Archivio | marzo 25, 2012

12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria

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12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria

Una macchia che ancora tinge la storia nazionale, per non dimenticare, per non ripetere
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di Riccardo Melito

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Grazie alla NdA press è disponibile in libreria una nuova edizione del lavoro a cura di Adriano Sofri, Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, pubblicato nel 1996 da Sellerio.  Questa interessante e rigorosa controinchiesta è impreziosita da un dvd che raccoglie il “film perduto” di Pierpaolo Pasolini e Giovanni Bonfanti, militante di Lotta continua, intitolato 12 dicembre e dedicato all’omicidio del ferroviere milanese. Nel dvd sono presenti anche 50 minuti assolutamente inediti di filmati di cinema militante degli anni ’70, realizzati proprio dalla formazione extraparlamentare. Sarebbe però riduttivo dire che il film si occupi esclusivamente di Pinelli e della strage di Piazza Fontana. I quaranta minuti della pellicola risentono fortemente, come da ammissione dello stesso Goffredo Fofi che collaborato alla sua realizzazione, dell’influenza pasoliniana, quello che viene rappresentato è quindi più uno spaccato dell’Italia di quegli anni che una vera e propria opera sulla strage più infame e sull’omicidio più oscuro della penisola. Viene alla mente l’altra opera d’interviste di Pasolini: Comizi d’amore. 12 dicembre è un viaggio lungo tutta la nazione da Torino a Reggio Calabria. Emblematiche dell’influenza pasoliniana sono le riprese fatte ai bambini o la bellissima intervista dell’operaio sordomuto di Bagnoli.

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Due documenti diversissimi quindi, un film ed una sentenza giudiziaria, quella conclusiva dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, legati tra loro da una data fatidica, quella appunto del 12 dicembre 1969, giorno in cui tutta l’Italia fu scossa dalla madre delle stragi di stato, quella della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Una data che segna “l’inizio della fine”. “Il punto iniziale della strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia durante tutto l’arco degli anni ’70 distruggendo una generazione di intellettuali, politici e giovani, relegando il paese alla miseria culturale, imprenditoriale e politica attuale. La trama di servizi segreti deviati e neofascisti bombaroli ha segnato più di ogni altra questione, gli ultimi quaranta anni della nostra storia nazionale”, scrive Massimo Roccaforte della NdA. Il libro è inoltre arricchito da una nuova introduzione scritta da Mauro Decortes del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, lo stesso frequentato da Pinelli, e da una postfazione di Goffredo Fofi.

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Gli eventi raccontati e mostrati dai filmati sembrano antichi, lontani anni luce dal nostro presente, quasi fossili di un’epoca preistorica, sarebbe meglio dire premediatica. Ciò che però rimane di un’attualità disarmante è l’infamia gettata dalla vicenda. Un’ombra che si stende sul sistema politico e su quello giudiziario allo stesso modo. Su quello politico per le implicazioni dello stato nella strategia della tensione, per le sue connivenze con le frange mai epurate del fascismo, per il suo uso sfrontato della repressione, dei servizi segreti deviati e delle stragi. Sul piano giudiziario per l’inchiesta relativa alla strage e quella sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dal quarto piano della questura di Milano, entrambe rimaste insolute. Nel caso della seconda, la vicenda si tinge di toni surreali visto che la sentenza definitiva, firmata dal giudice dalla fama non esattamente onesta, Gerardo D’Ambrosio, attribuisce le cause del tragico evento ad un “malore attivo” non ben identificato, scagionando gli imputati, tutti membri delle forze dell’ordine. Alla fine del libro e del dvd rimane in bocca il sapore amaro dell’ingiustizia, del dolore di Licia, moglie di Giuseppe e della madre del ferroviere, della rabbia, perché la morte di Mussolini e la liberazione da parte degli statunitensi e, soprattutto, dei partigiani non hanno segnato assolutamente la fine del fascismo. Rimane, allo stesso tempo, anche il desiderio di non arrendersi di non smettere di lottare per un mondo più libero e egualitario, resta, per dirla con le parole di Decortes: “il valore della memoria, ma non come commemorazione”. “Credo – continua il militante – che rammentarci del passato serva soprattutto a capire meglio il presente”. Una memoria che è quindi strumento di vita e di lotta, di comprensione e di lettura, in un paese che ancora non ha fatto i conti con i propri scheletri nell’armadio.

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Titolo: 12 dicembre, un film e un libro
Autore: Pierpaolo Pasolini e Lotta continua
Editore: NdA press
Prezzo: € 13,90

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Tusa, il politico “interscambiabile” candidato sindaco Pd, candidato consigliere Fli

 

Tusa, il politico “interscambiabile”
candidato sindaco Pd, candidato consigliere Fli

Succede in Sicilia. Il Soprintendente ai Beni Culturali della provincia di Trapani sta riflettendo sulla candidatura a sindaco di Trapani offerta dal Pd. Peccato che allo stesso tempo sia candidato a Palermo con Fini

Tusa, il politico "interscambiabile" candidato sindaco Pd, candidato consigliere Fli Sebastiano Tusa (foto da internet)

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di MATTEO PUCCIARELLI

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Eccola l’ultima frontiera della politica italiana: dopo i numerosi casi di trasformismo lampo, o quelli di cumolo indiscriminato di cariche, anche lo steccato finale è stato superato: riuscire cioè a unire le due cose in un sol uomo. Che, in questo caso, si chiama Sebastiano Tusa. Il 60enne Soprintendente ai Beni Culturali della provincia di Trapani, infatti, è stato scelto dal Pd come candidato a sindaco per il centrosinistra della città siciliana. Solo che, allo stesso tempo, Tusa è candidato al consiglio comunale di Palermo. Col Pd? No. Con Fli, che a sua volta appoggia la candidatura a primo cittadino di Alessandro Aricò – contro quella di Fabrizio Ferrandelli, sostenuto dal Pd.

La candidatura a sindaco di Trapani – città capoluogo di provincia, 70mila abitanti – sarebbe stata proposta dai dirigenti del Pd locale a Tusa, che dopo qualche riflessione avrebbe risposto che sì, alla fine si può fare. “Accettata con riserva”, scrivono i siti di informazione locali. I quali aggiungono altri particolari: adesso il Pd trapanese, evidentemente convintissimo della bontà dell’idea, sarebbe impegnato a convincere i colleghi di coalizione di Sinistra e Libertà a convergere su Tusa. Solo che Sel ha già in corsa Sabrina Rocca e difficilmente farà retromarcia. Per un finiano, poi.

Tusa starebbe riflettendo quindi, ma che in politica abbia le idee un po’ confuse e altalenanti forse non è una novità. Sulla sua pagina Facebook scrive l’11 marzo scorso: “Il terzo polo ha la possibilità di dare un segno di rottura con le vecchie logiche della politica appoggiando chi si presenta estraneo a tutto ciò. Penso che Ferrandelli possa esserlo. Meditiamoci”. Due giorni di meditazione, ed ecco qua: “Nel panorama disastrato della politica palermitana una schiarita appare all’orizzonte. Tra candidati esaltati, fai da te e avviluppati nelle logiche di partito, tutti accomunati dalla completa estraneità ai problemi cittadini, emerge, finalmente, la candidatura di un politico stimato, giovane ma non troppo, capace, onesto e rappresentante di una politica che ha saputo anteporre gli interessi collettivi a quelli di bottega. È Alessandro Aricò”.

Insomma, ora Tusa si potrebbe trovare a gareggiare in due competizioni con due magliette diverse. Un po’ come se Miccoli giocasse in campionato con il Palermo e in coppa Italia con il Catania. Alchimie della politica. Tusa lo sa bene, del resto. Sempre sul social network, alla voce orientamento politico, scrive: “Disilluso”. E chi meglio di lui può confermarlo.

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Articolo 18, ministri divisi tra falchi e colombe: ecco tutti i retroscena del Consiglio / VIDEO: Il Problema sono le Banche, RAI news 24

Il Problema sono le Banche RAI news 24 1 di 2

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Articolo 18, ministri divisi tra falchi e colombe: ecco tutti i retroscena del Consiglio

Lo scontro sull’articolo 18 si scarica sull’esecutivo. Il premier mantiene il punto, dopo aver concordato la linea al Quirinale. Fornero: «Riunione molto impegnativa»

governo monti consiglio dei ministri 640
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Non è stato un consiglio dei ministri facile per Monti. Le tensioni di questi giorni hanno toccato anche il governo e sono rimbalzate a Palazzo Chigi: quasi un confronto tra «falchi» e «colombe». Il ministro Fornero alla fine, provata, ha ammesso: «Una riunione molto impegnativa».
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La conclusione comunque, è stata: niente decreto. Il disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro – approvato dal governo con la formula «salvo intese» – lascia la parola al Parlamento che, ricorda Corrado Passera, «comanda su tutto». Monti va avanti, ma non si blinda. Aveva provato a strappare con la Cgil, ma è stato costretto a riaprire la partita sull’articolo 18, anche per via delle perplessità crescenti di Uil, Ugl e Cisl.
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Confermato il no al reintegro in caso di licenziamento per motivi economici, ma il riferimento all’intento di «prevenire gli abusi – spiegano ambienti del governo – apre uno spiraglio che il Parlamento può spalancare». E che la stesura definitiva del testo può «bilanciare ancora di più, senza stravolgere la scelta compiuta». Monti ha chiesto e ottenuto dal Consiglio dei ministri un via libera sulla definizione del testo finale della riforma che verrà definito in tutti i suoi aspetti nei prossimi giorni e che il premier riesaminerà al rientro in Italia dal suo viaggio in Giappone, Corea e Cina. Tra uno decina di giorni al massimo, poi, il ddl approderà in Parlamento. Il Pdl attacca perché «con il decreto la riforma fallisce», ma Angelino Alfano garantisce l’impegno del suo partito per un’approvazione rapida. I tempi – si parla di tre-quattro mesi – dovrebbero favorire un dibattito parlamentare approfondito – lo stesso auspicato dal Pd – che Palazzo Chigi si augura «possa inserire miglioramenti ad un ddl che non va stravolto».
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Una lunga e dettagliata relazione di Elsa Fornero, così è stato avviato il Consiglio dei ministri di ieri contrassegnato da diverse tensioni. I ministri non hanno potuto leggere l’articolato, che non è stato distribuito. E Piero Giarda – titolare dei rapporti con il Parlamento – se ne è lamentato, associando la mancanza di un testo compiuto sul mercato del lavoro all’assenza di una proposta dettagliata sulla delega fiscale della quale il governo – non a caso – ieri ha solo iniziato a discutere. «In ragione dei numerosi punti all’ordine del giorno – recita il comunicato di Palazzo Chigi – il Consiglio dei Ministri ha ritenuto opportuno rinviare ad una seduta successiva l’approvazione del testo finale. Ciò al fine di ponderare e analizzare con maggiore attenzione i dettagli tecnici della riforma fiscale».
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Discussione non facile anche sul mercato del lavoro. «È stato un Consiglio dei ministri per me molto impegnativo», ammette Elsa Fornero. Le premesse non erano delle migliori e tra gli stessi ministri si erano registrati nei giorni scorsi accenti diversi che ieri si sono riproposti. «Chi tutelerà il lavoratore ufficialmente licenziato per motivi economici che ritiene, invece, di essere stato liquidato per fatti discriminatori?», aveva chiesto il ministro Barca durante una trasmissione televisiva a proposito dell’articolo 18. Parole diverse da quelle pronunciate nelle scorse settimane da Corrado Passera sulle «tutele» a volte «eccessive» che caratterizzano l’attuale struttura del mercato del lavoro. Anche tra i ministri c’era chi puntava sulla resa dei conti con la Cgil e sul decreto per mortificare il Partito democratico.
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Sul tema dello strumento da adottare per fare approdare la riforma in Parlamento – decreto o ddl – nel governo si è sviluppato una sorta di braccio di ferro sotterraneo. La presa di posizione del Pd – «non accettiamo un prendere o lasciare» – ha sconsigliato forzature da sommare alle tensioni con la Cgil e con gli altri sindacati. Gli strascichi delle incomprensioni dei giorni scorsi, tra l’altro, non si sono attenuati.
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Ieri, prima del Consiglio dei ministri, Monti ha cercato al telefono Bersani ma non lo ha trovato. Anche per via della moral suasion del Capo dello Stato, il premier – che non si era «impuntato sul decreto, ma non lo escludeva» – ha dovuto imboccare la strada meno conflittuale del disegno di legge. «Per lui era importante dimostrare all’Europa e ai mercati che è possibile una riforma del lavoro – spiegano ambienti del governo – Ma nel dettaglio poi lascia la parola al Parlamento». Il Presidente del Consiglio, tuttavia, tiene il punto sull’articolo 18 ostinato nel negare «passi indietro». Solo per non sbiadire l’immagine decisionista di questi mesi? In ambienti del governo si parla della «necessità di salvaguardare l’equilibrio complessivo della riforma», ma si sottolinea anche che «in Parlamento ci sono molti modi per ricercare bilanciamenti». Monti, in ogni caso, è «molto soddisfatto» del risultato raggiunto ieri. «È stato compiuto un importante passo avanti», ha spiegato ai suoi, prima di volare a Milano per cenare con Schifani, Fornero e de Bortoli.
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