Archivio | marzo 31, 2012

GLI STRANI INTRECCI – Cancellieri: “Il permesso di seppellire De Pedis in S. Apollinare? Arrivò dalla Cei”

STRANI INTRECCI

https://i0.wp.com/img440.imageshack.us/img440/9539/45607650.jpg
L’uccisione di De Pedis – fonte immagine

De Pedis (capo della Banda della Magliana), la Orlandi, i miliardi della Banda ‘prestati’  allo Ior (banca d’affari vaticana), D’Inzillo (il killer che uccise a colpi di mitra De Pedis, personaggio di spicco dei Nar, in ‘vacanza’ in Sudafrica a spese di Mokbel), Gennaro Mokbel, il faccendiere nero (amico e socio in affari D’Inzillo) che si vanta di aver ‘tirato fuori’ la Mambro, di nuovo la Banda della Magliana in ‘affari’ con le BR  (cui fornivano assistenza logistica, e non solo, per le rapine che servivano a finanziare le BR stesse), il rapimento Moro (di cui un paio di elementi della Banda della Magliana, guidati dai Servizi deviati, fecero parte del gruppo di fuoco che fece strage della scorta del Presidente della DC), Lucia Mokbel (sorella di Gennaro) che nel ’78 abitava in via Gradoli, accanto al covo Br, in un appartamento di proprietà dei Servizi Segreti italiani…

Enrico De Pedis – fonte immagine

Cancellieri: “Il permesso di seppellire De Pedis in S. Apollinare? Arrivò dalla Cei”

Il ministro dell’Interno risponde con una lettera all’interrogazione di Walter Veltroni che chiedeva conto della sepoltura del capo della banda della Magliana nella basilica. “Fu il cardinal Poletti a firmare l’autorizzazione”. I nuovi documenti trasmessi all’autorità giudiziaria. L’avvocato della famiglia del boss della Magliana: “I familiari non si opporrebbero a un eventuale spostamento della tomba”

La basilica di S.Apollinare

.

Il permesso per seppellire il capo della banda della Magliana nella chiesa di Sant’Apollinare arrivò direttamente dalla Cei. E’ stato infatti il cardinal Ugo Poletti il 10 marzo 1990 a rilasciare il “nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma”. Così scrive il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri in una lettera a Walter Veltroni che aveva presentato un’interrogazione sulla questione.

La basilica di S. Apollinare, rileva il ministro, “non è territorio dello Stato del Vaticano” ma gode di un “particolare regime giuridico, definito dalla Corte Costituzionale ‘privilegio di extraterritorialità” che si traduce “nel riconoscimento alla Santa Sede della facoltà di dare all’immobile “l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali, comunali italiane”.

Nella lettera del ministro Cancellieri si ammette che ieri pomeriggio sono stati acquisiti documenti che hanno consentito di appurare una serie di circostanze. “In data 10 marzo 1990 il cardinal Ugo Poletti – scrive Cancellieri – rilasciava il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma di De Pedis nella Basilica di S. Apollinare”. Il 20 marzo 1990 “monsignor Pietro Vergari, attesta, nella qualità di Rettore della Basilica di S. Apollinare, che la stessa è soggetta allo speciale regime giuridico di cui all’articolo 16 della legge n. 810/29 sopra richiamato. E poi la famiglia De Pedis ottiene, in data 23 marzo 1990, dall’autorità comunale l’autorizzazione all’estumulazione della salma del congiunto dal Cimitero monumentale del Verano per il successivo trasferimento alla Basilica di S. Apollinare in Roma”.

“La famiglia De Pedis chiede nella stessa data, 23 marzo 1990, l’assistenza sanitaria per la traslazione della salma ‘nella Basilica di S. Apollinare Stato Città del Vaticano’. La famiglia De Pedis ottiene in data 24 aprile 1990 dalla autorità comunale l’autorizzazione al trasporto della salma del congiunto ‘da Roma a Città del Vaticano’”. Dei nuovi documenti, chiude la lettera, “è stata informata l’autorità giudiziaria”.

“La lettera del Ministro Cancellieri è molto importante – ha replicato lo stesso Veltroni – fissa dei dati che mutano l’analisi della situazione”. Secondo l’ex segretario del Pd lo status della “basilica di sant’Apollinare consente di mutare, senza autorizzazioni italiane, ‘l’assetto’, così evidentemente intendendosi opere sulla struttura dell’edificio che possono essere effettuate in deroga a permessi amministrativi. Come è ovvio non sono trasferibili a beni non extraterritoriali i benefici previsti per quelli che lo sono. Evidentemente dunque non poteva essere trasferita lì, senza l’ottemperanza alle leggi italiane, una salma traslata da un cimitero sul territorio del nostro paese”, aggiunge. “Il ministro conferma che nessuna autorizzazione di quelle previste dalla legge è stata rilasciata, mai. Anche in ragione del fatto che, secondo le leggi italiane per eseguire queste speciali sepolture è necessario che il defunto abbia acquisito in vita ‘speciali benemerenze’. E non è certo il caso del Signor De Pedis, capo della banda della Magliana”, sottolinea Veltroni. “Dunque questo è il primo profilo di evidente irregolarità della anomala procedura che ha portato alla incredibile decisione di seppellire il capo di una banda criminale in una delle Basiliche di maggiore importanza di Roma”, dice ancora Veltroni. “Ribadisco che per me De Pedis, come ogni cittadino, ha diritto ad una sepoltura dignitosa. Come gli altri. Non di meno, non certo di più – sottolinea – il ministro indica però dei nuovi documenti, ‘pervenuti ieri’ al Ministero. Secondo queste carte, del Comune di Roma, viene realizzata una clamorosa procedura”.

“E’ evidente ora – continua Veltroni – che per questa incredibile decisione si sono aggirate leggi nazionali e alterate le procedure di autorizzazione locale. Perché? Chi lo ha fatto?”, si chiede il parlamentare. Il Ministro, prosegue, “nella conclusione della sua lettera, fa una affermazione importante”: la decisione di informare l’autorita’ giudiziaria. “Chi, come me, ha fiducia nella magistratura sa che non sarà inutile. Se qualche passo in avanti si fa è merito in primo luogo della famiglia Orlandi, di quelle trasmissioni televisive e di quei giornali che non hanno mai smesso di cercare la verità”.

A sorpresa nel dibattito interviene la famiglia di De Pedis, attraverso l’avvocato. I parenti di “Renatino”, spiega il legale, non si opporrebbero a “un eventuale spostamento della tomba del loro congiunto, deciso dall’autorità giudiziaria o amministrativa”. E questo “per mettere fine una volta per tutte a polemiche inutili” e a quella sorta di “linciaggio mediatico che lo vuole per forza coinvolto nel sequestro di Emanuela Orlandi“. Lorenzo Radogna, legale della famiglia dell’ex boss della banda della Magliana, ribadisce che “al punto in cui siamo è davvero improprio parlare di giallo. L’articolo 16 del Concordato Stato-Vaticano stabilisce che ad alcuni immobili, tra cui la basilica di Sant’Apollinare, che insistono sul territorio italiano, la Chiesa può dare l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali o comunali italiane. L’autorizzazione del Campidoglio, dunque, non serviva, la sola necessaria era quella del Vicariato, e a darla fu il cardinal Poletti, ma anche questo è risaputo, i documenti sono noti, se ne è parlato tante volte anche in tv”.

Per l’avvocato “sarebbe anche forse il caso di ricordare che la tomba di De Pedis non si trova nella cripta ma nei sotterranei, in una stanzetta, direi un bugigattolo, chiuso da una porta. E se dovesse arrivare un provvedimento che preveda lo spostamento della salma, i familiari non farebbero storie. Anzi, ci stanno pensando seriamente. Gli stessi familiari, del resto, non si erano detti contrari all’apertura del sepolcro, quando sembrava che da quella apertura – ormai sfumata – dipendesse la soluzione di tutti i misteri”.

.

fonte articolo

«Romanzo di una strage». Sofri: «Nel film tesi assurde e gratuite», e appare in Rete, scaricabile, il libro “43 anni”


Adriano Sofri – fonte immagine


«Romanzo di una strage», la versione di Sofri

«Nel film tesi assurde e gratuite»

Online l’instant book dell’ex leader di Lotta Continua

.

Scarica qui ’43 ANNI’ (PDF)

.

MILANO – A proposito di «Romanzo di una Strage» Adriano Sofri aveva pronunciato qualche perplessità nella sua breve rubrica sul Foglio. Per il resto l’ex leader di Lotta Continua, condannato per l’omicidio Calabresi, aveva tenuto un profilo basso sulla ricostruzione di Piazza Fontana firmata da Marco Tullio Giordana. Il suo era un silenzio fecondo. Sabato 31 è apparso sul web come spuntato dal nulla un libro di 132 pagine vergato dal sessantanovenne intellettuale in risposta alle «tesi gratuite e assurde» che sono alla base del film, e prima ancora del libro che lo ispira. Il titolo è 43 anni, quelli trascorsi dalla strage del 12 dicembre 1969.

LE TESI – La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana è «liberamente ispirata» al saggio di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie). È la tesi della doppia firma, il «raddoppio» degli ordigni decisa da frange deviate dei servizi segreti con la complicità dell’estrema destra. «Uno intenzionato a fare il botto – sintetizza Sofri – l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

LA NOTIZIA SU TWITTER E SUL WEB – Il libro, che apparentemente non ha alle spalle alcuna casa editrice, è stato lanciato sul Foglio, che nel numero del 31 marzo pubblica un’anteprima, e quindi ripreso dal blog Wittgenstein, del figlio dell’autore Luca, quindi da qualche altro sito (ad esempio Zanzibar). La notizia è poi approdata su Twitter, grazie a un paio di tweet dello stesso direttore del Post e di altri attenti lettori. Una reazione a catena destinata ad esplodere da qui a qualche ora.

Antonio Castaldo
@gorazio

.

fonte articolo

TARANTO – La marcia ‘padronale’ degli ottomila, contro la chiusura dell’Ilva. E contro la salute dei propri figli


fonte Sospiriamo, Taranto

Taranto: Il processo sull’acciaieria e i tumori. La battaglia degli ambientalisti

La marcia degli ottomila per l’Ilva

Gli operai ignorano il veto sindacale: «Se chiude siamo alla fame» I periti: l’esposizione continuata agli inquinanti fa morire ancora

.

di Goffredo Buccini

.

TARANTO – I compagni gli marciano attorno e lo sfottono: «Dai, parla per noi, Alessa’!». E Alessandro Mancarella nella sua tuta blu dice che è incavolato come una belva: «Pure assassini di bambini, ci hanno chiamato! Mi hanno chiesto: e se tuo figlio s’ammala per colpa dei vostri fumi maledetti? Beh, io rispondo che lo dovrei curare, e dunque dovrei lavorare il doppio, senza soldi non li possiamo curare i nostri figli».

Si schiarisce la gola, il manutentore meccanico Mancarella, 34 anni, da dieci all’Ilva. Ha pubblicato una lettera dignitosissima sulla Gazzetta del Mezzogiorno («difendo il mio lavoro, non chi mi paga») e molti lo cercano, adesso, gli manca solo la consapevolezza per essere leader di questi operai senza classe operaia, monadi senza un’idea del noi : «Dicono che il padrone ci ha minacciato per mandarci qui a manifestare? Abbiamo timbrato il cartellino e ci hanno fatto uscire, è vero. Ma guardati attorno, siamo migliaia: le puoi minacciare migliaia di persone? Me, non m’hanno minacciato».

Otto del mattino, ponte girevole, snodo tra la Taranto Vecchia e moribonda e la Taranto nuova e stuprata. Sfilano in massa i lavoratori dell’Ilva: con gli operai ecco gli impiegati, i capi e i capetti, quelli del Sil, la «polizia interna», gente delle cokerie, degli altiforni, tute verdi e beige e rosse assieme a quelle blu, in ottomila su undicimila dipendenti della grande acciaieria dei Riva. Sfilano per difendere la loro fabbrica dal rischio del sequestro chiesto a suo tempo dai carabinieri del Noe. Dalle ordinanze durissime del sindaco Stefano. Dagli ecologisti militanti e dai cittadini qualsiasi che chiedono soltanto un’aria migliore. Sfilano contro il timore che il padrone si stufi di tante grane e porti la produzione chissà dove. «Vedi, io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame», ci dice un veterano, trent’anni di «area a caldo»: «Ma il cancro è solo eventuale; se l’Ilva chiude, la fame invece è sicura».

Così oggi gli operai sfilano ignorando il sindacato che aveva detto no a questa «manifestazione padronale»: «Meglio fidarsi del padrone che ci dà il pane», ci dicono i giovani, ormai tanti, coi piercing e i tatuaggi esibiti, la voglia di scappare via appena possibile dall’inferno preso in eredità dai padri. Era dai tempi del Pci che non si vedeva tanta gente in strada tra piazza Castello e il Lungomare, ma adesso non c’è uno straccio di bandiera rossa, questa Marcia degli ottomila – piaccia o no – è tutta nel segno della famiglia Riva, che intanto annaspa sotto una montagna d’accuse a due chilometri da qui, davanti al gip Patrizia Todisco, nel tribunale protetto dai carabinieri e assediato dagli ambientalisti: 91 morti in sette anni solo nei quartieri Borgo e Tamburi, dicono i periti della Todisco. La grande acciaieria ha ucciso e uccide ancora, dicono, inquinando le falde, avvelenando l’erba e gli animali, intossicando gli umani, nonostante gli interventi degli ultimi anni e i soldi spesi per metterci una toppa. L’incidente probatorio si chiude cristallizzando atti d’accusa che peseranno eccome nelle decisioni finali, questa è anche una marcia della disperazione.

E dunque gli operai sfilano anche contro Stefano e la Todisco: «Dopo tutti a casa del sindaco e del gip», scrivono sugli striscioni l’uno uguale all’altro, serigrafati e inappuntabili, che certo sanno tanto di manina aziendale. Sfilano quasi sfidando la legge, derubricando a perizie di parte le conclusioni dei tre professori di chiara fama scelti dalla giudice: «L’esposizione continuata agli inquinanti emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi dell’organismo che si traducono in eventi di malattia e morte». Si raccoglie dalle sette del mattino davanti alla portineria A il popolo di questa fabbrica grande due volte la città che oggi invade la città. Dicono che l’azienda paghi anche gli straordinari, oggi, chiudendo persino un occhio sulle coperture fisse, le «comandate»: di certo un turno di notte viene soppresso per facilitare la partecipazione. Fuori ci sono pullman del trasporto provinciale. «Li ha pagati uno del Sil, della sicurezza Ilva», giura un sindacalista a fine giornata, chissà. Per due ore i pullman fanno la spola dalla fabbrica a piazza Fontana, sfornano migliaia di tute multicolori. «Noi l’abbiamo fatta la nostra manifestazione, quattro giorni fa, con tutt’altro significato», sbotta corrucciato Vittorio Massanelli, vicecommissario della Fim-Cisl.

Erano in duemila. Adesso in ottomila snobbano il sindacato e il suo veto. «Tanti sindacalisti sono corrotti, tanto vale stare coi padroni», dicono, senza esibire prove, molti ragazzi in tuta blu. «Magari fossero corrotti, vorrebbe dire che contano ancora qualcosa», ridacchia amaro un padre nobile delle lotte anni Sessanta, sotto anonimato. Massanelli sbuffa: «E va bene! Se in ottomila ci voltano le spalle vuol dire che non contiamo granché. Soprattutto se chi manda gli operai in piazza ha il potere di metterli sulla black list ».

E ci sarà pure, la lista nera. Ma tra gli ottomila del corteo che per ore gira in centro si respirano dramma e realtà. Stride il confronto con la scena surreale che si consuma nelle stesse ore dietro le transenne del tribunale. Duecento ragazzi. Centri sociali e liceali, vaghi, rabbiosi e entusiasti. «Noi l’Ilva non la vogliamo», scrivono con lo spray sui loro striscioni. «Ma ai suoi operai ci teniamo», aggiungono, come fosse possibile comporre l’ossimoro. Almeno loro ci sono. I sindacalisti Uilm, per dire, stanno chiusi all’Appia Palace a dibattere di «compatibilità»: «Il ballo di Versailles mentre cade la Bastiglia», mormora Fulvio Colucci, autore di Invisibili , un bel volume su questo dramma collettivo. Alessandro Marescotti, ambientalista di lungo corso in corsa alle Comunali, spicca grigio tra gli studenti e gli antagonisti, e ammonisce che per prima cosa bisogna vietare la raccolta delle lumache attorno all’Ilva, «sai, mangiano le foglie inquinate!». Vallo a spiegare a quegli operai in corteo che, accidenti a loro, gli ricordano tanto i «cafoni di Fontamara»: le lumache, ragazzi, occhio alle lumache.

.

fonte articolo