MUSICA – Il talento di Jan LIsiecki, 17 anni. “Odio essere chiamato prodigio”

Il talento di Jan LIsiecki, 17 anni
“Odio essere chiamato prodigio”

Il giovanissimo pianista canadese di origine polacca è uno dei più brillanti fenomeni della musica classica di oggi. “Suonare davanti alla Regina è stato un grande onore, ma per me ogni ascoltatore ha la stessa importanza, la musica è un linguaggio internazionale, universale, interrazziale, e io voglio suonare per tutti”

Il talento di Jan LIsiecki, 17 anni "Odio essere chiamato prodigio" Jan Lisiecki

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dall’inviato di Repubblica GIUSEPPE VIDETTI

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LONDRA –
Colleziona le città che ha visitato come figurine di calciatori. “Bologna, Trieste, Venezia, Forlì, Cremona, Como”, Jan Lisiecki appunta tutto nel bloc notes del suo iPhone. Il pianista canadese di origine polacca, 17 anni fra pochi giorni, ha terminato le prove di un concerto al Barbican di Londra con la Bbc Orchestra. La mamma Anita lo scorta ovunque. E’ il suo unico figlio; lei e il marito non parlavano neanche inglese quando il ragazzo nacque, a Calgary, “il nostro Far West”. “Amo viaggiare, è diventato una specie di hobby scoprire posti nuovi, culture diverse. Mi piacciono gli aerei, da bambino erano la mia passione”, dice Jan, alto quasi un metro e novanta, biondo e leggiadro come il Tadzio di Morte a Venezia, ma con il timbro e l’eloquio di un adulto. Fresco di un contratto con la prestigiosa Deutsche Grammophon, Lisiecki pubblica il 24 aprile un album con i Concerti per piano N. 20 e 21 di Mozart (con la Kammerorchester des Bayerischen Rundfunks diretta da Christian Zacharias), che esegue per un pubblico in delirio anche al Barbican, insieme alla Settima Sinfonia di Mahler. Un repertorio impegnativo per un adolescente, ma Lisiecki non si fa intimidire dai sentimenti alti: “Quando suono il mio cuore s’illumina. Provo gioia, felicità, amore; ma anche dolore e tristezza. A quel punto il più grande desiderio è di condividere le mie emozioni”.

Da bambino si appassionava solo alla matematica. Tua madre racconta che per distrarti dai numeri ti faceva ascoltare musica.
“Mia nonna era una matematica, è nel dna. Credo che ci sia una relazione stretta tra la musica e la matematica”.

Quando è iniziata la tua love story con il pianoforte?
“Non ne ho un ricordo preciso, ma verso i cinque anni. L’amore per la musica è innato nell’uomo, per alcuni però diventa passione travolgente. Io col pianoforte ci ho sempre parlato, fin da bambino, era il mio gioco”.

Nonostante la tua riluttanza, continuano a definirti un prodigio.
“Detesto essere chiamato bambino (o ragazzo) prodigio. E’ una condanna. I prodigi durano poco. Io sono uno che lavora sodo, con lo stesso impegno di uno sportivo che punta all’oro. Detesto l’idea di stare su un palcoscenico come una scimmia a stupire la gente solo perché posso fare miracoli col pianoforte. Talento è una parola che mi piace, perché è molto soggettivo; qualcuno può amarlo, qualcuno può odiarlo. Amo la musica per la sua capacità di toccare il cuore della gente e andare in profondità. La musica può raggiungere l’anima, suscitare emozioni, aiutare a scoprirne di nove. Ha un effetto terapeutico, può parlare alla gente in un modo molto intimo”.

Chi sono i tuoi pianisti di riferimento?
“Mi piacciono le coloriture del polacco Krystian Zimerman; mi travolgono l’esuberanza e l’energia di Martha Argerich; adoro Pollini, vederlo in concerto è stata un’esperienza indimenticabile, è estremamente composto sul palcoscenico, proprio l’atteggiamento che io preferisco in quest’epoca in cui i pianisti si agitano come degli ossessi”.

Dedicarti a tempo pieno alla musica t’ha fatto sentire un ragazzo diverso?
“Avevo le stesse priorità degli altri, anche perché alle elementari sia per me che per la mia famiglia la scuola era più importante della musica. Non mi vantavo con i compagni di saper suonare il piano, era una cosa che tenevo per me. Ho sempre fatto una vita normale, lezioni di nuoto, sci. Se vuoi avere dei risultati devi sacrificare qualcosa, io ho rinunciato ai pomeriggi nei centri commerciali e alle discoteche. Gli altri alla mia età hanno già una ragazza, io non ho tempo per l’amore, una relazione richiede dedizione”.

Quali sono stati i momenti più esaltanti della tua carriera?
” La prima volta che suonai Chopin alla Philharmonic Opera di Calgary, nel 2005, e quando mi sono esibito in Polonia, con i nonni seduti in prima fila”.

Poi la Carnegie Hall… suonare davanti alla Regina Elisabetta a Ottawa…
“Quando ho messo piede alla Carnegie Hall mi sono sentito circondato da meravigliosi fantasmi, ogni interprete ha lasciato lì dentro un pezzo della sua anima. Suonare davanti alla Regina è stato un grande onore, ma per me ogni ascoltatore ha la stessa importanza, la musica è un linguaggio internazionale, universale, interrazziale, e io voglio suonare per tutti”.

Già ti chiamano l’aristocratico del pianoforte. Come si fa a diventare un concertista unico?
“Credo che uno debba coltivare le sue idee senza cercare di essere a tutti i costi diverso dagli altri. In ogni musica scritta c’è spazio per l’interpretazione. La musica è come una cattedrale, va costruita con cura, scolpita, cesellata, abbellita, arredata, consacrata”.

Ascolti anche altra musica?
“Non sono uno di quegli adolescenti che stanno sempre con le cuffiette nelle orecchie, ma ascolto volentieri jazz e Pink Floyd. Adoro Jan Garbarek”.

C’è un sogno che non hai ancora realizzato?
“Andare a Dubai”.

A far cosa?
“A vedere la Manhattan del deserto. Sono ancora un ragazzino che colleziona città, l’ha dimenticato?”.

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