Archivio | marzo 2012

GLI STRANI INTRECCI – Cancellieri: “Il permesso di seppellire De Pedis in S. Apollinare? Arrivò dalla Cei”

STRANI INTRECCI

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L’uccisione di De Pedis – fonte immagine

De Pedis (capo della Banda della Magliana), la Orlandi, i miliardi della Banda ‘prestati’  allo Ior (banca d’affari vaticana), D’Inzillo (il killer che uccise a colpi di mitra De Pedis, personaggio di spicco dei Nar, in ‘vacanza’ in Sudafrica a spese di Mokbel), Gennaro Mokbel, il faccendiere nero (amico e socio in affari D’Inzillo) che si vanta di aver ‘tirato fuori’ la Mambro, di nuovo la Banda della Magliana in ‘affari’ con le BR  (cui fornivano assistenza logistica, e non solo, per le rapine che servivano a finanziare le BR stesse), il rapimento Moro (di cui un paio di elementi della Banda della Magliana, guidati dai Servizi deviati, fecero parte del gruppo di fuoco che fece strage della scorta del Presidente della DC), Lucia Mokbel (sorella di Gennaro) che nel ’78 abitava in via Gradoli, accanto al covo Br, in un appartamento di proprietà dei Servizi Segreti italiani…

Enrico De Pedis – fonte immagine

Cancellieri: “Il permesso di seppellire De Pedis in S. Apollinare? Arrivò dalla Cei”

Il ministro dell’Interno risponde con una lettera all’interrogazione di Walter Veltroni che chiedeva conto della sepoltura del capo della banda della Magliana nella basilica. “Fu il cardinal Poletti a firmare l’autorizzazione”. I nuovi documenti trasmessi all’autorità giudiziaria. L’avvocato della famiglia del boss della Magliana: “I familiari non si opporrebbero a un eventuale spostamento della tomba”

La basilica di S.Apollinare

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Il permesso per seppellire il capo della banda della Magliana nella chiesa di Sant’Apollinare arrivò direttamente dalla Cei. E’ stato infatti il cardinal Ugo Poletti il 10 marzo 1990 a rilasciare il “nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma”. Così scrive il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri in una lettera a Walter Veltroni che aveva presentato un’interrogazione sulla questione.

La basilica di S. Apollinare, rileva il ministro, “non è territorio dello Stato del Vaticano” ma gode di un “particolare regime giuridico, definito dalla Corte Costituzionale ‘privilegio di extraterritorialità” che si traduce “nel riconoscimento alla Santa Sede della facoltà di dare all’immobile “l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali, comunali italiane”.

Nella lettera del ministro Cancellieri si ammette che ieri pomeriggio sono stati acquisiti documenti che hanno consentito di appurare una serie di circostanze. “In data 10 marzo 1990 il cardinal Ugo Poletti – scrive Cancellieri – rilasciava il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma di De Pedis nella Basilica di S. Apollinare”. Il 20 marzo 1990 “monsignor Pietro Vergari, attesta, nella qualità di Rettore della Basilica di S. Apollinare, che la stessa è soggetta allo speciale regime giuridico di cui all’articolo 16 della legge n. 810/29 sopra richiamato. E poi la famiglia De Pedis ottiene, in data 23 marzo 1990, dall’autorità comunale l’autorizzazione all’estumulazione della salma del congiunto dal Cimitero monumentale del Verano per il successivo trasferimento alla Basilica di S. Apollinare in Roma”.

“La famiglia De Pedis chiede nella stessa data, 23 marzo 1990, l’assistenza sanitaria per la traslazione della salma ‘nella Basilica di S. Apollinare Stato Città del Vaticano’. La famiglia De Pedis ottiene in data 24 aprile 1990 dalla autorità comunale l’autorizzazione al trasporto della salma del congiunto ‘da Roma a Città del Vaticano’”. Dei nuovi documenti, chiude la lettera, “è stata informata l’autorità giudiziaria”.

“La lettera del Ministro Cancellieri è molto importante – ha replicato lo stesso Veltroni – fissa dei dati che mutano l’analisi della situazione”. Secondo l’ex segretario del Pd lo status della “basilica di sant’Apollinare consente di mutare, senza autorizzazioni italiane, ‘l’assetto’, così evidentemente intendendosi opere sulla struttura dell’edificio che possono essere effettuate in deroga a permessi amministrativi. Come è ovvio non sono trasferibili a beni non extraterritoriali i benefici previsti per quelli che lo sono. Evidentemente dunque non poteva essere trasferita lì, senza l’ottemperanza alle leggi italiane, una salma traslata da un cimitero sul territorio del nostro paese”, aggiunge. “Il ministro conferma che nessuna autorizzazione di quelle previste dalla legge è stata rilasciata, mai. Anche in ragione del fatto che, secondo le leggi italiane per eseguire queste speciali sepolture è necessario che il defunto abbia acquisito in vita ‘speciali benemerenze’. E non è certo il caso del Signor De Pedis, capo della banda della Magliana”, sottolinea Veltroni. “Dunque questo è il primo profilo di evidente irregolarità della anomala procedura che ha portato alla incredibile decisione di seppellire il capo di una banda criminale in una delle Basiliche di maggiore importanza di Roma”, dice ancora Veltroni. “Ribadisco che per me De Pedis, come ogni cittadino, ha diritto ad una sepoltura dignitosa. Come gli altri. Non di meno, non certo di più – sottolinea – il ministro indica però dei nuovi documenti, ‘pervenuti ieri’ al Ministero. Secondo queste carte, del Comune di Roma, viene realizzata una clamorosa procedura”.

“E’ evidente ora – continua Veltroni – che per questa incredibile decisione si sono aggirate leggi nazionali e alterate le procedure di autorizzazione locale. Perché? Chi lo ha fatto?”, si chiede il parlamentare. Il Ministro, prosegue, “nella conclusione della sua lettera, fa una affermazione importante”: la decisione di informare l’autorita’ giudiziaria. “Chi, come me, ha fiducia nella magistratura sa che non sarà inutile. Se qualche passo in avanti si fa è merito in primo luogo della famiglia Orlandi, di quelle trasmissioni televisive e di quei giornali che non hanno mai smesso di cercare la verità”.

A sorpresa nel dibattito interviene la famiglia di De Pedis, attraverso l’avvocato. I parenti di “Renatino”, spiega il legale, non si opporrebbero a “un eventuale spostamento della tomba del loro congiunto, deciso dall’autorità giudiziaria o amministrativa”. E questo “per mettere fine una volta per tutte a polemiche inutili” e a quella sorta di “linciaggio mediatico che lo vuole per forza coinvolto nel sequestro di Emanuela Orlandi“. Lorenzo Radogna, legale della famiglia dell’ex boss della banda della Magliana, ribadisce che “al punto in cui siamo è davvero improprio parlare di giallo. L’articolo 16 del Concordato Stato-Vaticano stabilisce che ad alcuni immobili, tra cui la basilica di Sant’Apollinare, che insistono sul territorio italiano, la Chiesa può dare l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali o comunali italiane. L’autorizzazione del Campidoglio, dunque, non serviva, la sola necessaria era quella del Vicariato, e a darla fu il cardinal Poletti, ma anche questo è risaputo, i documenti sono noti, se ne è parlato tante volte anche in tv”.

Per l’avvocato “sarebbe anche forse il caso di ricordare che la tomba di De Pedis non si trova nella cripta ma nei sotterranei, in una stanzetta, direi un bugigattolo, chiuso da una porta. E se dovesse arrivare un provvedimento che preveda lo spostamento della salma, i familiari non farebbero storie. Anzi, ci stanno pensando seriamente. Gli stessi familiari, del resto, non si erano detti contrari all’apertura del sepolcro, quando sembrava che da quella apertura – ormai sfumata – dipendesse la soluzione di tutti i misteri”.

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«Romanzo di una strage». Sofri: «Nel film tesi assurde e gratuite», e appare in Rete, scaricabile, il libro “43 anni”


Adriano Sofri – fonte immagine


«Romanzo di una strage», la versione di Sofri

«Nel film tesi assurde e gratuite»

Online l’instant book dell’ex leader di Lotta Continua

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Scarica qui ’43 ANNI’ (PDF)

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MILANO – A proposito di «Romanzo di una Strage» Adriano Sofri aveva pronunciato qualche perplessità nella sua breve rubrica sul Foglio. Per il resto l’ex leader di Lotta Continua, condannato per l’omicidio Calabresi, aveva tenuto un profilo basso sulla ricostruzione di Piazza Fontana firmata da Marco Tullio Giordana. Il suo era un silenzio fecondo. Sabato 31 è apparso sul web come spuntato dal nulla un libro di 132 pagine vergato dal sessantanovenne intellettuale in risposta alle «tesi gratuite e assurde» che sono alla base del film, e prima ancora del libro che lo ispira. Il titolo è 43 anni, quelli trascorsi dalla strage del 12 dicembre 1969.

LE TESI – La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana è «liberamente ispirata» al saggio di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie). È la tesi della doppia firma, il «raddoppio» degli ordigni decisa da frange deviate dei servizi segreti con la complicità dell’estrema destra. «Uno intenzionato a fare il botto – sintetizza Sofri – l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

LA NOTIZIA SU TWITTER E SUL WEB – Il libro, che apparentemente non ha alle spalle alcuna casa editrice, è stato lanciato sul Foglio, che nel numero del 31 marzo pubblica un’anteprima, e quindi ripreso dal blog Wittgenstein, del figlio dell’autore Luca, quindi da qualche altro sito (ad esempio Zanzibar). La notizia è poi approdata su Twitter, grazie a un paio di tweet dello stesso direttore del Post e di altri attenti lettori. Una reazione a catena destinata ad esplodere da qui a qualche ora.

Antonio Castaldo
@gorazio

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TARANTO – La marcia ‘padronale’ degli ottomila, contro la chiusura dell’Ilva. E contro la salute dei propri figli


fonte Sospiriamo, Taranto

Taranto: Il processo sull’acciaieria e i tumori. La battaglia degli ambientalisti

La marcia degli ottomila per l’Ilva

Gli operai ignorano il veto sindacale: «Se chiude siamo alla fame» I periti: l’esposizione continuata agli inquinanti fa morire ancora

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di Goffredo Buccini

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TARANTO – I compagni gli marciano attorno e lo sfottono: «Dai, parla per noi, Alessa’!». E Alessandro Mancarella nella sua tuta blu dice che è incavolato come una belva: «Pure assassini di bambini, ci hanno chiamato! Mi hanno chiesto: e se tuo figlio s’ammala per colpa dei vostri fumi maledetti? Beh, io rispondo che lo dovrei curare, e dunque dovrei lavorare il doppio, senza soldi non li possiamo curare i nostri figli».

Si schiarisce la gola, il manutentore meccanico Mancarella, 34 anni, da dieci all’Ilva. Ha pubblicato una lettera dignitosissima sulla Gazzetta del Mezzogiorno («difendo il mio lavoro, non chi mi paga») e molti lo cercano, adesso, gli manca solo la consapevolezza per essere leader di questi operai senza classe operaia, monadi senza un’idea del noi : «Dicono che il padrone ci ha minacciato per mandarci qui a manifestare? Abbiamo timbrato il cartellino e ci hanno fatto uscire, è vero. Ma guardati attorno, siamo migliaia: le puoi minacciare migliaia di persone? Me, non m’hanno minacciato».

Otto del mattino, ponte girevole, snodo tra la Taranto Vecchia e moribonda e la Taranto nuova e stuprata. Sfilano in massa i lavoratori dell’Ilva: con gli operai ecco gli impiegati, i capi e i capetti, quelli del Sil, la «polizia interna», gente delle cokerie, degli altiforni, tute verdi e beige e rosse assieme a quelle blu, in ottomila su undicimila dipendenti della grande acciaieria dei Riva. Sfilano per difendere la loro fabbrica dal rischio del sequestro chiesto a suo tempo dai carabinieri del Noe. Dalle ordinanze durissime del sindaco Stefano. Dagli ecologisti militanti e dai cittadini qualsiasi che chiedono soltanto un’aria migliore. Sfilano contro il timore che il padrone si stufi di tante grane e porti la produzione chissà dove. «Vedi, io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame», ci dice un veterano, trent’anni di «area a caldo»: «Ma il cancro è solo eventuale; se l’Ilva chiude, la fame invece è sicura».

Così oggi gli operai sfilano ignorando il sindacato che aveva detto no a questa «manifestazione padronale»: «Meglio fidarsi del padrone che ci dà il pane», ci dicono i giovani, ormai tanti, coi piercing e i tatuaggi esibiti, la voglia di scappare via appena possibile dall’inferno preso in eredità dai padri. Era dai tempi del Pci che non si vedeva tanta gente in strada tra piazza Castello e il Lungomare, ma adesso non c’è uno straccio di bandiera rossa, questa Marcia degli ottomila – piaccia o no – è tutta nel segno della famiglia Riva, che intanto annaspa sotto una montagna d’accuse a due chilometri da qui, davanti al gip Patrizia Todisco, nel tribunale protetto dai carabinieri e assediato dagli ambientalisti: 91 morti in sette anni solo nei quartieri Borgo e Tamburi, dicono i periti della Todisco. La grande acciaieria ha ucciso e uccide ancora, dicono, inquinando le falde, avvelenando l’erba e gli animali, intossicando gli umani, nonostante gli interventi degli ultimi anni e i soldi spesi per metterci una toppa. L’incidente probatorio si chiude cristallizzando atti d’accusa che peseranno eccome nelle decisioni finali, questa è anche una marcia della disperazione.

E dunque gli operai sfilano anche contro Stefano e la Todisco: «Dopo tutti a casa del sindaco e del gip», scrivono sugli striscioni l’uno uguale all’altro, serigrafati e inappuntabili, che certo sanno tanto di manina aziendale. Sfilano quasi sfidando la legge, derubricando a perizie di parte le conclusioni dei tre professori di chiara fama scelti dalla giudice: «L’esposizione continuata agli inquinanti emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi dell’organismo che si traducono in eventi di malattia e morte». Si raccoglie dalle sette del mattino davanti alla portineria A il popolo di questa fabbrica grande due volte la città che oggi invade la città. Dicono che l’azienda paghi anche gli straordinari, oggi, chiudendo persino un occhio sulle coperture fisse, le «comandate»: di certo un turno di notte viene soppresso per facilitare la partecipazione. Fuori ci sono pullman del trasporto provinciale. «Li ha pagati uno del Sil, della sicurezza Ilva», giura un sindacalista a fine giornata, chissà. Per due ore i pullman fanno la spola dalla fabbrica a piazza Fontana, sfornano migliaia di tute multicolori. «Noi l’abbiamo fatta la nostra manifestazione, quattro giorni fa, con tutt’altro significato», sbotta corrucciato Vittorio Massanelli, vicecommissario della Fim-Cisl.

Erano in duemila. Adesso in ottomila snobbano il sindacato e il suo veto. «Tanti sindacalisti sono corrotti, tanto vale stare coi padroni», dicono, senza esibire prove, molti ragazzi in tuta blu. «Magari fossero corrotti, vorrebbe dire che contano ancora qualcosa», ridacchia amaro un padre nobile delle lotte anni Sessanta, sotto anonimato. Massanelli sbuffa: «E va bene! Se in ottomila ci voltano le spalle vuol dire che non contiamo granché. Soprattutto se chi manda gli operai in piazza ha il potere di metterli sulla black list ».

E ci sarà pure, la lista nera. Ma tra gli ottomila del corteo che per ore gira in centro si respirano dramma e realtà. Stride il confronto con la scena surreale che si consuma nelle stesse ore dietro le transenne del tribunale. Duecento ragazzi. Centri sociali e liceali, vaghi, rabbiosi e entusiasti. «Noi l’Ilva non la vogliamo», scrivono con lo spray sui loro striscioni. «Ma ai suoi operai ci teniamo», aggiungono, come fosse possibile comporre l’ossimoro. Almeno loro ci sono. I sindacalisti Uilm, per dire, stanno chiusi all’Appia Palace a dibattere di «compatibilità»: «Il ballo di Versailles mentre cade la Bastiglia», mormora Fulvio Colucci, autore di Invisibili , un bel volume su questo dramma collettivo. Alessandro Marescotti, ambientalista di lungo corso in corsa alle Comunali, spicca grigio tra gli studenti e gli antagonisti, e ammonisce che per prima cosa bisogna vietare la raccolta delle lumache attorno all’Ilva, «sai, mangiano le foglie inquinate!». Vallo a spiegare a quegli operai in corteo che, accidenti a loro, gli ricordano tanto i «cafoni di Fontamara»: le lumache, ragazzi, occhio alle lumache.

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Tariffe, rincari per luce e gas: aumenti del 9,8% e dell’1,8% tra aprile e maggio


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La comunicazione dell’Autorità per l’energia

Tariffe, rincari per luce e gas: aumenti del 9,8% e dell’1,8% tra aprile e maggio

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MILANO – Pesanti aumenti sono in arrivo per le bollette di luce e gas. A partire dal primo aprile, riferisce l’Autorità per l’energia, l’elettricità rincarerà del 5,8%. Idem per il gas per cui l’incremento per il trimestre aprile-giugno sarà dell’1,8%. In particolare, l’aumento del 5,8% dell’energia elettrica, non comprende l’aggiornamento per gli incentivi diretti alle fonti rinnovabili e assimilate che pesano per un ulteriore 4% circa sulla bolletta, aumento che scatterà solo da maggio portando il rincaro al 9,8%. Tra gas e luce, escluso il rincaro dell’elettricità di maggio, questi aumenti peseranno più o meno 49 euro annui per una famiglia media: 27 euro per l’elettricità e 22 euro per il gas. L’Authority, ha spiegato il presidente Guido Bortoni, con il differimento al mese di maggio «sente l’esigenza di dare un segnale, chiaro e concreto. Il tempo di un mese potrà servire ai decisori delle politiche energetiche per operare le migliori scelte con modalità sopportabili per i cittadini e alle imprese, alle quali si sta già chiedendo uno sforzo titanico vista la congiuntura economica». In particolare, l’ulteriore aumento del 4% di maggio, ha precisato l’Autorità «è ancora a livello di stima, stiamo lavorando ad ulteriori misure per far sì che i maggiori oneri dei servizi per assicurare l’equilibrio del sistema elettrico vengano in parte sostenuti dai produttori e non integralmente trasferiti alla collettività dei consumatori».

LE CAUSE Per l’energia elettrica «l’incremento del 5,8% in vigore da aprile, deriva sostanzialmente dagli incrementi del petrolio, dai maggiori costi per il mantenimento in equilibrio del sistema e dall’andamento della borsa elettrica sia per effetto dell’emergenza freddo di febbraio sia in una visione prospettica». Più o meno stesse motivazioni per i rincari del gas. «L’aumento della materia prima – dice la nota dell’Autorità – i cui prezzi sono ancora legati alle quotazioni del petrolio e la crescita degli oneri di distribuzione avrebbero comportato un aumento dei prezzi del 2,2%».

I PREZZINel dettaglio, dal 1 Aprile, il prezzo di riferimento dell’energia elettrica sarà di 18,292 centesimi di euro per kilowattora, tasse incluse. La spesa media annua della famiglia tipo sarà pari a 494 euro: 294 euro ( pari al 59,5% del totale della bolletta) per i costi di approvvigionamento dell’energia e commercializzazione al dettaglio, 69 euro ( 14%) per i servizi tariffati a rete ( tramissione, distribuzione e misura), 67 euro (13,5%) per le imposte che comprendono l’Iva e le imposte erariali ( o accise) e 64 euro ( 13%) per gli oneri generali di sistema, fissati per legge.

GASDal 1° aprile, i prezzi di riferimento del gas saranno di 87,92 centesimi di euro per metro cubo, con un aumento di 1,5 centesimi di euro, tasse incluse. Per il cliente tipo, ciò comporta una spesa di circa 1.231 euro su base annua. La spesa media annua della famiglia tipo sarà così suddivisa: 500 euro (il 40,6% del totale della bolletta) per la materia prima, 423 euro (34,4%) per le imposte che comprendono le accise ( 17,4%), l’addizionale regionale ( 2,3%) e l’Iva (14,7%). 62 euro (5,0%) per trasporto e stoccaggio, 147 (11,9 %) per la distribuzione e 99 (8,0%) per la vendita al dettaglio, commercializzazione all’ingrosso ed oneri aggiuntivi.

CONSUMATORI «Un altro colpo micidiale per le famiglie – afferma Federconsumatori – basta agli aumenti trainati dalla speculazione sulle materie prime e dall’inerzia del Governo. Non è più tollerabile l’assenza di iniziative del Governo per bloccare il continuo aumento della spesa delle famiglie per rifornirsi di beni essenziali ed irrinunciabili come l’elettricità e il gas».

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Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom. E’ la quinta volta nell’ultimo anno

Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom

Il Lingotto fa sapere che farà opposizione al decreto

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TORINO – Il tribunale di Bologna ha condannato la Fiat per attività antisindacale alla Magneti Marelli di Bologna riconoscendo alla Fiom il diritto di avere rappresentanti sindacali. E’ la prima sentenza di alcune decine di cause presentate dal sindacato guidato da Maurizio Landini contro il Lingotto. La Fiat non commenta, ma fa sapere che farà opposizione al decreto.

Landini: l’azienda applichi lo Statuto dei lavoratori e le leggi. «E’ la quinta volta, in cinque diversi Tribunali, che nell’ultimo anno la Fiat viene condannata per comportamento antisindacale per atti e azioni contro la Fiom, i suoi iscritti e i suoi delegati». Così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, commenta la sentenza di Bologna. «Si dimostra che il nuovo contratto imposto dalla Fiat, più che per ragioni produttive, economiche e organizzative – osserva Landini – ha l’obiettivo di escludere il sindacato più rappresentativo del settore e di limitare le libertà sindacali delle singole persone. È il momento della responsabilità verso le lavoratrici, i lavoratori della Fiat e verso il Paese: la Fiat applichi in tutti i suoi stabilimenti lo Statuto dei lavoratori, le leggi e i principi costituzionali; il Parlamento si esprima; il governo convochi un incontro tra l’azienda e le organizzazioni sindacali per ottenere garanzie certe d’investimento di tutela occupazionale e produttiva per tutti gli stabilimenti del Gruppo Fiat».

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Italia-Programmi.net chiede soldi? Non pagate, è una truffa!

Software, rischio truffa sul Web

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di Andrea Barsanti

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Prima una serie di mail che invitano al pagamento di 96 euro, poi la lettera a casa che minaccia ritorsioni legali: ecco come agisce la Estesa Limited, un’azienda che da mesi truffa ignari utenti attraverso il sito Italia-Programmi.net. Da cronista, ecco l’esperienza di chi in questa trappola ci è caduto.

Genova – Stavo cercando di scaricare un programma gratuitamente e come al solito sono andata su Google, aggiungendo al nome del software che stavo cercando (un programma per la visualizzazione dei video) la dicitura “download gratuito”. Nella pagina dei risultati al primo posto c’era il link al sito http://www.italia-programmi.net, che se cliccato rimandava a una pagina in cui il sito, per procedere con il download, chiedeva di compilare un modulo con i propri dati anagrafici. Ho eseguito, anche perchè non si faceva cenno a nessun tipo di richiesta economica e non era richiesto il numero di carta di credito, ma una volta compilato il modulo non sono comunque riuscita a scaricare il programma, e ho cominciato a pensare che potesse essere una fregatura.

Dopo circa un mese mi è arrivata una mail dall’indirizzo support@italia-programmi.net con cui la Estesa Limited chiedeva il pagamento di 96 euro per la sottoscrizione dell’abbonamento annuale al sito http://www.italia-programmi.net. Nella mail erano indicati giorno e ora d’iscrizione e si sottolineava che, non avendo fatto ricorso al diritto di recesso entro 10 giorni, ero ufficialmente cliente e avrei dovuto pagare. A quel punto ho deciso di ignorare il sollecito, giudicandolo un tentativo poco pulito si spillare quattrini: io non avevo stipulato nessun contratto, mi ero limitata a registrarmi al sito secondo la procedura richiesta.

Di certo non immaginavo che compilare il modulo comportasse un obbligo contrattuale. E dello stesso parere sembra essere anche l’Antitrust, che in seguito a migliaia di segnalazioni tramite sito e numero verde e a una serie di denunce alle autorità ha avviato un’indagine sulla Estesa Limited, culminata con un provvedimento che sanziona la società con una multa di un milione e mezzo di euro per “pratiche commerciali ingannevoli e aggressive”.

Dopo la prima mail, ho ricevuto altri tre solleciti, inviati sempre a tarda notte. Ho continuato ad ignorarli, consapevole ormai che si trattasse di una truffa, ma qualche giorno fa è arrivata una lettera minacciosa in cui la fantomatica Estesa Limited chiede, oltre ai 96 euro, altri 8,50 euro di commissioni per i solleciti, il tutto da pagare tramite bonifico bancario. Nella lettera c’è anche scritto che, in caso di inadempienza, la società provvederà a passare la documentazione all’ufficio recupero crediti, e che per evitare spese legali conviene pagare.

Ignorata anche la lettera, la Estesa Limited ha deciso di alzare il tiro inviando un’ulteriore comunicazione via mail che ha per oggetto una minacciosa “Convocazione presso tribunale regionale giudiziario”. Nella mail mi si comunica che, se non provvederò al pagamento dei 122, 90 euro, la società sarà costretta a “fissare un’udienza presso il giudice tributario tramite avvocato”, con le conseguenti spese giudiziarie a carico mio. Prosegue poi elencando i dati forniti al momento della registrazione “vincolante”, l’indirizzo IP dal quale la registrazione è stata fatta e le coordinate bancarie su cui effettuare il bonifico. Dagli avvertimenti, in sintesi, si passa alle minacce.

Anche il provvedimento dell’Antitrust evidenzia il carattere minaccioso delle missive: “Ai consumatori che non pagavano arrivavano solleciti di pagamento (via mail o per lettera) dal carattere minaccioso, con l’applicazione di costi aggiuntivi e, addirittura, paventando l’esperimento di un’azione penale, inesistente nel nostro Paese, in modo da esercitare un’indebita pressione psicologica”. Sul comunicato ufficiale presente sul sito di Agcm è scritto che copia del provvedimento è stata trasmessa alla Procura della Repubblica di Roma, che ha già aperto un fascicolo, mentre la guardia di Finanza e la Polizia Postale continuano a seguire la vicenda d’ufficio.

Il passo successivo è stato chiamare il numero verde dell’Agcm per chiedere informazioni, cosa che consiglio di fare a tutti coloro che sono finiti nella trappola della Estesa Limited. L’operatore che risponde al numero verde dirà probabilmente ciò che ha detto a me, invitando il consumatore a ignorare i solleciti e non pagare senza timore di ripercussioni legali: chiunque sia stato truffato con queste modalità è infatti tutelato dal provvedimento dell’Antitrust.

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Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!

Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!

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di Claudio Marsilio

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Questa mattina è apparsa sul quotidiano israeliano Yedioth Aronoth la reazione del ministro degli Affari Esteri israeliano, Avigdor Lieberman (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4205193,00.html “Lieberman: Ashton’s Toulouse-Gaza comparison inappropriate” ) alle dichiarazioni del Commissario EU Affari Stranieri Catherine Ashton per  i suoi commenti che comparano l’attacco terroristico a Toulouse alla situazione a Gaza, chiamandoli “impropri.” Lieberman spera che la Ashton ritirerà la sua asserzione , dichiara la portavoce del Ministro.

Ma cosa ha detto la Ashton di così grave da urtare la nota sensibilità del rappresentante del Governo Israeliano?

Testuale: “When we think about what happened today in Toulouse, we remember what happened in Norway last year, we know what is happening in Syria, and we see what is happening in Gaza and other places,” Ashton said on the sidelines of a meeting of Palestinian youths in Brussels.

Ashton hailed the young Palestinians, who “against all odds, continue to learn, work, dream and aspire to a better future.”

Per chi non ha superato l’esame di inglese di terza media come me, traduco con l’aiuto di internet:

“Quando noi pensiamo a quello che accadde oggi a Tolosa, ricordiamo quello che accadde in Norvegia l’anno scorso, sappiamo quello che sta accadendo in Siria, e vediamo quello che sta accadendo in Gaza e negli altri luoghi, Ashton ha affermato a margine di una riunione di giovani palestinesi a Bruxelles. Ashton si è congratulata con i giovani Palestinesi che “contro tutte le disparità, continuano ad imparare, lavorare, sognare e aspirare a un futuro migliore.”

Ha ragione il ministro, nato in Moldavia e naturalizzato israeliano, leader del partito ultranazionalista “Yisrael Beytenu”: comparare il gesto di un folle (come quello che ha sparato a Tolosa ai bimbi israeliti francesi) a ciò che accade a Gaza è decisamente inappropriato.

Un accostamento decisamente infelice.

Rispetto ai fatti di Norvegia e Tolosa, e alle uccisioni di innocenti nella torbida insurrezione armata contro Assad in Siria, ciò che accade a Gaza è di una diversità oggettiva: qui è applicato un genocidio, una punizione collettiva, un tentativo di pulizia etnica, una sistematica e cinica violazione dei più elementari diritti umani e spregio del diritto internazionale che la Storia abbia mai visto.

Niente di paragonabile al gesto d’uno squilibrato.

Qui è lo Stato che da anni perpetra scientificamente una politica di annientamento fisico e della dignità umana ai danni del proprio popolo (cioè, ad onor del vero, a danno dei cittadini che non considera affatto “proprio popolo” in virtù della definizione di Israele come “stato ebraico” ledendo quindi la dignità di coloro che ebrei non sono pur abitando in Israele; discriminando quelli che non appartengono alla religione ebraica, come i palestinesi di Gaza, ma anche i cristiani che vi abitano).

Se non fosse bastato ciò che è successo durante l’operazione Piombo Fuso e quello che sta accadendo in questi giorni ( con l’assassinio mirato – condannato dal Diritto Internazionale – dei resistenti palestinesi, e degli innocenti “collaterali”, donne e bambini ), ecco di seguito elencati alcuni impietosi numeri degli effetti dei due anni di chiusura di Gaza relativi al 2007-2009, tratti dal sito israeliano Gisha:

Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

         Quantità di beni a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

         Forniture di gasolio a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

         Durata media dell’interruzione nell’erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

         Numero delle persone senza accesso all’acqua corrente a Gaza: 28.000

Confronti e comparazioni

          Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l’ingresso a Gaza: illimitato

          Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

          Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei    Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari

          Quantità di materiali per l’edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%

          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni “umanitari minimi” sono autorizzati all’ingresso

         L’esercito israeliano consente l’ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perché potrebbe essere usata per l’industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

         Il Governo israeliano ha chiarito l’interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l’ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all’interno di Gaza e che il governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all’entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

         Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), the e succhi di frutta.

         Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola

         Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

         Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

         Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali ( nel 2011 ne sono stati autorizzati solo 3000, in larga parte pazienti con i loro parenti, e mercanti ).

La situazione al 2011 è di poco cambiata: sul sito di Gisha si può leggere la scheda aggiornata ( http://www.gisha.org/item.asp?lang_id=en&p_id=1261 )

A Gaza, 40.000 persone dipendono – per la propria sopravvivenza – dall’industria della pesca, e questa comunità è stata lentamente decimata dai violenti attacchi israeliani contro pescatori disarmati. Nel 1990, il pescato medio a Gaza era stimato intorno alle 3.000 tonnellate, mentre ora è di circa 500 tonnellate, soprattutto a causa delle pesanti ripercussioni dell’assedio israeliano.

Come noto la marina di Israele ha imposto restrizioni sempre maggiori alla pesca nelle acque di Gaza: i limiti dell’area permessa sarebbero circoscritti a 6 miglia dalla costa, tuttavia viene regolarmente attaccata qualsiasi imbarcazione incrociata oltre le 3 miglia nautiche.

Questo anche in ragione delle ben note scoperte di giacimenti di gas e idrocarburi al largo delle coste gazesi ( http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11845 ).

Per ciò che concerne la guerra condotta contro la Striscia di Gaza, dopo mesi di indagini accurate il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem                                 ( http://www.btselem.org/gaza_strip/20091227_a_year_to_castlead_operation ) ha accertato che 1.385 palestinesi sono stati uccisi durante l’offensiva «Piombo fuso» compiuta dall’esercito israeliano tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.

Degli uccisi, ha riferito l’Organizzazione, 762 erano civili e tra questi 318 erano minorenni e 109 donne con una età superiore a 18 anni. Altri 330 palestinesi uccisi erano combattenti e 248 agenti di polizia morti in gran parte nel bombardamento aereo del primo giorno di offensiva. Per altri 36 palestinesi non è stato possibile determinare lo status di combattente o civile.

Nove gli israeliani uccisi durante le operazioni, ma per “fuoco amico”: troppi soldati in un territorio così piccolo, hanno finito per spararsi addosso!

Le dichiarazioni della Ashton hanno indotto il ministro Lieberman a dichiarare che “Israele è un paese di alta morale, poiché fa le dovute distinzioni tra civili e combattenti”.

Abbiamo appena visto come.

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fonte articolo

Lavorare non conviene più. Per molti.

Lavorare non conviene più. Per molti.

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DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La domanda alla quale vogliamo tentare di rispondere in questa circostanza è la seguente: ha ancora senso lavorare? Ancora meglio: è ancora utile farlo? Beninteso, stiamo parlando, ovviamente, del lavoro salariato, e possiamo anche restringere ancora di più il quesito, cercando di trovare una linea di confine al di sotto della quale la risposta potrebbe non essere così scontata come invece a prima vista la maggioranza dell’opinione pubblica crede. In questo caso il punto diventa: quale è il limite al di sotto del quale lavorare non solo è avvilente, ma nei fatti diventa anche controproducente.

Il motivo di tale domanda è molto semplice: molti pensano che quando scriviamo di pensare realmente a cambiare il proprio modus vivendi, di spostarsi, cambiare attività e in senso generale cercare di crearsi un nuovo paradigma – anche pratico – per sopravvivere, parliamo di utopie che sono al di fuori della realtà. Come vedremo, in molti casi, è molto più al di fuori della realtà rimanere in alcune condizioni piuttosto che prendere seriamente in esame un cambiamento radicale di vita.

Un lavoro, in teoria, dovrebbe consentire di soddisfare, per il lavoratore, almeno tre ambiti: economico, pratico, psicologico. Ovvero esistenziale.

Dal punto di vista economico dovrebbe garantire quanto meno di poter arrivare, proprio dal punto di vista numerico, alla piena sussistenza ogni mese. Il che significa che deve essere necessario, se non a consentire di risparmiare economicamente qualcosa per le incertezze che in ogni caso il futuro porta con sé, quanto meno a pagare i conti necessari ad avere l’indispensabile. Alloggio e vitto, e spese accessorie collegate. Come vediamo, stiamo parlando proprio del minimo indispensabile.

Dal punto di vista pratico dovrebbe consentire di soddisfare alcune necessità, ma sopra a tutte una: poiché il tempo che il lavoro sottrae alla vita di tutti i giorni non può, siccome non abbiamo il dono dell’ubiquità, essere utilizzato per svolgere altre attività, il guadagno economico che si trae da una giornata lavorativa deve quanto meno servire a poter acquistare una serie di cose e servizi che non possiamo svolgere da soli, per ovvi motivi di tempo. E questo, sia chiaro, ancora prima di entrare nel merito del fatto che sia giusto o meno, positivo o negativo, scegliere di lavorare per acquisire denaro per comperare cose che invece si potrebbe fare da soli.

Dal punto di vista psicologico dovrebbe infine almeno poter garantire di vivere una esistenza che dal punto di vista emotivo possa scorrere senza ansie o paure, per esempio quella, sempre più diffusa nella nostra società, di riuscire a soddisfare le proprie necessità. Ma ancora: visto che il lavoro occupa non solo la maggior parte delle giornate, ma in senso lato la maggior parte della propria vita, dovrebbe essere essenziale pensare come imprescindibile il fatto che il lavoro che si svolge debba essere scelto e preferibile rispetto a un altro. Fare un lavoro che non solo costa fatica (il che è anche normale) ma che non piace e che magari reca profondi scontenti, equivale a passare la maggior parte della propria vita a fare una cosa controvoglia. In altre parole, a soffrire, soprattutto emotivamente, per tutto il corso della propria vita lavorativa (il che equivale, oggi come oggi, sino quasi alla morte).

È logico a questo punto fare un bilancio del proprio lavoro e verificare se questi tre ambiti sono soddisfatti, e come, oppure se siano in varia misura e combinazione più o meno disattesi. Ci sarà chi svolge un lavoro che non gli piace affatto, magari in un ambito che per propria inclinazione è diametralmente opposto al proprio sentire, ma che attraverso di esso soddisfa bene, diciamo ben oltre i limiti minimi che abbiamo indicato, gli altri due punti. Oppure chi in qualcuno di questi ambiti rilevi di essere ben al di sotto di un certo limite, ma che magari la cosa sia compensata in modo rilevante da almeno uno degli altri.

Ma esiste un caso in cui tutti i tre gli ambiti siano del tutto disattesi. In cui il lavoro che si svolge non consente di percepire uno stipendio in grado di far fronte alle mere indispensabili necessità economiche, in cui non lasci il tempo di fare altro e che apporti un profondo malessere al lavoratore.

Questo è, nel nostro modello e in modo particolare negli ultimi anni, il caso più diffuso. E presumibilmente, almeno leggendo i dati economici e sentendo le dichiarazioni stesse dei nostri governanti, sarà così a lungo. Molto a lungo: secondo Monti, ed è solo una previsione, in Italia abbiamo almeno “venti anni di regime controllato”. È una situazione, dunque, che non è destinata a cambiare sensibilmente in positivo per un periodo molto lungo. Quanti anni avremo tra (almeno) venti anni?

Indichiamo un caso scuola, puramente esplicativo, che può però essere calibrato da ognuno variando i parametri relativi alla propria situazione, al luogo di residenza e alle proprie necessità. È un caso che conosciamo di persona, e non è uno dei casi limite. Le condizioni di vita e lavorative che andremo a descrivere sono di una persona che oggi può addirittura considerarsi fortunata, rispetto alla maggioranza dei lavoratori della sua stessa età, o giù di lì.

Trentotto anni, contratto a tempo indeterminato, 1000 euro al mese di stipendio netto, per 8 ore di lavoro dal Lunedì al Venerdì. Comune di lavoro Roma, e così la residenza.

Il nostro lavoratore è single, vive in un appartamento di 35 metri quadrati in affitto, per il quale paga 550 euro al mese più 100 di condominio. E più, ovviamente, le utenze.

Come si vede, abbiamo scelto una situazione che, per chi conosce il mondo del lavoro in una grande città o comunque può immaginare quanto accade oggi in una situazione analoga, è già ben al di sopra di tante situazione che invece sono, e di molto, peggiori.

Per raggiungere il posto di lavoro, il nostro soggetto utilizza un motorino, e impiega circa 35 minuti per andare e lo stesso tempo per tornare.

Ebbene questa persona, pur avendo un contratto a tempo indeterminato nel settore privato, per riuscire ad arrivare alla fine del mese deve svolgere necessariamente un secondo lavoro (nel caso, un paio di serate in un locale).

Il motivo è semplice, tra affitto e utenze, assicurazione per il mezzo e la benzina, ciò che le resta non è sufficiente a poter comperare la quantità di cibo – meramente: il cibo – che le necessita per arrivare a fine mese. E non parliamo di altre cose: vestiario, oggetti di altro tipo, spese impreviste, svago.

Ma il punto non è solo meramente numerico. Il fatto è che le sue giornate iniziano alle 8 e terminano alle 19, spostamenti inclusi, tranne i giorni in cui lavora anche la sera, soprattutto nel fine settimana.

E ancora, in modo determinante, questa persona, in ogni caso, non è in grado di poter accedere a nulla di ciò che Roma “offre”, come la varietà di cinema e teatri, concerti ed esposizioni culturali, ristoranti, locali e più in generale tutto ciò che non sia lavoro e che (per chi apprezza) è possibile avere in una grande città: non ha denaro a disposizione per potersi permettere qualcosa. In pratica non può accedere a nulla per cui valga la pena vivere. Può solo lavorare per (tentare di) arrivare alla sopravvivenza sino alla fine del mese.

Ultimi tre punti. Il primo: svolge un lavoro impiegatizio che non le offre alcuna soddisfazione personale, che mediamente la annoia per otto ore ogni giorno e la impegna per nove ore o più. Il secondo: ha da poco scoperto che, nella migliore delle ipotesi – ovvero che l’azienda per la quale lavori non ceda alla recessione e sia costretta a licenziare, e che nel frattempo non occorrano altre manovre per la previdenza – potrà andare in pensione tra non meno di venticinque/trenta anni. Il terzo: non c’è alcuna possibilità all’orizzonte, mediamente logica o sulla quale puntare (che non sia una mera speranza) che le cose possano cambiare in meglio.

In sintesi: conduce una vita da schiavo – pur se in condizioni certamente migliori di tantissime altre – per riuscire a malapena ad arrivare alla fine del mese (quando non ci arriva si appoggia, anche solo per il vitto, a una rete di familiari) il più delle volte facendo i conti al millimetro, lavorando circa cinquanta ore a settimana in totale (tra primo e secondo lavoro) per fare cose dalle quali non trae neanche alcuna soddisfazione psicologica, senza poter godere nulla di ciò che una città come Roma offre ma soffrendone tutte le difficoltà (traffico, inquinamento, prezzi alti per ogni cosa) e con una prospettiva di condurre una vita del genere per arrivare, forse, a percepire una pensione quando avrà le forze, e il denaro sufficiente, appena per fare una passeggiata ai giardini comunali.

Nulla, a nostro avviso, vale un sacrificio simile. E stiamo parlando, ribadiamo, di una situazione infinitamente migliore di quella della maggior parte dei lavoratori della sua età, o poco più giovani. Ovvero della situazione lavorativa della generazione attuale e di quelle prossime.

Esiste dunque un limite minimo – anche se differente dal punto di vista del “quanto” in base al luogo in cui si vive, ad esempio se in una grande città oppure in provincia – al di sotto del quale lavorare diventa controproducente. Ed è, come abbiamo visto, un ragionamento prettamente logico, numerico, pratico.

Volutamente non abbiamo affrontato in questa sede, ma lo faremo a breve, l’aspetto più prettamente emotivo e se vogliamo filosofico del concetto di lavoro. Ovvero, detto sinteticamente, il concetto di “senso” – direzione e significato – che il lavoro dovrebbe avere (rispetto a quello che la maggioranza delle persone fa e che invece, di senso, ne ha poco, in generale e per sé). Come detto torneremo sul punto prossimamente, per ora valga almeno una riflessione: svolgere un lavoro che impegna la maggior parte delle proprie giornate e percepire che tale lavoro non ha senso se non (e non sempre) nella misura unica del ritorno pratico, economico principalmente, equivale a dire che si sarà spesa la propria vita intera senza senso. Se questa considerazione valga poco o molto, ognuno può dire. In ogni caso, affronteremo il tema presto.

Tornando a noi, moltissimi tra i lavoratori attuali vivono proprio una situazione al limite, e molti sono direttamente al di sotto di tale limite: lavorano anche moltissimo senza riuscire a percepire uno stipendio in grado di garantirgli anche il minimo che un lavoro dovrebbe garantire.

Semplice deduzione impone dunque una seconda domanda: perché si continua a perpetrare una situazione che, in modo evidente, non è in grado di risolvere la propria esistenza? La risposta è purtroppo brutalmente frustrante: la maggior parte di chi vive una storia del genere, pur rendendosi evidentemente conto della situazione nella quale versa, preferisce continuare a viverla piuttosto che anche solo ipotizzare la possibilità di imprimere un cambiamento radicale. Di più: molti vivono costantemente nella speranza illusoria che qualche cosa possa cambiare. Per quale motivo, vista la situazione, non è dato sapere.

È come essere una squadra di calcio che gioca una partita evidentemente truccata, in cui ogni minuto l’altra squadra segna dieci reti, e al momento il risultato è di 70 a 1, e però pensa ancora che siccome la palla è rotonda possa accadere qualcosa di non meglio precisato in grado di far invertire la tendenza e sperare almeno in un pareggio quando invece, chiaramente, l’unica cosa da fare sarebbe lasciare il campo in segno di protesta e andarsi a trovare una nuova partita, un nuovo campionato non truccato.

E invece no, malgrado tutto, si continua a stare alla macina. Malgrado l’evidenza si continua a disperdere tutti i giorni della propria vita per stare al gioco di chi non ha altro obiettivo di continuare a farci stare al (loro) tavolo da gioco.

Capire la situazione, rinunciare a credere all’impossibile, e decidere di imprimere un cambiamento alla sfera della propria vita, con tutto quello che questo comporta, naturalmente, è dunque un atto di ribellione. Che ovviamente non è per tutti, anche se, se fosse applicato da un numero elevato di persone e di popoli, sarebbe in grado di innescare ciò di cui ci sarebbe reale bisogno, ovvero una rivoluzione.

In ogni caso, posto che i dati sono questi, e la dimostrazione non è negoziabile, non è che si hanno poi molte altre scelte: o si continua a ignorare la realtà, oppure la si affronta, e se si ha coraggio, si scelgono altre strade. Per quanto inesplorate possano essere. Da una parte c’è una strada certa, e sappiamo senza possibilità di essere smentiti di che tipo è, cosa comporta, e molto probabilmente che non si modificherà, almeno nel corso della nostra vita. Dall’altro lato la possibilità, almeno la possibilità, di trovare altro. A ognuno la scelta, e ora. Non quando la vita sarà passata.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
20.03.2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Il raduno a Washington: “Vogliamo essere rispettati”, ecco la Woodstock degli atei / Images from the Reason Rally, Washington DC, 24 March 2012

Images from the Reason Rally, Washington DC, 24 March 2012

“Vogliamo essere rispettati”
ecco la Woodstock degli atei

Il raduno a Washington: “Pregiudizi contro di noi”. Per i giornali è stata la più grande manifestazione di non credenti nella storia. Gli organizzatori: “34 milioni di americani non aderiscono ad alcuna religione, il 15% della popolazione”

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dall’inviato di Repubblica FEDERICO RAMPINI

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"Vogliamo essere rispettati" ecco la Woodstock degli atei La manifestazione a Washington

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SAN FRANCISCO“Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti costituzionali, siamo cittadini americani come gli altri”. Lo slogan si alza – compostamente – da una piccola folla che si è radunata nonostante la pioggia, nella vasta spianata del National Mall di Washington, tra il Congresso e la Casa Bianca. Non è una minoranza etnica, non sono gay. E’ il Reason Rally, il Raduno della Ragione. L’hanno battezzato anche la Woodstock degli atei. “La più grande manifestazione di non credenti nella storia” l’ha annunciata pomposamente il Washington Post.

L’America osserva incredula. Va bene i gay, ma ora perfino gli atei osano venire “out of the closet”, fuori dall’armadio, ribellandosi alla clandestinità? Non è certo un raduno oceanico, ma un paio di migliaia di persone hanno davvero osato l’impensabile, indossando impermeabili e galosce, per ascoltare i comizi dei maitres-à-penser dell’ateismo.

C’è Richard Dawkins, scienziato biogenetico autore dei celebri saggi “Il gene egoista” e “L’illusione di Dio”. C’è l’astrofisico Lawrence Krauss rinomato per i suoi studi sull’origine dell’universo. C’è una rockband, Bad Religion, che fa onore al suo nome.

Per David Niose, promotore della manifestazione nonché presidente dell’Associazione americana umanisti, la “questione atea” è cosa seria. “L’American Religious Survey – osserva Niose – che è il più accurato censimento delle credenze religiose, stima a 34 milioni gli americani che non aderiscono ad alcuna religione, cioè il 15% della popolazione. Hanno un orientamento politico prevalente: atei, agnostici e non-credenti hanno votato per il 75% in favore di Barack Obama nel 2008. Poche constituency sono così compatte. Eppure anche i politici di sinistra li ignorano”.

Il grido di dolore è comprensibile. Dal 1980, da quando Ronald Reagan fece della Moral Majority il fulcro della forza conservatrice, la destra si è identificata sempre più strettamente con le correnti religiose integraliste; ma anche i politici democratici hanno cercato di corteggiare i fedeli. Dal predicatore Jimmy Carter, a Bill Clinton e Barack Obama, ogni presidente democratico ha dato prove pubbliche della propria religiosità.

L’America ha già eletto un cattolico di origini irlandesi (John Kennedy), il primo presidente nero della storia, e quest’anno potrebbe anche eleggere un mormone, Mitt Romney, esponente di una chiesa che fino a non molto tempo fa esaltava la poligamia. A livello locale e parlamentare, molti politici gay ormai professano apertamente la propria omosessualità. Solo per un ateo forse sarebbe impossibile candidarsi alla Casa Bianca.

Al Raduno della Ragione un solo parlamentare ha osato farsi vedere: Pete Stark, democratico californiano. Poca cosa rispetto alla schiera di politici repubblicani che si fanno sostenere dai pastori evangelici nei comizi elettorali. Ma anche la sinistra radicale ha le sue alleanze di ferro con la religione: da Martin Luther King ai suoi seguaci odierni Jesse Jackson e Al Sharpton, la politica afroamericana è quasi “in appalto” a pastori protestanti. La marcia degli atei per farsi accettare è tutta in salita.

Alla Woodstock atea è intervenuto Nate Phelps, figlio del famigerato pastore della Westboro Baptist Chrch. Il padre Fred va ai funerali dei militari con striscioni che dicono “Dio li ha voluti morti per castigare l’America dei suoi peccati. Dio odia i froci” (sic). Nate Phelps, ateo, si batte per “vincere il terribile pregiudizio secondo cui chi non crede in Dio non ha una morale”. Se davvero la religione bastasse a renderci migliori, osserva Niose, “perché l’America ha le diseguaglianze sociali più estreme della sua storia?”.

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Sulla ‘questione’ Palestina, il ‘torto marcio’ di Israele; di Paolo Barnard


scritta su un muro a Hebron – fonte immagine

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[Palestina & Israele]

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TORTO MARCIO

presentazione

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere.

Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica.

Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante.

Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale.

La letteratura disponibile in questa materia è sterminata, per cui mi limito qui a segnalarvi alcuni fra i più veritieri e coraggiosi autori che potrete cercare facilmente in Rete. Fra gli autori stranieri: Prof. Noam Chomsky, Prof. Norman Finkelstein, Tariq Ali, Uri Avnery, Akiva Orr, Prof. Adel Safty, Prof. Edward Said, Prof. Ur Shlonsky, Prof. Edward Herman, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Shraga Elam, Tanya Reinhart, Amira Hass, Prof. Avi Shlaim, Oren Ben-Dor, Gideon Spiro, Prof. Francis A. Boyle, Meron Benvenisti, John Pilger, Gideon Levy…
Per quanto riguarda gli autori italiani e i siti meglio informati, vi lascio al contatto con l’eccezionale ed enciclopedico Andrea Del Grosso e al suo www.hawiyya.org. Lì c’è tutto (e più di tutto) quello che deve essere saputo sul conflitto israelo-palestinese, con l’impareggiabile pregio di essere narrato e curato dallo studioso più vicino all’imparzialità che io abbia mai conosciuto in Italia.
Poi ci sono i siti stranieri, ancora un oceano di scelte, fra cui raccomando: http://www.zmag.org/znet, http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org.

Infine vi lascio a una breve selezione di articoli e documenti dal mio archivio.
Articoli in ordine: 1) Ottimo CounterPunch sulle lobby ebraiche negli USA 2) Considerazioni da un ex insider americano sulla vicenda di Mordechai Vanunu e sul pericolo nucleare israeliano 3) Due righe di Gianluca Bifolchi su Furio Colombo e sulla sua love story con Israele 4) & 4 bis) Due interessantissime ricostruzioni di come Israele abbia creato Hamas e ne abbia poi perso il controllo 5) Impareggiabile testimonianza dell’ex partigiano d’Israele e storico Akiva Orr su come Tel Aviv si sia armata con l’atomica sotto il naso di tutto il mondo 6) Un mio editoriale apparso sul Manifesto durante la sanguinaria invasione del Libano da parte di Israele nel luglio del 2006.
Documenti in ordine: 1) Ottima sintesi storica delle origini del conflitto in Palestina/Israele, e altri contributi alla comprensione del conflitto, pubblicata da Jews for Justice in the Middle East (aggiornata al 2002, ma utile per il retroterra) 2) Interessantissimo punto di vista dall’interno dell’esercito USA sul problema nucleare Iran-Israele, redatto dal Strategic Studies Institute, U.S. Army War College 3) Una diversa sintesi storica del conflitto israelo-palestinese raccontata dal celeberrimo Uri Avnery, uno dei maggiori e più coraggiosi testimoni ebrei israeliani ancora viventi di tutta l’epopea di quelle terre dal 1948 a oggi 4) Un eccezionale documento originale del 1949: la notoria Legge sulle Proprietà degli Assenti che preparerà il terreno all’immane furto delle terre arabe sottratte dalla neonata Israele ai palestinesi fuggiti dalle loro case di fronte all’infuriare della guerra del 1948, ma soprattutto a causa della campagna di pulizia etnica condotta dai gruppi terroristici ebraici di allora 5) Infine, una mia lettara polemica a un gruppo italiano pro-Palestina che mi invitava a presenziare l’ennesimo convegno sul conflitto. Leggetela per comprendere come, tristemente, anche in questo caso in Italia chi si fregia del titolo di ‘attivista’ mira a soddisfare innanzi tutto il proprio ego, e poi solo in secondo luogo e con estremo lassismo considera l’efficacia di ciò che fa, per non parlare del destino di coloro che vorrebbe ‘salvare’. La lettera contiene la mia proposta concreta per un attivismo efficace a favore della fine del conflitto in Palestina.

Ciò che sta accadendo da ormai 100 anni in quelle terre, è non solo una spaventosa tragedia di ingiustizia e di complicità internazionale nel perpetrarla, ma è anche la causa diretta della peggior minaccia alla pace dopo la fine della Guerra Fredda. La verità sulla genesi di quel conflitto va raccontata alle opinioni pubbliche fino in fondo, costi quel che costi, e giustizia va fatta, costi quel che costi. Tradotto: Israele ha torto marcio, e dovrà lavorare decenni per riparare all’orrendo misfatto della sua condotta in Palestina. Questo, per il bene dei palestinesi e degli israeliani in pari misura, perché senza giustizia, laggiù, nessuno avrà mai la pace. Che significa vita.

CounterPunch sulle Lobbies israeliane (Pdf)
Daniel Ellsberg su Vanunu (Pdf)
Furio Colombo e Israele
La nascita di Hamas 1
La nascita di Hamas 2
La nascita dell’atomica in Israele
Editoriale Barnard sul Manifesto 2006
Le origini del conflitto israelo-palestinese (Pdf)
Studio del Pentagono sul nucleare in Iran (Pdf)
Uri Avnery sulla storia del conflitto in Palestina (Pdf)
La legge sulle proprietà degli assenti, 1949 (Pdf)
Lettera e proposte di Barnard per un attivismo efficace sul conflitto
Neonazismo in Palestina
ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
UN DETTAGLIO, MA NON DA POCO
YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI: BARNARD e OSTELLINO
Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo
LA VERGOGNA DEI NEGAZIONISTI ACCETTABILI
La pietà  non selettiva. Una lezione da Bergen Belsen
Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema: tappeto rosso al nazismo sionista a Gaza
Cosa penso io, antisionista e critico dei crimini d’Israele, dell’Olocausto
Israle ammazza civili per politica

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