Archivio | aprile 1, 2012

Giappone, forte scossa vicino a Fukushima

Giappone, forte scossa vicino a Fukushima

Magnitudo 5.9, no allarme tsunami

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TOKYO – Un sisma di magnitudo 5.9 e’ stato registrato alle 23.04 locali (le 16.04 in Italia) nel Giappone del nordest, con epicentro a due passi dalla disastrata centrale nucleare di Fukushima. Lo ha riferito la Japan Meteorological Agency, che non ha lanciato alcun allarme tsunami.

La scossa, ha reso noto la Jma, ha avuto un’intensita’ di 5- sulla scala di rilevazione nipponica che ha un massimo di 7, proprio nelle citta’ di Naraha e Tomioka. Entrambe ospitano l’impianto nucleare di Fukushima Daini, distante poco piu’ di 10 km dalla struttura pesantemente danneggiata dal sisma/tsunami dell’11 marzo del 2011, e sono state evacuate proprio a causa dell’emergenza atomica perche’ nel raggio di 20 km di ‘no-entry zone’.

L’epicentro e’ stato individuato nelle acque del Pacifico, con ipocentro a 50 km di profondita’, sufficiente perche’ il terremoto fosse avvertito da Hokkaido (nord dell’arcipelago) fino a sud di Tokyo. Nella capitale i palazzi, anche quelli meno alti, hanno cominciato a oscillare. La Nhk, la tv pubblica nipponica, ha interrotto la normale programmazione per avviare una diretta sull’evoluzione della situazione: l’emergenza e’ rientrata pochi minuti fa, quando la Nisa e la Tepco, il gestore di Fukushima, hanno riferito che non sono stati registrati anomalie nel funzionamento delle attivita’ della centrale.

La Nisa, l’agenzia nipponica per la sicurezza nucleare, ha reso noto che “non sono state segnalate anomalie” alla centrale nucleare di Fukushima. L’ipocentro a 50 km di profondità.

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GLI ESODATI – In 350mila nel limbo: Né lo stipendio né la pensione


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In 350mila nel limbo
Né lo stipendio né la pensione

Gli esodati sono le prime vittime (involontarie) del «Salva Italia». Neanche l’Inps ha idea di quanti siano. INFOGRAFICA | Il Pd propone una legge. Fornero: «Me ne faccio carico».
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Un limbo moderno e tutto italiano quello degli esodati, ex lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione: hanno lasciato il posto dopo un accordo con l’azienda, convinti com’erano di raggiungere presto il meritato riposo, ma sono rimasti beffati dalla riforma Fornero, che ha spostato in avanti l’età pensionabile.
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Oggi queste persone si trovano troppo giovani per la pensione e troppo vecchie per lavorare. E lo «scandalo» nello «scandalo», per usare parole di Susanna Camusso, è che neanche l’Inps ha idea di quanta gente si trovi in questa condizione. Eccole le prime vittime (involontarie) della riforma «Salva Italia», che ha colpito chi ha smesso di lavorare da tempo ma anche chi pensava di andare presto in pensione.
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Per loro i sindacati confederali hanno deciso di scendere in piazza a Roma il 13 aprile, ma nell’attesa che si levi la protesta il Partito democratico ha pensato di fare un po’ di conti, e qualche proposta.
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Ieri i Democratici (29 marzo, n.d.r.) hanno presentato un testo di legge e diciotto interrogazioni parlamentari, ciascuna delle quali richiama il caso di una persona in carne e ossa e della sua spesso tragica situazione. In primo luogo, il Pd contesta al governo l’assenza di cifre certe. Dopo «l’audizione di ieri (mercoledì, ndr) del numero uno dell’Inps, Antonio Mastrapasqua – ha spiegato ai giornalisti Cesare Damiano – si è scoperto che non ci sono dati a disposizione. E preoccupa il fatto che si sia in presenza di una riforma che si basa su dati non certi». Finora il governo ha parlato di circa 240 milioni di euro da mettere sul piatto del sostegno al reddito di queste persone, ma con questa cifra – sostiene capogruppo in commissione Lavoro alla Camera – si riuscirebbe ad alleviare le difficoltà «solo di 65 mila lavoratori esodati. Quando è chiaro che il numero si aggira attorno alle 350 mila persone. E dunque le risorse dovrebbero quanto meno triplicare», raggiungendo oltre i 700milioni di euro.
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Fornero, ricorda l’ex ministro del Lavoro, «ha promesso di presentare una legge ad hoc entro giugno. Noi vigiliamo affinché questo avvenga realmente». Ma nel frattempo, il governo «avrebbe potuto accantonare parte dei risparmi derivanti dalla riforma (12 miliardi nel 2015) per correggere queste storture e finanziare i nuovi ammortizzatori sociali». Cosa che non è avvenuta. Per questo il Pd incalza con un pacchetto di 18 interrogazioni, che fanno riferimento a casi di lavoratori «intrappolati». Come quella di Maria Paola, single 58enne con un alto profilo professionale: ex dipendente di un grande gruppo italiano entrato in crisi, doveva andare in pensione nel gennaio 2014 e adesso con la nuova riforma rischia di andarci nel 2018, quando compirà 65 anni.
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Anche per Maria Paola, il Pd ha presentato una proposta di legge con un solo articolo di due commi. Il primo fissa al 31 dicembre 2011 (non più al 4 dicembre 2011, com’è oggi) la data entro la quale andava stipulato il contratto di mobilità aziendale che consente al lavoratore di mantenere i vecchi requisiti previdenziali. Il secondo è una modifica interpretativa per mantenere le vecchie regole per chi abbia «maturato il diritto» alla pensione nei 24 mesi successivi alla data di entrata in vigore della riforma. I Democratici chiedono di intervenire anche sulle ricongiunzioni onerose, quelle di chi ha versato i contributi in più casse previdenziali diverse. Perché oggi, per cumulare quanto versato negli anni a più enti bisogna sborsare migliaia di euro.
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Bankitalia: “I dieci italiani più ricchi posseggono quanto i tre milioni più poveri”

I dieci italiani più ricchi posseggono quanto i tre milioni più poveri

Emerge da uno studio di Bankitalia. La ricchezza è composta sempre più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito. I giovani stanno peggio degli adulti

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ROMA – In Italia i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza più o meno equivalente ai 3 milioni di italiani più poveri. È quanto emerge da uno studio pubblicato negli Occasional papers di Bankitalia che rileva anche che la ricchezza è sempre più legata ai patrimoni e che i giovani sono più poveri degli adulti.

Conflitto generazionale. L’Italia è ancora un Paese piuttosto ricco, ma la ricchezza degli italiani è composta sempre più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito. Negli ultimi anni inoltre, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età: oggi al contrario che in passato gli anziani sono più ricchi dei giovani che non riescono ad accumulare. È quanto emerge dallo studio Bankitalia che analizza l’evoluzione della ricchezza e la diseguaglianza nel nostro paese. E se da un lato i dati evidenziano l’esistenza di un conflitto generazionale in termini di redditi, lo studio di Giovanni d’Alessio conclude che il livello di diseguaglianza è comparabile a quello di altri Paesi europei.

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INCHIESTA L’ESPRESSO – Papà separati, i nuovi poveri

Papà separati, i nuovi poveri

di Silvia Cerami

Affollano le mense di beneficenza, a volte si riducono a vivere in automobile, spesso cadono in depressione ed entrano in una spirale da cui è difficilissimo uscire. E sono quasi un milione quelli già precipitati nella miseria

(29 marzo 2012)

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«Mi hanno derubato dell’amore dei miei figli, una delle cose più brutte che possa capitare a un uomo», «se non avessi avuto i miei genitori e la solidarietà degli amici sarei un senza tetto», «vivo in un ripostiglio di 7,3 metri quadrati con un letto, una scrivania e una sedia al settimo piano su un terrazzo», «per mangiare vado a Sant’Egidio e ho trovato un letto all’asilo notturno».

Antonio, Sergio, Stéphane, Marco. Storie di esistenze precarie. Storie di padri disperati che gridano «rivogliamo i nostri figli». Padri defraudati dell’affetto, ridotto spesso a rituali deprimenti, e padri privati di ogni effetto economico . In Italia sono 4 milioni e secondo l’Eurispes l’80 per cento di loro non riesce a vivere del proprio stipendio, tanto che 800 mila sono sotto la soglia della povertà. E così quando non possono contare sui genitori o su un’auto da trasformare in casa, finiscono davanti alle mense di carità, in cerca di un piatto caldo e di un luogo in cui dormire. In fila, insieme ai senza tetto, per sostenere gli obblighi economici della separazione.

Eppure in Italia, dal 2006 è in vigore l’affido condiviso. Una norma che ha rivoluzionato il diritto di famiglia perché «stabilisce di assicurare la bigenitorialità al minore con l’affidamento dei figli ad entrambi i genitori, mettendo fine all’anacronismo di considerare il padre come un genitore del tempo libero. Inoltre prevede che entrambi i genitori debbano provvedere al sostentamento economico dei figli» spiega l’avvocato Massimiliano Gabrielli, coordinatore nazionale dell’Associazione SOS Padri separati che offre assistenza legale a molti padri, «ma è una rivoluzione solo sulla carta, perché la pessima applicazione e l’orientamento dei tribunali rendono nulli i propositi del legislatore».

Gabrielli non è l’unico a riscontrare «un automatismo preconcetto che determina la prevalenza dell’affidamento alle madri». Tiziana Arsenti, rappresentante legale di ‘Papà Separati’, da anni studia il fenomeno e non ha dubbi: «Su 1020 sentenze campione da Bolzano a Palermo nel 90 per cento dei casi la legge in vigore non viene applicata: i giudici concedono il condiviso solo formalmente, perché i contenuti dei provvedimenti, ossia i tempi di permanenza con i figli e l’assegno sono ancora quelli dell’affidamento esclusivo. Il mantenimento diretto viene negato nel 98 per cento dei casi anche tra due ex coniugi con lo stesso reddito».

Quasi sempre, in base a un principio non scritto, ma consolidato, non viene garantita la parità e la donna diviene portatrice di diritti consolidati e l’uomo portatore di soli doveri. E così, tranne casi sporadici, come la recente decisione del Tribunale per i minorenni di Trieste di assegnare la casa alla figlia e far alternare i genitori nelle visite, ciò che accade nei tribunali rasenta l’incredibile.

Alla Corte di Civitavecchia e a quella di Brescia hanno pensato persino di prestampare i provvedimenti. Ingannevoli spazi vuoti con sentenze già stabilite. Non c’è alcuno spazio da riempire per l’affidamento, perché scrivono’ ‘i figli vengono affidati congiuntamente ad entrambi i genitori, con residenza presso la madre che si occuperà della ordinaria amministrazione’. Così come non ci sono spazi da riempire al momento di stabilire le misure economiche ‘stabilisce che il marito versi’. Non è prevista una casistica differenziata, non è previsto che la moglie possa avere un reddito triplo, che il marito abbia perso il lavoro o sia in cassa integrazione.

Dal tribunale fanno sapere che si tratta di un refuso. Un refuso di cui nessuno si è accorto per 5 anni (fino alla scorsa estate questa modulistica si poteva scaricare direttamente dal sito del Ministero di Giustizia n.d.r.). E sorprendentemente scompare anche la notoria lentezza della giustizia italiana: bastano appena 27 minuti per mettere fine all’amore. E’ questa la media calcolata dall’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani. «27 minuti cruciali in cui nella prima udienza i giudici decidono la sorte di una famiglia. E’ il tempo dedicato per stabilire il provvedimento provvisorio che si trasforma in definitivo per molto tempo. Perché se tutto va bene tra separazione e divorzio consensuale sono almeno 4 anni e mezzo, se va male un divorzio giudiziale arriva a 13 anni. Due secondi per dire sì, 13 anni per dire no»

Separazioni e poi divorzi, perché solo in Italia, a Malta e in Polonia non si arriva direttamente al divorzio, ma prima bisogna passare anche alla separazione. Una procedura lunga e priva di civiltà, tanto che la commissione giustizia della Camera ha di recente dato il via libera a una proposta di legge sul divorzio breve. ‘I Perplessi Sposi’, li ha ironicamente e disperatamente chiamati così Gassani nel suo libro.

Separazioni annunciate, epiloghi di matrimoni consumistici, «si sceglie marito o moglie come se si cambia canale». E poi guerre infinite in tribunale, figli contesi come bottini di guerra, bambini orfani di genitori vivi, diritti calpestati. Accuse di reati mai commessi, come violenze e abusi sessuali, che secondo la Pm Carmen Pugliese quasi nell’80 per cento dei casi si rivelano false.

Ma ogni denuncia significa tempo, denaro, vergogna, perizie distruttive, mutui per pagare i legali. «Colpa di addetti ai lavori troppo spesso inadeguati, privi di specializzazione, che trattano separazioni trattate come catene di montaggio e di avvocati che alimentano la conflittualità».

Non usa i mezzi toni Gassani. E mentre la giurisprudenza decide spesso sulla base di un esame sommario e impone quasi sempre ‘il collocamento prevalente alla madre’ e che il padre abbandoni la casa coniugale, anche se di sua esclusiva proprietà o addirittura dei genitori, molti padri finiscono sul lastrico. Un impiegato del ceto medio, con un reddito di 1300 euro al mese è costretto a trovarsi un alloggio e versare in media metà stipendio per il mantenimento della prole e spesso dell’ex coniuge. Tolti circa 800 euro su 1300 non restano i soldi nemmeno per un monolocale. Una schiera di nuovi poveri. Quelli che possono ritornano con i capelli grigi e gli occhi chini dai genitori o dividono la stanza con qualche studente. Li chiamano ‘generazione boomerang’. Padri che ritornano a fare i figli, privati della capacità di accudire i propri. E quando non trovano alcun aiuto, li ritrovi in fila, con la giacca e la cravatta, accanto ai senza tetto, in cerca di un piatto di pasta.

«Persone isolate, prive di una rete a cui chiedere aiuto, che provano una grande vergogna», racconta Francesca Zuccari della Comunità di Sant’Egidio. Un fenomeno emergenziale che alcuni Comuni hanno cercato di tamponare garantendo sostegno psicologico e alloggi per consentire ai papà di vedere i propri figli e permettere loro di ricostruire qualche momento di condivisione. Eppure basterebbe applicare la legge. Una legge moderna, con un impianto chiaro, che prevede la pari opportunità nell’essere genitori. Quello che manca è un cambiamento culturale. E a lamentarsi sono anche le madri, come Antonella che pensa «ci si debba affrancare da questi ruoli stereotipati. Non è una lotta di genere, non siamo donne contro donne, siamo donne di buon senso, i figli si fanno in due, con pari diritti e pari doveri»

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