Archivio | aprile 4, 2012

UN’IDEA GENIALE A COSTO QUASI ZERO – Nessuno vuol produrre la caldaia del futuro, di Jacopo Fo

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Nathaniel Mulcahy showing designs that metal workers added to the stove wind screens. The metal workers say that trees and birds will return to Haiti when the soil is rebuilt with biochar. Photo Credit: World Stove

Left: The blue flame indicates that the Haiti Lucia stove is burning cleanly and efficiently. Right: Children have taken on more cooking responsibilities since the earthquake. Photo Credit: World Stove – fonte

Nessuno vuol produrre la caldaia del futuro

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di Jacopo Fo

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Ieri sera ho visto in funzione una caldaia a pirolisi aperta. Costruirla costa 50 euro.

Il mio vicino di casa, Valerio Marchioni, è un genio costruttivo. E mi ha mostrato una cosa che credevo impossibile.
Prima di spiegare di cosa si tratta devo raccontare cos’è la pirolisi.
Da 150 anni conosciamo questa tecnologia rivoluzionaria, restata quasi inutilizzata (chissà perché).
Il principio scientifico è elementare: se metto della legna dentro un cilindro, aspiro l’aria e poi porto il cilindro a 400 gradi, succede che il legno si scinde in gas e cenere. Questo gas è del tutto simile a quello che usiamo per cucinare e può far andare un’auto, un generatore di corrente o scaldare.
Oggi esistono persino degli scooter che montano questo meccanismo.
La pirolisi, o scissione molecolare, è esattamente quello che abbiamo visto in Ritorno al futuro 2 quando fanno partire l’auto rovesciando in un cilindro un po’ di immondizia.
È importante notare che con la pirolisi si può trasformare qualunque sostanza organica secca in gas.
E, per inciso, questo sistema è molto ma molto meno inquinante degli inceneritori (termovalorizzatori) che prima bruciano e poi filtrano i fumi (il che è difficilissimo e ti scappano le nano particelle mortali).

Il problema di questa tecnologia è che comunque è complessa, in quanto bisogna costruire un sistema che porti sottovuoto il combustibile.

Quello che Valerio mi ha fatto vedere ieri sera è una sistema pirolitico senza il sotto-vuoto!
Si tratta di una rivoluzione copernicana dal punto di vista energetico.
Un aggeggio a basso costo, composto solo da 5 pezzi di lamiera, che si può realizzare perfino con materiali riciclati.
Dobbiamo questa scoperta a Nathaniel Mulcahy della WorldStove, azienda tortonese che ha costruito la Lucia Stove. Brucia biomassa e, invece di produrre CO2, la sequestra intrappolandola nel biochar, una specie di carbone vegetale ottimo come concime.
Questa caldaia, grazie a un’intercapedine nella quale si forma una forte corrente d’aria, sfrutta il movimento vorticoso della fiamma.
Sostanzialmente metti del triturato organico in un barattolo bucherellato, accendi e quasi subito si forma una fiamma che ricopre il combustibile impedendo così che l’ossigeno lo raggiunga. Non brucia il legno, brucia il gas che esce dal legno.
Quindi il materiale organico brucia senza ossigeno, cioè invece di bruciare si carbonizza, si scinde in gas e una sorta di carbonella.
La fiamma del gas che brucia sostituisce il cilindro sotto vuoto. E funziona! (vedi il video qui sotto).
Questa è la buona notizia.
La cattiva è che siamo in un mondo di tardigradi scemoidi, visto che questa tecnologia Mulcahy l’ha inventata ben 7 anni fa…
E’ evidente che ci vorrebbe poco a collegare questa caldaia a un generatore di corrente elettrica e a una cocla (vite di alimentazione) che rifornisca di legno la caldaia e porti via la carbonella di scarto.
Ogni piccola azienda agroalimentare italiana potrebbe installare almeno un impianto da 10 chilowatt.
In rete ci sono notizie di vari tentativi fatti da Mulcahy, per trovare un consorzio interessato a industrializzare il brevetto. Evidentemente devono averlo fatto impazzire con i soliti tira e molla perché abbiamo provato a contattarlo ma non risponde. Pare che se ne sia andato ad Haiti a costruire la sua caldaia per quelle popolazioni disperate.
Infatti, originariamente il suo progetto aveva lo scopo di fornire alle popolazioni più povere gas per cucinare a bassissimo prezzo.
Un decimo di quello della legna o della carbonella. E Mulcahy ci ricorda che nel Terzo Mondo il fumo dei fuochi per cucinare dentro le case è una delle principali cause di morte.
Inoltre ridurre del 90% il costo del fuoco per cucinare sarebbe un grosso aiuto per le famiglie. Infine, si ridurrebbe drasticamente il bisogno di tagliare alberi per alimentare i fuochi domestici visto che la caldaia Lucia Stove si può alimentare con qualunque biomassa e tollera un’umidità del 30% (!).
Nel video qui sotto Nathaniel Mulcahy mostra anche una pentola mai vista che permette di far arrivare al bollore l’acqua in pochi secondi. Più veloce del microonde.
La pentola è in realtà un’itercapedine cilindrica, leggermente conica e la fiamma non si limita a lambire il fondo ma penetra all’interno della pentola. Un’invenzione che farebbe risparmiare enormi quantità di combustibile in tutte le cucine del mondo.
(Nota: so benissimo che un cilindro non può essere leggermente conico perché la geometria euclidea conosce solo la precisione – geometrica appunto – dico solo per farmi capire. Preciso questo per evitare 100 commenti di grammatici che mi spiegano che un elefante non può essere un po’ rinoceronte.)

Se io fossi il dottor Monti manderei domani mattina un’unità dei lagunari ad Haiti, capitanati da Passera, allo scopo di rintracciare Nathaniel Mulcahy e fargli firmare un contratto di concessione del suo progetto, in cambio di un assegno a 7 zeri, sull’unghia. Con una tecnologia del genere da produrre, sai quanti reparti della Fiat riapriamo? E sai che risparmio per il sistema energetico italiano?
Ma non succederà.
E per Haiti non partirà neanche Bersani. E, ahimé neanche gli altri leader politici della sinistra. Hanno tutti cose più importanti di cui occuparsi che badare ai fornelli.
Più info: http://www.ok-ambiente.com/2009/09/16/lucia-stove-la-stufa-a-biomassa-del-futuro/

PS
Continuando la ricerca ho scoperto che esistono altre versioni di questa stufa a pirolisi aperta.
Una, inventata da Carlo Ferrato e Davide Caregnato, e studiata per i paesi del Terzo Mondo si può costruire con un pezzo di lamiera zincata, cesoie e scalpello, tagliando e piegando la lamiera e montando la struttura con soli incastri. E un costo irrisorio. Assolutamente geniale.

http://youtu.be/tIfjgMcJY74

Ho anche scoperto che il carbone di risulta della pirolisi, è un fertilizzante straordinario, col quale si forma la mitica Tera Nera degli Indios, un tipo di terreno che ha rendite agricole altissime e che è noto in Sudamerica da millenni.

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fonte articolo

Commissione sui costi della politica, il presidente getta la spugna: “Impossibile capire quanto guadagni un deputato”

Commissione sui costi della politica
Il presidente getta la spugna 

Impossibile il paragone con gli altri paesi europei: dopo il raffronto si sarebbero dovute livellare le retribuzioni

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Roma – Il presidente della Commissione sulle retribuzioni di parlamentari e amministratori pubblici, Enrico Giovannini, ha rimesso il proprio mandato al governo. Alla base della decisione l’impossibilità di raggiungere i risultati previsti. La Commissione era stata nominata dal governo MOnti per verificare i costi della politica, stipendi e benefit dei deputati e dei senatori in testa, e di paragonarli alla media europea cui era intenzione di allinearli.

La stessa Commissione in una nota afferma che «la Commissione sul livellamento retributivo Italia-Europa non è stata in grado di produrre i risultati attesi per quanto riguarda il confronto tra i costi della politica nei vari Paesi. Nonostante l’intenso lavoro svolto nei mesi scorsi i vincoli posti dalla legge, l’eterogeneità delle situazioni riscontrate negli altri paesi e le difficoltà incontrate nella raccolta dei dati non hanno consentito alla Commissione di produrre i risultati attesi».

Secondo la Commissione nessun provvedimento può essere assunto per quanto riguarda il calcolo delle medie retributive richieste dalla normativa. «Per le motivazione descritte – afferma – la Commissione segnala al Governo l’opportunità di riconsiderare la normativa vigente la quale appare obbiettivamente di difficile (se non impossibile) applicazione. La Commissione – si legge nella relazione – ritiene doveroso rimettere il mandato ricevuto».

L’Italia è il Paese con il numero maggiore di «enti unici» rispetto ai sei Paesi dell’Unione europea considerati dalla Commissione sul livellamento retributivo Italia Europa. Su 30 istituzioni considerate (dalla Camera dei deputati alla Commissione per la valutazione e la trasparenza della pubblica amministrazione) solo per 9 si riscontra una presenza di enti omologhi in tutti i Paesi mentre per 15 c’è una corrispondenza parziale e per sei c’è l’assenza di enti omologhi in tutti i Paesi considerati.

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fonte articolo

fonte vignetta

Di Pietro in aula, attacco choc a Monti: “Suicidi per il lavoro sulla sua coscienza” “Governo ladro e latitante” / IL VIDEO INTEGRALE

CRISI: L’INTERVENTO INTEGRALE DI DI PIETRO E L’ATTACCO A MONTI

Caricato da in data 04/apr/2012

Di Pietro in aula, attacco choc a Monti: suicidi per il lavoro sulla coscienza

Il leader Idv definisce il premier ladro e latitante e accusa: «Dovevate far pagare i ricchi, invece colpire i più deboli»

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ROMA – «Mentre il presidente Monti dice le bugie sulla crisi che sarebbe finita ci sono persone che si suicidano. Quelle persone che si suicidano il presidente Monti le ha sulla coscienza»: è il durissimo attacco che Antonio Di Pietro (Idv) riserva al governo in dichiarazioni di voto nell’aula della Camera sul dl semplificazioni. Apostrofando il governo come «ladro» e «latitante», Di Pietro, duramente contestato dai banchi del Pd, osserva: «I problemi del paese non si risolvono con l’articolo 18 ma con una nuova legge elettorale che cambi questa platea che indegnamente compone il nostro Parlamento». Infine, il leader di Idv contesta al governo: «Siete arrivati per risolvere i problemi e fate pagare l’Imu agli ospizi esentandone le fondazioni bancarie. Siete al servizio delle lobby».

Le accuse al governo. E descrivendo Mario Monti e i ministri del suo governo come «cattivi padri» di famiglia, Di Pietro sottolinea ancora: «Voi dovevate far pagare il conto a chi il conto lo poteva pagare, e non solo ai più deboli e soprattutto ai più onesti. Siete dei ladri di Stato. Siete dei ladri di democrazia. Che cavolo c’azzecca l’articolo 18 con la buona economia del Paese? Lo sanno pure le pietre le ragioni perchè l’Italia è in recessione: corruzione, burocrazia, gli imprenditori ridotti a fare attività di mazzettari, di faccendieri». «Siete sobri, per carità», dice Di Pietro al premier. «Ma sobriamente state rovinando l’Italia perchè fate delle scelte ingiuste, ingiustificate per il Paese. Siete come il chirurgo che esce dalla sala operatoria e dice ai familiari: operazione perfettamente riuscita, il paziente è morto».

Mercoledì 04 Aprile 2012 – 12:49    Ultimo aggiornamento: 17:39
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fonte articolo

 

Bosnia, 20 anni dopo, ancora 74mila rifugiati di guerra / Vent’anni di sofferta indipendenza

Pubblicato in data 26/mar/2012 da

http://it.euronews.com/ Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa. Da sempre qui vivono insieme musulmani, cattolici, ebrei e ortodossi. La separazione della Jugoslavia nei primi anni Novanta, getta questa città in una guerra civile dai toni etnici. Per più di tre anni la città vive sotto assedio. La popolazione target di cecchini, fatica a trovare cibo e risorse primarie. Poi i raid Nato e i processi di pace. Oggi, che la guerra sembra lontana, Sarajevo prova a guardare al futuro. Mantenendo il multiculturalismo che da sempre l’ha connota.

Si seguono:
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Bosnia, ancora 74mila rifugiati di guerra
L’Unhcr lancia la conferenza dei donatori

L’agenzia Onu per i rifugiati diffonde gli ultimi dati sulle persone rimaste senza dimora a vent’anni dal sanguinoso conflitto inter-jugoslavo. Iniziativa il 24 aprile per aprire una raccolta di fondi internazionale

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https://i1.wp.com/www.repubblica.it/images/2012/04/03/183420976-54c9c6ff-3fe3-4d86-bc35-9fd13df90c24.jpg
Una postazione che fu dei cecchini serbo-bosniaci sul monte Trebevic sopra Sarajevo (afp)

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SARAJEVOA venti anni dall’assedio di Sarajevo, ci sono ancora 74.000 rifugiati e sfollati frutto del violento smembramento della ex Jugoslavia che fanno parte di una delle 5 situazioni prioritarie a livello globale dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che lancia per il 24 aprile nella stessa città una conferenza internazionale. E’ quanto si legge in una nota dell’Unhcr che ricorda il ventesimo anniversario dell’assedio a Sarajevo, cominciato il 6 aprile 1992.

I numeri del conflitto, ricorda l’Onu, sono impressionanti: 200.000 vittime e 2,7 milioni di rifugiati e sfollati, nel più imponente esodo verificatosi in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
L’assedio provocò enormi sofferenze e miserie ai circa 400.000 abitanti che allora contava la capitale bosniaca. Sotto il costante fuoco delle bombe e dei cecchini, la popolazione fu tagliata fuori dai rifornimenti di cibo, medicine, acqua ed elettricità. Migliaia furono i civili uccisi e feriti. “La popolazione dovette assistere a ogni immaginabile violazione o abuso dei diritti umani”, ricorda l’Unhcr, “dalla cosiddetta pulizia etnica e dallo stupro su basi etniche, fino a esecuzioni di massa e fame. Oggi la maggior parte delle persone costrette a lasciare le proprie case durante il conflitto degli anni 1991-1995 ha fatto ritorno a casa o si è integrata nelle comunità locali di accoglienza”.

Per l’Alto commissariato Onu “la situazione di coloro che continuano a vivere da rifugiati e sfollati in questa parte d’Europa rappresenta una delle 5 situazioni prioritarie a livello globale. Di recente l’agenzia ha accolto con favore il rinnovato impegno dei governi della regione per accelerare il perseguimento di soluzioni abitative per circa 74.000 rifugiati e sfollati tra i più vulnerabili e bisognosi. Il programma regionale congiunto sulle soluzioni durevoli per i rifugiati e gli sfollati rappresenta la più recente iniziativa mirata a chiudere questo capitolo in Europa sud-orientale. Si tratta di un impegno da parte di tutti i governi interessati – e in particolare quelli di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia e Montenegro in un’iniziativa sostenuta dalla comunità internazionale”.

Per sostenere tale impegno è in programma per il 24 aprile nella stessa Sarajevo una conferenza internazionale dei donatori. L’obiettivo auspicato è quello di “raggiungere fino a 500 milioni di euro necessari per trovare soluzioni abitative per molti di coloro che sono ancora rifugiati, sfollati e rifugiati rientrati nelle proprie aree d’origine”. L’Unhcr sostiene tale processo e ne monitorerà l’attuazione per “garantire che siano selezionate le persone adatte a ricevere adeguate soluzioni, a 17 anni dalla conclusione del conflitto”. Tra il 3 luglio 1992 e il 9 gennaio 1996 l’Unhcr coordinò l’operazione che diventò l’ancora di salvezza per Sarajevo e il più lungo ponte aereo umanitario della storia. Complessivamente “furono trasportate a Sarajevo 160.000 tonnellate di cibo, medicine e altri beni su oltre 12.000 voli. Il ponte aereo inoltre evacuò più di 1.100 civili bisognosi di cure mediche urgenti. Oltre 20 paesi presero parte all’impegno”. In tutto tra il 1992 e il 1995 l’Unhcr “coordinò un’imponente operazione logistica in cui 950.000 tonnellate di aiuti umanitari furono trasportati in varie località della Bosnia-Erzegovina”.

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Vent’anni di sofferta indipendenza

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di Marija Miladinovic
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Zlatko Hodzic lavora alla RSI come presentatore. Vent’anni fa faceva il giornalista a Sarajevo, fino allo scoppio della guerra. Oggi ci racconta cos’è cambiato in Bosnia da allora.

Dicono che ci vogliano vent’anni per fare una generazione, sono stati sufficienti per fare una Nazione?
No. Quando furono stipulati gli Accordi di Dayton si sperava in un progresso: in verità il Paese è paralizzato da allora. Io sono scettico perché conosco la realtà locale e mi sembra che la Bosnia stia stagnando in un sistema governativo sbagliato. Al mondo non esiste un altro Paese in cui ci siano: un’autorità a livello comunale, quelle cantonali, un Governo fatto in base alle nazionalità, e in più c’è un rappresentante dell’Unione europea che gestisce il tutto. Questi livelli di potere non permettono di fare passi avanti, non è un caso che ci sia tutta questa lentezza nel progredire. Si dovrebbe fare un inventario dei problemi e rivoluzionare interamente la Costituzione bosniaca. Quando sono stati fatti gli Accordi di Dayton ho detto: “bene”. Solo che poi hanno creato queste due maledette entità. Quando un croato propone qualcosa, il politico della Repubblica Srpska (serba, ndr) pensa subito che ci sia dietro una fregatura, e viceversa. Se la politica non prevedesse una divisione precostituita, ci si verrebbe più in contro. L’appartenenza, la nazionalità non devono essere i fattori su cui basare la propria scelta, altrimenti va a finire che si decide per il male minore. Un Paese come la Bosnia ha il 40% di disoccupazione, criminalità e corruzione alle stelle; il tutto è dovuto allo stallo dato da questi livelli di potere che abbiamo citato. Dovrebbe essere un Governo scelto dal popolo ma non a seconda dell’etnia, tutto lì.

Quali aspettative sono state deluse?
La popolazione sperava che si potesse stare insieme, come effettivamente succede ora in Bosnia, uno accanto all’altro, anche se non c’è più il rapporto che c’era prima della guerra. Ci si aspettava che si potesse ricostruire il Paese, creare dei posti di lavoro e uno Stato che possa provvedere alla gente. Ma così non è stato. Quando sono stato intervistato dalla televisione bosniaca, dopo gli Accordi di Dayton, ho detto che a mio avviso sarebbero passate almeno due generazioni per poter mettere da parte l’accaduto e avere uno Stato “normale”. Probabilmente avevo ragione.

Quindi ci vorranno altri vent’anni?
Venti, o anche dieci, dipende dall’Unione europea. Adesso soffiano diversi venti all’interno del Paese, e quelli che arrivano dall’esterno fanno sì che la situazione non migliori. Dopo la guerra, moltissime fabbriche sono state vendute a magnati stranieri per spiccioli. A Mostar per esempio, una fabbrica intera è stata venduta per un franco, per aggiudicarsela bastava avere un progetto. Questa fabbrica ha impiegato 300 lavoratori invece dei 1.500 che c’erano in precedenza e dopo un anno ha chiuso i battenti rivendendo i macchinari all’estero. Questo vuol dire che in molti hanno colto l’occasione per speculare. I dipendenti non ricevono lo stipendio per mesi perché non protetti dallo Stato, il quale ha invece incoraggiato questa privatizzazione criminale. Si fanno pochi passi e molto corti.

La popolazione ha fiducia nella politica?
Per niente, perché c’è nepotismo e ipocrisia fra i politici. Il Governo è stato scelto dopo più di un anno. Perché? Perché i partiti si “giocavano” le poltrone tra loro. Tutto questo ha portato la gente a non pensare all’interesse comune ma solo al proprio: ne conseguono quindi corruzione e criminalità. La gente si è quasi rassegnata, non sa chi votare e di chi fidarsi. La Bosnia deve fare molto di più, ma non ce la può fare da sola. Tra le tre etnie, che politicamente non si metteranno mai d’accordo, ci deve essere qualcuno che faccia da mediatore.

Non ci sarebbe già dovuto essere?
Certo, il problema è che ad ogni decisione segue una tempesta da parte dei partiti interni. Per quanto riguarda Dayton, già nel ’98 si era capito che l’accordo non garantisce le libertà fondamentali. L’unica cosa che è cambiata è che non si spara più.

Ma tra vicini di casa c’è ancora astio?
Questo è il problema, il tasto dolente. Perché la gente comune vive e convive come prima della guerra, sono addirittura aumentati i matrimoni misti. Il problema vero è dato dal grandissimo vuoto della politica e non dai cittadini. È un Paese in cui si ascolta la stessa musica e si parla la stessa lingua ma ci si informa ognuno dalla propria rete: ci sono 46 reti televisive, e nessuna fallisce. Questo vuol dire che ci sono mezzi mediatici a disposizione dei politici per provocazioni populiste. Ed è quando ci sono dei disagi tra la popolazione che questi mezzi assumono un ruolo decisivo.

Si spera in un futuro nell’UE?
C’è molta fiducia in questo senso. Solo una supervisione dell’UE potrebbe portare il Paese al progresso, all’interno non ci sono le forze per farlo. Non ci sono o non riescono a trovare un accordo. Anche perché, se consideriamo la celebrazione dell’indipendenza: due membri della presidenza la festeggeranno, il terzo no. La stessa cosa avviene quando ci sono i festeggiamenti in Repubblica Srpska. C’è bisogno di qualcuno dall’esterno che smuova la situazione, che dica «ragazzi avete giocato per vent’anni con la politica sciovinista e nazionalista – parlo di tutti e tre gli esponenti – ora bisogna fare uno Stato dove la gente stia bene, lavori, viva bene, si sposti senza conseguenze».

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«L’accordo di Dayton fu un errore»

Il politologo e politico svizzero di origini bosniache Nenad Stojanovic è collaboratore esterno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione DSC, Dipartimento federale degli affari esteri, a capo del progetto “Contributo svizzero alla riforma costituzionale in Bosnia ed Erzegovina”. Con noi ha accettato di fare qualche bilancio delle intricate vicende bosniache a vent’anni dalla guerra e dall’indipendenza.

Parliamo dell’indipendenza bosniaca…
L’indipendenza è stata un evento tragico perché seguita dalla guerra durata tre anni e mezzo. Nella maggior parte di questi nuovi Stati, nati dall’implosione della Jugoslavia, la gente vive peggio di vent’anni fa. Lo Stato è ancora molto fragile. Si regge sugli Accordi di Dayton, i quali sanciscono che il sistema si basa sulla suddivisione in tre gruppi etnici distinti.

Ed è un sistema che funziona?
Funziona male. Questa separazione è simile all’Apartheid: nelle scuole, i bambini vengono suddivisi per classi a seconda l’appartenenza etnica. Il che, oltre ad essere assurdo, è anche triste. È una separazione forzata, perché è gente che parla la stessa lingua, anche se la chiamano in tre modi diversi.

Se la divisione etnica è forzata, un referendum sull’indipendenza della Republika Srpska torna però in auge ciclicamente.
Il referendum è uno strumento dei leader nazionalisti per raggiungere altri scopi. Ciò non sarebbe permesso dalla comunità internazionale perché destabilizzerebbe tutta la regione dei Balcani occidentali. Inoltre, queste indipendenze hanno portato morte e distruzioni e nessuno vuole che questo si ripeta.

Come giudica la stabilità del Governo attuale, eletto dopo quattordici mesi di attesa?
La difficoltà di formare un Governo è insita al tipo di sistema politico messo in piedi dagli Accordi di Dayton, i quali privilegiano i partiti etnici rispetto a quelli multietnici, una mescolanza intrapartitica non è prevista. Sono sistemi che portano a diverse difficoltà: anche in Belgio il Governo è stato formato dopo un anno e mezzo e non è un caso. Ciò avviene perché si obbligano i partiti ad assumere posizioni radicali prima delle elezioni, e solo dopo formare coalizioni con posizioni più moderate. Serve una riforma del sistema elettorale.

Come vede un’eventuale candidatura all’UE?
Questione di tempo. Accadrà. Come è successo a Croazia e Serbia. La carta europea serve, per dare non solo maggiore stabilità politica, ma anche una prospettiva concreta, per vedere la propria situazione socio-eonomica migliorare.

Cosa non è stato recepito da chi non ha vissuto questi cambiamenti?
Non è stato capito che, affinché i cittadini possano essere davvero liberi, non bisogna istituzionalizzare le differenze etniche. Questo è un grave errore. Rigide quote che suddividano i seggi non portano a niente di buono. Bisogna concedere il lusso di cambiare il proprio gruppo d’origine, creare legami potendosi anche differenziare all’interno di uno stesso gruppo etnico. C’è chi non si sente parte di nessun gruppo, così come non esiste l’omogeneità all’interno dei gruppi esistenti. È importante poter sviluppare delle identità multiple legate non solo all’etnia, ma anche al territorio, all’opinione politica, eccetera. Per liberarsi dalla “gabbia etnica”. (Ma.Mi.)

Sarajevo oggi: la condanna di «una memoria troppo viva»

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di Maria Acqua Simi

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«Quella bosniaca è una pace apparente e precaria». Così, con la voce roca tipica di chi ha mangiato la terra consumando le suole facendo l’inviato e fumando migliaia di sigarette, Toni Capuozzo commenta i 20 anni di un’indipendenza, quella della Bosnia-Erzegovina, il cui bilancio «è melanconico». Capuozzo ha vissuto la guerra dei Balcani da inviato di punta: era sotto le bombe a Sarajevo e ci torna, ogni anno, da allora. «Quello che era stato il sogno della resistenza della Sarajevo assediata e cioè ricostruire una città multiculturale, multietnica, crogiuolo delle diversità è fallito e oggi si confronta con un presente molto più modesto», spiega il giornalista. Che prosegue: «Dal punto di vista dell’ingegneria costituzionale quello che è stato il tentativo degli accordi di Dayton di costruire una Federazione che vedesse equamente rappresentati tutti quanti i gruppi etnici della Bosnia si è rivelato solo un trionfo della burocrazia. Per fare un esempio: ci sono tre ministri dei Trasporti, sei sottosegretari ai Trasporti in ogni Cantone. Si vive in una sorta di assistenzialismo politico-burocratico mantenuto dalla comunità internazionale e c’è comunque un diverso modo di guardarsi tra le diverse etnie che è solo non violento. Non si spara più. Ma parlare di una Federazione autentica non si può».

Nemmeno con l’adesione all’UE, domandiamo.
«In questo momento far aderire qualcuno all’UE è come invitarlo a fare una crociera su una nave della Costa. Non è un passaporto per la salvezza per nessuno. Forse entrare nella comunità europea può indebolire delle divisioni interne al Paese. Ma sarà un processo lungo, in ogni caso». Non crede in una riesplosione del conflitto, Capuozzo. «C’è molta stanchezza, ora. Ma è una pace precaria. Non si spara, certo. Ma rimangono dei confini invisibili nel Paese. I confini sono nell’anima della gente. E trattandosi di una storia unica che si è frantumata, questo è un po’ più doloroso. Il tempo non ha fatto altro che aprire queste ferite e approfondire queste diversità. Ci vorranno generazioni prima che torni l’ingenuità e la curiosità nei confronti dell’altro».

Perché la guerra non è così lontana, nella memoria del popolo bosniaco, che ancora oggi si divide nettamente in serbi (ortodossi), croati (cattolici) e bosgnacchi (musulmani). «La memoria a volte è una condanna. Noi tutti veniamo incitati a ricordare, ma talvolta non è così facile girare pagina. In Bosnia ad esempio il nazionalismo sconfina nell’identità religiosa. Il problema è che nelle situazioni di crisi non è facile l’apertura all’altro. Le crisi mordono, corrodono: e più va in frantumi identità, più uno si attacca al primo simbolo che passa pur di affermarsi. Fosse pure il dialetto della propria regione». La vita a Sarajevo, per il cronista, è oggi spenta. Nessuno spera in qualcosa di meglio. La guerra non esiste semplicemente perché nessuno ha voglia di farla. Ma allo stesso modo, è la vita, che manca. «C’è perfino chi rimpiange le tragedie della guerra. Era un periodo duro, ma rispetto alla modestia del presente, era un tempo in cui tutto sembrava possibile. Si riusciva a sperare nel cambiamento. Oggi invece si campa di sussidi, piccoli commerci e tutto quello che è stato…viene da chiedere: a cosa è servito?». E sulle etnie che compongono la Nazione, il giudizio di Capuozzo è chiaro. Adesso sono i bosniaci musulmani a imporsi. Lo racconta con un esempio. «C’è stata recentemente una polemica molto forte perché il ministro dell’Educazione, un musulmano laico (del Cantone di Sarajevo) si è detto contrario all’insegnamento religioso nelle scuole. È stato minacciato e ha dovuto dimettersi. Perché accade questo? Vent’anni fa, i musulmani sono stati bombardati per la loro religione e ora che c’è la pace, si sentono in dovere di essere musulmani fino all’estremismo. L’identità ne è uscita esacerbata». Ma, Capuozzo ne è certo, «si potrà ripartire. Dalle nuove generazioni, si potrà ricostruire».

01.03.2012
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