Archivio | marzo 27, 2012

Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom. E’ la quinta volta nell’ultimo anno

Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom

Il Lingotto fa sapere che farà opposizione al decreto

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TORINO – Il tribunale di Bologna ha condannato la Fiat per attività antisindacale alla Magneti Marelli di Bologna riconoscendo alla Fiom il diritto di avere rappresentanti sindacali. E’ la prima sentenza di alcune decine di cause presentate dal sindacato guidato da Maurizio Landini contro il Lingotto. La Fiat non commenta, ma fa sapere che farà opposizione al decreto.

Landini: l’azienda applichi lo Statuto dei lavoratori e le leggi. «E’ la quinta volta, in cinque diversi Tribunali, che nell’ultimo anno la Fiat viene condannata per comportamento antisindacale per atti e azioni contro la Fiom, i suoi iscritti e i suoi delegati». Così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, commenta la sentenza di Bologna. «Si dimostra che il nuovo contratto imposto dalla Fiat, più che per ragioni produttive, economiche e organizzative – osserva Landini – ha l’obiettivo di escludere il sindacato più rappresentativo del settore e di limitare le libertà sindacali delle singole persone. È il momento della responsabilità verso le lavoratrici, i lavoratori della Fiat e verso il Paese: la Fiat applichi in tutti i suoi stabilimenti lo Statuto dei lavoratori, le leggi e i principi costituzionali; il Parlamento si esprima; il governo convochi un incontro tra l’azienda e le organizzazioni sindacali per ottenere garanzie certe d’investimento di tutela occupazionale e produttiva per tutti gli stabilimenti del Gruppo Fiat».

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Italia-Programmi.net chiede soldi? Non pagate, è una truffa!

Software, rischio truffa sul Web

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di Andrea Barsanti

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Prima una serie di mail che invitano al pagamento di 96 euro, poi la lettera a casa che minaccia ritorsioni legali: ecco come agisce la Estesa Limited, un’azienda che da mesi truffa ignari utenti attraverso il sito Italia-Programmi.net. Da cronista, ecco l’esperienza di chi in questa trappola ci è caduto.

Genova – Stavo cercando di scaricare un programma gratuitamente e come al solito sono andata su Google, aggiungendo al nome del software che stavo cercando (un programma per la visualizzazione dei video) la dicitura “download gratuito”. Nella pagina dei risultati al primo posto c’era il link al sito http://www.italia-programmi.net, che se cliccato rimandava a una pagina in cui il sito, per procedere con il download, chiedeva di compilare un modulo con i propri dati anagrafici. Ho eseguito, anche perchè non si faceva cenno a nessun tipo di richiesta economica e non era richiesto il numero di carta di credito, ma una volta compilato il modulo non sono comunque riuscita a scaricare il programma, e ho cominciato a pensare che potesse essere una fregatura.

Dopo circa un mese mi è arrivata una mail dall’indirizzo support@italia-programmi.net con cui la Estesa Limited chiedeva il pagamento di 96 euro per la sottoscrizione dell’abbonamento annuale al sito http://www.italia-programmi.net. Nella mail erano indicati giorno e ora d’iscrizione e si sottolineava che, non avendo fatto ricorso al diritto di recesso entro 10 giorni, ero ufficialmente cliente e avrei dovuto pagare. A quel punto ho deciso di ignorare il sollecito, giudicandolo un tentativo poco pulito si spillare quattrini: io non avevo stipulato nessun contratto, mi ero limitata a registrarmi al sito secondo la procedura richiesta.

Di certo non immaginavo che compilare il modulo comportasse un obbligo contrattuale. E dello stesso parere sembra essere anche l’Antitrust, che in seguito a migliaia di segnalazioni tramite sito e numero verde e a una serie di denunce alle autorità ha avviato un’indagine sulla Estesa Limited, culminata con un provvedimento che sanziona la società con una multa di un milione e mezzo di euro per “pratiche commerciali ingannevoli e aggressive”.

Dopo la prima mail, ho ricevuto altri tre solleciti, inviati sempre a tarda notte. Ho continuato ad ignorarli, consapevole ormai che si trattasse di una truffa, ma qualche giorno fa è arrivata una lettera minacciosa in cui la fantomatica Estesa Limited chiede, oltre ai 96 euro, altri 8,50 euro di commissioni per i solleciti, il tutto da pagare tramite bonifico bancario. Nella lettera c’è anche scritto che, in caso di inadempienza, la società provvederà a passare la documentazione all’ufficio recupero crediti, e che per evitare spese legali conviene pagare.

Ignorata anche la lettera, la Estesa Limited ha deciso di alzare il tiro inviando un’ulteriore comunicazione via mail che ha per oggetto una minacciosa “Convocazione presso tribunale regionale giudiziario”. Nella mail mi si comunica che, se non provvederò al pagamento dei 122, 90 euro, la società sarà costretta a “fissare un’udienza presso il giudice tributario tramite avvocato”, con le conseguenti spese giudiziarie a carico mio. Prosegue poi elencando i dati forniti al momento della registrazione “vincolante”, l’indirizzo IP dal quale la registrazione è stata fatta e le coordinate bancarie su cui effettuare il bonifico. Dagli avvertimenti, in sintesi, si passa alle minacce.

Anche il provvedimento dell’Antitrust evidenzia il carattere minaccioso delle missive: “Ai consumatori che non pagavano arrivavano solleciti di pagamento (via mail o per lettera) dal carattere minaccioso, con l’applicazione di costi aggiuntivi e, addirittura, paventando l’esperimento di un’azione penale, inesistente nel nostro Paese, in modo da esercitare un’indebita pressione psicologica”. Sul comunicato ufficiale presente sul sito di Agcm è scritto che copia del provvedimento è stata trasmessa alla Procura della Repubblica di Roma, che ha già aperto un fascicolo, mentre la guardia di Finanza e la Polizia Postale continuano a seguire la vicenda d’ufficio.

Il passo successivo è stato chiamare il numero verde dell’Agcm per chiedere informazioni, cosa che consiglio di fare a tutti coloro che sono finiti nella trappola della Estesa Limited. L’operatore che risponde al numero verde dirà probabilmente ciò che ha detto a me, invitando il consumatore a ignorare i solleciti e non pagare senza timore di ripercussioni legali: chiunque sia stato truffato con queste modalità è infatti tutelato dal provvedimento dell’Antitrust.

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Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!

Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!

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di Claudio Marsilio

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Questa mattina è apparsa sul quotidiano israeliano Yedioth Aronoth la reazione del ministro degli Affari Esteri israeliano, Avigdor Lieberman (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4205193,00.html “Lieberman: Ashton’s Toulouse-Gaza comparison inappropriate” ) alle dichiarazioni del Commissario EU Affari Stranieri Catherine Ashton per  i suoi commenti che comparano l’attacco terroristico a Toulouse alla situazione a Gaza, chiamandoli “impropri.” Lieberman spera che la Ashton ritirerà la sua asserzione , dichiara la portavoce del Ministro.

Ma cosa ha detto la Ashton di così grave da urtare la nota sensibilità del rappresentante del Governo Israeliano?

Testuale: “When we think about what happened today in Toulouse, we remember what happened in Norway last year, we know what is happening in Syria, and we see what is happening in Gaza and other places,” Ashton said on the sidelines of a meeting of Palestinian youths in Brussels.

Ashton hailed the young Palestinians, who “against all odds, continue to learn, work, dream and aspire to a better future.”

Per chi non ha superato l’esame di inglese di terza media come me, traduco con l’aiuto di internet:

“Quando noi pensiamo a quello che accadde oggi a Tolosa, ricordiamo quello che accadde in Norvegia l’anno scorso, sappiamo quello che sta accadendo in Siria, e vediamo quello che sta accadendo in Gaza e negli altri luoghi, Ashton ha affermato a margine di una riunione di giovani palestinesi a Bruxelles. Ashton si è congratulata con i giovani Palestinesi che “contro tutte le disparità, continuano ad imparare, lavorare, sognare e aspirare a un futuro migliore.”

Ha ragione il ministro, nato in Moldavia e naturalizzato israeliano, leader del partito ultranazionalista “Yisrael Beytenu”: comparare il gesto di un folle (come quello che ha sparato a Tolosa ai bimbi israeliti francesi) a ciò che accade a Gaza è decisamente inappropriato.

Un accostamento decisamente infelice.

Rispetto ai fatti di Norvegia e Tolosa, e alle uccisioni di innocenti nella torbida insurrezione armata contro Assad in Siria, ciò che accade a Gaza è di una diversità oggettiva: qui è applicato un genocidio, una punizione collettiva, un tentativo di pulizia etnica, una sistematica e cinica violazione dei più elementari diritti umani e spregio del diritto internazionale che la Storia abbia mai visto.

Niente di paragonabile al gesto d’uno squilibrato.

Qui è lo Stato che da anni perpetra scientificamente una politica di annientamento fisico e della dignità umana ai danni del proprio popolo (cioè, ad onor del vero, a danno dei cittadini che non considera affatto “proprio popolo” in virtù della definizione di Israele come “stato ebraico” ledendo quindi la dignità di coloro che ebrei non sono pur abitando in Israele; discriminando quelli che non appartengono alla religione ebraica, come i palestinesi di Gaza, ma anche i cristiani che vi abitano).

Se non fosse bastato ciò che è successo durante l’operazione Piombo Fuso e quello che sta accadendo in questi giorni ( con l’assassinio mirato – condannato dal Diritto Internazionale – dei resistenti palestinesi, e degli innocenti “collaterali”, donne e bambini ), ecco di seguito elencati alcuni impietosi numeri degli effetti dei due anni di chiusura di Gaza relativi al 2007-2009, tratti dal sito israeliano Gisha:

Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

         Quantità di beni a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

         Forniture di gasolio a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

         Durata media dell’interruzione nell’erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

         Numero delle persone senza accesso all’acqua corrente a Gaza: 28.000

Confronti e comparazioni

          Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l’ingresso a Gaza: illimitato

          Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

          Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei    Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari

          Quantità di materiali per l’edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%

          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni “umanitari minimi” sono autorizzati all’ingresso

         L’esercito israeliano consente l’ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perché potrebbe essere usata per l’industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

         Il Governo israeliano ha chiarito l’interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l’ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all’interno di Gaza e che il governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all’entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

         Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), the e succhi di frutta.

         Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola

         Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

         Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

         Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali ( nel 2011 ne sono stati autorizzati solo 3000, in larga parte pazienti con i loro parenti, e mercanti ).

La situazione al 2011 è di poco cambiata: sul sito di Gisha si può leggere la scheda aggiornata ( http://www.gisha.org/item.asp?lang_id=en&p_id=1261 )

A Gaza, 40.000 persone dipendono – per la propria sopravvivenza – dall’industria della pesca, e questa comunità è stata lentamente decimata dai violenti attacchi israeliani contro pescatori disarmati. Nel 1990, il pescato medio a Gaza era stimato intorno alle 3.000 tonnellate, mentre ora è di circa 500 tonnellate, soprattutto a causa delle pesanti ripercussioni dell’assedio israeliano.

Come noto la marina di Israele ha imposto restrizioni sempre maggiori alla pesca nelle acque di Gaza: i limiti dell’area permessa sarebbero circoscritti a 6 miglia dalla costa, tuttavia viene regolarmente attaccata qualsiasi imbarcazione incrociata oltre le 3 miglia nautiche.

Questo anche in ragione delle ben note scoperte di giacimenti di gas e idrocarburi al largo delle coste gazesi ( http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11845 ).

Per ciò che concerne la guerra condotta contro la Striscia di Gaza, dopo mesi di indagini accurate il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem                                 ( http://www.btselem.org/gaza_strip/20091227_a_year_to_castlead_operation ) ha accertato che 1.385 palestinesi sono stati uccisi durante l’offensiva «Piombo fuso» compiuta dall’esercito israeliano tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.

Degli uccisi, ha riferito l’Organizzazione, 762 erano civili e tra questi 318 erano minorenni e 109 donne con una età superiore a 18 anni. Altri 330 palestinesi uccisi erano combattenti e 248 agenti di polizia morti in gran parte nel bombardamento aereo del primo giorno di offensiva. Per altri 36 palestinesi non è stato possibile determinare lo status di combattente o civile.

Nove gli israeliani uccisi durante le operazioni, ma per “fuoco amico”: troppi soldati in un territorio così piccolo, hanno finito per spararsi addosso!

Le dichiarazioni della Ashton hanno indotto il ministro Lieberman a dichiarare che “Israele è un paese di alta morale, poiché fa le dovute distinzioni tra civili e combattenti”.

Abbiamo appena visto come.

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Lavorare non conviene più. Per molti.

Lavorare non conviene più. Per molti.

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DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La domanda alla quale vogliamo tentare di rispondere in questa circostanza è la seguente: ha ancora senso lavorare? Ancora meglio: è ancora utile farlo? Beninteso, stiamo parlando, ovviamente, del lavoro salariato, e possiamo anche restringere ancora di più il quesito, cercando di trovare una linea di confine al di sotto della quale la risposta potrebbe non essere così scontata come invece a prima vista la maggioranza dell’opinione pubblica crede. In questo caso il punto diventa: quale è il limite al di sotto del quale lavorare non solo è avvilente, ma nei fatti diventa anche controproducente.

Il motivo di tale domanda è molto semplice: molti pensano che quando scriviamo di pensare realmente a cambiare il proprio modus vivendi, di spostarsi, cambiare attività e in senso generale cercare di crearsi un nuovo paradigma – anche pratico – per sopravvivere, parliamo di utopie che sono al di fuori della realtà. Come vedremo, in molti casi, è molto più al di fuori della realtà rimanere in alcune condizioni piuttosto che prendere seriamente in esame un cambiamento radicale di vita.

Un lavoro, in teoria, dovrebbe consentire di soddisfare, per il lavoratore, almeno tre ambiti: economico, pratico, psicologico. Ovvero esistenziale.

Dal punto di vista economico dovrebbe garantire quanto meno di poter arrivare, proprio dal punto di vista numerico, alla piena sussistenza ogni mese. Il che significa che deve essere necessario, se non a consentire di risparmiare economicamente qualcosa per le incertezze che in ogni caso il futuro porta con sé, quanto meno a pagare i conti necessari ad avere l’indispensabile. Alloggio e vitto, e spese accessorie collegate. Come vediamo, stiamo parlando proprio del minimo indispensabile.

Dal punto di vista pratico dovrebbe consentire di soddisfare alcune necessità, ma sopra a tutte una: poiché il tempo che il lavoro sottrae alla vita di tutti i giorni non può, siccome non abbiamo il dono dell’ubiquità, essere utilizzato per svolgere altre attività, il guadagno economico che si trae da una giornata lavorativa deve quanto meno servire a poter acquistare una serie di cose e servizi che non possiamo svolgere da soli, per ovvi motivi di tempo. E questo, sia chiaro, ancora prima di entrare nel merito del fatto che sia giusto o meno, positivo o negativo, scegliere di lavorare per acquisire denaro per comperare cose che invece si potrebbe fare da soli.

Dal punto di vista psicologico dovrebbe infine almeno poter garantire di vivere una esistenza che dal punto di vista emotivo possa scorrere senza ansie o paure, per esempio quella, sempre più diffusa nella nostra società, di riuscire a soddisfare le proprie necessità. Ma ancora: visto che il lavoro occupa non solo la maggior parte delle giornate, ma in senso lato la maggior parte della propria vita, dovrebbe essere essenziale pensare come imprescindibile il fatto che il lavoro che si svolge debba essere scelto e preferibile rispetto a un altro. Fare un lavoro che non solo costa fatica (il che è anche normale) ma che non piace e che magari reca profondi scontenti, equivale a passare la maggior parte della propria vita a fare una cosa controvoglia. In altre parole, a soffrire, soprattutto emotivamente, per tutto il corso della propria vita lavorativa (il che equivale, oggi come oggi, sino quasi alla morte).

È logico a questo punto fare un bilancio del proprio lavoro e verificare se questi tre ambiti sono soddisfatti, e come, oppure se siano in varia misura e combinazione più o meno disattesi. Ci sarà chi svolge un lavoro che non gli piace affatto, magari in un ambito che per propria inclinazione è diametralmente opposto al proprio sentire, ma che attraverso di esso soddisfa bene, diciamo ben oltre i limiti minimi che abbiamo indicato, gli altri due punti. Oppure chi in qualcuno di questi ambiti rilevi di essere ben al di sotto di un certo limite, ma che magari la cosa sia compensata in modo rilevante da almeno uno degli altri.

Ma esiste un caso in cui tutti i tre gli ambiti siano del tutto disattesi. In cui il lavoro che si svolge non consente di percepire uno stipendio in grado di far fronte alle mere indispensabili necessità economiche, in cui non lasci il tempo di fare altro e che apporti un profondo malessere al lavoratore.

Questo è, nel nostro modello e in modo particolare negli ultimi anni, il caso più diffuso. E presumibilmente, almeno leggendo i dati economici e sentendo le dichiarazioni stesse dei nostri governanti, sarà così a lungo. Molto a lungo: secondo Monti, ed è solo una previsione, in Italia abbiamo almeno “venti anni di regime controllato”. È una situazione, dunque, che non è destinata a cambiare sensibilmente in positivo per un periodo molto lungo. Quanti anni avremo tra (almeno) venti anni?

Indichiamo un caso scuola, puramente esplicativo, che può però essere calibrato da ognuno variando i parametri relativi alla propria situazione, al luogo di residenza e alle proprie necessità. È un caso che conosciamo di persona, e non è uno dei casi limite. Le condizioni di vita e lavorative che andremo a descrivere sono di una persona che oggi può addirittura considerarsi fortunata, rispetto alla maggioranza dei lavoratori della sua stessa età, o giù di lì.

Trentotto anni, contratto a tempo indeterminato, 1000 euro al mese di stipendio netto, per 8 ore di lavoro dal Lunedì al Venerdì. Comune di lavoro Roma, e così la residenza.

Il nostro lavoratore è single, vive in un appartamento di 35 metri quadrati in affitto, per il quale paga 550 euro al mese più 100 di condominio. E più, ovviamente, le utenze.

Come si vede, abbiamo scelto una situazione che, per chi conosce il mondo del lavoro in una grande città o comunque può immaginare quanto accade oggi in una situazione analoga, è già ben al di sopra di tante situazione che invece sono, e di molto, peggiori.

Per raggiungere il posto di lavoro, il nostro soggetto utilizza un motorino, e impiega circa 35 minuti per andare e lo stesso tempo per tornare.

Ebbene questa persona, pur avendo un contratto a tempo indeterminato nel settore privato, per riuscire ad arrivare alla fine del mese deve svolgere necessariamente un secondo lavoro (nel caso, un paio di serate in un locale).

Il motivo è semplice, tra affitto e utenze, assicurazione per il mezzo e la benzina, ciò che le resta non è sufficiente a poter comperare la quantità di cibo – meramente: il cibo – che le necessita per arrivare a fine mese. E non parliamo di altre cose: vestiario, oggetti di altro tipo, spese impreviste, svago.

Ma il punto non è solo meramente numerico. Il fatto è che le sue giornate iniziano alle 8 e terminano alle 19, spostamenti inclusi, tranne i giorni in cui lavora anche la sera, soprattutto nel fine settimana.

E ancora, in modo determinante, questa persona, in ogni caso, non è in grado di poter accedere a nulla di ciò che Roma “offre”, come la varietà di cinema e teatri, concerti ed esposizioni culturali, ristoranti, locali e più in generale tutto ciò che non sia lavoro e che (per chi apprezza) è possibile avere in una grande città: non ha denaro a disposizione per potersi permettere qualcosa. In pratica non può accedere a nulla per cui valga la pena vivere. Può solo lavorare per (tentare di) arrivare alla sopravvivenza sino alla fine del mese.

Ultimi tre punti. Il primo: svolge un lavoro impiegatizio che non le offre alcuna soddisfazione personale, che mediamente la annoia per otto ore ogni giorno e la impegna per nove ore o più. Il secondo: ha da poco scoperto che, nella migliore delle ipotesi – ovvero che l’azienda per la quale lavori non ceda alla recessione e sia costretta a licenziare, e che nel frattempo non occorrano altre manovre per la previdenza – potrà andare in pensione tra non meno di venticinque/trenta anni. Il terzo: non c’è alcuna possibilità all’orizzonte, mediamente logica o sulla quale puntare (che non sia una mera speranza) che le cose possano cambiare in meglio.

In sintesi: conduce una vita da schiavo – pur se in condizioni certamente migliori di tantissime altre – per riuscire a malapena ad arrivare alla fine del mese (quando non ci arriva si appoggia, anche solo per il vitto, a una rete di familiari) il più delle volte facendo i conti al millimetro, lavorando circa cinquanta ore a settimana in totale (tra primo e secondo lavoro) per fare cose dalle quali non trae neanche alcuna soddisfazione psicologica, senza poter godere nulla di ciò che una città come Roma offre ma soffrendone tutte le difficoltà (traffico, inquinamento, prezzi alti per ogni cosa) e con una prospettiva di condurre una vita del genere per arrivare, forse, a percepire una pensione quando avrà le forze, e il denaro sufficiente, appena per fare una passeggiata ai giardini comunali.

Nulla, a nostro avviso, vale un sacrificio simile. E stiamo parlando, ribadiamo, di una situazione infinitamente migliore di quella della maggior parte dei lavoratori della sua età, o poco più giovani. Ovvero della situazione lavorativa della generazione attuale e di quelle prossime.

Esiste dunque un limite minimo – anche se differente dal punto di vista del “quanto” in base al luogo in cui si vive, ad esempio se in una grande città oppure in provincia – al di sotto del quale lavorare diventa controproducente. Ed è, come abbiamo visto, un ragionamento prettamente logico, numerico, pratico.

Volutamente non abbiamo affrontato in questa sede, ma lo faremo a breve, l’aspetto più prettamente emotivo e se vogliamo filosofico del concetto di lavoro. Ovvero, detto sinteticamente, il concetto di “senso” – direzione e significato – che il lavoro dovrebbe avere (rispetto a quello che la maggioranza delle persone fa e che invece, di senso, ne ha poco, in generale e per sé). Come detto torneremo sul punto prossimamente, per ora valga almeno una riflessione: svolgere un lavoro che impegna la maggior parte delle proprie giornate e percepire che tale lavoro non ha senso se non (e non sempre) nella misura unica del ritorno pratico, economico principalmente, equivale a dire che si sarà spesa la propria vita intera senza senso. Se questa considerazione valga poco o molto, ognuno può dire. In ogni caso, affronteremo il tema presto.

Tornando a noi, moltissimi tra i lavoratori attuali vivono proprio una situazione al limite, e molti sono direttamente al di sotto di tale limite: lavorano anche moltissimo senza riuscire a percepire uno stipendio in grado di garantirgli anche il minimo che un lavoro dovrebbe garantire.

Semplice deduzione impone dunque una seconda domanda: perché si continua a perpetrare una situazione che, in modo evidente, non è in grado di risolvere la propria esistenza? La risposta è purtroppo brutalmente frustrante: la maggior parte di chi vive una storia del genere, pur rendendosi evidentemente conto della situazione nella quale versa, preferisce continuare a viverla piuttosto che anche solo ipotizzare la possibilità di imprimere un cambiamento radicale. Di più: molti vivono costantemente nella speranza illusoria che qualche cosa possa cambiare. Per quale motivo, vista la situazione, non è dato sapere.

È come essere una squadra di calcio che gioca una partita evidentemente truccata, in cui ogni minuto l’altra squadra segna dieci reti, e al momento il risultato è di 70 a 1, e però pensa ancora che siccome la palla è rotonda possa accadere qualcosa di non meglio precisato in grado di far invertire la tendenza e sperare almeno in un pareggio quando invece, chiaramente, l’unica cosa da fare sarebbe lasciare il campo in segno di protesta e andarsi a trovare una nuova partita, un nuovo campionato non truccato.

E invece no, malgrado tutto, si continua a stare alla macina. Malgrado l’evidenza si continua a disperdere tutti i giorni della propria vita per stare al gioco di chi non ha altro obiettivo di continuare a farci stare al (loro) tavolo da gioco.

Capire la situazione, rinunciare a credere all’impossibile, e decidere di imprimere un cambiamento alla sfera della propria vita, con tutto quello che questo comporta, naturalmente, è dunque un atto di ribellione. Che ovviamente non è per tutti, anche se, se fosse applicato da un numero elevato di persone e di popoli, sarebbe in grado di innescare ciò di cui ci sarebbe reale bisogno, ovvero una rivoluzione.

In ogni caso, posto che i dati sono questi, e la dimostrazione non è negoziabile, non è che si hanno poi molte altre scelte: o si continua a ignorare la realtà, oppure la si affronta, e se si ha coraggio, si scelgono altre strade. Per quanto inesplorate possano essere. Da una parte c’è una strada certa, e sappiamo senza possibilità di essere smentiti di che tipo è, cosa comporta, e molto probabilmente che non si modificherà, almeno nel corso della nostra vita. Dall’altro lato la possibilità, almeno la possibilità, di trovare altro. A ognuno la scelta, e ora. Non quando la vita sarà passata.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
20.03.2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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