A Varese ha cercato il referendum su se stesso, e gli altri sono caduti nella trappola. Niente può più essere come prima». Secondo il dirigente, «il fatto positivo è che lo hanno capito anche gli altri: il punto non sono i Reguzzoni, le Rosy Mauro o il cerchio magico. Il punto è Bossi. È il Capo, e vuole comandare».

Per fare i conti tra i parlamentari, l’arma nucleare è il Porcellum. E questa, per il governo, non è una buona notizia: significa la caduta. Anche l’«amico Silvio» ogni tanto sembra tentato dall’idea di rovesciare il tavolo, ma le controindicazioni, per lui, sono troppe. Bossi, invece, ormai è convinto: soltanto l’attuale sistema elettorale dei «designati» lo mette in condizione di scegliere la prossima pattuglia dei deputati. Lo ha detto, minaccioso, lui stesso: «Nessuno si illuda, le liste le farò io». Sennonché, allarme rosso: proprio ieri il premier ha parlato del possibile ritorno alle preferenze. Urge chiarimento tra gli alleati.

Per il resto, il dado è tratto. I deputati certo non saranno più i 60 del 2008? Non importa: «A Bossi ora il partito interessa molto più che non il governo». C’è il rischio di un bagno di sangue elettorale e magari di tornare all’opposizione? Pazienza: «All’opposizione con il 5 o il 10%, poco cambia». Anzi. C’è chi giura di aver sentito il Capo parlare dell’uscita dal governo come di un’opportunità. Questa la frase: «Troppe auto blu, oggi. Troppi presuntuosi. Troppi salvatori del Paese. Una bella riga, e si riparte». Senza contare che il Carroccio è stufo di fare il salvatore della patria «straniera»: «Non saremo noi a firmare riforme delle pensioni, basta con i sacrifici per chi paga da sempre».

Di più complicata soluzione il problema del territorio. È qui che molti sindaci sono amareggiati, qui che ogni volta che si va al voto gli ostili al «clan di Gemonio» vincono a mani basse. Le armi, in questo caso, saranno quelle di sempre: commissariamenti ed espulsioni. La prima vittima di peso potrebbe essere Giancarlo Giorgetti. Segretario lombardo dal 2002, dagli avversari interni è accusato di essere il regista di una silenziosa scalata al partito fatta di nomine capillari in ogni singolo posto di sottogoverno. L’idea – vista l’impraticabilità di un congresso in cui vincerebbero di certo gli anti-Gemonio – è il commissariamento. Anche questa è una strada che rischia di innescare sollevazioni. In ogni caso, giura un fedelissimo, «Bossi eviterà il più possibile le espulsioni, ma molti strateghi da bar dovranno ricominciare a distribuire volantini». Di espulsione, invece, già si parla in relazione a Giancarlo Porta, il sindaco di Macherio, in Brianza, che ha scritto al Corriere una lettera amareggiata. Mentre in Veneto il segretario nazionale Gian Paolo Gobbo lavora di scure nei confronti dei sostenitori di Flavio Tosi, il sindaco «eretico» di Verona: prima 21 militanti degradati ad Arzignano (non potranno più votare nelle assemblee leghiste), mentre ieri si è appreso del declassamento di altri 17 militanti a Chioggia.

Eppure, se Bossi va alla guerra, l’esito potrebbe non essere così scontato. Dal Piemonte al Friuli corre una sola parola d’ordine: «Se non ci organizziamo, siamo morti». A Verona, i seguaci di Flavio Tosi sembrano già dare per scontata la corsa solitaria del loro sindaco in aperta rottura con il Carroccio. Mentre le assemblee con i militanti che stanno per partire in tutto il Nord – si inizia domani con Bergamo – rischiano di trasformarsi in un nuovo calvario. Anzi, in un nuovo casus belli : molte saranno tutto fuorché tranquille e la linea del movimento rischia di ritrovarsi sotto accusa. Da ogni angolo si attende soltanto un gesto dei generali. Il sogno di tutti coloro che si sentono lontani o ignorati dal clan di Gemonio lo espone un deputato di prima fascia. Ed è il quadrumvirato: «È ora che i nostri capi si organizzino. Maroni, Calderoli, Cota e Zaia, e anche Giorgetti, devono scegliere se assistere da spettatori alla fine della Lega che hanno costruito o unire le forze per prendere in mano un partito che sarebbe già loro. Bossi resta Bossi. Ma il 1991 è passato da vent’anni».

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Marco Cremonesi
22 ottobre 2011 14:50

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_ottobre_22/cremonesi-urne-subito-bossi_63a3853e-fc8d-11e0-92e3-d0ce15270601.shtml

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Viste Boy, il ragazzo vissuto 7.500 ani fa

Viste Boy, il ragazzo venuto dall’età della pietra

Viste Boy, il ragazzo venuto dall'età della pietra

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Il volto di un adolescente morto 7500 anni fa è stato riportato in vita attraverso una ricostruzione digitale che combina tecnologie forensi e tecniche artistiche dai ricercatori dell’università norvegese di Stavanger. Si tratta di Viste Boy, dal nome della caverna norvegese di Vistehola dove il giovane viveva. I suoi resti sono stati ritrovati nel 1907 e rappresentano una delle strutture craniche meglio conservate dell’età della pietra: da quei resti la ricercatrice Jenny Barber ha ricostruito grazie a una combinazione di raggi X e scannerizzazioni al laser il modello digitale in 3D del cranio e del volto del ragazzo
(a cura di Benedetta Perilli)

Viste Boy, il ragazzo venuto dall'età della pietra

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22 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scienze/2011/10/22/foto/ricostruito_il_volto_di_un_adolescente_di_7500_anni_fa-23670056/1/?rss

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Black bloc, questa è una testimonianza (firmata e inquietante) apparsa sul “Manifesto” del 21 ottobre / Una riflessione con Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo Giuliani

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Un’amabile conversazione tra un black bloc e un poliziotto

Un grazie all’amico Loris per la segnalazione

Black bloc, questa è una testimonianza (firmata e inquietante) apparsa oggi sul “Manifesto” – Foto

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Quella che segue è una testimonianza (firmata) apparsa sul Manifesto di oggi. Autore è Carmelo Albanese, scrittore e videomaker, presente alla manifestazione del 15 ottobre a Roma. Non è nostra intenzione fare dietrologia né complottismo, pensiamo solo che queste dichiarazioni meritino un accertamento perché le cose sono due: o Albanese mente e allora occorre una replica da parte dei vertici delle forze dell’ordine oppure Albanese dice il vero e a quel punto andrebbero verificate le generalità del giovane “black bloc” che si unisce, esultando, agli agenti.

Ecco la testimonianza apparsa oggi su “Il Manifesto” (e sotto la foto):

E IL BLACK BLOC BATTE IL CINQUE

All’angolo di via Merulana compaiono di botto una trentina di ragazzi e ragazzini tutti neri e con i caschi in testa. Iniziano a rompere i vetri di una banca. Subito tutte le persone del corteo le prendono a male-parole. A un certo punto un pezzo del corteo viene alle mani con loro. Avevo un forte sentimento di disgusto per la piega che stavano prendendo gli eventi. Tra l’altro in modo repentino. Gli sfasciatori si sono sparsi nel corteo alla spicciolata. Quasi tutti infilandosi nuovamente al suo interno o andando verso San Giovanni. Tranne uno che, ancora con il casco in testa, si è avviato fuori del corteo. Verso S. Maria Maggiore. Cosa che ho fatto anch’io perché lo stupore di gioia iniziale tornava ad essere sostituito dalla voglia di tornarmene a casa. D’un tratto mi sono accorto che lo sfasciatore continuava a fare il mio stesso percorso. Era sull’altro lato del marciapiede. Abbiamo passato due cerchi concentrici di camionette prima di arrivare fuori dalla manifestazione. Io con i miei pensieri in testa. Lui invece sempre con il casco in testa. Dopo il primo livello mi sono detto, ma come è possibile che passa così tranquillo lo sbarramento della polizia con il casco? Tra l’altro dopo aver fatto la sua parte di sfasciatore e ancora vestito di tutto punto? Allora ho guardato con più attenzione. Arrivato al secondo livello di sbarramento si è tolto il casco. Aveva diciotto anni a stento. Il sorriso con cui lo hanno salutato tutti gli agenti del secondo livello di sbarramento era davvero grottesco. Poi ci è passato in mezzo, ha battuto il cinque con uno di loro e ha confabulato per qualche minuto con uno dall’aria di superiore che stava dietro ai due blindati.

Carmelo Albanese, scrittore e videomaker


Fonte: letteraviola
Tratto da: Black bloc, questa è una testimonianza (firmata e inquietante) apparsa oggi sul “Manifesto” – Foto | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/21/black-bloc-questa-e-una-testimonianza-firmata-e-inquietante-apparsa-oggi-sul-%e2%80%9cmanifesto%e2%80%9d-%e2%80%93-foto/#ixzz1bVVRwVfq
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

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Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo Giuliani.

Pubblicato il 19 luglio 2011 da ilsecolo21

Haidi Gaggio Giuliani è la mamma di Carlo. Dopo quei giorni è diventata un personaggio nazionale, è andata in Parlamento e si è battuta e si batte perché le morti di Stato non debbano essere archiviate prima di tutto dall’indifferenza delle persone.

Promotrice del sito web: Rete-Invisibili, www.reti-invisibili.net

Undici anni. Di Ambra Coniglione.

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In quei giorni tanti ventenni come Carlo scesero in strada per manifestare. Cosa li spingeva?

Dunque, premetto sempre che non parlo per Carlo. Suppongo che sia sceso in piazza, come era sceso tante altre volte prima, nel senso che Carlo ancora al liceo organizzava le manifestazioni, era nel consiglio di istituto e poi avendo due genitori che alle manifestazioni avevano sempre partecipato, era logico che Carlo ci fosse in quei giorni. E difatti c’era. Si è fatto tutto il corteo dei migranti e anche il 20 luglio -si è alzato tardi- e poi abbiamo seguito i suoi spostamenti con le foto, con i filmati, con le testimonianze di chi lo ha incontrato. Si vede chiaramente che lui va in giro chiedendosi che cosa stia succedendo.

Poi che succede?

E poi per tutta una serie di casi fortuiti arriva sotto il ponte della ferrovia sotto Via Tolemaide mezz’ora prima delle cinque. Naturalmente aveva già visto piazza Manin, corso Buenos Aires, corso Torino, cioè aveva già visto situazioni allucinanti di gratuita violenza da parte delle forze dell’ordine, infatti assiste e lo vediamo in molte situazioni assistere (Carlo non era certamente per spaccare tanto per spaccare e quindi non rientra in quella logica). E poi naturalmente quanto si tratta di resistere all’ennesima aggressione, lui partecipa a fare quella piccola barricata che c’è all’angolo con Via Tolemaide, alla fine di Via Caffa e poi naturalmente li c’è piazza Alimonda e vede una pistola e non gli piace..

Facendo un passo indietro, che idea ti sei fatta dei NoGlobal? Chi sono, visto che a dieci anni di distanza tanta gente li ricorda come quelli che saccheggiarono e devastarono Genova?

( Ride) In quei giorni a Genova è dimostrato, scritto e ripetuto, che c’era appunto un popolo e un popolo che non è d’accordo con la globalizzazione, con questo tipo di globalizzazione. E che vuole dimostrare il suo dissenso verso le grandi ingiustizie del mondo. Naturalmente ci sono tutti i movimenti possibili, immaginabili. Da Mani Tesi, Rete Lilliput, dai boy scout, agli anarchici, ai centri sociali: è un popolo estremamente vario. Guarda, l’altro giorno, mi ha telefonato una signora che ha tre figli e il più piccolo ha undici anni adesso, quindi allora aveva un anno. Per lui non sono venuti a Genova. Lui ha scoperto da poco di questa cosa successa a Genova dieci anni fa, questa repressione incredibile e che anche i suoi genitori e i suoi fratelli ci sarebbero stati se lui non fosse stato così piccino. Ecco, chi sono queste persone? Non sono certo incalliti vecchi militanti o vecchi comunisti come me, no, sono persone normali che non accettano questo tipo di sviluppo che è stato deciso e scelto e che il mercato ha imposto. E quindi ci sarebbero stati anche loro, cioè persone normalissime.

Sono passati dieci anni di processi. Che opinione ti sei fatta della giustizia dei tribunali?

Intanto dieci anni di processi, ma neanche un processo per Carlo. Perché Carlo è stato archiviato subito senza processo e molti ancora non lo sanno e pensano che Carlo sia stato archiviato in seguito ad un processo. Invece no. E anche il tribunale di Strasburgo ci ha dato torto. Ai punti su alcuni quesiti ci hanno dato torto dieci a sette, e su altri tredici a quattro, insomma ci hanno dato torto ai punti. Comunque rimane che un processo penale vero e proprio, con tutte le testimonianze, con tutte le prove, con gli imputati in aula, con la prova in piazza con la camionetta e con la prova dello sparo, non ci è stato.

Perché?

Io ho una risposta. Soprattutto dopo dieci anni. Perché un processo su Carlo metterebbe allo scoperto una brutta storia del nostro paese; metterebbe allo scoperto che cosa ci fanno i servizi segreti, anche infiltrati in quelle giornate in mezzo ai manifestanti, metterebbe allo scoperto la storia di quella catena di comando che è presente in Piazza Alimonda e che è la stessa catena di comando che è presente in Somalia quando viene uccisa Ilaria Alpi. Sto parlando di Giovanni Truglio, di Adriano Lauro che allora era vice questore. Un processo su Carlo andrebbe a toccare alcune pagine molte segrete, molto imbarazzanti della situazione dei servizi segreti e delle forze dell’ordine nel nostro paese.

Chi porta la responsabilità della morte di Carlo?

Certamente tutte le persone con una divisa che erano in piazza in quel momento. Tu dirai e chi gli sparato? Io ancora oggi non lo so. Perché mi sono convinta molto presto che Mario Placanica, è una copertura per tanti motivi. Poi per carità può anche essere stato lui. Ma in questo caso la maggiore responsabilità c’è l’ha chi gli ha lasciato la pistola, chi gli ha tolto il lancia fumogeni e non gli ha tolto la pistola. Se è stato lui. Io al novanta per cento penso non sia stato lui e vorrei che lo Stato mi dicesse chi è stato. Punto.

E invece a livello politico?

Naturalmente a livello politico saliamo ancora in quanto a responsabilità, perché chi ha gestito le giornate del G8 permettendo e anzi incentivando una montatura mediatica incredibile (vogliamo ricordare le barzellette del sangue infetto o dei manifestanti che avrebbero sparato chissa che cosa) buona giusta per certi giornalacci di infima categoria? Chiaramente le responsabilità politiche ricadono su chi ha gestito politicamente quelle giornate.

Parlando della verità accertata dai tribunali. Ci sono dei punti oscuri e delle situazioni che non tornano alle quale i tribunali non hanno risposto?

Allora intanto non si può mai generalizzare. I tribunali, i giudici, ci sono giudici e giudici. Per esempio le sentenze che sono state fatte su Diaz e Bolzaneto, soprattutto di secondo grado, sono sentenze estremamente vigorose e molto importanti per comprendere quanto è avvenuto in quelle giornate. Avrei voluto avere qualcuno che si occupasse con altrettanta attenzione, serietà e responsabilità di Carlo e della sua uccisione. Quelle sentenze per esempio sostengono che soprattutto per quanto riguarda Via Tolemaide (da cui poi derivano i fatti che portano all’uccisione di Carlo) i manifestanti abbiano reagito ad una violenza immotivata delle forze dell’ordine. E ancora recentemente sono uscite le motivazioni della sentenza su Bolzaneto, i giudici scrivono che è assolutamente ignominioso che persone appartenenti alle forze dell’ordine usino parole, strumenti, atti, di tipo nazi-fascista. Sono parole scritte in quelle sentenze, che però nessuno legge per cui si continua a raccontare la favoletta dei black block che hanno messo a ferro e fuoco la città.

Delle figure che sono emerse in questi dieci anni, quale ricordi con particolare stima e gratitudine e quale invece come un simbolo negativo?

Non faccio nomi. Ti deluderò (ride). Comunque grande stima per tutte le persone che si sono impegnate seriamente ad approfondire e portare avanti un discorso di verità sui fatti di Genova. E grande disprezzo più che rabbia nei confronti di tutte quelle forze dell’ordine che non hanno avuto il coraggio di guardarsi all’interno. Al di la dei delinquenti in divisa che spaccavano teste e facevano cose di questo tipo, anche tutti gli altri che sono stati a guardare ma non hanno mai avuto il coraggio di testimoniare. Ecco questi hanno il mio profondo disprezzo, perché è vero che è importante salvaguardare un posto di lavoro, la carriera già meno, ma ci sono persone che hanno perso la vita, persone che hanno rischiato la vita, persone che hanno riportato danni permanenti per il resto della loro esistenza, e di fronte a questo non ci deve essere carriera che tenga.

Politici, forze dell’ordine, manifestanti. Ognuno in quei giorni aveva le proprie ragioni…

Non si ha mai ragione quando si spacca una testa. I manifestanti, alcuni, io non condivido, hanno spaccato vetrine. Nessuno ha spaccato teste. Eppure chi ha spaccato vetrine o magari non lo ha nemmeno fatto si è trovato accusato di devastazione e saccheggio, anche solo per essere stato ripreso in certi momenti e si ritrova oggi con una condanna dai dieci ai quindici anni.

Allora esiste in concreto una disparità di trattamento fra forze dell’ordine che in appello sono stati condannati, ma nessuno dei quali transiterà per le patrie galere ed i manifestanti?

Non solo non transitano per le patrie galere, ma non perdono neppure il posto di lavoro. Se la Cassazione dovesse confermare le sentenze per Bolzaneto soprattutto e anche per Diaz, magari qualcuno si, ma la patria galera non la vedono. E poi un ragazzo che dieci anni fa aveva neanche vent’anni, viene condannato a quindici anni mentre quattro assassini riconosciuti da un tribunale, i quattro poliziotti che hanno ucciso Federico Aldrovandi, hanno ricevuto una condanna, in quattro, di 14 anni e sono ancora al loro posto di lavoro. Ecco c’è una disparità insopportabile. Da chi dipende? Dai giudici. Ma i giudici a un certo punto sono anche obbligati a fare i contabili e quindi dipende dalle leggi che si trovano a dover usare. Se per un ragazzo che, faccio un esempio ha rubato, o bruciato una divisa di carabiniere, vengono dati 15 anni è perché c’è una legge che dice che per devastazione e saccheggio vanno dati quegli anni lì.

Però c’è una grossa differenza fra incriminare per devastazione e saccheggio piuttosto che per danneggiamento. E poi sulla base di filmati che dimostrano cosa? Spesso solo che tu sei presente.

Certo sono assolutamente d’accordo. Ecco non capisco come quattro assassini possano essere condannati a tre anni e poco più a testa. Cosa che viene immediatamente prescritta. Però io non facendo il giudice non voglio insegnare il mestiere a nessuno, so però che occorrono leggi giuste perché un giudice possa applicare una legge giusta.

Cosa insegna questa giustizia così dispari a un ventenne di allora e ad un ventenne di oggi?

Insegna un senso di profonda ingiustizia e quindi un senso di nessun rispetto e nessuna fiducia nei confronti delle istituzioni. La fiducia nelle istituzioni non si può insegnare a parole. Si può insegnare con l’esempio. Se tu hai persone degne di fiducia che lavorano all’ interno delle istituzioni, certamente anche un adolescente imparerà ad avere rispetto per quelle istituzioni. Se tu hai delle persone di bassissimo livello morale e di nessuna possibilità di rispetto, chiaramente come fai a dire a un ragazzino di dodici tredici anni che lui lo deve avere? Vedi, la mia generazione il rispetto per le istituzioni lo ha imparato poi, conoscendo la Resistenza, conoscendo che le istituzioni erano un regalo di chi aveva lottato per liberare il nostro paese dal fascismo e dai nazisti e quindi il rispetto veniva dal rispetto per la Costituzione. Oggi abbiamo esponenti delle istituzioni che per primi non rispettano la Costituzione. Come fai a dire a un ragazzino: “Guarda che tu hai una delle carte costituzionali più belle al mondo, imparala e rispettala?”

Durante la tua attività parlamentare è esistita una solidarietà per la tua storia? E questa solidarietà si è mai concretizzata in una volontà politica che facesse chiarezza?

Io sono stata eletta perché Rifondazione comunista, alla quale non ero iscritta, mi ha proposto di candidarmi. Io già ero perplessa prima e dopo che ho accettato ero ancora più perplessa (ride), anche perché io mi ero illusa di poter andare in Parlamento e seguire da vicino la commissione di inchiesta sui fatti del G8. Commissione di inchiesta che non c’è mai stata. Per il voto contrario di Italia dei Valori, che inneggia tanto alla giustizia, ma non ha voluto che fosse fatta un’inchiesta seria sui fatti di Genova, per il voto Radicale, mi pare o contrario o per l’assenza del voto Radicale e soprattutto per l’astensione del presidente della commissione affari costituzionali (che doveva preparare il disegno di legge da presentare alla Camera per istituire la Commissione sul G8): Luciano Violante, il cui voto sarebbe stato decisivo, perché il suo voto positivo sarebbe stato sufficiente.

Come parlamentare e come mamma che reazione hai avuto?

Ma non cambia molto. Nel senso che ho capito che non c’era nessuna volontà di fare chiarezza neppure in Parlamento.

Giuliano Giuliani, papà di Carlo.

Perché non c’è stato un processo per la morte di tuo figlio?

Credo che le ragioni per cui non c’è stato un processo siano tante. Intanto la prima questione: è stato il primo fatto di cui la magistratura genovese si è occupata. E lo ha fatto in un clima in cui ancora c’era molta disinformazione, poi indubbiamente chi se ne è occupato ha fatto un lavoro non dignitoso. Perché fidarsi di quanto hanno detto 4 consulenti sul sasso che vola, è una offesa alla logica, alla serietà e all’evidenza.

Poi certamente c’è anche il fatto che in quell’occasione i responsabili erano un pezzo del settore ordine pubblico che gode maggiormente, rispetto ad altri, di una logica di impunità. Sto parlando dei reparti speciali dei carabinieri. Quindi c’era anche il fatto di una catena di comando considerata un punto di grande evidenza nella logica militare per la quale hanno lavorato i reparti speciali dei carabinieri. Voglio ricordare che in Piazza Alimonda ci sono il tenente colonnello Truglio, il capitano Cappello, il tenente Mirante, il sottotenente Zappia, che rappresentano un’élite di comando che era stata impegnata, con gradi minori ovviamente, già a Mogadiscio in Somalia già nel 1994. Tra l’altro erano sulla nave quanto Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stai uccisi. Erano già sulla nave che doveva farli ritornare indietro. E fra le cose delle quale si era occupata Ilari Alpi, come ha più volte scritto in quegli anni Famiglia cristiana, quindi non certo un giornale di estrema sinistra, si era occupata anche del diario del maresciallo Aloi, un maresciallo dei carabinieri che era entrato in contatto con la giornalista e le aveva ricordato che tutto quel gruppo di comando era, o invischiato o quantomeno al corrente, delle violenze sessuali dei carabinieri del Tuscania sulle bambine somale. Quindi insomma una cosa non proprio onorevole.

E dopo la Somalia?

Dopo la Somalia, quello stesso gruppo di comando, ha fatto tutte le cosiddetta campagne umanitarie, cioè le campagne di guerra alle quali l’Italia ha partecipato e cioè il Kosovo, la Bosnia e poi naturalmente l’Iraq e l’Afghanistan. Quel gruppo di comando, il gruppo di elite, come dire messo alle strette, avrebbe dovuto dimostrare che non aveva svolto i suoi compiti in piazza Alimonda. Perché, se può essere vero, ammesso che sia davvero il giovane carabiniere Placanica che spara, che un giovane carabiniere lì si trova impaurito etc etc etc, non c’è nessuna giustificazione per come si sono svolti i fatti da parte di una catena di comando che rappresenta un’elite militare dell’Arma dei carabinieri. Immagino che andarli a toccare sulla responsabilità di quanto accadde in piazza Alimonda, fosse un’impresa.

Ma perché un De Gennaro, che adesso è ai vertici dei servizi segreti, e dunque sembra anche egli un intoccabile è stato processato e condannato e invece questa catena di comando no?

Intanto per una delle cose più negative compiute da Massimo D’Alema quando era al Governo. Ci fu l’assegnazione di quarta forza armata, dopo esercito, marina ed aviazione, all’arma dei carabinieri. Che in base a questo fatto è diventata ancora più potente e ancora più sottratta ai controlli di quanto non fosse prima. Con un livello di autonomia rispetto alla vita civile molto più forte di quanto non ne avesse prima. E quindi dotato di una logica assolutamente militare. Voglio ricordare una frase agghiacciante che disse il capitano Mirante, all’epoca dei fatti di piazza Alimonda solo tenente, quando venne a testimoniare in Tribunale al processo ai 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio (altro delirio della magistratura genovese, per quanto riguarda il mio giudizio). Questo capitano Mirante, interrogato più volte su come bisogna regolarsi nello scontro, continua a parlare di guerra. L’avvocato che lo interroga a un certo punto dice: “Capisco lei parla di guerra perché ha una mentalità giustamente militare, ma qui stiamo parlando di ordine pubblico.” Il capitano Mirante risponde con un’assoluta tranquillità: “ E’ la stessa cosa. Cambiano solo gli strumenti dell’offesa” A mio giudizio agghiacciante che si consideri l’ordine pubblico come guerra è una cosa da delirio.

Anche se chi c’era in quegli attimi non può negare che di guerriglia urbana si trattasse o no?

Allora questa è una cosa assolutamente importante da chiarire. La guerriglia urbana e cioè l’azione di rottura delle pavimentazioni stradali, dei bancomat, delle vetrine, delle automobili- assolutamente, indisturbati, senza che nessuno li ostacolasse- sono cose compiute dai cosiddetti black block, guidati per le strade di Genova da infiltrati delle polizia e dei carabinieri. Non scherziamo più su queste cose: queste azioni le svolgono assolutamente indisturbati dalle 11.30 del mattino sino alle 13.30. Sulle scalinate del forte S. Giuliano ci sono 4 in divisa nera con in mano delle spranghe. C’è una fotografia di una funzionario di polizia con una con la tuta nera da black block.

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Quando i centralini della questura e dei carabinieri sono intasati dalle telefonate di cittadini genovesi allarmati, scandalizzati e preoccupati, allora le forze cosiddette dell’ordine si decidono a intervenire e lo fanno contro i ma-ni-fe-stanti. Massacrati quelli della rete Lilliput in piazza Manin dalle 15.00 del pomeriggio in poi e massacrati, il corteo dei disobbedienti, che era autorizzato, e colpito in via Tolemaide. Poi c’è un altro fatto. Certo i manifestanti, in questo caso i disobbedienti, rispondono con un po’di violenza, sacrosanta, ai carabinieri che li hanno ingiustamente caricati. E questa cosa che sto dicendo è scritta nella sentenza sia di primo grado e riconfermata in appello, del tribunale di Genova che ha giudicato i 25 manifestanti.

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VIDEO: In migliaia a Genova per ricordare il G8.

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Berlusconi: «Durerò 5 anni grazie alla mia autorevolezza». E attacca la magistratura

Berlusconi: «Durerò 5 anni grazie alla mia autorevolezza»

E attacca la magistratura

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Roma – «Durerò anche questa volta cinque anni grazie alla mia autorevolezza». Ne è convinto Silvio Berlusconi che all’indomani della scelta di Ignazio Visco come successore di Mario Draghi alla Banca d’Italia si presenta in qualità di ospite d’onore al primo congresso del Movimento di responsabilità nazionale, la nuova formazione politica che fa capo a Domenico Scilipoti.

Berlusconi ribadisce di aver scelto di lasciare la sua professione, «che amava tanto», perché bisognava evitare, «dopo il golpe giudiziario» di Tangentopoli, che «il potere finisse nelle mani dei comunisti ortodossi». «In questi 18 anni – sottolinea dal palco il premier – non mi hanno fatto mancare nulla: aggressioni mediatiche, politiche, giudiziarie. Sono il recordman dell’universo con 103 indagini e 40 processi».

Il video:

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Nell’elenco delle accuse non manca quella a Carlo De Benedetti, «tessera numero uno del Pd», e alle «calunnie» che hanno trasformato «delle cene eleganti e divertenti in cose indicibili». Il premier però mette bene in chiaro che non lascerà la politica senza prima «aver costruito il grande partito dei moderati da contrapporre alla sinistra lacerata dalle divisioni».

Spazio dunque alle riforme con cui completare la legislatura è che ora «con una maggioranza coesa», dice tra l’altro il capo del governo, posso essere realizzate. Berlusconi, dopo le parole dette durante le comunicazioni alla Camera per la fiducia, torna anche ad elogiare Napolitano: «Un Capo dello Stato intelligente e puntuale nei suoi interventi».

Quindi, ribadisce la necessità di mettere mano all’architettura dello Stato («per dare più potere all’esecutivo), da fare insieme alla riforma del fisco, e a quella della giustizia per «impedire che nella magistratura ci siano dei partiti politici», in modo da evitare che i magistrati usino la «giustizia come arma politica».

Nell’agenda del governo entra poi la legge elettorale con la possibilità di modificare l’attuale testo per introdurre le preferenze: «Alla luce – sottolinea – del milione e duecentomila persone che hanno sottoscritto il referendum dobbiamo inserire una variante che consenta la scelta del candidato».

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21 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2011/10/21/AO356jFB-berlusconi_autorevolezza_grazie.shtml

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Flashmob contro la crisi a Roma: quattro denunciati /Video

Flashmob contro la crisi a Roma: quattro denunciati /Video

“Ci piace ballare e non pagare” dal Corso a piazza Venezia e al Colosseo. Iniziative firmate Hard Bass Crew


Il flashmob al Colosseo

Video
 Il flashmob al Corso e a piazza Venezia
 Il flashmob al Colosseo

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ROMA – Il pugno duro contro le manifestazioni a Roma ha fatto le sue prime vittime nei promotori di veloci flashmob organizzati contro la crisi. Quattro di loro sono stati denunciati per manifestazione non autorizzata.

Le iniziative non preavvisate, come è nella natura di un flashmob, sono state effettuate da gruppi di studenti contro la crisi a via del Corso, a piazza Venezia e al Colosseo: ballando, hanno impegnato per pochi minuti la sede stradale senza grossi disagi al traffico. La parola d’ordine era “ci piace ballare e non pagare”.

Gli studenti indossavano maschere di politici e personaggi del mondo del cinema, nell’iniziativa messa in scena dagli Hard Bass Crew, il cui slogan è «Ridoniamo vita alle città dei morti viventi». Mascherati con i volti di Berlusconi, Prodi, D’Alema e di vari supereroi, hanno attraversato via del Corso, piazza Venezia, i Fori Romani e il Colosseo ballando al ritmo di musica techno.

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Venerdì 21 Ottobre 2011 – 20:44    Ultimo aggiornamento: Sabato 22 Ottobre – 11:44

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=167293&sez=HOME_ROMA#

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15 ottobre: Una lezione per iniziare a cambiare la nostra apatia politica

15 ottobre: Una lezione per iniziare a cambiare la nostra apatia politica

 
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di Tiziano Tussi
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Forse il riassunto su quello che è accaduto sabato 15 ottobre a Roma lo si può trovare in un passaggio illogico di Valentino Parlato ne il manifesto del giorno dopo: “A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero. Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati.” Capiamo che la confusione del ceto politico di sinistra comunista, almeno il manifesto lo dichiara sulla sua testata, ha raggiunto il parossismo. Poi lo stesso Parlato il martedì dopo, 18 ottobre, rivendica addirittura questa palese inosservanza del principio di non contraddizione.
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Ma tant’è : la classe politica di sinistra è da decenni addormentata su un terreno che non riesce più a trattare. Genova, Roma: dieci anni di distanza ma pare solo ieri, eppure dieci anni non sono pochi. Grande manifestazione di piazza, grandi masse di persone, centinaia o poche migliaia di violenti, chiamiamoli così per comodità. Ebbene i pochi riescono dove i molti non riescono. Attenzione mediatica, presa della piazza, violenza di punta, tenuta del territorio con l’uso di armi improprie. Se c’era un modo, ora, per fermare sul nascere un movimento che stava nascendo, quello degli indignati, il modo è stato trovato. Ogni volta si va in manifestazione come si andasse ad una scampagnata.
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Il movimento ora si chiama degli indignati dal titolo di un fortunatissimo libro scritto da un uomo, monumento al valore etico e morale, Stéphane Hessel. Ma attenzione, il libretto, lo ripete anche l’autore, non è altro che ciò che dicono tutte le persone minimamente attente alle questioni sociali, ciò che si dice in ogni discussione al bar. Hessel lo ha ricordato in molte occasioni. Un libro semplice, quando non banale nella sostanza. Ma detto da lui appare un invito ad un cosciente impegno sociale. Si è dimostrato in tutto il mondo: Spagna, Israele, negli USA, ed anche in Nuova Zelanda, Australia ed in molti altri luoghi ancora. Dappertutto il 15 si è manifestato. Solo in Italia, c’è stata tanta inutile violenza. Perché?
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E vi sono state anche dichiarazioni paradossali, oltre che illogiche, come quella sopra riportata. I padroni della finanza e dell’economia in genere, i responsabili dello sfascio attuale, si sono sbracciati nel dimostrare comprensione verso il malessere giovanile. Draghi in testa. Ma bastava leggere il Sole 24 ore di domenica, il giorno dopo, per trovarvi altre posizioni decisamente inusuali. Non era la solita lamentela per i danni alla città, che ci dicono assommare ad un milione di euro. Vengono riportate dichiarazioni di Bombassei, vice presidente di Confindustria, Passera, consigliere delegato di Intesa San Paolo, una delle più grosse concentrazioni bancarie italiane, e di Luigi Abete, presidente della Banca nazionale del lavoro. Ebbene tutti e tre, ancora dopo sabato, naturalmente dopo avere deplorato la violenza, gli eccessi, ecc.. ribadiscono che i giovani hanno ragione. Ancora un titolo su Draghi, stesso giornale, stesso giorno: Peccato, violenza inaccettabile.
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E’ quel Peccato che inquieta. I fautori del disastro si dimostrano comprensivi oltre ogni aspettativa. C’è da preoccuparsi ancora di più.
Da come le cose sono andate e dai risultati successivamente prodotti, divieto di manifestare a Roma per un mese tutti gli attori partecipanti alla rappresentazione di piazza hanno giocato un ruolo malamente recitato.
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Proviamo ad elencare:
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I violenti, chiamiamoli così, sono il risultato di troppe variabili: rabbia, idiozia politica, comportamenti non politicizzati, smania di menare le mani in piazza e dimostrare di esser forti, infiltrati – chi lo può smentire ragionevolmente? – ragazzi in buona fede ma assolutamente ingenui;
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I dimostrati pacifici: illusi nel pensare che in piazza si possa andare senza organizzazione di controllo – una volta era definito servizio d’ordine -, approssimativi e confusi nelle proposte politiche, insoddisfatti ma poco pratici, poco prospettici, con spinte politiche spirituali molto distanti tra loro – cattolici di base, precari, studenti, militanti a diverso titolo.
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La polizia: ha dimostrato di non sapere prevenire ciò che poteva prevedere, proprio per non ripetere errori del passato – nota positiva: non ci sono stati morti, né un numero alto di feriti seri; ha dimostrato di essere sballottata in mezzo a privazioni strutturali ed a comportamenti individuali non ben controllati dai vertici. Tra i poliziotti c’era chi tirava sassi ai dimostranti, chi guidava pericolosamente gli autoveicoli tra la folla, col rischio di ammazzare qualcuno, e chi scappava dagli scontri senza reagire. Naturalmente mettendo in campo tutto l’armamentario repressivo di cui dispone, con un disegno, ma quale (?), in testa. Cariche e passività sono servite allo scopo di mettere in chiaro che le manifestazioni sono solo dei violenti e che solo la polizia ed il suo saggio modo di fare ha evitato il peggio. Sempre sul Sole 24 ore un titolo: “Manganelli – il capo della polizia, ndr – ringrazia i suoi uomini.”
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I politici dei partiti di centro sinistra e comunisti ed i gruppuscoli radicali: ognuno di loro non ha capito, o non ha voluto capire, che andare in piazza è ora difficile, bisogna sapersi organizzare. E se per i partiti di centrosinistra ogni manifestazione misura le loro interne contraddizioni – andare o non andare in piazza – , per i partiti comunisti ed i gruppi si è trattata dell’ennesima recita di un’egocentrica sclerotizzazione politica di cui sono affetti da troppo tempo, decenni. Questa manifestazione va nel verso di un allargamento della capacità di egemonia della sinistra sulla società del lavoro e dello studio oppure non è così?
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Risultato finale. Un’altra lezione della pratica per le posizioni, diciamo così, teoriche dei vari raggruppamenti e partititi. Anche se lo stesso giorno e subito dopo vi è stato nei media il solito florilegio di prese di posizioni arci note ed arci inutili dei soliti politicanti, dovremmo cercare di prendere lezione da ciò che è accaduto per iniziare a cambiare la nostra apatia politica e scuoterci, mettendo in campo idee e pratiche al passo con i tempi, per i prossimi difficili tempi.
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Resistenze.org
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www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 17-10-11 – n. 381
fonte:  http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipbl17-009780.htm

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