Archivio | aprile 7, 2012

La Lega, Bossi, il “Cerchio Magico” e la circonvenzione di incapace

La Lega, Bossi, il “Cerchio Magico” e la circonvenzione di incapace

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DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it

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(breve discussione telefonica con il filosofo Costanzo Preve)

Vengo subito al dunque e riporto di seguito la sintesi della breve discussione telefonica fra Costanzo e lo scrivente in merito all’oggetto di questo post.

Costanzo afferma che lo scandalo che ha travolto la Lega, alcuni suoi esponenti di vertice e membri della famiglia Bossi, nonché costretto a frettolose dimissioni dalla carica di segretario Umberto Bossi, è un tipo caso, in termini tecnico-giuridici, di “circonvenzione d’incapace” (punita dall’articolo 643 del Codice Penale, per essere più precisi).

A tale riguardo, non essendo quello dell’invalido Umberto Bossi l’unico caso, storicamente verificabile, in cui chi attornia il potente-incapacitato lo circuisce, Costanzo cita l’imperatore romano Tiberio (nato Claudio Nerone, principato 14 – 37 d.C.) della prima dinastia imperiale Giulio-Claudia, succeduto al “fondatore della ditta” Ottaviano Augusto.

E’ vero che gli storici hanno descritto Tiberio come un mostro, e l’aneddoto del pescatore che gli regala un pescato (polipo o pesce, non ricordo bene) e per questo Tiberio ordina di gettarlo da una rupe lo testimonierebbe.

Vecchio, malato, probabilmente rincoglionito, lontano da Roma nel suo ritiro di Capri in splendida villa con vista mare, anche Tiberio come Umberto Bossi era circondato, controllato, manipolato da un “Cerchio magico” che lo teneva sotto controllo e si faceva i cazzi suoi, ed in questo cerchio spiccava il suo “fido” consigliere Seiano.

A Roma il prefetto del pretorio faceva il bello e brutto tempo, arrestando i suoi oppositori, esautorando il senato romano, mentre il vecchio rimbecillito e cattiverioso Tiberio se ne stava in ritiro a Capri, nell’incantevole cornice.
Ma dato che Seiano si stava allargando troppo, colpendo il potente senato e scontentando un po’ troppo il popolo, altri fecero in modo di farlo cadere in disgrazia, manipolando Tiberio e mettendolo contro di lui, e fu così che Seiano fu arrestato, condannato a morte (assieme ai figli, perchè a quei tempi non si andava troppo per il sottile) e sostituito da Macrone nella carica prefettizia dell’Urbe.

Per farla breve, quella del “Cerchio magico” non è un’assolutà novità storica e non ha riguardato soltanto l’Umberto (Bossi), ultimo della serie, come non è il primo caso di manipolazione da parte di un gruppo ristretto di potere (o “Cerchio magico”, nella terminologia tardo-leghista) di un potente-incapace.

Dietro lo scandalo del tesoriere Francesco Belsito e dietro la convergenza di ben tre inchieste della magistratura inquirente su di lui, su alti esponenti leghisti come Rosy Mauro (del “cerchio magico”) e su Bossi e figlioli c’è proprio questa situazione di “circonvenzione di incapace” che ha reso la Lega estremamente fragile ed attaccabile, come ha capito ed ha brillantemente descritto il mio maestro, Costanzo Preve.

Piccolo aneddoto gustoso, la donna che compariva al fianco di Bossi, e che i media ci hanno venduto come sua consorte, è in realtà una “controfigura”, anzi, la sua badante, mi ha avvertito Costanzo, perchè la vera moglie dell’Umberto, invalido e incapacitato, prigioniero di un cerchio di fedelissimi come Tiberio, conduce una vita “riservata” e mantiene un profilo basso pur amministrando il partito e i soprattutto i suoi beni.
Poi, lo scandalo ultimo di “Tesoropoli” che deflagrando ha travolta la Lega di lotta e di governo (più di lotta o più di governo secondo le convenienze del momento) si perde nel grottesco e nella farsa, mentre spunta in fretta e furia un triumvirato, con triumviri Maroni, Calderoli e Dal Lago, per gestire la difficile transizione dopo l’abbandono (veramente volontario?) del capo storico parzialmente rimbecillito, il mitico Senatur.
Ed è così che la Lega non più di governo nella cupa era di Monti e Napolitano, non è neppure di lotta, semmai si è rotta o si sta rompendo.

Mi diverte pensare al “Cerchio magico”, al sistema di potere tardo-leghista architettato per tenere sotto controllo il bizzoso Senatur rimbecillito e l’intero partito dei padani, orientato dai membri della camarilla che attorniava Bossi, non ultimo il triumviro Calderoli, verso i propri, inconfessabili scopi.

Sorridendo, mentre me ne sto al telefono con Costanzo in procinto di passare ad altri argomenti (Monti, Bersani, Confindustria e articolo 18), penso al cerchio magico-megalitico celtico e pagano (chissà perchè?) di Stonehenge, nordico/ nordista che più nordico non si può, le cui pietre, o almeno una importante, e precisamente quella chiamata del tallone, secondo la leggenda furono comprate dal diavolo nella verde Irlanda dei Celti.

Anche il “cerchio magico” leghista ha in sé qualcosa di diabolico, a ben vedere, poiché, fino all’attuale scandalo e all’uscita di scena di Bossi, ha imprigionato non soltanto il vecchio, Caro Leader semi-rincoglionito, usandolo per i suoi scopi di potere personale, ma anche il partito e l’intero popolo “padano”, pigliandoli tutti, cittadini padani e militanti di base, cinicamente per il culo.

Dopo un lungo e travagliato ventennio Bossi se ne va, esce di scena, ultimo dei grandi vecchi dopo l’alleato-avversario Berlusconi, esautorato per fare spazio a Monti e consegnare il paese allo straniero occupatore. Se ne va per sempre, Bossi (dio che tristezza … un nemico in meno!) anche se resta presidente del partito e dichiara solennemente, come si farebbe in punto di morte, ma lasciando aperta una porta alla speranza: «Mi dimetto per il bene del movimento e dei militanti. La priorità è il bene della Lega e continuare la battaglia.» La distribuzione “dei pani e dei pesci” fra i papaveri leghisti che attorniavano come badanti il Grande Invalido, destinando una parte dei fondi e dei benefit (Case, bar, Porche e lauree) alla famiglia del Leader Maximo per tenerla buona, è probabilmente finita, e con lei anche la Lega in quanto tale.

Prima di passare definitivamente ad altri argomenti più importanti, nella conversazione telefonica con Costanzo, gli faccio presente in due parole che lo scandalo mediatico-giudiziario in questione è scoppiato in un momento estremamente critico, perché la controriforma del lavoro, per quanto a buon punto, deve ancora essere votata e passare in parlamento (Bersani e Camusso hanno, come sempre, abbassato la testa dopo una finta resistenza) e che per il governo d’occupazione può essere utile assestare un colpo decisivo alla sia pur blanda opposizione leghista, per spianare completamente il terreno davanti a sé.

Non intendo difendere la Lega, Umberto Bossi e tanto meno il “Cerchio magico”, ma fin da subito, da quando ho appreso delle tre inchieste giudiziarie convergenti su Belsito, ho avuto questo sospetto.

Sarà così?

Probabilmente sì, ed anche se Costanzo afferma che la ferita inferta alla Lega potrà non rivelarsi mortale, ma soltanto superficiale come un pugno sul naso rispetto alla testa rotta, personalmente penso che la invaliderà definitivamente, come ha fatto l’ictus con Umberto Bossi lasciandolo alla mercé del “Cerchio magico”, e che niente sarà più come prima, nella Valle Padana dei mille campanili e della PMI.

C’era una volta la Lega o c’è ancora?

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/04/06/la-lega-bossi-il-cerchio-magico-e-la-circonvenzione-di-incap.html
6.04.2012

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La patata bollente di Monti

La patata bollente di Monti

Il decisionismo del governo attuale può apparire giustificato ad un’opinione pubblica che stenta a vedere la luce alla fine di un tunnel. Ma in realtà…

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di Antonio Cardella

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In una recente trasmissione televisiva de La7 (In Onda del 21 gennaio scorso), Giuliano Amato ha finalmente dato una dimostrazione chiara di come gli accademici nostrani – bocconiani o no – intendono la concorrenza. Parlando del decreto del governo Monti sulla liberalizzazione del settore distributivo della benzina e delle altre fonti di energia per autoveicoli – decreto che consente ai proprietari delle stazioni di rifornirsi liberamente sul mercato in cui operano le diverse compagnie petrolifere, riservando al marchio d’appartenenza (Erg, Esso, Agip, ecc.) solo il 50% del rifornimento – Giuliano Amato sosteneva che era irrilevante il fatto che da tale liberalizzazione fossero esclusi quei gestori non proprietari della stazione di servizio, perché alla lunga, proprio per la legge della libera concorrenza, i benefici del decreto si sarebbero estesi anche a loro. È chiaro che, per i soloni del liberismo, la concorrenza è un privilegio riservato ad alcuni, che possono liberamente agire sui fattori del mercato, mentre altri sono chiamati a subirli, nella prospettiva, illusoria, di un beneficio futuro.
Nella stessa trasmissione, il medesimo Amato sosteneva che il passaggio della Dandini da Rai 3 a La7 fosse anche questo un fenomeno di sana concorrenza, quasi che la Dandini fosse stata contesa tra i due canali a fior di quattrini e non fosse approdata a La7 per l’espulsione, dovuta a devozione berlusconiana, da un direttore prono (nel caso specifico, prona) ai voleri del padrone. Sicché La7 non ha acquistato i servizi della Dandini: l’ha solo raccolta dalla strada nella quale era stata lasciata dalla berlusconiana di ferro chiamata a dirigere la Rai in questi tempi burrascosi.

Abbiamo citato questi due episodi che hanno Giuliano Amato per protagonista, non per livore contro il dottor sottile, ma perché il personaggio ben rappresenta quella diffusa categoria di personaggi ai quali non si possono negare qualità di onestà e di stile, e che, in qualche misura, esteticamente almeno, si distinguono ed emergono da un recente passato, popolato da cialtroni indecorosi emersi dall’anonimato ad opera di un Grande Cialtrone, privo di ogni senso morale e alla ricerca costante di servi che possano assecondarne le devianze.
Il discorso naturalmente cambia quando questi personaggi, i Monti, i Passera, etc., sono chiamati a guidare la barca nel mare tempestoso di una crisi che pretende scelte di campo non ambigue, nelle quali non possono non emergere le culture di appartenenza e le conseguenti modalità d’intervento.
Così il governo tecnico del tecnicissimo Monti non può oggi occultare i segni di un’ideologia di indirizzo liberal-capitalistico, sia pure moderato dalle astrazioni teoriche proprie della professione di accademico e di gran commis della Comunità europea.

Ridurre la questione ad un semplice conflitto d’interessi sarebbe errore grave perché, intanto, sarebbe difficile cogliere nella contingenza gli effetti tangibili e immediati del conflitto (è improbabile, infatti, che non si possa essere d’accordo sullo smantellamento di alcune rendite di posizione rivendicate da categorie sin qui indebitamente protette); poi non è facile negare che quella che Monti ha preso in mano è una patata bollente che le coalizioni politiche in Parlamento non hanno avuto la capacità di gestire. Tutto ciò aggravato dall’eredità pesantissima lasciata dai governi Berlusconi, un’eredità pesante non solo in termini di finanza pubblica, ma soprattutto sotto il profilo della credibilità dell’Italia nel consesso internazionale.
C’è, infine, il difficile impatto con un’Europa condizionata da confliggenti interessi nazionali, le cui pressioni sull’anello debole tra le economie più avanzate, l’Italia, appunto, si aggiungono al peso della speculazione finanziaria, rivolta a delegittimare la moneta comune, colpendola dove è più palese la sua debolezza (prima la Grecia con l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, poi, in ordine crescente in termini di solidità economica, l’Italia, e non è finita qui).

Interventi di facciata e d’immagine

Partendo da queste premesse, quindi, il decisionismo del governo attuale può apparire giustificato ad un’opinione pubblica che stenta a vedere la luce al fondo di un tunnel nel quale l’hanno cacciata la drammaticità della crisi e il malgoverno Berlusconi. Però, alcuni segnali precisi ci inducono a confermare le nostre perplessità sulla natura dei provvedimenti che sono prossimi al varo.

Qualche considerazione che riguarda più il metodo che il merito dei decreti in cantiere (sul merito è impossibile esprimersi, intanto perché nel momento in cui scrivo, gli stessi provvedimenti, sulle liberalizzazioni, per esempio, sono una nebulosa nella quale è impossibile distinguere numero e portata dei singoli componenti; poi perché, allo stato attuale, mancano notizie attendibili su quelli che vengono chiamati i decreti per la crescita). E il metodo riguarda soprattutto i settori prescelti per iniziare l’opera.
Questo governo è il governo che in poco più di una settimana ha sconvolto il sistema pensionistico – naturalmente a danno dei pensionati e senza alcuna consultazione con le parti sociali – mentre ha chiesto una moratoria di tre mesi per intervenire (eventualmente) sulla scandalosa attribuzione gratuita delle frequenze televisive a Rai e Mediaset, votata non a caso dal governo Berlusconi negli ultimi mesi della sua agonia.

Anche l’approccio iniziale sul fronte dei tassisti aveva il sapore di una deregulation di sapore bushano: che senso poteva avere il moltiplicare del 100% le licenze senza tener conto delle effettive esigenze del territorio assai differenziate? Recentemente sono stato a Milano e ho parlato con alcuni di loro, chiedendo se, nella normalità, il servizio fosse assicurato dalle vetture in circolazione; la risposta è stata univoca: c’erano taxi a sufficienza; qualche difficoltà si verificava in periodi eccezionali (Fiere, Esposizioni e via dicendo). Adesso il problema della normalizzazione del servizio è stato demandato ad un’Autorità, che dovrà vedersela con i singoli Comuni. Alla stessa Autorità è stato affidato il compito di occuparsi del sistema trasporti urbani, quando e come potrà.

Sa molto di ricerca d’immagine l’obbligo imposto alle banche di tenere aperti gli sportelli sino alle 22. Sembra, più che un intervento di sostanza, un modo maldestro per tentare di tacitare le molte critiche che l’opinione pubblica, a giusta ragione, muove a questi istituti. Come per la liberalizzazione degli orari dei negozi, il problema non sta nel consentire ai nottambuli, patologici o meno, di effettuare gli acquisti o di operare agli sportelli quando il sole è tramontato, ma di consentire, alla popolazione, di avere più soldi per comprare, e, agli operatori, di godere di servizi bancari più efficienti e meno predatori.

Lo stesso intervento di facciata è quello sulla categoria dei notai. In quasi tutti i Paesi civili, la figura del notaio è sconosciuta, perché molte delle sue funzioni sono attribuite alla pubblica amministrazione. In realtà non si capisce bene perché, fatta eccezione per alcune operazioni piuttosto complesse (passaggi di proprietà, stipulazione di contratti di un certo livello, etc.) il notaio debba anche validare deleghe e certificare firme, compiti che possono essere facilmente assolti da un qualsiasi ufficio dell’anagrafe. Quindi, come per le banche, non è la moltiplicazione degli addetti (500 notai in più in tutt’Italia) o l’estensione degli orari di lavoro, a intaccare le corporazioni, ma il decentramento di alcune funzioni e l’abbattimento di molte rendite di posizione private, che incidono pesantemente sui cittadini.
In sostanza, anche per il governo Monti si può citare il detto gattopardesco che occorre fare molto frastuono per occultare il sostanziale immobilismo.
Del resto, con qualche dose d’ingenuità, è lo stesso Monti ad affermare che il suo governo, mutatis mutandis, si pone in linea di continuità con l’esecutivo berlusconiano appena tramontato.

Il sostanziale silenzio sulla sorte della scuola e dell’Università pubbliche, anzi, con l’esplicito apprezzamento della riforma Gelmini, conferma la tendenza di tutti i riformatori, moderati o meno, che circolano nel nostro Paese e non soltanto, a trasferire nella sfera privata i servizi pubblici principali: che è un modo neppure troppo mascherato di ritornare ad una società fortemente classista, dove pochi privilegiati possono accedere ai servizi d’eccellenza, quasi tutti privati o in via di privatizzazione, mentre la gran parte dei cittadini è costretta ad utilizzare, per necessità, servizi scadenti, con processi crescenti di marginalizzazione.

La resistenza del pensiero anarchico

Un merito, comunque, al governo Monti occorre riconoscere ed è quello di aver certificato l’irreversibile eclissi della sinistra in Italia.
Non possono sorgere dubbi di sorta nel ritenere inessenziale la presenza dei partiti nel panorama politico che decide le sorti del Paese. Ectoplasmi che sorvolano territori sui quali non riescono a planare; che aprono le bocche senza emettere suoni intellegibili Quando, appena concluso il grande raduno di Bologna, nell’autunno del 1977, si ebbe chiaro il senso del declino del Movimento antagonista, si pensò ad un periodo di doloroso temporaneo riflusso nel quale, almeno, si sarebbero potute sedimentare, preservandole dalla corrosione del tempo, le principali istanze che avevano vitalizzato il Movimento del Sessantotto. Sarebbero poi servite, passata la stagione buia della restaurazione, ad avviare altre stagioni di lotta. Nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare il tramonto irreversibile dell’intera sinistra italiana, da quella extraparlamentare alla legalitaria, un tramonto dovuto più che a sconfitte sul campo, all’assoluta incapacità di declinare, nelle forme proprie della modernità e della post-modernità, le istanze di libertà e di eguaglianza che ne avevano, nel corso dei decenni, caratterizzato la presenza.

Insomma, la sinistra, quale abbiamo imparato a conoscerla sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, ha ormai esaurito il suo compito, convergendo in maniera sistematica, sul piano del compromesso, con gli interessi e la vocazione dei poteri forti e della borghesia capitalistica.
Resiste il pensiero anarchico perché gli anarchici hanno sempre rifiutato le mediazioni, perché non hanno mai barattato le istanze di libertà e di eguaglianza con le, spesso subdole, suggestioni del potere, a qualunque livello esercitato.
Resiste, il pensiero anarchico, perché gli anarchici hanno per tempo capito che le nuove tecnologie della comunicazione, i nuovi assetti geopolitici verificatisi nell’ultimo decennio sul pianeta, hanno profondamente mutato l’ottica con la quale decifrare i dati della contemporaneità.

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La segretarie, amministrativa e personale: “Nelle casse della Lega soldi in nero. Bossi era avvisato delle irregolarità”


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“Nelle casse della Lega soldi in nero. Bossi era avvisato delle irregolarità”

Le segretarie della Lega dai pm: “Tutto precipitò con la malattia. Pagata la laurea di Rosy Mauro”

Il dirigente amministrativo e responsabile del settore gadget della Lega, Nadia Dagrada, esce dal Palazzo di Giustizia di Milano

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Milano – Tutto il denaro uscito dalle casse del partito per le spese dei familiari di Umberto Bossi: l’acquisto di auto, le spese per le cure mediche, i lavori di ristrutturazione della casa di Gemonio, i costi sostenuti per far conseguire il titolo di studio al Trota. La segretaria amministrativa della Lega Nadia Degrada e quella particolare di Umberto Bossi, Daniela Cantamessa, confermano punto su punto gli episodi relativi all’uso «disinvolto» dei finanziamenti pubblici alla Lega Nord emersi dalle intercettazioni. E inguaiano il Senatùr, sottolineando che in cassa entravano «anche soldi in nero» e rivelando che il leader del Carroccio fu «avvisato» delle irregolarità commesse da Belsito, il «tesoriere pazzo» come lui stesso si definisce in una telefonata intercettata dai carabinieri.
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L’INTERROGATORIO
Interrogata come persona informata dei fatti dai pm di Milano e di Napoli – Paolo Filippini e Henry John Woodcock – nella sua abitazione milanese alle sette del mattino del 3 aprile, proprio mentre nella sede di via Bellerio erano in corso le perquisizioni, Dagrada ha riferito nei dettagli sia le vicende di cui è a conoscenza direttamente sia quelle apprese dalla viva voce del tesoriere Francesco Belsito. Ed ha chiamato in causa i familiari del Senatur e il vicepresidente del Senato Rosy Mauro. Ma ha soprattutto ammesso che nelle casse del partito sono finiti anche soldi in nero, pur precisando di essere al corrente di un solo episodio del genere, risalente al periodo in cui l’incarico di tesoriere era affidato a Balocchi.

“UMBERTO SAPEVA”
Dopo aver messo nero su bianco, Woodcock, con il suo collega napoletano Francesco Curcio, ha convocato per l’indomani, negli uffici della procura di Milano, Daniela Cantamessa, segretaria particolare di Bossi fino al 2005. La quale ha rivelato un’altra circostanza che potrebbe essere determinante per gli sviluppi dell’inchiesta: «Io stessa – riferisce ai magistrati – avevo avvisato Bossi delle irregolarità» commesse da Belsito, o meglio della sua superficialità ed incompetenza, e del fatto che la Rosy Mauro «era un pericolo sia politicamente e sia per i suoi rapporti con la famiglia Bossi». Due verbali che per gli inquirenti rivestono un valore fondamentale in quanto sono a sostegno delle ipotesi accusatorie delineatesi nelle conversazioni telefoniche con Belsito.

IL FIUME DI DENARO
Dunque nelle casseforti del Carroccio sarebbero entrate anche somme, ha confermato Dagrada. «Mi ricordo che, alcuni anni fa, l’ex amministratore della Lega Nord, Balocchi, portò in cassa 20 milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’ufficio di Bossi. Usci con delle mazzette dicendomi di non registrarli e di metterli in cassaforte perché ci avrebbe pensato lui». Poi Dagrada ha riferito, per averlo appreso da Belsito, che questi aveva registrato un colloquio con Umberto Bossi nel quale gli aveva “ricordato” tutte le spese sostenute nell’interesse personale della famiglia del Senatùr con i soldi del finanziamento pubblico. «Non so – ha dichiarato -se Belsito abbia effettuato tale registrazione. Mi disse di voler utilizzare tale registrazione come strumento di pressione dal momento che volevano farlo fuori». E ha raccontato che «la situazione è precipitata dopo la malattia di Bossi».

LE AUTO, LE MULTE E GLI STUDI DEL “TROTA” 
«Dopo il 2003 – ha spiegato – c’è stato “l’inizio della fine”: si è cominciato con il primo errore, consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni. Dopodichè si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari». La Dagrada non si ferma più: «In particolare – mette a verbale – con i soldi della Lega venivano pagati i conti personali di Riccardo Bossi, per migliaia di euro, e degli altri familiari, come per esempio i conti dei medici sia per le cure dell’onorevole Bossi sia dei suoi figli». C’è, ancora, la conferma che l’Audi A6 di Renzo Bossi è stata pagata con i soldi della Lega, così come i lavori di ristrutturazione della casa di Gemonio («25mila euro con bonifico bancario della Lega, e ci sono da pagare ancora 60mila e so che la ditta voleva fare causa per il mancato pagamento»), le cartelle esattoriali e «conti vari» di Riccardo Bossi, i costi sostenuti per le scuole private e per l’università sia per il Trota sia per la Rosy Mauro sia per il diploma svizzero ottenuto dal compagno della vicepresidente del Senato. Fino alle mancate vacanze: «Voglio dire che Belsito ha pagato al segretario Bossi ed alla sua famiglia, con i soldi della Lega, provenienti dai contributi pubblici, un soggiorno estivo nel 2011 ad Alassio. E che è stato pagato regolarmente dalla Lega ma non è stato fatto dai Bossi perchŠ il segretario ebbe un infortunio al braccio qualche giorno prima».

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fonte articolo