Archivio | aprile 6, 2012

LADRONI A CASA NOSTRA – La musica non cambia, gli ascoltatori nemmeno

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La musica non cambia, gli ascoltatori nemmeno

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DI GIANFRANCO LA GRASSA
conflittiestrategie.it

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Quando scoppiò “mani pulite”, nessuno certamente si immaginò che fosse solo montatura; ovviamente certi reati esistevano e certi rei pure. Tuttavia, dopo anni e anni, a conti fatti, credo siano circa 100 gli accusati da “mani pulite” che, tutto sommato, ne sono usciti con la caduta delle imputazioni. Particolare rilevanza hanno avuto gli ultimi due casi: il proscioglimento, dopo poco meno di vent’anni di processi, di Mannino e Formica. Detto questo, nessuno nega che ci sia stata comunque corruzione. Non credo per nulla, però, che sia stata superiore a quella di altri periodi storici o di altri paesi. La vera particolarità di “mani pulite” è che spazzò via un intero regime politico; ed esattamente quando ciò fu reso possibile dal crollo del “socialismo” (1989) e dell’Urss (1991).

A quel punto vennero a maturazione le condizioni poste affinché i rinnegati del Pci – già in azione dalla fine anni ’60 e, soprattutto, dal 1972 per spostarsi in senso filo-Usa – potessero essere chiamati, con la complicità interna della Confindustria e di altri sedicenti “poteri forti”, a rivestire il ruolo di asse centrale di un nuovo regime totalmente asservito allo straniero, con l’appoggio della “sinistra” Dc e di alcuni “polloni” socialisti (Amato, ecc.). Fu posta in atto la svendita dei settori strategici, che per “avventura” – grande crisi anni ‘30, creazione dell’Iri, rifiuto dell’imprenditoria privata di riappropriarsi di quelle aziende nazionalizzate, la cui cessione era stata proposta loro da Mussolini – erano in mano “pubblica” ed erano uno dei punti di forza della Dc (soprattutto dopo la creazione dell’Eni, ecc.). Il piano dei felloni trovò sulla sua strada, sempre per “avventura”, Berlusconi, che in un primo tempo, com’è evidentemente nelle sue abitudini, aveva abbandonato il suo “protettore” Craxi ed era stato piuttosto favorevole alla finta opera di giustizia. Una volta messo nel mirino, approfittò della stupidità dei politici e imprenditori italiani, artefici di tale operazione, e si “pappò” l’elettorato diccì-piesseì rimasto orfano e per nulla disposto ad un voltafaccia che non capiva; tanto più che le mene di tradimento del Pci, pur ormai più che ventennali, erano venute in luce solo dopo l’89, con posticcio cambio di nome del partito, ripetuto più volte senza particolare fantasia.

Lasciamo perdere chi poteva esserci dietro Berlusconi (credo anche certi settori del management pubblico, purtroppo non molto robusti né, mi sembra, particolarmente “furbi” in politica). L’importante è che fu rimessa in azione la magistratura. Ancora una volta dico di non credere alla “innocenza” di un imprenditore di successo (chi è innocente soccombe e basta); che si tratti però del più delinquente e corruttore di tutti, è una “trovatina” degna dell’intelligenza scaduta al livello d’una bertuccia, tipica dell’imprenditoria italiana (di cui poi, alla morte del “grande magnate”, abbiamo saputo quali “altarini” nascondeva) e di un ceto politico di infamia veramente rara perfino in un povero paese come il nostro. Il “ceto medio semicolto” ha imputato al “grande corruttore” (e perfino novello Mussolini; incredibile!) anche la corruzione pregressa e lo scadimento morale e intellettuale, che era invece quello suo proprio. Da questi fessi e venduti, il grosso del “pubblico” si è fatto ingannare circa l’opera di “giustizia”: prima “mani pulite” e poi la lotta al Male Assoluto nella personificazione di colui che ha dimostrato ampiamente di essere semplicemente un imbonitore, adeguato a quello che è diventato un popolo di obnubilati, di individui che sembrano non avere più alcuna storia alle spalle, non essere appartenuti ad una qualche civiltà.

Oggi, con puntualità cronometrica, scatta l’ulteriore opera di “giustizia” contro la Lega, l’unico partito che non ha accettato la presa in giro dei “tecnici”. Intendiamoci bene. Anche in tal caso, probabilmente ci sarà qualcosa di vero, magari molto. Esisteva però allora da anni, non certo da adesso. L’operazione è tuttavia scattata al bisogno, poiché è tassativo impedire che si coaguli un dissenso con qualche seguito d’elettorato, che verrebbe tolto ad altri, a quelli che sono complici dello sconquasso in atto. C’è di più. Non è che la Lega abbia sviluppato un’opposizione molto netta e limpida, mettendo in luce i veri retroscena della manovra in atto. E’ stata fin troppo cauta nelle sue denunce perché di opportunisti è pur essa ricca. Ciononostante, è bastato per far scatenare la “resa dei conti” per via giudiziaria (come al solito). La solidarietà del Cavaliere e del Pdl è chiaramente di facciata, non nasconde la soddisfazione.

Fin quando era Berlusconi sotto tiro, l’indignazione del centro-destra era massima, ci si sprecava nel porre in evidenza la puntualità dei vari attacchi, si pretendevano commissioni d’inchiesta, si accusava esplicitamente il CSM, si chiedeva – richiesta comunque sacrosanta per qualsiasi motivo fosse avanzata – la responsabilità dei magistrati che avessero commesso errori clamorosi con evidente mala fede. Tutto dimenticato da quando l’ominicchio di Arcore sta subendo minori pressioni giudiziarie (e scandalistiche), dato che diventa sempre più chiaro ed esplicito il suo ruolo di complice di tutti coloro che, dall’estero e dall’interno, stanno conducendo il paese al ruolo di pura pedina mossa a piacimento per scopi lontani dagli interessi della stragrande maggioranza della sua popolazione, che deve invece essere pesantemente salassata per la “gloria” d’altri. In Commissione giustizia (non ricordo di quale Camera) la proposta di responsabilità dei magistrati è stata respinta con 19 voti contro 3 (solo quelli della Lega).

Bene, la politica è stata annientata da vent’anni di pura lotta attorno ad una persona, ingigantita al ruolo di grande personaggio storico mentre è di una meschinità rara a trovarsi. Non mi stancherò di ripetere che la responsabilità principale di tale rimbecillimento di massa è della cosiddetta “sinistra”; mai stata tale, in realtà, poiché in tutti i suoi settori (“moderati” e “radicali”) è solo un’ammucchiata di cialtroni e saltimbanchi (compresi i sedicenti intellettuali, i più ributtanti di tutti), per di più disonesti, spesso oltre il limite della delinquenza pura e semplice. Del centro-destra (anch’esso così denominato con scarso senso dell’umorismo) c’è solo da dire che si tratta di personaggi raccogliticci, banderuole al vento, di grande incultura e squallore personale. Impossibile indicare chi è più laido e degno di essere sputacchiato in tale desolato panorama.

In questo clima ormai non più sanabile, si continua con la commedia della “giustizia” dopo vent’anni di reiterate prove della mala fede della stessa. Si compiono mosse, che sono “bombe ad orologeria”, perché non si è più in grado di accedere alla lotta politica; su che cosa si dovrebbe d’altronde impostare visto che tutti i partiti accettano dei “tecnici” al governo, che o non sanno ciò che fanno oppure sono dei felloni pagati da Usa e GFeID (grande finanza e industria decotta, lo ricordo) per portare il paese fuori perfino dall’ambito della “democrazia” elettorale, delle scelte pilotate ma in qualche modo corredate da progetti. Oggi abbiamo farabutti, banditi di mezza tacca, senza idee né valori. Non li hanno da vent’anni, sono rinnegati della più spregevole risma. Continuano ad andare avanti utilizzando un organismo ormai deviato qual è la magistratura. Sia chiaro una volta per tutte: non i magistrati ma la magistratura; mi auguro che qualcuno capisca ancora la differenza, che sappia come in date contingenze basti un gruppo coeso di personalità degenerate per far svolgere una funzione “malata” ad un corpo collettivo, magari composto da una maggioranza di membri sani.

E il popolo segue, beota e ignaro delle vere finalità di questi mascalzoni. Magari è incazzato, ma è anche spaventato, disorientato e, inoltre, non sa più da decenni che cos’è la politica. Facile quindi accettare l’idea che c’è sempre qualcuno (o qualcosa come, ad es., fu lo spread fino a poco tempo fa) cui attribuire le proprie disgrazie. C’era il Demonio Berlusconi, adesso è la volta della Lega (e del suo leader). Una vergogna continua, un abbassamento reale di ogni livello di intelligenza più ancora che di moralità. E con un ceto intellettuale che imperversa, che non si riesce a debellare poiché ha la forza dell’imbecillità con cui i frutti della sua inettitudine vengono acclamati da coloro che si credono colti.

Che la Lega si arrangi.
Noi però siamo nella merda più completa; e il lezzo è sempre più forte e penetrante, la “peste incombe”. Cosa dobbiamo fare? Ritirarci in collina ed impostare un nuovo “Decamerone”? Non abbiamo però ambienti che possano essere protetti, il “malo morbo” dilaga.

Gianfranco La Grassa
Fonte: http://www.conflittiestrategie.it
Link: http://www.conflittiestrategie.it/2012/04/05/la-musica-non-cambia-gli-ascoltatori-nemmeno-scritto-da-giellegi-il-5-aprile-%E2%80%9812/
5.05.2012

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Bosnia: concerto e fiume di sedie vuote per i morti di Sarajevo


Over 1,500 children died in the Siege of Sarajevo. The 11541 chairs will remian empty because those killed under the siege were unable to attend – fonte
Sarajevo commemora le vittime dell'assedio serbo con 11.541 sedie rosse vuote
Sarajevo commemora le vittime dell’assedio serbo con 11.541 sedie rosse vuote

Bosnia: concerto e fiume sedie vuote per morti Sarajevo

Sono 11.451, quante vittime assedio 20 anni fa

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di Nadira Sehovic

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(ANSAmed) – SARAJEVO – Un fiume rosso-sangue di sedie vuote ha inondato oggi la via principale di Sarajevo e intorno a questo parterre lungo 800 metri, sui marciapiedi, migliaia di sarajevesi si sono raccolti per assistere a un concerto di musiche e canti in onore degli 11.451 concittadini uccisi durante l’assedio della citta’ da parte delle forze serbe (1992-96). Le 11.451 sedie vuote che hanno silenziosamente invaso la capitale bosniaca ricordavano, infatti, ciascuno di loro.

Molte persone hanno posato sulle sedie rosse un fiore, e su alcune delle 1.500 di dimensioni piu’ piccole, in ricordo dei bambini uccisi, si potevano vedere dolcetti, giocattoli, quaderni, fiori, e su una delle sedie era posato un uovo Kinder.

”Se non fossero stati uccisi – ha detto il regista della commemorazione, Haris Pasovic – i nostri concittadini oggi avrebbero una propria famiglia o dei nipotini, sarebbero lavoratori, insegnanti, medici, poliziotti, artisti, cuochi, ingegneri, giornalisti, sacerdoti, architetti; condividerebbero con noi i nostri problemi e le nostre insoddisfazioni: ci mancano molto e il pensiero di un pubblico di migliaia di persone che non potra’ mai venire a un concerto mi ha terrorizzato per la sua raccapricciante realta”’. Le 11.541 sedie vuote simboleggiano solo le vittime accertate, riportandone nome e cognome, data e luogo di morte, ma secondo le stime i morti negli anni della guerra sono stati circa 18.000. Per la brutalita’ dell’assedio della capitale bosniaca, il Tribunale internazionale per crimini di guerra (Tpi) dell’Aja, ha condannato i due comandanti del corpo d’armata ‘Romanija’ dell’esercito serbo che cingeva d’assedio la citta’, i generali Stanislav Galic e Dragomir Milosevic rispettivamente all’ergastolo e a 29 anni di reclusione, per aver ”bombardato Sarajevo e seminato terrore, uccidendo e mutilando migliaia di persone, costringendo la popolazione a vivere un drammatico calvario, privando la citta’ di cibo, acqua, gas, trasporti”.

Memori della guerra e delle violenze subite, molti hanno cantato oggi assieme a un coro di bambini ”Give Peace A Chance” di John Lennon, che ha chiuso il concerto. E pace avevano invocato anche i centomila sarajevesi che il 6 aprile del 1992 manifestavano davanti al parlamento della Bosnia, quando dalle finestre dell’hotel Holiday Inn i cecchini dell’Sds, il partito di Radovan Karadzic, spararono sulla folla lasciando sul selciato 17 morti. Per ricordare l’inizio, vent’anni fa, del piu’ lungo e cruento assedio della storia moderna, in questi giorni sono tornati in citta’ un centinaio di giornalisti stranieri, ”veterani” della guerra in Bosnia, tra cui anche Roy Gutman, premio Pulitzer per il libro ”Testimone del genocidio”. Quella di Sarajevo e’ stata per Gutman un’esperienza particolare, ha detto in un’intervista, in cui si capiva benissimo chi era il carnefice e chi la vittima. ”Noi giornalisti siamo abituati a sentire menzogne, ma qui ho avuto il privilegio che mi si dicesse la verita’, non solo da parte dells gente ma anche delle istituzioni, era facile lavorare”. (ANSAmed).

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Special Report: 20th Anniversary of the Siege of Sarajevo

Caricato da in data 04/apr/2012

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April 5th 2012 marks the twentieth anniversary of the first civilians killed in the Siege of Sarajevo, when two women were shot dead by Bosnian-Serb snipers. The assault by Bosnian-Serb forces on the capital would go on to last three years and result in ten thousand civilians being killed, around 1,500 being children.

Europe correspondent, Paul Cunningham, returns to Sarajevo, scene of the longest siege of any capital in the history of modern warfare.

REPORTAGE L’ESPRESSO – L’Aquila a tre anni dal terremoto: nulla è cambiato

CIALENTE, L’AQUILA 3 ANNI DOPO

Caricato da in data 05/apr/2012

Il sindaco de L’Aquila Cialente ripercorre i passi della ricostruzione e le prospettive dei cittadini in vista del pagamento dell’IMU http://www.coffeebreak.la7.it

Il tempo si è fermato a L’Aquila

Tre anni dopo il terremoto gli sfollati sono ancora più di 30 mila. Nonostante i 3,5 miliardi di euro spesi. Ecco errori e colpevoli dei ritardi nella ricostruzione. Mentre il sindaco Cialente accusa: “Siamo stati abbandonati”

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di Primo Di Nicola

(06 aprile 2012)

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Foto di Giovanni Cocco per l Espresso
Foto di Giovanni Cocco per l’Espresso
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Alle prese con la realizzazione del suo auditorium nel parco del Castello, persino un uomo sobrio come Renzo Piano non usa mezzi termini nel descrivere l’andamento della ricostruzione a L’Aquila: “Indecente”, scandisce il grande architetto. I guasti del “ritardo clamoroso” con il quale procedono i lavori post-terremoto nel centro storico della città e di tutti gli altri comuni del cratere sismico; i rallentamenti negli interventi sul resto del patrimonio abitativo anche nelle zone periferiche; l’economia agonizzante e la disoccupazione dilagante giustificano tanta durezza.
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A tre anni dal terremoto che il 6 aprile 2009 distrusse la città causando oltre 300 morti, decine di migliaia di persone aspettano ancora di rientrare nelle proprie abitazioni. Nonostante siano già stati spesi tantissimi soldi (almeno 3 miliardi e mezzo) per l’emergenza e la costruzione di 19 new town intorno alla città, e tanti altri se ne continuano a bruciare per l’assistenza alla popolazione ancora sfollata (altri 100 mila euro al giorno).
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“Siamo di fronte ad un autentico disastro”, denuncia il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, che accusa le autorità di governo e quelle regionali di avere “abbandonato la città prendendo in giro i terremotati”. Chi non ricorda i toni trionfalistici che solo qualche mese dopo il sisma l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi usava per descrivere lo stato della ricostruzione? Tutto risolto, lasciava intendere il Cavaliere. Invece, come le crude cifre dimostrano, le cose stanno diversamente: dei 67 mila sfollati del 2009, solo 34 mila sono rientrati nelle proprie abitazioni. Gli altri sono ancora alloggiati nelle new town berlusconiane, nei moduli abitativi provvisori o in altre dimore scelte con il contributo per l’autonoma sistemazione.
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SENZA PREZZO Scandagliando tra Roma e L’Aquila, tra la presidenza del Consiglio, la Regione Abruzzo e il Comune, sui ritardi della ricostruzione è tutto un palleggiamento di responsabilità. In piena campagna elettorale per il Comune, il sindaco Cialente (Pd) è un fiume in piena contro l’operato del governo Berlusconi e del presidente della Regione Gianni Chiodi (Pdl). Secondo Cialente, fino a quando ad occuparsi del terremoto è stato Guido Bertolaso, le cose hanno marciato. I guai sarebbero cominciati quando i compiti di Bertolaso sono stati ereditati proprio da Chiodi, dal governo Berlusconi nominato commissario per la Ricostruzione (con lo stesso Cialente e Gaetano Fontana come vice). Anzitutto, a causa di tutti i contrattempi e le cattive conseguenze legate alla scelta di ricostruire subito le case della periferia accantonando per una fase successiva gli interventi sul centro storico. “Una decisione nefasta di Berlusconi”, aggiunge Cialente, che Chiodi avrebbe “aggravato con tutta una serie di altre scelte sbagliate e di inadempienze”. Racconta per esempio il sindaco che nel febbraio 2010 era pronta l’ordinanza con le linee guida per far partire i lavori sulle case A, B e C (la classificazione a seconda dei danni riportati) delle zone periferiche. Solo che per firmarla Berlusconi impiegò quattro mesi. E non basta. Varata l’ordinanza, per avviare gli interventi serviva un altro documento, il prezziario delle opere. Era compito della Regione vararlo, ma si scoprì che il governatore Chiodi non lo aveva neanche messo a punto.
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AVANTI PIANO Mesi preziosi se ne sono andati in questo modo. Ma gli ostacoli burocratici non sono finiti: le richieste dei terremotati per le riparazioni delle abitazioni e il relativo finanziamento passano per ben tre organismi. I tempi si allungano e a tutt’oggi all’Aquila risultano approvate solo 18 mila domande, cioè circa il 50 per cento del totale. In più tardano ormai da anni i piani di ricostruzione dei centri storici dell’Aquila stessa (15 mila abitazioni da rifare) e degli altri comuni terremotati: solo “22 Comuni su 57 (fra cui L’Aquila) hanno adottato il proprio piano”, ha scoperto il ministro Barca, e di questi appena “quattro hanno proceduto ad indire la Conferenza di Servizi” necessaria per l’approvazione finale. Morale: senza piani non si possono concedere autorizzazioni a ricostruire nei centri storici. “Di questo passo”, avverte Pietro Di Stefano, assessore alla Ricostruzione del capoluogo, “non basteranno 15 anni per tornare alla normalità”.
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ZONA FRANCA ADDIO E’ un altro capitolo della mancata ricostruzione. L’istituzione di una zona franca doveva essere uno dei punti di forza della rinascita. Secondo i progetti valeva 90 milioni e attraverso facilitazioni fiscali e incentivi avrebbe dovuto invogliare gli imprenditori a investire nel territorio devastato dal sisma. L’allora presidente della provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane e il sindaco Cialente la proposero a Berlusconi, che la fece sua inoltrandola all’Ue, ma per tre anni tutto è rimasto sulla carta. Fino a poche settimane fa, quando il governo Monti ha comunicato a Bruxelles il ritiro della richiesta. “Davvero un mesto epilogo”, dice Cialente, “una presa in giro che ha fatto perdere anni preziosi”.
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CHE FORTUNA, IL TERREMOTO Tra tante disgrazie e ritardi, almeno qualcuno c’è all’Aquila che può dire di averci guadagnato qualcosa con il terremoto. La Chiesa per cominciare che, con la scusa del sisma e del progetto “100 chiese per Natale”, è riuscita a fare ottenere finanziamenti a pioggia in tutta la regione. La denuncia arriva dall’associazione Bianchi-Bandinelli e da Umberto D’Angelo, esperto di beni culturali abruzzesi: “Almeno 47 delle strutture beneficiate si trovano in località fuori dal cratere”, spiega D’Angelo. Ma, soprattutto, con il terremoto ci ha guadagnato il direttore generale della Asl Giancarlo Silveri. Chi non ricorda l’ospedale San Salvatore? Pilastri senza supporti, carenze di calcestruzzo, violazioni delle norme antisismiche.
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Crollata in più parti (è in corso un processo), la struttura ospedaliera venne indicata come una delle vergogne cittadine. Ebbene, dopo qualche mese, grazie ad una superpolizza assicurativa, per i danni riportati dal San Salvatore, Silveri ha incassato un premio di 47 milioni di euro. Dedicati anch’essi alla ricostruzione ospedaliera? Macché, i soldi sono stati spesi interamente per ripianare i debiti della Asl e della fallimentare sanità regionale corrosa dagli scandali. E tutto questo mentre in alcuni reparti del nosocomio, come quelli ospitati nei prefabbricati del G8 trasferiti dalla Maddalena, i terremotati vengono curati in strutture così precarie da sollevare le “forti preoccupazioni” del presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino e del suo vice Alfonso Mascitelli giunti a L’Aquila per una visita. Una situazione, nemmeno isolata. Fanno gridare allo scandalo anche le condizioni in cui operano il servizio diurno psichiatrico e il centro di salute mentale nel complesso di Collemaggio. Qui, come i lettori possono vedere nel video, i pazienti sono addirittura ospitati in precari container. E tutto perché il dg Silveri ha preferito abbellire i bilanci piuttosto che privilegiare le esigenze dei malati.

ha collaborato Marianna Gianforte

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Lesbiche? Per lo Stato sono malate / La replica (piccata) del Ministero della Salute


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Lesbiche? Per lo Stato sono malate

Secondo i moduli del dicastero della salute il “lesbismo” è una vera e propria malattia. E non si tratta di una gaffe, ma di una classificazione vecchia di anni che rimarrà in atto ancora per molto tempo a causa dei ritardi burocratici

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di Tommaso Cerno

(05 aprile 2012)

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Per quanto suoni strano, è ufficiale: per lo Stato le lesbiche sono “malate”. Non è l’ultima sparata di Carlo Giovanardi, né lo slogan omofobo di qualche facinoroso dell’ultradestra. Lo mette nero su bianco il modulo “Icd9-cm”, vale a dire l’elenco ufficiale delle patologie e dei traumi varato per decreto dal ministero della Salute. A pagina 514, capitolo 302, paragrafo “0”, è inserito il “lesbismo egodistonico”, classificato dunque a tutti gli effetti come malattia per gli enti pubblici, per l’Inps che sulla base di quegli elenchi certifica disabilità e invalidità, per Comuni e Regioni, ospedali e istituti di previdenza. E così scoppia il caso delle “lesbiche malate”, finora sfuggito perfino ai dirigenti di viale Trastevere. E si annuncia bufera a Montecitorio, fra interrogazioni già firmate dall’Italia dei Valori e proteste della comunità gay, incredula di fronte a quella che suona come l’ennesima discriminazione.
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Nel Paese della burocrazia elefantiaca accade anche questo. Mentre l’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie il 17 maggio del 1993, in Italia sopravvive in un documento ufficiale quel riferimento alle donne omosex. Eppure la lista è stata aggiornata nel 2007 dall’allora ministro del Pd Livia Turco e poi ratificata, senza correzioni, dal ministro del Pdl Ferruccio Fazio nel 2009. Ma non è bastato.
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ARRIVA LA CONFERMA
Una drammatica svista? Una versione troppo datata? Una bufala? Macché. Basta telefonare all’Inps e domandare: “Scusi, dottore, qual è l’elenco delle malattie che usate per le pratiche?”. Un gentile dirigente conferma che è proprio il famigerato “Icd9-cm”, lesbiche incluse. Stessa cosa negli ospedali. E ancora all’ufficio legislativo della Regione. Fino al dicastero guidato da Renato Balduzzi . Sulle prime all’ufficio del ministro cadono dalle nuvole: “Non è imputabile a noi”, precisano. “Questo è ovvio”. Poi a viale Trastevere partono le verifiche. Si cerca il direttore generale. Si passano al setaccio i decreti. Finché arriva la conferma: “Il “lesbismo egodistonico” è presente nel testo in vigore”, spiegano. La ragione? “Quell’elenco è la traduzione di un documento dell’Agenzia federale americana. Un elenco, in effetti, già decaduto e sostituito da anni a livello internazionale dal modello successivo, appunto “Icd10″, dove il riferimento al lesbismo non c’è più”. Peccato che l’Italia non si sia ancora adeguata al nuovo testo, “perché la procedura è complessa”, aggiungono nell’entourage del ministro.
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Nel frattempo le lesbiche si dovranno tenere la loro malattia di Stato. Ma per quanto? Forse per anni. Non è dato sapere: “Ci stiamo adeguando, ma la tempistica è piuttosto lunga. La nuova classificazione modifica tutto, codici e procedure chirurgiche. Cancella il vecchio sistema e l’intero capitolo 302.0. Difficile dire quando entrerà in vigore anche in Italia”. Impossibile anche l’intervento riparatore in extremis. Un decreto, cioè, che cancelli la malattia di lesbismo in attesa del nuovo testo: “Non sono ammesse modifiche parziali del decreto, solo l’adozione del nuovo elenco Icd10”, precisano al ministero. “Quindi bisognerà aspettare”. Non i dipietristi, però, che già lunedì vogliono sollevare il caso in Parlamento con un’interrogazione di Silvana Mura, mentre il responsabile diritti civili dell’Idv, Franco Grillini, parla di “discriminazione di Stato inaccettabile”.
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OMOFOBIA RECORD
Anche perché fra traduzioni datate e vuoti legislativi, l’omofobia in Italia cresce. E nel 2011 segna un picco record. L’Unar, l’ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali della presidenza del Consiglio, nella relazione di pochi giorni fa al Parlamento per la prima volta ha analizzato gli atti di violenza contro gay, lesbiche e trans. Con un primo dato allarmante. Fra le matrici della discriminazione l’orientamento sessuale sale al secondo posto dopo i motivi razziali con il 25 per cento dei casi. Un dato confermato dal Viminale, che dal 2010 ha attivato l’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori guidato dal vicecapo della polizia,
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Francesco Cirillo. In un solo anno ha ricevuto 234 segnalazioni, il 40 per cento delle quali costituivano un reato, e ha portato a 32 arresti e 84 processi. E c’è pure un secondo dato preoccupante: “Una volta su quattro è la vittima dell’omofobia a fare la segnalazione, mentre nel 51 per cento dei casi è un testimone che denuncia”, spiegano all’Unar. Ecco che il fattore paura prevale. E che gay e lesbiche, spesso, sono costretti a tenere per sé la violenza e a digerire in silenzio insulti e mobbing. E questo perché spesso i genitori non sanno che il figlio è gay, oppure il problema di visibilità riguarda l’ambiente di lavoro, la scuola, gli amici, la squadra di calcio: “Un fattore che finisce per favorire l’aggressore omofobo, che si sente impunito e agisce quindi contro i gay”, spiegano alla presidenza del Consiglio.
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IL LICEO NON E’ PER GAY
I casi sono centinaia. Nei primi tre mesi del 2012 i telefoni della Gay Help Line di Roma sono diventati roventi. Di pochi giorni fa l’ultimo episodio in un famoso liceo romano. Marco (il nome è di fantasia) è uno studente di 15 anni. Un’insegnante l’ha apostrofato nel bel mezzo della lezione: “Qui non siamo in quelle discoteche da checca che frequenti tu”, ha detto dalla cattedra. Marco è uscito in lacrime e il caso ha fatto il giro della scuola, fino sul tavolo della preside: “All’insegnante è stato chiesto di restare a casa qualche giorno, magari fino a dopo le vacanze di Pasqua. Stessa cosa ha fatto Marco”, rivela un docente del liceo. “Un segnale di attenzione, ma anche un modo per insabbiare un atto che non ha giustificazione”. Anche perché Marco non ha molte via d’uscita. A casa ha lo stesso problema. Mamma sa tutto, papà no. E così deve inghiottire sorrisetti e insulti.
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Non è un fatto isolato. Nell’ultima rilevazione il 5 per cento delle richieste d’aiuto arriva da minorenni e il 74 per cento degli studenti racconta di aver subito almeno un episodio di bullismo omofobico. “Di questi il 36 per cento è avvenuto a scuola”, spiega Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center che gestisce la linea amica.
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FAMIGLIA SI ANZI NO
Agostino e Ottavio convivevano da otto anni. Poi un giorno Ottavio, 28 anni, si sente male. Esami. Ricoveri. La diagnosi è terribile: linfoma di Hodgkin. All’ospedale Spallanzani, Agostino si presenta alla visita medica con Ottavio e riceve il primo rifiuto. “Il medico m’ha fatto allontanare, dicendomi che io non ero nessuno”, racconta. “Poi ho fatto amicizia con infermieri e medici di guardia. E loro, violando le regole, mi lasciavano passare. Sempre con l’incubo che arrivasse il primario”. Ci s’è messa pure la burocrazia. “Ottavio aveva dodici fratelli, ma nessuno s’è mai visto fra chi era all’estero e chi aveva altri impegni”, racconta Agostino. “Io ero l’unico che lo assisteva, ogni giorno, mentre aveva bisogno di tutto. Al lavoro non mi riconoscevano i permessi, perché non era un mio congiunto, e consumavo le ferie. Al tempo stesso, però, il Comune gli ha negato il sussidio perché nel modulo Isee veniva invece inserito anche il mio reddito”. Con una tragica beffa. Quando Ottavio è morto, la pensione di invalidità non era arrivata. “Io avevo fatto debiti e pagato le spese, come è ovvio. Ma quando arrivò l’assegno, andò ai fratelli”.
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BOTTE O LICENZIATO
Renato ha 22 anni. Lavora in un bar di Foggia. Tutto bene fino a una sera di gennaio quando il titolare origlia una telefonana: “Parlava con il suo ragazzo. Da quel giorno è cominciato un inferno”, racconta l’avvocato Antonio rotulei della rete Lenford, specializzata in diritti civili. “Ha subito insulti, vessazioni e violenze fisiche. Ho visto i lividi con i miei occhi. “O così, o te ne vai”, gli diceva il titolare”. Ma quando fascicoli e prove sono pronti, Renato fa dietrofront. “Renato mi chiese: “Mi garantisce che tutto resterà riservato? Nessuno sa che sono gay”. Io risposi che non poteva esserci la garanzia e così Renato ha rinunciato ad ottenere giustizia”.
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SEI GAY, NON GUIDI
Lo scorso maggio toccò a Cristian Friscina strabuzzare gli occhi di fronte a una lettera dalla motorizzazione di Brindisi. Diceva: “Gravi patologie potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida”. Con queste motivazioni Cristian si è visto negare il rinnovo della patente. Ma perché? La storia ha dell’incredibile. Alla visita di leva, nel 1999, raccontò ai medici di essere gay. L’Ospedale militare Bonomo di Bari verbalizzò e trasmise alla motorizzazione. Ed ecco che l’omosessualità “fa sorgere dubbi sulla persistenza dei requisiti di idoneità psicofisica prescritti per il possesso della patente”. E così a Cristian, che nel frattempo s’era trasferito a Bologna per studiare, riceve il “no” al rinnovo della patente.
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“FROCIO” DELLA PORTA ACCANTO
Peschiera Borromeo, periferia sud di Milano. Denis ha 38 anni e uno stipendio. Paga 750 euro al mese d’affitto. Mai un ritardo. Finché la ditta entra in crisi: cassa integrazione per 6 mesi, poi licenziato. E con il lavoro se ne vanno pure i buoni rapporti con la padrona di casa: “Cominciarono gli insulti al telefono: “frocio di merda, mi fai schifo”. Minacce ai genitori, l’auto tappezzava di cartelli e allusioni all’Aids”. Ecco che Davide si rivolge a un avvocato, ma dopo sei anni di causa il tribunale di Milano assolve la proprietaria: nel 2012 dire “frocio” non è un’offesa, scrivono i giudici. Sarà. n
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fonte articolo
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La replica (piccata) del Ministero della Salute

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Ministero della Salute

Orientamento sessuale egodistonico in icd-9-cm: precisazione Ministero salute

Comunicato n. 74 – 05 aprile 2012

In merito all’articolo “Lesbiche? Per lo Stato sono malate” apparso oggi sul sito web del settimanale L’Espresso, si precisa che il codice 302.0 dell’International Classification of Diseases 9 Clinical Modification (ICD-9-CM), ovvero lo strumento internazionale utilizzato per la definizione delle diagnosi e dei traumatismi nei ricoveri (usato in Italia per le Schede di Dimissione Ospedaliera) riporta la definizione di “orientamento sessuale egodistonico”.

L’orientamento sessuale egodistonico, secondo l’Oms, si ha quando l’identità di genere o la preferenza sessuale (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o prepuberale) non è in dubbio, ma l’individuo desidererebbe che fosse diversa a causa di disordini psicologici e del comportamento associati.

E’ quindi del tutto evidente che non esiste alcuna classificazione come patologia di qualsivoglia orientamento sessuale: ogni affermazione in questo senso è totalmente infondata.

Il “lesbismo egodistonico” e la “omosessualità egodistonica” (quest’ultima definizione è presente non nell’elenco sistematico delle malattie ma nell’indice alfabetico) sono citati unicamente con lo scopo di indicare che essi vanno ricondotti nella categoria generale dell’orientamento sessuale egodistonico, e quindi identificati con il codice 302.0.

Si precisa che la versione italiana dell’ICD-9-CM recepisce la classificazione internazionale attualmente in uso negli Stati Uniti. Il Dipartimento della Salute del Governo americano ha predisposto l’adozione della nuova classificazione, denominata ICD-10-CM, che entrerà in vigore il 1 ottobre 2013. L’iter italiano di aggiornamento, quindi, sta avvenendo secondo la tempistica ordinaria e senza alcun ritardo burocratico.

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