Archivio | aprile 10, 2012

Bobo, l’eterno numero due ad un passo dalla guida della Lega

Bobo, l’eterno numero due ad un passo dalla guida della Lega

Ce ne ha messo di tempo, Bobo Maroni, per arrivare dov’è arrivato. E c’è voluto persino l’arrivo dei carabinieri a via Bellerio, per accelerare i tempi di una successione che negli ultimi mesi sembrava congelata. Risse e rock’n roll, 30 anni di Bobo in 30 foto

.

Di Andrea Carugati

10 aprile 2012
.

Ce ne ha messo di tempo, Bobo Maroni, per arrivare dov’è arrivato, a un passo dalla guida della Lega. E c’è voluto persino l’arrivo dei carabinieri a via Bellerio, per accelerare i tempi di una successione che negli ultimi mesi sembrava congelata, paralizzata dai timori dello stesso Maroni e dalla ferrea resistenza del Cerchio attorno a Bossi, che continuava a vagheggiare una successione dinastica dall’Umberto al Trota.

Ora l’eterno numero due è a un passo dalla guida di quella Lega che frequenta dal 1979, quando lui, giovane laureato in legge appassionato di blues e avviato a una discreta carriera tra banche e aziende, si innamora dei discorsi un po’ strampalati di quel tizio che girava per la provincia di Varese inneggiando alla Lombardia libera da Roma e annunciando che avrebbe spazzato via la Dc e il Psi. Cominciò allora, quando la Lega Nord era solo una fantasia, Berlusconi costruiva case a Milano 2 e Andreotti stava al governo con l’appoggio del Pci, la carriera dell’eterno delfino. Sono gli anni folli, quelli delle notti passate a incollare manifesti sotto i cavalcavia del Varesotto, quando Bossi rovesciò la colla nella 500 fiammante della mamma di Maroni, e quella: “Te l’ho detto mille volte che devi lasciar perdere quel disgraziato”. Maroni invece insiste, e arrivano i primi seggi nei Consigli comunali, e poi il Parlamento di “Roma ladrona” e il primo governo Berlusconi, quando il Bobo, non ancora quarantenne, arriva al Viminale. Un ruolo a cui Maroni si affeziona parecchio, tanto che quando il Senatur decide di mandare a casa il governo, è lui a guidare la fronda, ad opporsi al ribaltone, e a fondare, per la prima volta, un gruppo di “maroniani”, definizione oggi di gran moda, ma allora piuttosto scomoda. Visto che lo stesso Bobo fu preso a fischi, “vai a suonare il piffero” dalla platea del congresso al Palatrussardi nel 1995, e Bossi disse che “lui è il nostro braccio debole e va amputato”. Qualche mese dopo arriva il pubblico pentimento, e Bossi, per la prima e unica volta, riammette un “traditore”. “Bobo è mio amico, ma è stato toccato dal mago Berlusconi, ha pensato che potere, soldi e poltrone fossero importanti…”. Ruoli perfettamente invertiti, quelli di allora e quelli di oggi.

Tra allora e i giorni nostri, quando è Bossi a essere minato da vicende di quattrini e dal sodalizio di potere con il Cavaliere, oltre che dalla malattia, ci sono i giorni della secessione, 1996, con la prima ampolla del Po e l’irruzione della polizia a via Bellerio, quella volta per scovare gli elenchi delle camicie verdi accusate dal procuratore di Verona Papalia di associazione militare per fini politici. E fu Maroni a immolarsi fisicamente, sbarrando la strada agli agenti e finendo in barella all’ospedale Niguarda. Un gesto che contribuì alla definitiva riabilitazione presso i militanti e che lo rilanciò, al solito, come l’eterno delfino, rivale di Calderoli, il dentista di Bergamo che comincia a farsi strada nel cuore del Capo, e che per anni ha conteso a Maroni la palma di numero due.

Bobo, del resto, non è mai stato troppo impegnato sul fronte del federalismo. Prima al Viminale, poi al Welfare, poi il ritorno al Viminale. A cucire e ricucire devolution e federalismi, a passare giorni e notti in commissione a proporre tagliare e limare ci ha sempre pensato l’altro Roberto. Più bravo, Calderoli, a studiare leggi e regolamenti d’aula. Mentre il Bobo s’intestava successi nella lotta alla mafia. Fino a quando, e siamo al 2010, comincia a capire che la stella di Berlusconi è al tramonto, Che bisogna sganciare la Lega dal carro del Cavaliere. Comincia a scalciare, il Bobo. Vagheggia un passo indietro del premier, non a favore di un Mario Monti, ma di un nuovo centrodestra con Alfano e lo stesso Maroni alla guida. Scalcia dentro e fuori il partito, chiede a più riprese la testa del capogruppo Reguzzoni, golden boy del Cerchio magico. Ma fallisce: a giugno Bossi impone la riconferma del suo pupillo, “bravo e fedele” ,contro la volontà di 40 deputati su 59, che però si allineano. A luglio 2011, la rivincita: assente Bossi, Bobo prende la guida dei deputati e manda in galera Alfonso Papa con i voti decisivi del Carroccio, che strappa vistosamente dal Pdl. Sembra una svolta, è solo una delle puntate della faida che in quei mesi, e fino ad oggi, ha dilaniato la Lega. Da una parte i maroniani, che sono decine di parlamentari, centinaia di quadri lombardi e veneti, sindaci come Tosi e Fontana, Dall’altra il Cerchio, con Rosi Mauro, la moglie di Bossi, Manuela, il Trota, Reguzzoni. Che premono per fare piazza pulita di Bobo e dei suoi, a partire da Tosi. Che fanno il lavaggio del cervello all’Umberto:” Quello è un Giuda”. Bossi sta in mezzo, ma teme la corsa dell’amico Maroni, dopo che quello si è preso il top degli applausi a Pontida diventa sospettoso.”Mi vogliono portare via la Lega”.

Siamo ad ottobre, c’è il congresso nella culla di Varese e Bossi impone un suo fedelissimo ai delegati urlanti, quasi tutti maroniani, Il Bobo se ne sta zitto, incassa, prende altre sberle quando c’è da votare per gli arresti di Milanese e Cosentino. Poi il crollo del governo Berlusconi, il passaggio all’opposizione e la faida sembra quietarsi. Ma è solo un’illusione, A gennaio Bossi si fa convincere dai suoi famigli che è arrivata l’ora di mettere alla porta Maroni, scatta la fatwa, lo stop ai comizi. La base insorge, Bossi è costretto alla retromarcia. Sono i giorni in cui si scoprono gli investimenti in Tanzania del tesoriere Belsito, Maroni scalcia ancora, pretende pulizia, ma non va fino in fondo.

Si accontenta di due concessioni importanti, da parte del Senatur: la testa di Reguzzoni e i congressi nella varie regioni, passaggio chiave, pensano i maroniani, per dimostrare che i numeri ce li hanno loro. Per convincere Umberto che una successione morbida è possibile, senza toccare, per ora, il ruolo del Capo supremo.

Ma Belsito, grazie a quell’ultimo accordo Bossi-Maroni, resta al suo posto. Bobo non parla al comizio di Milano di gennaio, quando la base fischia la Rosi Mauro. Sorride sornione e intanto macina centinaia di chilometri per i comizi in tutto il Nord, radica la sua corrente dei “barbari sognanti”, difende il sindaco di Verona Tosi dagli assalti del Cerchio e si prepara al gran salto. Ci pensano giudici e carabinieri, a dargli la spinta finale. L’inchiesta su Belsito travolge il Senatur e la sua famiglia allargata, Maroni diventa l’icona della pulizia interna. Da eterno secondo può ragionevolmente pensare che, a 57 anni appena compiuti, è arrivato ilo suo momento. Ma non è ancora finita. Di mezzo ci sono i veneti, la stella nascente del governatore Zaia, più giovane di lui di oltre 10 anni. La serata delle scope di Bergamo è un altro chilometro verso la leadership. Ma la partita non è ancora finita.

.

fonte articolo

fonte vignetta

Partiti, un fiume di denaro scorre senza controllo. E con il fisco a favore

http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash3/563256_204672142980127_116969748417034_359897_390834204_n.jpg

Partiti, un fiume di denaro scorre senza controllo. E con il fisco a favore

Soldi ai gruppi, sgravi e fondi ai giornali .Oltre ai rimborsi 220 milioni all’anno. Chi dona alla ricerca detrae 51 volte meno

.

di Sergio Rizzo

.

ROMA – Se non ora, quando? Quando si metterà fine a quel sistema indecente per cui un privato cittadino che finanzia un partito può beneficiare di uno sgravio fiscale 51 volte più favorevole rispetto a chi versa un contributo alla ricerca sulla leucemia infantile? Sono anni che la domanda «se non ora, quando?» risuona in Parlamento: senza risposta. Sono state presentate diverse proposte di legge per chiudere quello sconcio, senza che per nessuna di loro si sia aperto uno spiraglio. Ne ricordiamo in particolare una che ha più di quattro anni, firmata dall’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno e dal capo dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro: mirava a mettere almeno sullo stesso piano le erogazioni liberali alla politica con quelle alle associazioni benefiche. Mai messa all’ordine del giorno, nonostante l’autorevolezza dei proponenti. Destino analogo a quello di un disegno di legge del dipietrista Antonio Borghesi, presentata a giugno del 2008. Così oggi chi dà 100 mila euro a un partito può continuare a risparmiarne 19 mila, visto che la detrazione del 19% è ammessa fino a un tetto di 103 mila euro, mentre chi dona la stessa cifra alla ricerca sulla distrofia muscolare ha uno sconto massimo di 392 euro: perché in questo caso il tetto della detrazione è di 2.065 euro.

LA PROPOSTA – Ma se pensate di scorgere un rossore sulle guance dei politici che non hanno voluto cambiare finora questo stato di cose, vi sbagliate. Perché c’è perfino chi pensa che gli sgravi fiscali astronomici per i partiti siano insufficienti. Il deputato Daniele Galli e il suo collega Giancarlo Lehner, entrambi eletti con il Pdl e passati il primo al Fli e il secondo ai Responsabili hanno depositato il 13 febbraio una proposta di legge per ridurre, sì, i rimborsi elettorali, ma contemporaneamente innalzando dal 19 al 70 (settanta!) per cento la detrazione fiscale per i finanziamenti privati alla politica e portando il tetto per ottenere quel beneficio da 103 mila a 200 mila euro. Disegno di legge il cui esame è già iniziato insieme ad altri, con incredibile solerzia, alla commissione Affari costituzionali della Camera. Traduzione: mentre oggi chi versa 200 mila euro a un partito può risparmiare al massimo 19.570 euro, se passasse questa proposta potrebbe caricarne sulle spalle dei contribuenti 140 mila.

MANI PULITE – Ecco il clima in cui sta iniziando, con imperdonabile ritardo, la discussione sulla trasparenza dei bilanci delle formazioni politiche e sui grassi contributi pubblici che queste ottengono. Sorvoliamo su un particolare: il referendum del 1993 con il quale 34 milioni 598.906 italiani bocciarono la legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Quasi il triplo dei 12,7 milioni di cittadini che nel 1946 votarono per la Repubblica. Sorvoliamo, anche se non si dovrebbe. Quel voto referendario di vent’anni fa fu la prevedibile conseguenza di una situazione profondamente degenerata. Le inchieste di Mani Pulite avevano squarciato il velo su una corruzione diffusa che stava corrodendo il sistema politico. E la risposta del Paese non poteva che essere categorica: basta soldi ai partiti.

LA TESI – A distanza di vent’anni, se dobbiamo prendere per buone non le risultanze delle inchieste dei magistrati ma le denunce della Corte dei Conti, da ultima quella del suo nuovo presidente Luigi Giampaolino secondo il quale oggi il cancro della corruzione è più esteso di allora, c’è il rischio che la situazione sia perfino peggiore. Al punto da far apparire grottesca la giustificazione inconfessabile con la quale i partiti hanno fatto saltare due anni fa, riducendolo a un misero 10%, il taglio del 50% dei rimborsi elettorali proposto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Circolava la tesi, in Parlamento, che una riduzione eccessiva dei fondi pubblici avrebbe rilanciato la corruzione: pensate!

IL TETTO – Ma dopo aver sorvolato su quel referendum del 1993 non vorremmo assistere a qualche sgradevole sorpresa, e cioè che invece di ridurre un conto già salatissimo, si facesse semplicemente sparire la fattura. Magari spostandola dalla luce dei riflettori, oggi tutti concentrati a illuminare i «rimborsi elettorali», la definizione ipocrita che ha assunto dal 1993 continuando così a sopravvivere il famoso finanziamento pubblico, ad altre voci. Tipo detrazioni fiscali maggiorate, per intenderci. Perché i rivoli di denaro dei contribuenti che affluiscono nelle casse dei partiti sono molteplici. Uno di questi è rappresentato, appunto, dagli sgravi fiscali per i contribuiti privati. Quanti soldi sono, nessuno, tranne l’Agenzia delle Entrate, è in grado di dirlo. Con una leggina approvata all’inizio del 2006 è stato infatti portato da 2.500 euro alla rispettabile cifra di 50 mila euro il tetto al di sotto del quale una «erogazione liberale» a un politico o alla sua formazione può tranquillamente restare anonima. Di conseguenza anche la stima che si può fare sui versamenti denunciati ufficialmente alla Camera rischia di essere notevolmente inattendibile. Da questi risulta che nel 2010 privati cittadini e aziende hanno versato ai partiti circa 49 milioni di euro: il che significa un costo per il Fisco di almeno 9 milioni. Ma è inutile dire che potrebbe essere anche molto di più.

LE ASSEMBLEE LEGISLATIVE – Fra quei contributi ci sono anche quelli dei parlamentari. Molti deputati e senatori girano ai partiti una parte dei loro emolumenti: su queste cifre hanno diritto anche loro al famoso sgravio del 19% fino al limite di 103 mila euro annui. Alcuni però attingono non dall’indennità, bensì dal fondo per il collaboratore parlamentare. Al partito vanno quindi soldi pubblici che sarebbero destinati a retribuire il cosiddetto portaborse, sui quali per giunta è possibile applicare una detrazione del 19% nonostante siano esentasse. Impossibile calcolare che cosa significhi questo per le casse di tutte le formazioni politiche. Molto più facile, invece, stimare l’impatto di altre voci. I contributi ai gruppi parlamentari di Camera e Senato non sono altro che un finanziamento pubblico supplementare ai partiti: circa 75 milioni l’anno. Idem vale per i contributi ai gruppi consiliari delle 20 Regioni italiane, il cui totale non è inferiore a quello del Parlamento. In tutto, dunque, alla politica vanno altri 150 milioni pubblici l’anno attraverso le assemblee legislative.

GIORNALI DI PARTITO – Bisogna poi considerare i finanziamenti ai giornali di partito: una cinquantina di milioni l’anno. Se sommiamo tutte queste voci si può calcolare che ai rimborsi elettorali, ancora oggi e fino alle prossime elezioni politiche formalmente pari a 200 milioni l’anno, debbano essere aggiunti altri fondi pubblici per 210-220 milioni. Anche per questa ragione concentrare la discussione sui soli rimborsi rischia di essere riduttivo. Certo su quel versante c’è molto da fare, anche volendo far finta che il referendum del 1993 non ci sia mai stato. Intanto non si può chiamare «rimborso» l’erogazione di una somma a forfait senza alcuna relazione, come non si stanca di ripetere la Corte dei Conti, con i denari effettivamente spesi per la campagna elettorale. Inoltre è quantomeno singolare che questo «rimborso» a forfait venga calcolato anche per il Senato, eletto con il voto di chi ha almeno 25 anni d’età, sulla base del numero decisamente più grande degli elettori della Camera, dove com’è noto si vota a partire dai diciott’anni. Infine è surreale che per entrare in Parlamento occorra superare (finora) una soglia di sbarramento del 4% mentre per accedere ai famosi rimborsi sia sufficiente arrivare all’1%.

LA CORSA IMPAZZITA, LA DIGNITA – Ma soprattutto è assurdo che tutto questo fiume di denaro scorra senza controlli e nella più assoluta opacità. Qui sta il punto, e qui bisogna prima di tutto intervenire, scrivendo regole chiare e semplici che impongano ai partiti di mettere nei bilanci tutte le loro entrate reali, nero su bianco, e documentando le spese fino all’ultimo euro. Stabilendo dure sanzioni per chi non le rispetta, come il divieto a candidarsi a cariche elettive. Solo partendo da qui si può pensare di arrestare la corsa impazzita dei finanziamenti ai partiti, restituendo alla politica la dignità che merita. Se non ora, quando?

.

fonte articolo

fonte vignetta

Partite IVA: un anno per mettersi in regola con la Riforma del lavoro


____________________________________________________________

Partite IVA: un anno per mettersi in regola con la Riforma del lavoro

L’obbligo di assumere il finto collaboratore non riguarda il professionista che svolge realmente la professione per la quale è iscritto all’Albo

.

06/04/2012 – Si delinea il nuovo assetto normativo per i rapporti di lavoro dei professionisti titolari di Partita IVA. Il Governo ha messo a punto il testo del disegno di legge per la Riforma del Lavoro, che aggiusta il tiro rispetto al Documento diffuso a fine marzo.

Innanzitutto la stretta sulle finte Partite IVA si applicherà ai rapporti di lavoro che inizieranno dopo l’entrata in vigore della Riforma, mentre per i rapporti in corso a tale data è prevista una fase transitoria di un anno, per dare ai professionisti e alle aziende il tempo di adeguarsi alle nuove regole.

Non cambiano i presupposti in base ai quali le prestazioni lavorative rese da titolari di Partita IVA sono considerate rapporti di collaborazione coordinata e continuativa:
a) che la collaborazione duri più di 6 mesi nell’arco di un anno;
b) che il corrispettivo derivante da tale collaborazione costituisca più del 75% del reddito del collaboratore nell’arco dello stesso anno;
c) che il collaboratore disponga di una postazione di lavoro presso la sede del committente.

Un importante distinguo riguarda i professionisti iscritti agli Albi: dalle nuove norme saranno escluse le collaborazioni… (CONTINUA A LEGGERE)

.

fonte articolo

fonte immagine