ALLUVIONE – Cinque Terre, incubo senza fine. Vernazza rischia l’evacuazione

28/10/2011 – ALLUVIONE SI CONTANO I DANNI

Cinque Terre, incubo senza fine Vernazza rischia l’evacuazione

Il capo della Protezione civile Gabrielli ieri ha incoraggiato gli abitanti delle Cinque Terre: «Tutto il mondo vi aiuterà»

Gli abitanti continuano a scavare. Il governatore Burlando in lacrime

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di PAOLO COLONNELLO

INVIATO A VERNAZZA

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Scava da solo, con una pala e i piedi nel fango, in un angolo buio sotto le case, dove l’incredibile torrente che si è formato nella via principale di Vernazza svolta ad angolo per scomparire sotto una roccia. Valentino, 30 anni, quasi si scusa: «Non so, ho sentito una voce dentro che mi diceva di provare qua. Perché l’acqua che si è portata via mio padre se non l’ha buttato a mare, deve per forza averlo seppellito in questo punto. Davvero, mi spiace non aiutare gli altri ma io scavo qua, voglio scavare per tutto il paese finché non lo trovo». Valentino è il figlio di Giuseppe, il gelataio settantenne che la piena dell’alluvione ha strappato dal suo negozio martedì pomeriggio mentre cercava di mettere in salvo il nipotino Zen, di appena tre anni: due ondate distinte e violente che nel giro di mezz’ora hanno seppellito una delle perle delle Cinque Terre, lasciando una massa di fango e detriti che ha alzato il livello della strada fino ai primi piani delle case.

Vernazza è ferita mortalmente e adesso rischia l’evacuazione. Manca tutto: luce, gas, acqua, viveri, i telefoni funzionano a singhiozzo. Ed è isolata dal resto del mondo. Dopo Borghetto è stato il paese più colpito dal nubifragio di martedì. Crollate le strade provinciali, seppelliti i binari dei treni, franati i sentieri di montagna. Oggi forse verrà ripristinata la ferrovia ma potranno fermarsi solo convogli speciali. Alla fine, l’unica via sicura di accesso è ancora quella del mare, almeno fino a mercoledì prossimo, quando, secondo i meteorologi, dovrebbe arrivare una nuova perturbazione. «Non è come il Vajont ma…la situazione non è delle più semplici», spiega alle 11 del mattino il capo della protezione civile Franco Gabrielli, venuto in visita ai paesi piegati dalla pioggia nel levante ligure e nella Lunigiana. Di fronte a lui i quasi 500 abitanti del borgo marinaro, interrompono per pochi minuti un lavoro forsennato di pale e picconi, iniziato già il giorno prima per sgomberare almeno la piazzetta principale, dove barche e alberi formano un unico, inestricabile groviglio insieme al fango. Gabrielli chiede di avere pazienza, promette aiuti ma non nasconde le difficoltà: stradine strette, tonnellate di detriti che hanno sepolto fino ai primi piani quasi tutto l’abitato, azzerando viveri e generi di prima necessità. Difficile arrivare con le ruspe, difficile lavorare. Ma qui sembra che questa parola, «difficile», non la voglia sentire nessuno. «Dovrete avrete pazienza», lo ripete anche il presidente della Regione, Claudio Burlando, arrivato fin qua per la seconda volta in due giorni con una motovedetta della capitaneria, legato a questi luoghi da ragioni di cuore e di infanzia. «Se bisognerà andare, si andrà. Non saranno giorni ma settimane, mesi, però alla fine tornerete». Intende dire, il governatore ligure, che quando i tecnici dei vigili del fuoco avranno finito le loro ispezioni, per chi abita in case lesionate per alcuni mesi non ci sarà che l’esilio. Burlando ha le lacrime agli occhi mentre ascolta i racconti del sindaco ferroviere Renzo Rezasco, passato, poco prima che si scatenasse l’inferno, casa per casa ad avvisare i concittadini di mettersi in salvo: «Gli dicevo: non è il momento di salvare la merce ma la pelle». Ed è grazie a lui se quasi tutti si sono salvati. In tre non l’hanno voluto ascoltare: oltre il gelataio, la signora Pina, travolta mentre tentava di spazzare l’acqua con una scopa al pianterreno della sua casa e il proprietario di un bar, rimasto attaccato mezz’ora al tendone del suo locale. Infine ieri mattina è morta d’infarto e dispiacere la signora Mariuccia Leonardini. Perché? «Perché noi siamo fatti così» spiegano. Poi riprendono a lavorare, a spalare, a guardarsi l’un con l’altro con l’orgoglio dei sopravvissuti. «In fondo – spiega ancora Burlando, mentre inizia a fare i conti con la mancanza di fondi per queste tragedie e l’assenza di una legge governativa che stabilisca il reperimento delle risorse – ogni tragedia ha la sua parola. E qui non si tratta di prevenzione, perché l’allarme è stato dato per tempo. Non si tratta di cementificazione perché nuove case non se ne possono costruire da anni. Si tratta di tornare al presidio del territorio, a ricostruire i terrazzamenti con i muretti a secco che ormai li sanno fare solo turchi e albanesi». Un dato per tutti: nel dopoguerra erano 250 mila i liguri che lavoravano nell’agricoltura. Oggi non sono nemmeno quindicimila. E per lavorare un territorio scosceso non bastano i trattori, ci vuole la gente.

Intanto al circolo marinaro si assiste al primo miracolo: alla mezza, alcune donne distribuiscono focaccia e panini, mentre dagli elicotteri della protezione civile calano pale, stivali e picconi in gran quantità. Gli anziani, i malati, i bambini piccoli, loro sì, possono andare e si mettono mestamente in coda al moletto in attesa di un battello. Ma gli altri, a partire dai giovani, giurano davanti al primo cittadino che rimarranno, mentre da tutto il mondo si formano catene di solidarietà. Vernazza adesso appare spettrale e bellissima, ora più che mai patrimonio dell’umanità.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/426894/

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