Archivio | aprile 9, 2012

SEQUESTRO DOZIER – il commissario di polizia Savatore Genova ‘Così torturavamo i brigatisti’ / Tortura: “De Tormentis” e i cinque dell’ave Maria

Il processo alle torture come in “Alice e il Paese delle meraviglie”: Cesare Di Lenardo, il torturato, è nella gabbia mentre i suoi torturatori seguono le udienze a piede libero – fonte

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‘Così torturavamo i brigatisti’

Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l’Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All’epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: ‘Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie”

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di Pier Vittorio Buffa

(05 aprile 2012)

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Enrico Triaca Enrico Triaca
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Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro, questo dovevamo fare”.
Salvatore Genova è l’uomo il cui nome è da trent’anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.
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Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l’accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l’acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.
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Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.
“Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. E’ la squadra messa in campo dal ministero dell’Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.
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Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.
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Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all’indomani dell’uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.
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Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell’Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.
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Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
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fonte articolo
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Tortura: “De Tormentis” e i cinque dell’ave Maria

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di  Paolo Persichetti*
Lunedì 12 Dicembre 2011
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…«Professor De Tormentis», era chiamato così il funzionario dell’Ucigos (l’attuale Polizia di prevenzione) che a capo di una speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding (soffocamento con acqua e sale), tra la fine degli anni ‘70 e i primissimi anni ’80 si muoveva tra questure e caserme d’Italia per estorcere informazioni ai militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. Di lui, e del suo violento trattamento riservato agli arrestati durante gli interrogatori di polizia, parla diffusamente Nicola Rao in un libro recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla tesi, diffusa da magistrati come Caselli e Spataro (recentemente anche Turone) che vorrebbe la lotta armata sconfitta con le sole armi dello stato di diritto e della costituzione. In realtà alle leggi d’emergenza, alla giustizia d’eccezione e alle carceri speciali, si accompagnò anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura. Il velo su queste violenze si era già squarciato nel 2007, quando Salvatore Genova, uno dei protagonisti dell’antiterrorismo dei primi anni ’80, coinvolto nell’inchiesta contro le sevizie praticate ai brigatisti che avevano sequestrato il generale Dozier, cominciò a testimoniare quanto aveva visto: «Nei primi anni ’80 esistevano due gruppi – dichiara a Matteo Indice sul Secolo XIX del 17 giugno – di cui tutti sapevano: “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria”. I primi operavano nella caserma di Padova, dov’erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c’erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». Per poi denunciare che «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: “Ma perché continuano a torturarci, se stiamo collaborando?”». Come sempre le donne subirono le sevizie più sadiche, di tipo sessuale.Genova si salvò grazie all’immunità parlamentare intervenuta con l’elezione in parlamento come indipendente nelle liste del Psdi del piduista Pietro Longo (numero di tessera 2223). In quell’intervista Genova si libera la coscienza: «Ovunque era nota l’esistenza della “squadretta di torturatori” che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma il 3 gennaio 1982) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e “mandanti” a quei tempi». Ma quando il giornalista Piervittorio Buffa raccontò sull’Espresso del marzo 1982 quella mattanza, “informato” dal capitano di Ps Ambrosini (che vide la porta di casa bruciata da altri poliziotti), venne arrestato per tutelare il segreto su quelle pratiche decise ad alto livello.Chiamato in causa, una settimana dopo anche il «professor De Tormentis» fece sentire la sua voce. Il 24 giugno davanti allo stesso giornalista disseminava indizi sulla sua reale identità, quasi fosse mosso dall’inconscia volontà di venire definitivamente allo scoperto e raccontare la sua versione dei fatti su quella pagina della storia italiana rimasta in ombra, l’unica – diversamente da quanto pensa la folta schiera di dietrologi che si esercita da decenni senza successo sull’argomento – ad essere ancora carica di verità indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette “i metodi forti”: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti». La struttura – rivela a Nicola Rao il maestro dell’annegamento simulato – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 venne richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

Oggi l’identità di “De Tormentis” è un segreto di Pulcinella. Lui stesso ha raccontato di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra mobile che all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo (sul sito della Fondazione Cipriani sono indicate alcune sue informative del periodo 1976-77, inerenti a notizie raccolte tramite un informatore infiltrato in carcere), per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo all’Ucigos dove ha coordinato i blitz più «riservati».

De Tormentis riferisce anche di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla Renault 4 dove si trovava il corpo senza vita di Moro. In rete c’è traccia di un suo articolo scritto nel gennaio 2001, su un mensile massonico, nel quale esalta le tesi del giurista fascista Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), e rivendica per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 ha avuto rapporti con Fiamma Tricolore di cui è stato commissario per la federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, ha partecipato come legale di un funzionario di polizia, tra l’86-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire.
Forse è venuto il momento per questo ex funzionario, iscritto dal 1984 all’albo degli avvocati napoletani (nel suo profilo si descrive «già questore, penalista, cassazionista, esperto in investigazioni nazionali e internazionali su criminalità organizzata, politica e comune, sequestri di persona»), di fare l’ultimo passo alla luce del sole. Sul piano penale “De Tormentis” sa che non ha da temere più nulla. I gravi reati commessi sono tutti prescritti (ricordiamo che nel codice italiano manca quello di tortura).

L’ex questore, oggi settantasettenne, ha un obbligo morale verso la società italiana, un dovere di verità sui metodi impiegati in quegli anni. Deve qualcosa anche ai torturati, alcuni dei quali dopo 30 anni sono ancora in carcere ed a Triaca, che subì la beffa di una condanna per calunnia. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta linea di comando? Come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta di Nocs capeggiata da Genova. Condannati in primo grado ma prosciolti in seguito. Di loro, racconta compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». All’epoca Amnesty censì 30 casi nei primi tre mesi dell’82; il ministro dell’Interno Rognoni ne riconobbe 12 davanti al parlamento, ma il fenomeno fu molto più esteso (cf. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998). La tortura, scriveva Sartre: «Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, può definirsi un’istituzione semiclandestina».

* Da Liberazione

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fonte articolo

NO TAV – Acqua, uranio, amianto: “Tre minacce incombono sulla val di Susa”

Già 5 anni fa lo si denunciava…

Uranio e amianto in Valle di Susa

Caricato da in data 23/feb/2007

Amianto e uranio in valle di Susa? Lo sostengono gli studi dell’Arpa e dell’Università, mentre i politici negano…perchè?

Acqua, uranio, amianto: “Tre minacce incombono sulla val di Susa”

Oltre all’alta velocità, ci sono altre spade di Damocle per la valle: le opere delle società Sitaf (autostrade) ed Iren (energia idroelettrica) potrebbero presto lasciare Giaglione all’asciutto. Non solo: il materiale radioattivo abbandonato nel sottosuolo dopo vecchi lavori, rischia di far aumentare le patologie

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di Andrea Bertaglio e Lorenzo Galeazzi

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QUI IL VIDEO ‘tav 114 km al fianco delle miniere d’uranio’ nella pagina originale dell’articolo (ilFattoQuotidiano)

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Falde compromesse, torrenti avvelenati, sorgenti prosciugate: in Val di Susa a creare problemi non è solo il Tav. Nel comune di Giaglione, in particolare, sono tre le minacce alla preziosa riserva idrica: oltre all’alta velocità, le opere delle società Sitaf (autostrade) ed Iren (energia idroelettrica) potrebbero presto lasciare il paese valsusino completamente all’asciutto. “L’amministrazione ha preso accordi con le società senza avvertire la popolazione e rifiutando di incontrala in riunioni e dibattiti pubblici”, protesta un gruppo di donne giaglionesi: “Si abbassa la testa di fronte a grandi società che promettono soldi o il rifacimento di piazze e strade in cambio della gestione del territorio”. Un territorio minacciato anche dai materiali radioattivi del sottosuolo. Che, se non lasciati dove sono, possono aumentare notevolmente l’incidenza di diverse patologie. Nella miniera del Molaretto, ad esempio, la presenza di uranio porta i livelli di radiazioni fino a 1000 volte il fondo naturale.
Il dramma del Mugello, dove gli scavi per costruire la linea dell’alta velocità hanno portato ad un irreparabile dissesto idrogeologico, non sembra avere insegnato nulla. E anche in Val di Susa, dove per il governo in carica il Tav rimane una priorità, vedere l’acqua sgorgare dal proprio rubinetto potrebbe diventare solamente un ricordo. Soprattutto a Giaglione, dove in corrispondenza della sorgente che alimenta le fontane della borgata si è iniziato a costruire un vascone per l’impianto antincendio delle gallerie Sitaf dell’autostrada del Frejus. Un problema non da poco, vista la capienza del bacino, che si somma a quello della salvaguardia del canale di Maria Bona. In questo corso d’acqua, che scorre proprio in mezzo al paese ed è utilizzato dai suoi abitanti per l’irrigazione, Iren S.p.a. ha ottenuto il consenso comunale per scaricare, oltre ad ingenti quantità di acqua clorata, i materiali fangosi che disturbano i lavori della sua centrale locale.

C’è poi il tunnel geognostico della Maddalena, che pur partendo da Chiomonte interverrà direttamente sulle captazioni di Boscocedrino, principale risorsa dell’acquedotto comunale. Acquedotto la cui capacità è decisamente inferiore alla richiesta di queste mega-infrastrutture. Basti pensare che, secondo il Rapporto Cowi redatto per conto della commissaria europea De Palacio, il solo tunnel di base drenerà da 60 a 125 milioni di metri cubi di acqua all’anno, “il fabbisogno idrico di una città con un milione di abitanti” (sarebbe come avere un’altra Torino in Valle di Susa).

Ma i problemi di quelle aree non si limitano alla perdita delle risorse idriche. Resta anche da affrontare la questione della presenza di uranio nelle montagne. Secondo il governo italiano, autore di un recente documento in cui si sostiene che il progetto del Tav “non genera danni ambientali diretti ed indiretti” e il cui “impatto sociale sulle aree attraversate è assolutamente sostenibile”, questo minerale addirittura non è presente in quelle rocce. Le rivelazioni eseguite in loco da Massimo Zucchetti, docente di Protezione dalle Radiazioni del Politecnico di Torino, sembrano però dare torto all’esecutivo. Per il docente torinese il documento diffuso dal governo è di “un’imbarazzante pochezza”. Il testo prodotto dal tecnico Monti, dice, “affastella affermazioni approssimative, errate, e soprattutto – cosa più grave – prive di fonti e studi verificabili a loro supporto”.

In effetti, nella miniera del Molaretto di radiazioni ce ne sono eccome, mentre chi oggi propone la grande opera ferroviaria afferma che in seguito ad appositi carotaggi tutti i valori “rientrano nella norma”. “Strano che non risulti presenza di uranio proprio dove si scaverebbe il tunnel – ricorda Zucchetti – quando in tutta l’area si segnalano ben 28 affioramenti uraniferi”.

Uranio, gas radon, ma anche amianto, di cui nei progetti si ammette la presenza solo nei primi 500 metri di roccia, ma il cui smarino (polveri e detriti) prodotto durante le fasi di scavo e movimentazione del materiale di risulta potrebbe determinare una contaminazione ambientale in aria e su superfici di entità non trascurabile. “Solo 500 metri di tunnel di base – sottolinea il professore – corrispondono comunque a 170.000 metri cubi di questo smarino, pari al carico di 17.000 Tir”. “Attendiamo una valutazione seria su questi aspetti, che tuttora manca”, conclude l’ingegnere nucleare: “O forse resta solo da capire quante risorse e quanti ulteriori soldi pubblici verranno sprecati prima che il progetto venga abbandonato”.

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Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea

Addio a Miriam Mafai

Caricato da in data 09/apr/2012

Lutto nel mondo del giornalismo e della cultura. E’ morta a 86 anni Miriam Mafai. Il cordoglio di Napolitano: “Con lei scompare una delle piu’ forti personalita’ femminili italiane degli scorsi decenni”. Gianni Maritati, dal Tg1 delle 20


Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea

La firma del giornalismo italiano aveva 86 anni, nel 1976 aiutò Scalfari a fondare il quotidiano. Cuore sempre a sinistra, ma non ha mai risparmiato critiche. Sempre in difesa della dignità delle donne, fu eletta al Senato, ma resistette un anno: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie e una cosa trovarti dentro la gabbia. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti mi sono tirata da parte”

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E’ morta Miriam Mafai. La giornalista e scrittrice aveva 86 anni. La Mafai ha intrapreso la carriera del giornalismo scrivendo su l’Unità e altri importanti quotidiani italiani. Ha contribuito alla nascita della Repubblica nel 1976 e ne è diventata editorialista. A darne notizia il sito internet della stessa Repubblica. “Un ricordo per Miriam Mafai, donna fortissima e dolcissima, giornalista che sapeva spiegare perché voleva capire” commenta il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, su twitter.

Come donne ”nessuno ci ha regalato niente”, ha detto una volta e forse è la frase che più si addice per ricordare meglio il temperamento di questa giornalista, e scrittrice, di vaglia, scomparsa oggi a Roma, che ha raccontato, dalle colonne di vari giornali (dall’Unità a Paese Sera, a Noi donne, a Repubblica), l’Italia degli ultimi 60 anni. Lo ha fatto partendo da idee di sinistra, ma senza mai risparmiare le critiche quando la sua parte politica sbagliava o era in ritardo nell’analisi dei cambiamenti della società.

Figlia di due pittori e intellettuali, Mario Mafai – esponente di spicco della Scuola Romana, e Antonietta Raphael – Miriam era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926: in tempo per vedere il fascismo, l’Italia in guerra e le leggi razziali che avevano riguardato anche la sua famiglia, visto che la madre era ebrea e figlia di un rabbino lituano. Radici che Miriam ha sempre rivendicato con orgoglio come sue.

Attiva nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza, una volta finito il regime Mafai è già un funzionario del Pci. Il partito la manda in Abruzzo. Nel 1948 sposa Umberto Scalia, anche lui uomo di partito designato ad occuparsi di affari internazionali. Hanno due figli: il primo, Luciano, destinato a diventare un dirigente sindacale; la seconda, Sara, che diventerà giornalista come lei. Dopo la Liberazione ha continuato la sua attività politica e dal 1951 al 1956 è stata assessore al Comune di Pescara. Nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Umberto è in missione per il Pci. Ed è lì che avviene il debutto di Miriam nel giornalismo: Maria Antonietta Macciocchi, con cui ha lavorato durante la Resistenza, la fa diventare corrispondente di Vie nuove, altra storica pubblicazione della sinistra di quei tempi, fondata da Luigi Longo. Un anno dopo, il ritorno a Roma dove Mafai entra nell’Unità e nel 1961 ne diventa redattore parlamentare: comincia così quella grande consuetudine con il mondo politico di cui per tantissimi anni si occuperà.

Nel 1962 la sua vita privata cambia: si lega a Giancarlo Pajetta,  il partigiano “Nullo”, uno fra i più importanti esponenti del Partito Comunista Italiano. Lui è già separato, per lei il matrimonio con Umberto è già finito. Eppure nel partito di allora l’unione suscita un qualche scandalo: “La mentalità – racconterà dopo – era grave. Dalle donne comuniste si pretendeva un grande rigore morale”. Quel sodalizio durerà 30 anni: Pajetta – lo racconterà lei stessa – è stato “l’unico amore” della sua vita. Un connubio fondato – sono sempre parole sue – su una reciproca autonomia, rara per quei tempi e forse anche oggi: “Ci siamo voluti molto bene Giancarlo ed io, ma – rivelerà – non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza”. Nota anche la citazione fulminante della Mafai: “Tra un weekend di passione con il mio Pajetta e un’inchiesta io preferirò sempre, deciderò sempre per la seconda”.

Dopo l’Unità ecco Paese Sera, altra storica testata di sinistra, ma differente dal quotidiano di partito fondato da Antonio Gramsci. La collaborazione con il giornale finisce però a metà degli anni Settanta: Miriam contribuisce nel 1976 alla fondazione di Repubblica, giornale destinato a diventare un punto di riferimento dell’area progressista e riformista italiana. Mafai è una firma di punta del giornale, tra le più inquiete ed originali: i suoi editoriali spaziano su tutti gli aspetti della vita nazionale, non escluso il costume.Dal 1983 al 1986 è stata anche presidente della Federazione nazionale della stampa. Il suo legame con la politica resta tuttavia intatto, tanto da portarla per una legislatura ad essere senatore del Partito democratico della sinistra. Lasciò un anno dopo: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie – spiegò una volta – e una cosa trovarti dentro la gabbia delle scimmie. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti subito le elezioni successive mi sono tirata da parte”. Critica feroce del berlusconismo, ha spesso richiamato l’Italia ad un ritorno a valori diversi.

Attenta ai grandi e ai piccoli cambiamenti della società, Miriam Mafai ha travasato nei suoi tanti libri questa capacità di raccontare una società in movimento che si stacca dal passato: partiti tradizionali compresi. Nel libro “Botteghe oscure addio” (Mondadori, 1996) – con cui ha vinto il Premio Cimitile lo stesso anno – ha raccontato “come eravamo comunisti”, mentre in “Dimenticare Berlinguer” (Mondadori, 1996) si è occupata di sinistra italiana e tradizione comunista. Nel “Silenzio dei comunisti” (Einaudi, 2002) invece ha parlato – in un dialogo con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin – di ciò che era giusto salvare di quella esperienza storica. Nel 2005 Miriam Mafai ha vinto il Premio Montanelli per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del Novecento, con particolare attenzione al mondo femminile. Ne sapeva qualche cosa. Del resto lo ha sempre sostenuto: alle donne “nessuno ha regalato niente”.

Scalfari commosso: “Era una donna libera”. “Se ne va una donna molto laica, libera, una donna di sinistra e una femminista militante”. Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari affida a un’intervista audio sul sito del giornale il ricordo per la Mafai. “Questa notizia della scomparsa di Miriam – dice Scalfari, con la voce rotta dalla commozione – me l’aspettavo purtroppo, sapevamo che le sue condizioni erano gravi. Ma un conto è aspettarselo, un conto è sapere che un’amica non c’è più. Sono molto triste, se ne va una persona che è stata mia grande amica, preziosa per il giornale e direi per il Paese. Era tante cose insieme: aveva una vitalità eccezionale e un’allegria della vita. Era una donna di sinistra, militante, ma anche una femminista militante, cosa che nel Pci di allora non era così comune. Poi era molto laica, era il liberissimo pensiero”.

Napolitano: “Grande talento e combattività”. Con Miriam Mafai ”scompare una dellepiù forti personalità femminili italiane degli scorsi decenni: erede di un’alta tradizione intellettuale e artistica famigliare, si era impegnata giovanissima nella Resistenza romana, affermandosi presto come giornalista di grande talento e combattività, e quindi come significativa scrittrice in stretto legame con il movimento per l’emancipazione delle donne e con l’attività politica della sinistra”. E’ il ricordo commosso che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affida ad un messaggio partecipando al dolore dei figli, della sorella Simona e di tutti i familiari della giornalista. “Lo spirito critico con cui aveva ripercorso le sue scelte ideali – aggiunge il Capo dello Stato – era parte di un temperamento morale alieno da convenzionalismi e faziosità. Nel ricordare la schietta amicizia che ci ha così a lungo legati, mi resta vivissima l’immagine della sua umanità appassionata, affettuosa ed aperta”.

Bersani: “Protagonista del nostro tempo”. Cordoglio anche dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: “Con Miriam Mafai se ne va una protagonista del nostro tempo. Giornalista, scrittrice, militante politica fin dai tempi della Resistenza, dirigente della sinistra italiana e deputata al Parlamento, fino ad essere parte della Direzione nazionale del Pd, Miriam Mafai ha vissuto tanti ruoli diversi ma sempre con intelligenza, passione e curiosità di sapere. Esprimo alla famiglia il cordoglio mio e del Partito democratico”. “E’ una perdita dolorosa per tutta la città di Roma e per tutti i cittadini a prescindere dagli orientamenti politici – aggiunge il sindaco di Roma Gianni Alemanno – La sua cristallina militanza politica, il suo impegno per la Liberazione della nostra città e dell’Italia, il rigoroso lavoro giornalistico l’hanno trasformata in un punto di riferimento del dibattito politico e culturale. Ai familiari, alla redazione di Repubblica e a tutti coloro che hanno condiviso il suo percorso umano e politico le sincere condoglianze mie e di tutta la città di Roma”. Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutti gli esponenti politici di sinistra e di destra.

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Lega: Renzo Bossi “mi dimetto”. Sarcasmo e rabbia sulla rete


Renzo ‘Sereno’ Bossi

Lega: Renzo Bossi “mi dimetto”. Sarcasmo e rabbia sulla rete

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(AGI) – Milano, 9 apr. – Renzo Bossi si dimette dalla carica di consigliere regionale della Lombardia. Lo ha affermato lo stesso figlio del leader della Lega Nord, Umberto. “In questo momento di difficolta’, senza che nessuno me l’abbia chiesto faccio un passo indietro e mi dimetto da consigliere regionale”. “Spero che la magistratura possa dare delle risposte alle domande che oggi ci si pone”. “Sono sereno so cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto e non sono indagato. In consiglio regionale negli ultimi mesi ci sono stati avvenimenti che hanno visto indagate alcune persone. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento”. Per quanto riguarda le domissioni da segretario del padre Umberto, Bossi jr commenta: “E’ stata una scelta difficile fatta per salvare il movimento e dare alle domande che tutti si pongono, le risposte che nel giro di poco tempo si avranno”.

LE DIMISSIONI NON PLACANO IL SARCASMO E LA RABBIA SUL WEB

Non sono bastate le dimissioni di Renzo Bossi da consigliere regionale lombardo per placare la rabbia del web sullo scandalo che ha coinvolto la Lega. E tantomeno per fermare le battute sul rampollo del fondatore del Carroccio, che da giorni si susseguono su Twitter.

IL “TROTA” NEL MIRINO PER SOLDI DIPLOMA, MULTE, AUTO
GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA

La notizia campeggia sulla pagina ‘Vogliamo le dimissioni di Renzo Bossi dal consiglio regionale lombardo’, arrivata a 1.980 adesioni. “Prima vittoria!!! Ora dopo le parole i fatti” perche’ “di manfrine non ne vogliamo”, si legge nel post dei responsabili della pagina. E tra i lettori non c’e’ voglia di festeggiare, ma ancora tanta rabbia. “Obbligarlo a restituire tutti i soldi che ha preso. Senza sconti pero'”, chiede Efrem.
“Le dimissioni non mi bastano, deve andarsene in galera con suo padre e tutti gli altri”, dice Mirko.

Quanto al profilo di Bossi jr, e’ fermo al 5 aprile, quando il figlio del Senatur ricevette il Tapiro da Striscia la notizia. Di ieri a tarda sera, prima che Renzo Bossi comunicasse la sua decisione, l’ultimo appello alla ‘pulizia’ di Bobo Maroni. “Sono triste per quello che ci sta succedendo, ma anche ottimista”, ha scritto sul Fb il neo-triumviro della Lega. “Il nostro destino e’ davanti a noi e dipende solo da noi, Abbiamo la forza per reagire? Io sono sicuro di si’: facciamo pulizia, liberiamoci dalle scorie e rinnoviamo l’impegno sulle nostre storiche battaglie, il federalismo, la Padania, l’etica in politica e l’onesta’ nei comportamenti”, ha chiesto. Maroni ha dunque invitato a guardare soprattutto al futuro. “Puntiamo sul rinnovamento interno, puntando sui tanti giovani e bravi amministratori che abbiamo in Padania. La Lega non e’ morta, la Lega si rialza e riprende a correre piu’ forte di prima!!!”, ha assicurato.

Non sara’ facile pero’ per i militanti leghisti superare il terremoto di questi giorni. Una scossa che per Radio Padania Libera e’ stata costruita ad arte dai media. “E’ colpa dei giornalisti e del mare di cavolate che scrivono”, si legge sulla pagina Facebook dell’emittente padana. Poi una difesa di Rosy Mauro. “E’ vero, Belsito, passato o no, non doveva entrare in via Bellerio. Ma per la Rosy la faccenda e’ diversa. Puo’ stare sull’anima, ma non bisogna dimenticarsi che e’ leghista da sempre”, si spiega.

Complice forse l’obbligo di 140 caratteri, su Twitter e’ stata un’altra giornata di battute fulminanti con l’hastag ‘trota’, dopo che sul socialnetwork da sabato girava un messaggio da ‘ri-twittare’ in cui si chiedevano le dimissioni di Renzo Bossi. “Trota dichiara: si’ mi dimetto, ormai ho finito di pagare la macchina”, scrive Antonio. Scatto d’orgoglio di Renzo Bossi: meglio un giorno da leoni che centro da Trota”, dice Serena. In tanti ironizzano sui diplomi di Bossi Jr. Come Gianni: “Renzo non puoi dimetterti adesso!!! Abbiamo investito 130mila euro per farti studiare. “Prima di esultare voglio vedere la X”, spiega Umberto. Antonio si incarica di diffondere alcune battute di cui non cita l’autore. “C’e’ un comunicato stampa del Cepu che difende il Trota: dicono che non sa contare”. E ancora, “Il Trota se ne va perche’ ormai si sente un pesce fuor d’acqua”.
Per l’occasione, ha coniato un acronimo in inglese lo scrittore Sandrone Dazieri; “Tafkat: The Analfabet Former Know as Trota” (l’ex, analfabeta, noto come ‘Trota’).
“Mi dispiace molto per Renzo Bossi. Un ragazzo semplice che si e’ fatto da solo… Una grossa perdita per il mercato del pesce”, assicura Luca. E c’e’ chi accenna alle indagini. “L’autista del Trota confessa: ‘Lo pasturavo io'”. Infine una battuta sul gergo di Twitter, in cui i TT sono gli argomenti piu’ seguiti del giorno. “Renzo Bossi e’ un TT: Trota Triste”, assicura Sergio.

PARLA L’AUTISTA: GLI PASSAVO I SOLDI DELLA LEGA PER LE SPESE PERSONALI

“Non ce la faccio piu’, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: e’ denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilita’. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa piu’ naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio piu’ stare”. Lo dichiara al settimanale Oggi (in edicola domani) Alessandro Marmello, autista e bodyguard di Renzo Bossi. Marmello, che ha documentato le sue affermazioni anche con una serie di video, racconta la sua versione dei fatti in una lunga intervista. Ha lavorato come autista di Renzo Bossi per tre mesi nel 2009. “Il contratto a progetto era emesso dal Gruppo Lega Nord Padania Camera dei deputati e intestato all’allora capogruppo Roberto Cota, che oggi e’ il governatore del Piemonte”. All’epoca Renzo Bossi non aveva cariche ufficiali.
Dall’aprile 2011 Marmello e’ stato assunto dalla Lega, racconta, “con un contratto a tempo indeterminato emesso direttamente dalla Lega Nord Padania. E firmato dal tesoriere Belsito. Da quel momento avrei avuto disponibilita’ di denaro contante per le spese relative al mio servizio. Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell’auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all’ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio”. “Firmare un documento che non prevedeva giustificazioni particolari – continua Marmello – praticamente un foglio bianco, e ritirare ogni volta un massimo di 1.000 euro. Anche piu’ volte al mese. Il fatto e’ che questo denaro mi veniva dato come corrispettivo degli scontrini e delle ricevute che presentavo. E tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali”.

Spiega ancora Marmello: “Poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose cosi’. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. Mi e’ capitato anche di dover fare il pieno di benzina pure per la sua auto privata. Il pieno in quei casi dovevo farlo con i soldi che prelevavo in cassa per le spese della vettura di servizio. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L’ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Io stavo prelevando soldi che ufficialmente erano destinati alle spese per l’auto di servizio ed eventualmente per le mie esigenze di autista e invece mi trovavo a passarne una parte a lui, per fare fronte anche ai suoi bisogni personali”. “Erano spese testimoniate da scontrini che spesso non riguardavano il mio lavoro – racconta ancora Marmello nell’intervista a ‘Oggi’ – Non so se lui avesse diritto a quei soldi: tanti o pochi che fossero, perche’ dovevo ritirarli io? Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici. Certamente, almeno credo, non spendibili per accontentare le spese personali di Renzo Bossi”.

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Siria, oltre mille morti in una settimana. Assad: no a piano di pace

USATODAY – The wife of Mohammed Halak mourns after he was killed by gunfire during fierce fighting between the Free Syrian Army and government forces loyal to President Bashar Assad – PHOTOGALLERY (206 images)

Siria, oltre mille morti in una settimana
Assad: no a piano di pace. Annan: shock

Il presidente siriano: ritireremo le truppe solo se avremo garanzie scritte. Il rappresentante Onu: violenze inaccettabili

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ROMA – E’ di oltre mille morti in una settimana l’ultimo bilancio delle violenze che hanno infiammato la Siria, e la maggior parte di loro sono civili: lo ha detto il colonnello Qassem Saad al-Din, uno dei portavoce dell’esercito libero siriano in Siria. Secondo al-Din l’opposizione siriana ha l’intenzione di rispettare il cessate il fuoco richiesto dall’Onu, anche se le forze governative non lo faranno. Ma se le forze siriane «spareranno, prenderemo di nuovo le armi e risponderemo».

Kofi Annan scioccato: escalation violenze è inaccettabile. «L’escalation di violenze che si registrano in Siria è inaccettabile» ha detto l’inviato speciale per le Nazioni unite in Siria, Kofi Annan, che si è detto «scioccato». Annan, affermando che sono state violate le garanzie che gli erano state date, ha invitato Damasco a mantenere le promesse di porre fine allo spargimento di sangue. Il rappresentante dell’Onu ha esortato sia Damasco che gli oppositori a fermare le violenze entro il 12 aprile, come previsto dal piano di pace.

Assad: no a ritiro truppe. Intanto Bashar al-Assad, il presidente siriano, fa marcia indietro e dice «no» al ritiro delle truppe governative, a meno di ottenere garanzie scritte da parte dell’opposizione. Il dietrofront della Siria fa infuriare Kofi Annan, l’inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba, mentre le violenze incessanti fanno almeno 31 morti, tra cui dodici civili. Oggi, gli arresti sono stati oltre 200, e complessivamente, secondo l’opposizione, le vittime sono circa mille in una settimana, la maggior parte dei quali civili. «Affermare che la Siria richiamerà i soldati il 10 aprile non è corretto» dice Damasco, perché «Kofi Annan non ha ancora presentato garanzie sullo stop alle violenze da parte di gruppi terroristici armati». Il colonnello Qassem Saad al-Din, uno dei portavoce dell’Esercito libero siriano in Siria, spiega dal canto suo che l’opposizione siriana ha l’intenzione di rispettare il cessate il fuoco richiesto dall’Onu, anche se le forze governative non lo faranno. Ma se le forze siriane «spareranno, prenderemo di nuovo le armi e risponderemo». L’accordo raggiunto tra la Siria e l’ex segretario generale dell’Onu prevede l’inizio del ritiro delle truppe entro il 10 aprile, con un cessate il fuoco da raggiungere entro 48 ore, al più tardi il 12 aprile.

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