Archivio | ottobre 28, 2011

A CHE PUNTO E’ LA CRISI – Paradosso del presente e Diritto all’insolvenza, di ‘Bifo’ Berardi

Passaparola. Essere presenti fino all’impossibile – Dario Fo

Caricato da in data 07/ott/2011

Paradosso del presente e Diritto all’insolvenza

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DI FRANCO BERARDI “BIFO”
blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

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Inefficacia delle forme di lotta in assenza di solidarietà

Il movimento di protesta si è diffuso durante l’anno 2011, e ha cercato di opporsi all’attacco finanziario contro la società. Ma le dimostrazioni pacifiche non sono riuscite a cambiare il programma di azione della Banca centrale europea, dato che i parlamenti nazionali sono ostaggi delle regole di Maastricht, degli automatismi finanziari che funzionano come costituzione materiale dell’Unione. La dimostrazione pacifica è efficace nel contesto della democrazia, ma la democrazia è finita dal momento che automatismi tecno finanziari hanno preso il posto della decisione politica. Se occorreva una prova definitiva del carattere illusorio di ogni discorso sull’alternativa democratica, l’esperienza di governo di Barack Obama ce l’ha fornita.

Nessun potere democratico può nulla, nessuna alternativa è possibile nella sfera dell’azione democratica, dal momento che le decisioni sono già prese, incorporate nei dispositivi di connessione informatica, finanziaria e psichica.

La violenza è esplosa allora in alcuni momenti. Le quattro notti di rabbia delle periferie inglesi, le rivolte violente di Roma e Atene, hanno mostrato la possibilità che la protesta sociale diventi aggressiva. Ma anche la violenza è incapace di cambiare il corso delle cose. Bruciare una banca è totalmente inutile, dato che il potere finanziario non è negli edifici fisici bancari, ma nella connessione astratta tra numeri, algoritmi e informazioni. Perciò se vogliamo trovare forme di azione che siano capaci di affrontare la forma attuale del potere dobbiamo partire dalla coscienza che il lavoro cognitivo è la principale forza produttiva capace di creare gli automatismi tecno linguistici che rendono possibile la speculazione finanziaria. Seguendo l’esempio di Wikileaks dobbiamo organizzare un processo di lungo periodo di smantellamento e riscrittura degli automatismi tecno linguistici che creano le condizioni della schiavitù.

La soggettività sociale sembra debole e frammentaria, di fronte all’assalto finanziario. Trenta anni di precarizzazione del lavoro e di competizione hanno distrutto il tessuto stesso della solidarietà sociale e reso fragile la capacità psichica di condividere il tempo, le cose e il respiro. La virtualizzazione della comunicazione sociale ha eroso l’empatia tra corpi umani. Il problema della solidarietà è sempre stato cruciale in ogni processo di lotta e di cambiamento sociale. L’autonomia si fonda sulla capacità di condividere la vita quotidiana e di riconoscere che quel che è buono per me è buono per te, e quel che è cattivo per me è cattivo per te. La solidarietà è difficile da costruire ora, che il lavoro è stato trasformato in una distesa di celle temporali ricombinante, e di conseguenza il processo di soggettivazione è divenuto frammentario, an-empatico e debole. La solidarietà non ha nulla a che vedere con un sentimento altruista di sacrificio. In termini materialisti la solidarietà non è una faccenda che riguarda te, ma una faccenda che riguarda me. Allo stesso modo l’amore non è altruismo, ma piacere di condividere il respiro e lo spazio dell’altro. L’amore è capacità di godere di me stesso grazie alla tua presenza, ai tuoi occhi.

Per questo la solidarietà si fonda sulla prossimità territoriale dei corpi sociali, e non si può costruire solidarietà tra frammenti di tempo, e le rivolte inglesi e italiane, come l’acampada spagnola si debbono considerare come delle forme di riattivazione psico-affettiva del corpo sociale, come un tentativo di attivare una relazione vivente tra il corpo sociale e l’intelletto generale. Solo quando l’intelletto generale sarà capace di riconnettersi con il corpo sociale saremo in grado di cominciare il processo di effettiva autonomizzazione dalla presa del capitalismo finanziario.

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Diritto all’insolvenza

Un nuovo concetto sta emergendo dalle nebbie della presente situazione: diritto all’insolvenza. Non pagheremo il debito.

I paesi europei sono stati obbligati a accettare il ricatto del debito, ma la gente rifiuta l’idea di dover pagare per un debito che non ha assunto.

L’antropologo David Graeber nel suo libro Debt the first 5ooo years, (Melville house, 2011), e il filosofo Maurizio Lazzarato in La fabrique de l’homme endetté (editions Amsterdam, 2011) hanno cominciato una riflessione sulla genesi culturale della nozione di debito, e sulle implicazioni psichiche del senso di colpa che quella nozione comporta. E Federico Campagna scrive nel suo saggio Recurring Dreams: The red heart of Fascism:

“L’ultima volta ci ha messo decenni per venire alla luce. Prima ci fu la guerra, poi, quando la guerra finì, ci fu il debito, e tutti i legami che vengono col debito. Era il tempo dell’industrializzazione, della modernità, e tutto accadeva su scala di massa. Impoverimento di massa, disoccupazione di massa, iperinflazione, iperpopulismo. Le nazioni cadevano sotto il peso di quello che i marxisti chiamavano contraddizioni, mentre i capitalisti si aggrappavano al bordo dei loro cilindri e tutti aspettavano che il cielo cadesse sulla terra. L’aria divenne elettrica, le piazze si riempirono, gli alberi si trasformarono in bandiere e bastoni. Era il tempo fra le due guerre e nella profondità del corpo sociale il nazismo era ancora nascosto, liquido e montante, calmo come un feto.”

“Questa volta tutto sta accadendo quasi esattamente nello stesso modo, solo un po’ out-of-sync, come succede coi sogni ricorrenti. Ancora una volta l’equilibrio del potere nel mondo sta spostandosi. Il vecchio impero sta annegando, malinconicamente e i nuovi poteri stanno affrettandosi nella corsa verso l’egemonia. Come prima le loro atletiche grida sono quelle potenti della modernità: crescita! Crescita! Crescita”.

Il peso del debito ossessiona l’immaginazione del futuro, come già accadde negli anni Venti in Germania, e l’Unione, che un tempo era una promessa di prosperità e di pace sta diventando un ricatto e una minaccia. In risposta il movimento ha lanciato lo slogan: “Non pagheremo il debito”.

Per il momento queste parole sono illusorie, perché in effetti lo stiamo già pagando: il sistema educativo è tagliato, impoverito, privatizzato, posti di lavoro cancellati, e così via.

Ma quelle parole intendono cambiare la percezione sociale del debito, e creare una coscienza della sua arbitrarietà e illegittimità morale. Il diritto all’insolvenza emerge come una nuova parola chiave e un nuovo concetto carico di implicazioni filosofiche. Il concetto di insolvenza non implica soltanto il rifiuto di pagare il debito finanziario ma in maniera sottile implica il rifiuto di sottomettere la potenza vivente delle forze sociali al dominio formale del codice economico.

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Il paradosso

Rivendicare il diritto all’insolvenza implica una messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale. La forma capitalista non è solo un insieme di regole e di funzioni economiche, ma anche l’interiorizzazione di un certo numero di limitazioni, di automatismi psichici, di regole di compatibilità. Cerchiamo di pensare per un attimo che l’intera semiotizzazione finanziaria della vita europea scompaia, cerchiamo di pensare che a un tratto smettiamo di organizzare la vita quotidiana in termini di denaro e di debito. Nulla cambierebbe nella potenzialità utile e concreta della società, nei contenuti della conoscenza, nelle nostre competenze e capacità produttive.

Questo dovremmo fare: immaginare e rendere possibile la liberazione della potenzialità vivente dell’intelletto generale in termini di disincagliamento dalla Gestalt capitalistica, automatismo psichico che governa la vita quotidiana.

Insolvenza significa non riconoscere il codice economico del capitalismo come traduzione della vita reale, come semiotizzazione della potenza e della ricchezza sociale.

La capacità produttiva concretamente utile del corpo sociale è costretta ad accettare l’impoverimento in cambio di nulla. La forza concreta del lavoro produttivo viene sottomessa al compito improduttivo e distruttivo di rifinanziare il sistema finanziario fallimentare. Se potessimo paradossalmente cancellare ogni segno della semiotizzazione finanziaria nulla cambierebbe nel funzionamento sociale, nulla nella capacità intellettuale di concepire e realizzare. Il comunismo non ha bisogno di essere chiamato dal ventre del futuro, esso è qui, nel nostro essere, nella vita immanente dei saperi comuni. Ma la situazione è paradossale, contemporaneamente entusiasmante e disperante. Il capitalismo non è mai stato così prossimo al collasso finale, ma la solidarietà sociale non è mai stata così lontana dall’esperienza quotidiana.

Dobbiamo partire da questo paradosso per costruire un processo post-politico di disincagliamento del possibile dall’esistente.

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Franco Berardi “Bifo”
Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it Link: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/27/franco-berardi-bifo-paradosso-del-presente-e-diritto-all’insolvenza/
27.10.2011

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9226

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‘N TU U CULO – La Siae chiede i diritti anche per i trailer. La rivolta di blogger e siti di cinema

La Siae chiede i diritti anche per i trailer
La rivolta di blogger e siti di cinema

Insulti sul profilo dell’Ente per il diritto d’autore

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MILANO – Newsletter e blog si sono già mobilitati: «È un altro attacco alla liberta del web». Per la Siae, invece, è una «regola da sempre contenuta nella legge italiana e nei trattati internazionali», ma mai applicata. Si tratta del diritto d’autore da versare anche solo per la trasmissione di trailer cinematografici che includono musica. In questi giorni la Siae ha invitato numerosi siti di trailer a carattere commerciale a regolarizzare la propria posizione. «Nell’interesse di tutta la filiera cinematografica (incluse le riviste on line che si dedicano all’audiovisivo) – si legge sul sito della Società degli Autori e degli editori – è importante diffondere la cultura del rispetto dei diritti degli autori anche su Internet. I magazine e i blog cinematografici on line e gli altri siti aumentano la loro attrattività verso gli utenti (e quindi verso gli inserzionisti pubblicitari) arricchendo con i trailer e con la musica in genere i loro contenuti».

LA NORMA – Sul sito della Siae è possibile recuperare le norme che regolano la questione: «Qualunque utilizzazione di un’opera cinematografica o assimilata su rete telematica deve essere autorizzata dal titolare del diritto, che in genere è il produttore o chi ha acquisito da lui i diritti in base ad un contratto. (…) Oltre ad avere l’autorizzazione del produttore cinematografico o audiovisivo, l’utilizzatore deve anche corrispondere l’equo compenso a favore degli autori di opere cinematografiche ed assimilate (regista, soggettista e sceneggiatore), da negoziare con la SIAE (artt. 46bis e 18bis della L.d.A. n. 633/1941 e successive modificazioni)». Regole che, nell’interpretazione di chi ha il compito di far rispettare il copyright, vanno estese anche alle licenze per l’uso della colonna sonora trasmesse assieme ai trailer.

SOLDI E RETE – Per chi invece coltiva l’idea anarchica di una Rete indipedente, il denaro online è anche più «vile» che nella realtà. Sul web sbocciano ovunque proteste, lamentele, battute e commenti ironici. Il più divertente è il gruppo di Facebook Non canto sotto la doccia per paura della Siae. Ma ci sono anche minacciose offese e maledizioni inviate agli esattori dei diritti ed estese alle loro discendenze. Basta scorrere i molti commenti al comunicato pubblicato dalla società degli autori sui social network. Ma Internet è bello perché vario, e non mancano le proteste garbate di chi argomenta sul merito. Come il sito Corriereinformazione.it, che prova a fare due conti: «450 euro a trimestre per un totale di 1800 euro annuali con la limitazione di pubblicare solo 30 trailer complessivi». Secondo Punto Informatico, la Siae confonde l’opera cinematografica, di cui parla la legge, con la pubblicità: «Sembrerebbe considerare i trailer, che altro non sono che le pubblicità che devono invogliare il pubblico ad andare al cinema, un’opera cinematografica, in quanto tale da tutelare e da non far circolare gratuitamente». Alcune testate online specializzate, come Fantascienza.com e come tutte le testate online del gruppo Delos Books, hanno deciso di sospendere la trasmissione dei video: «Siamo convinti – si legge nella schermata che appare nella sezione video – che pagare 1800 euro all’anno per avere il privilegio di fare pubblicità gratuita ai clienti della Siae non abbia nessuna logica né nessuna possibile utilità. Spegniamo quindi il nostro servizio video fin quando la Siae se non rivedrà le proprie norme». Infine Badtaste, sito di informazione cinematografico che parla di una sorta di persecuzione: «Oggi abbiamo scoperto un’ulteriore esasperazione del diritto d’autore – si legge su una pagina dedicata all’argomento -, che ormai più che difendere gli artisti sembra servire per rendere la vita difficile a chi lavora, arricchendo organizzazioni che non sembrano molto al passo con i tempi…».

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Antonio Castaldo
acastaldo@corriere.it

28 ottobre 2011

fonte:  http://www.corriere.it/spettacoli/11_ottobre_28/siae-trailer-costo_3ad78900-015d-11e1-994a-3eab7f8785af.shtml

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ALLUVIONE – Cinque Terre, incubo senza fine. Vernazza rischia l’evacuazione

28/10/2011 – ALLUVIONE SI CONTANO I DANNI

Cinque Terre, incubo senza fine Vernazza rischia l’evacuazione

Il capo della Protezione civile Gabrielli ieri ha incoraggiato gli abitanti delle Cinque Terre: «Tutto il mondo vi aiuterà»

Gli abitanti continuano a scavare. Il governatore Burlando in lacrime

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di PAOLO COLONNELLO

INVIATO A VERNAZZA

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Scava da solo, con una pala e i piedi nel fango, in un angolo buio sotto le case, dove l’incredibile torrente che si è formato nella via principale di Vernazza svolta ad angolo per scomparire sotto una roccia. Valentino, 30 anni, quasi si scusa: «Non so, ho sentito una voce dentro che mi diceva di provare qua. Perché l’acqua che si è portata via mio padre se non l’ha buttato a mare, deve per forza averlo seppellito in questo punto. Davvero, mi spiace non aiutare gli altri ma io scavo qua, voglio scavare per tutto il paese finché non lo trovo». Valentino è il figlio di Giuseppe, il gelataio settantenne che la piena dell’alluvione ha strappato dal suo negozio martedì pomeriggio mentre cercava di mettere in salvo il nipotino Zen, di appena tre anni: due ondate distinte e violente che nel giro di mezz’ora hanno seppellito una delle perle delle Cinque Terre, lasciando una massa di fango e detriti che ha alzato il livello della strada fino ai primi piani delle case.

Vernazza è ferita mortalmente e adesso rischia l’evacuazione. Manca tutto: luce, gas, acqua, viveri, i telefoni funzionano a singhiozzo. Ed è isolata dal resto del mondo. Dopo Borghetto è stato il paese più colpito dal nubifragio di martedì. Crollate le strade provinciali, seppelliti i binari dei treni, franati i sentieri di montagna. Oggi forse verrà ripristinata la ferrovia ma potranno fermarsi solo convogli speciali. Alla fine, l’unica via sicura di accesso è ancora quella del mare, almeno fino a mercoledì prossimo, quando, secondo i meteorologi, dovrebbe arrivare una nuova perturbazione. «Non è come il Vajont ma…la situazione non è delle più semplici», spiega alle 11 del mattino il capo della protezione civile Franco Gabrielli, venuto in visita ai paesi piegati dalla pioggia nel levante ligure e nella Lunigiana. Di fronte a lui i quasi 500 abitanti del borgo marinaro, interrompono per pochi minuti un lavoro forsennato di pale e picconi, iniziato già il giorno prima per sgomberare almeno la piazzetta principale, dove barche e alberi formano un unico, inestricabile groviglio insieme al fango. Gabrielli chiede di avere pazienza, promette aiuti ma non nasconde le difficoltà: stradine strette, tonnellate di detriti che hanno sepolto fino ai primi piani quasi tutto l’abitato, azzerando viveri e generi di prima necessità. Difficile arrivare con le ruspe, difficile lavorare. Ma qui sembra che questa parola, «difficile», non la voglia sentire nessuno. «Dovrete avrete pazienza», lo ripete anche il presidente della Regione, Claudio Burlando, arrivato fin qua per la seconda volta in due giorni con una motovedetta della capitaneria, legato a questi luoghi da ragioni di cuore e di infanzia. «Se bisognerà andare, si andrà. Non saranno giorni ma settimane, mesi, però alla fine tornerete». Intende dire, il governatore ligure, che quando i tecnici dei vigili del fuoco avranno finito le loro ispezioni, per chi abita in case lesionate per alcuni mesi non ci sarà che l’esilio. Burlando ha le lacrime agli occhi mentre ascolta i racconti del sindaco ferroviere Renzo Rezasco, passato, poco prima che si scatenasse l’inferno, casa per casa ad avvisare i concittadini di mettersi in salvo: «Gli dicevo: non è il momento di salvare la merce ma la pelle». Ed è grazie a lui se quasi tutti si sono salvati. In tre non l’hanno voluto ascoltare: oltre il gelataio, la signora Pina, travolta mentre tentava di spazzare l’acqua con una scopa al pianterreno della sua casa e il proprietario di un bar, rimasto attaccato mezz’ora al tendone del suo locale. Infine ieri mattina è morta d’infarto e dispiacere la signora Mariuccia Leonardini. Perché? «Perché noi siamo fatti così» spiegano. Poi riprendono a lavorare, a spalare, a guardarsi l’un con l’altro con l’orgoglio dei sopravvissuti. «In fondo – spiega ancora Burlando, mentre inizia a fare i conti con la mancanza di fondi per queste tragedie e l’assenza di una legge governativa che stabilisca il reperimento delle risorse – ogni tragedia ha la sua parola. E qui non si tratta di prevenzione, perché l’allarme è stato dato per tempo. Non si tratta di cementificazione perché nuove case non se ne possono costruire da anni. Si tratta di tornare al presidio del territorio, a ricostruire i terrazzamenti con i muretti a secco che ormai li sanno fare solo turchi e albanesi». Un dato per tutti: nel dopoguerra erano 250 mila i liguri che lavoravano nell’agricoltura. Oggi non sono nemmeno quindicimila. E per lavorare un territorio scosceso non bastano i trattori, ci vuole la gente.

Intanto al circolo marinaro si assiste al primo miracolo: alla mezza, alcune donne distribuiscono focaccia e panini, mentre dagli elicotteri della protezione civile calano pale, stivali e picconi in gran quantità. Gli anziani, i malati, i bambini piccoli, loro sì, possono andare e si mettono mestamente in coda al moletto in attesa di un battello. Ma gli altri, a partire dai giovani, giurano davanti al primo cittadino che rimarranno, mentre da tutto il mondo si formano catene di solidarietà. Vernazza adesso appare spettrale e bellissima, ora più che mai patrimonio dell’umanità.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/426894/

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LA MAFIA DEL ‘PONTE’ – Ponte sullo Stretto: “Si farà nonostante mozione” / Si faccia o non si faccia per lo Stato il costo sarà identico: 3,88 miliardi di euro


fonte immagine

Ponte sullo Stretto, per governo si farà nonostante mozione

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Photo

Un”immagine generata al computer del progetto per il Ponte sullo Stretto di Messina

REUTERS/Stretto di Messina S.p.A./Handout

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ROMA (Reuters) – Ventiquattr’ore dopo il voto della Camera che ha chiesto di cancellare i finanziamenti statali per il Ponte sullo Stretto di Messina, la presidenza del Consiglio ha detto che l’opera non sarà comunque cancellata.

“L’opera, infatti, è solo in parte finanziata dall’intervento pubblico. L’onere complessivo dell’infrastruttura prevede anche la partecipazione di capitale privato, l’utilizzo di Fondi strutturali e di altre fonti”, dice una nota diffusa da Palazzo Chigi.

Ieri Montecitorio ha approvato, col voto favorevole dell’opposizione e l’astensione della maggioranza, una mozione che impegna il governo a cancellare il finanziamento statale del Ponte, per complessivi 1 miliardo e 700 milioni di euro, per destinare tale somma al trasporto pubblico locale.

Il viceministro delle Infrastrutture Aurelio Misiti ha dato parere favorevole alla mozione nel suo intervento in aula, ma è stato poi smentito dal ministro Altero Matteoli, secondo cui il governo continua a essere favorevole alla realizzazione dell’opera destinata a unire Calabria e Sicilia.

La scorsa settimana, intanto, la Commissione europea ha stralciato il Ponte dai finanziamenti comunitari alle infrastrutture strategiche Ue, almeno fino al 2020.

(Massimiliano Di Giorgio)

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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28 ottobre 2011

fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE79R08420111028

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Stretto di Messina – Grande Ponte? Balla enorme


fonte immagine

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da il fatto quotidiano

articolo di Enrico Fierro

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Mozione Idv blocca l’opera sullo Stretto con il parere favorevole del governo

DOVEVA essere la madre di tutte le opere pubbliche. L’ottava meraviglia che tutto il mondo avrebbe ammirato e ci avrebbe invidiato. È finita come al solito. In operetta, ma a pagare il salatissimo biglietto saranno gli italiani. Ieri la mozione dell’Idv che impegnava il governo a scrivere la parola fine ai finanziamenti per la costruzione del contestatissimo Ponte sullo Stretto di Messina, votata dalla Camera e a sorpresa accolta con parere favorevole dal viceministro Aurelio Misiti.

STOP ai finanziamenti, qualcosa come un miliardo e 770 milioni, di cui 470 per il prossimo anno, con l’avvallo del governo Berlusconi: opera cancellata, quindi? Neppure per sogno, perché a mozione approvata fa sentire la sua voce il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, che smentisce il suo vice: “Il parere favorevole di Misiti è stato espresso a titolo personale”. Il ministro certo non poteva smentire se stesso e quel che resta dell’esecutivo. Perché il Ponte delle meraviglie è una delle grandi opere annunciate da Berlusconi in ogni campagna elettorale, e lo stesso ministro, il 16 ottobre scorso, ha rintuzzato il “no” d e ll’Unione europea a concedere finanziamenti in modo determinato: “Il Ponte si farà a prescindere dall’eventuale finanziamento della Ue, reperiremo le risorse sul mercato. Il Ponte resta una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti”. Un brutto colpo per il governo e per la lunghissima schiera di fautori della madre di tutte le opere pubbliche. Tanto che in serata Misiti si morde la lingua e smentisce se stesso: “È da escludere categoricamente che il governo possa scegliere di non realizzare il Ponte”. Grande è la confusione sotto il cielo che illumina il mare dello Stretto. Ma è proprio la confusione a caratterizzare, fin dal 1992, quando venne partorito il progetto preliminare, l’intera vicenda dell’opera. Nel 2002, terzo governo Berlusconi, parte il progetto vero e proprio, tre anni dopo è l’Impregilo ad aggiudicarsi l’appalto, ma l’a nno dopo – governo di centrosinistra – tutto finisce in un cassetto.

ARCHIVIATO. Di anni ne passano altri due, a Palazzo Chigi c’è di nuovo il Cavaliere e il ministro alle Infrastrutture è Matteoli. Il Ponte si farà, giura il governo. Stop and go m icidiali, scelte contraddittorie e spese che lievitano. Del Ponte non vi è traccia, ma dei primi espropri e degli sbancamenti sulla sponda reggina, sì. Miliardi buttati al vento, come quelli spesi per tenere in piedi la Società Ponte sullo Stretto Spa. Un esempio dei mille sprechi italiani che nel 2002 aveva 36 dipendenti, arrivati miracolosamente a 104 dopo altri quattro anni. Negli archivi della Camera dormono le interrogazioni parlamentari sui bilanci della società. Quello del 2006 ci informa dei 19 milioni spesi per il costo del personale, dei 4 andati via in gettoni di presenza per gli amministratori e dei 17 finiti in consulenze esterne. Nel 2007 l’allora ministro Antonio Di Pietro finì al centro di una serie di polemiche per il suo rifiuto di sciogliere la Società. Il Ponte era stato definanziato e i soldi previsti indirizzati alla realizzazione di opere ferroviarie e metropolitane in Sicilia, ma di mettere la parola fine a quella società ormai inutile il ministro non voleva proprio sentir parlare .

TUTTO questo non c’e ntra nulla col furore ideologico di cancellare quello che c’è oggi, una società che da sola rappresenta un valore di 150 milioni di euro. I 500 milioni che avremmo sprecato chiudendola e pagando le penali previste è meglio usarli per realizzare quelle opere che tutti dicono di voler fare”, disse Di Pietro. Ma a proposito di penali, cosa succederà se il Ponte non si farà più? Impregilo ha vinto l’appalto nel 2005 con un ribasso del 12% (elevatissimo) per la progettazione e la costruzione dell’opera: valore 3,88 miliardi di e u ro . Già allora le cose erano chiare per Andrea Monorchio, all’epoca presidente della Società statale infrastrutture: “Leggo spesso sui giornali che il Ponte non si farà, ma al punto in cui siamo non è possibile non farlo, anche perché lo Stato pagherebbe in penali cifre equivalenti alla sua costruzione”. Insomma, a guadagnarci, Ponte o non Ponte, sarà solo l’Impregilo. Lo Stato dovrà rimborsare tutte le spese sostenute dal colosso delle grandi opere, più un ricco risarcimento per il mancato guadagno, una cifra che secondo gli esperti si aggira tra i 500 e gli 800 milioni di euro.

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28 ottobre 2011

fonte:  http://www.infonodo.org/node/30303

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LEGA INFURIATA – Compito per gli studenti: «Gli insulti di Bossi a Tosi». Il caso in Parlamento

Compito per gli studenti: «Gli insulti di Bossi a Tosi». Il caso in Parlamento

Prima il confronto in aula con la lettura dei giornali, poi le domande agli allievi. Legnago, la Lega si infuria: politica in classe. Montagnoli: «Episodio grave». Ma il preside difende la prof

http://rerummearumfragmenta.files.wordpress.com/2011/05/uomini-primitivi.jpg
Istantanea del  film (già visto troppo volte) ‘Tutti gli uomini del Sena-dur’ – fonte immagine

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LEGNAGO (Verona)—Gli insulti rivolti dal leader della Lega, Umberto Bossi, al sindaco di Verona Flavio Tosi, diventano l’argomento per un compito assegnato agli studenti di una scuola superiore. Ed è subito polemica (politica, naturalmente), con gli esponenti del Carroccio che sbraitano all’indirizzo dei «soliti » professori che approfittano delle giovani menti per fare propaganda. Tutto accade nell’Istituto professionale «Giuseppe Medici» di Legnago, in provincia di Verona. Il nodo del contendere è la lezione impartita da un’insegnante di Lettere («Una docente d’esperienza, che non fa politica», garantisce il preside Luigi Santillo) agli studenti del terzo anno. In classe hanno discusso gli articoli di giornali del 19 ottobre che riportavano lo «stronzo» rivolto da Bossi al sindaco Tosi colpevole di aver detto che molti deputati padani hanno ormai «il voltastomaco» in certe votazioni. Infine è stata assegnata l’esercitazione per casa: gli alunni dovevano rispondere a tre domande sulla vicenda (una di queste era: «Come ti saresti comportato al posto di Tosi?»).

Per il deputato leghista Alessandro Montagnoli, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare, «si chiedeva cosa lo studente pensasse circa il linguaggio usato dal leader della Lega Nord». Quanto basta per gridare allo scandalo visto che «la scelta di far svolgere un compito sul comportamento tenuto da un leader politico e il tenore delle domande che già contenevano un esplicita censura, costituiscono un fatto di rilevante gravità». Secondo Montagnoli, «se i docenti smettono di insegnare la propria materia per fare politica in classe, non c’è poi da meravigliarsi del basso livello in cui si trova il sistema scolastico in questo Paese. È inaudito che si chieda agli studenti di trattare di questioni interne a un partito ». L’interrogazione leghista chiama in causa direttamente il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, che a detta del deputato, «è rimasta allibita» e si è impegnata «ad approfondire personalmente l’accaduto». Duro anche il sindaco di Legnago, Roberto Rettondini (anche lui della Lega), che assicura: «Non ne faccio una questione di difesa degli interessi del mio partito. Ma dico che, se le cose sono andate così, allora è un episodio grave perché la politica, di qualunque colore, deve stare fuori dalle aule».

Il preside dell’Istituto non ne sapeva nulla. Per tutto il pomeriggio ha rincorso i suoi docenti alla ricerca di una spiegazione che, alla fine, sembra averlo convinto. «Ho parlato con l’insegnante. Mi ha spiegato che quella lezione faceva parte del progetto “Il quotidiano in classe”, che ha lo scopo di analizzare con gli studenti i contenuti dei giornali nazionali e locali. Gli articoli sull’insulto rivolto al sindaco Tosi hanno molto incuriosito i ragazzi che si sono appassionati alla notizia e hanno discusso anche di quell’argomento. Come di norma accade, una volta a casa gli alunni hanno dovuto rispondere per iscritto ad alcune domande sulla vicenda». Una normale lezione, quindi. «Nessun intento politico da parte della docente. Per come la vedo, ha solo fatto il suo lavoro». Cauto il rappresentante dei genitori, Luca Grandi, che è vice presidente del Consiglio d’Istituto: «È giusto che a scuola si parli anche di politica, visto che riguarda tutti i cittadini.Magli insegnanti devono affrontare l’argomento in modo neutrale e responsabile, senza fare propaganda». I genitori ora vogliono vederci chiaro: «Occorre capire se la docente si sia lasciata andare a giudizi personali. Al contrario, se gli studenti sono semplicemente stati invitati a riflettere su una notizia giornalistica per maturare una propria valutazione, non ci vedo nulla di male».

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Andrea Priante
Luca Fiorin
28 ottobre 2011

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/verona/notizie/politica/2011/28-ottobre-2011/compito-gli-studenti-gli-insulti-bossi-tosi-caso-parlamento-1901971764464.shtml

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LAS VEGAS, USA – Quei Boeing della compagnia che non c’è e i loro viaggi fantasma

Janet Boeing 737-200 Arriving and Departing BUR

Caricato da in data 25/set/2010

Janet is the carrier that inspired the mission named “Secret Shuttle” and the aircraft that is known as “Unmarked Airliner” in FSX (Flight Simulator X). These Janet 737-200’s are now replaced with the rare 737-600 that came for Air China and China Southwest Airlines.

Shot by my friend Craig Pilkington (Aviation Media ©).

Edited / uploaded by me with the kind permission of Aviation Media ©

Ha il suo quartier generale in un luogo che adora esibire: Las Vegas

Quei Boeing della compagnia che non c’è

La missione è trasportare tecnici in basi dove sono sviluppate armi ad alta tecnologia

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Un Boeing della «Janet» sulla pista a Las Vegas (Lazygranch)
Un Boeing della «Janet» sulla pista a Las Vegas (Lazygranch)

LAS VEGASÈ la compagnia senza nome. Vola solo in posti segreti ed ha il suo quartier generale in un luogo che adora esibire. Las Vegas, la città del divertimento. Il suo terminal è a poche centinaia di metri dagli hotel Luxor e Mandalay. Alla fine della Diablo Road, si incrocia la S. Haven, una striscia d’asfalto che fila lungo recinzione che protegge l’aeroporto McCarran. Lì su un piazzale sono parcheggiati i jet. Sono gli aerei della «Janet». Ma Janet non è una sigla ufficiale, piuttosto un nomignolo forse nato dal codice radio usato. Tanti misteri sono giustificati dalle rotte della compagnia.

I jet della «Janet» sono usati dal Dipartimento della Difesa e gestiti dalla società EG&G per trasportare il proprio personale e tecnici in basi dove sono sviluppate armi ad alta tecnologia. Tra le destinazioni ci sono l’Area 51, impianto top secret nel deserto del Nevada, poi alcuni poligoni dell’aviazione (Tonopah e China Lake). Si tratta di siti dove l’Us Air Force mette a punto velivoli avveniristici e prova nuove armi. La Bestia di Kandahar, il drone che ha partecipato alla missione per uccidere Osama Bin Laden – per fare un esempio – è stato testato in uno di questi centri. Così come i razzi impiegati dai velivoli senza pilota impegnati nella caccia ai qaedisti.

Una foto satellitare da Google
Una foto satellitare da Googl

Giovedì mattina ci siamo avvicinati al terminal della «Janet» e c’erano almeno due Boeing riconoscibili dalla livrea bianca con la striscia rossa lungo la fusoliera. Ovviamente nessun nome sul timone o sulle fiancate. Uno lo abbiamo visto arrivare sulla piazzola mentre a poche centinaia di metri si susseguivano atterraggi e decolli degli elicotteri pieni di turisti diretti al Gran Canyon o alla diga Hoover. La compagnia dispone, secondo alcune informazioni, almeno sei B 737-600s e cinque aerei più piccoli. Una flottiglia che lavora a pieno ritmo per trasferire il personale nelle basi del deserto. Si tratta di installazioni in aree remote e l’alternativa per raggiungerle è un lungo viaggio in auto. Più rapido e sicuro il jet. L’attività della «Janet» non interessa solo agli appassionati di aeronautica ma anche alle spie che a Las Vegas e dintorni hanno molto da fare.

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Guido Olimpio
28 ottobre 2011 07:46

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_28/olimpio-compagnia-segreta_d42c47b6-0127-11e1-994a-3eab7f8785af.shtml

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
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IN GALLERIA A MILANO – Trovato il manichino di Berlusconi con le mani insanguinate

Trovato il manichino di Berlusconi con le mani insanguinate


fonte immagine

Era davanti alla libreria Rizzoli, aveva un cartello con la scritta «Brigate artistiche – Artentato»

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Manichino di Silvio Berlusconi in Galleria (Fotogramma)
Manichino di Silvio Berlusconi in Galleria (Fotogramma)

MILANO – Silvio Berlusconi con le mani insanguinate accasciato in Galleria. Niente paura. Si tratta soltanto di un manichino che raffigura il presidente del Consiglio, ma con le mani dipinte di vernice rossa, proprio a ricordare del sangue, e tra le dita un volantino. È stato trovato mercoledì sera davanti alla libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele. Sul collo aveva un cartello con la scritta «Brigate artistiche – Artentato». Il fantoccio, realizzato in cartone e polistirolo, aveva una maschera di carnevale raffigurante Berlusconi. Era stato messo in sacchetto nero della spazzatura e lasciato sdraiato davanti al negozio. «Ci stai dissanguando», «L’Italia non ce la fa più», «La colpa della crisi è tua», queste alcune delle accuse al premier che contiene il volantino con riferimento alla crisi economica.

LE INDAGINI – Dopo averlo trovato, la Polizia locale ha immediatamente avvisato la Digos. La polizia ha acquisito le registrazioni delle telecamere dei negozi in Galleria e valuta una connessione con il presidio di fronte a Palazzo Marino dei comitati «anti-sfratto» che al momento del blitz si era da poco concluso. Ora il fantoccio, costruito con cartone e polistirolo, si trova in piazza Beccaria al comando della polizia locale. Al termine delle indagini il pupazzo sarà distrutto.

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Redazione online
28 ottobre 2011 11:18

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_ottobre_28/fantoccio-berlusconi-galleria-milano-mani-insanguinate-1901971947188.shtml

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