Archivio | aprile 19, 2012

MILANO – Pisapia: “Negozi chiusi il 25 Aprile la festa merita di essere celebrata”


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Pisapia: “Negozi chiusi il 25 Aprile, la festa merita di essere celebrata”

Il sindaco di Milano si oppone all’idea che i negozi possano rimanere aperti nel giorno della Liberazione: “Questa data va onorata partecipando agli eventi e alle celebrazioni”

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Pisapia: "Negozi chiusi il 25 Aprile la festa merita di essere celebrata" Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia

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Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, si oppone all’idea che i negozi possano rimanere aperti nel giorno della Liberazione. Lo ha detto a margine di una iniziativa per la Resistenza nel deposito Atm in via Teodosio. “Ci sono feste che tutti hanno il diritto di celebrare – ha risposto alle domande dei cronisti – e oltre a quelle religiose, ci sono quelle civili, tra cui il 25 Aprile e il Primo maggio, che devono essere celebrate con la partecipazione e eventi e manifestazioni. E questo contrasta con l’apertura dei negozi”.

IL SONDAGGIO Favorevoli o contrari?

Pisapia è partito dai giorni della vittoria alle urne contro Letizia Moratti, quando si parlò di “liberazione” (non senza polemiche), per chiedere appoggio alla città in un momento difficile per l’intero Paese. “In questa nuova Resistenza – ha detto davanti ai tranvieri Atm riuniti per ricordare i colleghi caduti durante la Liberazione – il sindaco ha bisogno di voi. Non lasciatemi solo”. L’obiettivo è “andare avanti insieme per restituire a Milano – ha spiegato il sindaco – il suo orgoglio di città della libertà, del lavoro, della solidarietà e dello sviluppo economico e culturale”.

Lo sguardo di Pisapia è rivolto innanzitutto all’imminente 25 Aprile, “il primo che vivrò da sindaco assieme a voi e alla città” (un’appuntamento per il quale, ha ammesso), “sono emozionato”. Poi ha parlato dell’attualità, “del tema quest’anno critico, quello del lavoro”, chiedendo la “salvaguardia dei diritti perchè c’è il rischio che vengano limitati in un momento di crisi”. Perciò, prendendo spunto dal passato, ha proseguito: “Oggi abbiamo bisogno dell’energia di quei giorni di insurrezione per la libertà, perché un futuro di libertà e speranza, in un momento così difficile, riparte da qui, da Milano e da luoghi come questo (il deposito Atm in via Teodosio) da dove nel 1943 iniziarono le lotte sindacali e da dove deve continuare la strada verso un futuro migliore”.

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Crozza, parodia di Formigoni: “Non ricordo, devo controllare le agende” / La moglie di Simone: «Vi racconto l’amicizia tra Simone, Daccò e il governatore Formigoni»


ubblicato in data 19/apr/2012 da

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Scrive Carla Vites, moglie di Antonio Simone

«Vi racconto l’amicizia tra Simone, Daccò e il governatore Formigoni»

Da Cielle agli scandali sanità, la lettera al Corriere

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Antonio SimoneAntonio Simone

Venerdì scorso, all’interno della bufera giudiziaria che investe la sanità lombarda, è stato arrestato Antonio Simone, ex assessore alla Sanità negli anni Novanta, ciellino doc, tra i giovani che fecero parte dell’entourage ristretto di don Luigi Giussani, padre di Cl. Le indagini hanno già condotto in carcere il faccendiere Piero Daccò. Per Simone, che con Daccò è titolare di società che hanno operato all’estero, viene ipotizzato il reato di riciclaggio e associazione a delinquere nella creazione di fondi neri. Mercoledì, nel giorno del compleanno di Simone, che in carcere a San Vittore ha compiuto 58 anni, la moglie Carla Vites ha inviato una lettera al Corriere della Sera. La pubblichiamo di seguito.

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Caro direttore,
ho letto l’intervista pubblicata dal suo giornale a Roberto Formigoni (pagina 9 del «Corriere della Sera»). Da privata cittadina e soprattutto da militante ciellina della prima ora non ho potuto trattenermi dal pormi una serie di domande, anche perché, pur essendo una persona qualunque, la sorte mi ha riservato una conoscenza ravvicinata con l’attuale Governatore della Regione Lombardia. Vede, conosco lui, Antonio Simone ed altri da circa trent’anni. In questa cerchia di relazioni ho avuto modo di condividere molte occasioni di vita di queste persone. Bene, Formigoni non può affermare che «conoscevo Daccò da molti anni, ma non ha mai avuto rapporti direttamente con me, ma con l’assessorato». E sorvoliamo sull’inaccettabile spiegazione riguardo la presenza della Minetti nella sua lista: «Me l’ha detto don Verzé». Scarica il barile sul prossimo, quando a lui sarebbe bastato domandarsi: «Ma questa qui, l’ha mai fatta in vita sua, non dico una riunione di partito, ma almeno di condominio?». E passiamo al fatto che possa serenamente dire che non ha mai avuto rapporti direttamente con Daccò. Ebbene lo spettacolo dei suoi «rapporti» con Daccò è sotto gli occhi dei molti chef d’alto bordo dove regolarmente veniva nutrito a spese di Daccò stesso, vuoi Sadler, vuoi Cracco, vuoi Santin, vuoi Aimo e Nadia, per non parlare dei locali «à la page» della Costa Smeralda dove a chi, come me, accadeva di passare per motivi vari, era possibilissimo ammirare il nostro Governatore seguire come un cagnolino al guinzaglio Daccò, lo stesso con cui non aveva rapporti diretti. Vederli insieme era una gioia degli occhi: soprattutto per una come me che assieme a tanti altri meravigliosi amici di Cl ha militato per lui volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona. Era una gioia degli occhi perché – e qui secondo me è la vera tragedia, cioè non tanto se e come egli abbia intascato soldi – Robertino con Daccò e tutta la sua famigliola, si divertiva e tanto! Eccolo con la sua «24 ore»: me lo vedo sul molo di Portisco arrivare diritto da Milano pronto ad imbarcarsi sullo yacht di Daccò dove le sue figliole (guarda caso, non sono depositarie del diritto a usare del Pirellone come mega location per eventi da migliaia di euro a botta?) lo attendevano con ansia pronte a togliersi il pezzo di sopra del bikini appena il capitano avesse tirato su l’ancora, perché così il sole si prende meglio, chiaramente. Era una gioia degli occhi, ma anche delle orecchie sentire Erika Daccò dire a chiare e forti lettere, me presente, nel giugno 2011, durante una cena – con il suo compagno allora assessore alla Cultura della Regione Lombardia, il quale, interrogato dalla sottoscritta su cosa avrebbe parlato ad un prossimo convegno, ovviamente rispose: «Ma di cultura!». E io a dirmi: «Che stupida sei: un assessore alla Cultura di cosa vuoi che parli? Ma di cultura! E se fosse stato all’agricoltura? Di agricoltura» -: «Pensa noi Daccò siamo i migliori amici di Formigoni e non riusciamo a dirgli di non indossare quelle orrende camicie a fiori»! Ma certo, ci credo anch’io che Robertino non abbia mai raccolto soldi od altri effetti dalle frequentazioni col faccendiere Daccò: a lui bastava l’onore di essere al centro di feste e banchetti, yacht e ville. Che se ne dovrebbe fare dei soldi uno così narcisista? I soldi a lui non servivano. Tranne per qualche camicia a fiori o per una giacca orrendamente gialla. Cl, a mio avviso, deve avere un sussulto di gelosia per la propria identità, per quello che Giussani pensava al momento della fondazione. A questo punto, bisogna domandarsi, con Benedetto XVI: «Perché facciamo quello che facciamo?» Per finire, credo che il travaso di bile di cui questa mia è segno non sarebbe forse avvenuto se, dopo avere letto sul «Corriere», a pagina 9, le falsità dette da Roberto, non avessi visto, nella Cronaca di Milano, il Governatore a tutto campo mollemente adagiato su un letto megagalattico del Salone del Mobile, che se la ride soddisfatto. Vede, oggi (ieri, ndr) è il 58° compleanno del suo migliore amico Antonio Simone, detenuto nelle patrie galere di San Vittore da venerdì alle 16.
Mi risulta che il suo migliore amico, mentre lui si adagia mollemente a beneficio dei giornalisti esibendo quel che resta di un fisico a suo tempo quasi prestante, deve discutere su chi oggi avrà il diritto di allungare le proprie di gambe all’interno di una cella che ospita altri 5 detenuti.
Ecco, allora io vorrei approfittare per dire, davanti a tutti: «Auguri Antonio!».

Carla Vites

19 aprile 2012

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“Sfigati”. Formigoni ribatte su vacanze con Daccò


Pubblicato in data 16/apr/2012 da

http://www.ilfattoquotidiano.it – Milano – “Non ricordo, dovrei controllare l’agenda”. Le vacanze all’estero in compagnia di Pierangelo Daccò, agli arresti dal quindici novembre scorso per i fondi neri del San Raffaele e della Fondazione Maugeri, Roberto Formigoni non le ricorda. Secondo il Corriere della sera, il presidente della Lombardia avrebbe viaggiato più volte a spese di Daccò. A rivelare tutto ai pm è Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò, che parla di un viaggio aereo da Milano a Parigi: “il 27 dicembre 2008 Formigoni ha viaggiato da Milano a Parigi con un biglietto di 4.080,80 euro pagato da Daccò”. “Non ho mai ricevuto regalie”, assicura Formigoni, che spiega: “Io faccio vacanze di gruppo. Se uno anticipa i biglietti, gli altri pagano cene, ecc.”. E ai giornalisti del Corriere dedica una battuta: “Evidentemente vanno in vacanza da soli. Sono sfigati”. di Franz Baraggino

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[Qui Lecco Libera] CL e affari: l’opinione della “base” lecchese


Caricato da in data 22/dic/2011

Affari, preghiere, nomine, vangeli e ipocrisia. I vertici di Comunione e Liberazione, da tempo, han trasformato in dottrina i propri discutibili interessi. Il caso lombardo grida vendetta: occupazione di cariche pubbliche al motto di “meno stato e più società”. Il tutto con il benestare di una larga fetta di opinione pubblica: vuoi perché asservita, vuoi perché disinteressata. La chiamano la “peste lombarda” o la “lobby di Dio”: più semplicemente si chiama Comunione (loro) e Liberazione (dai controlli). E la base? Cosa ne pensa? Siamo andati a chieder conto in occasione della rituale “veglia” natalizia. Ecco il resoconto…

RAPPORTO OCSE – In Italia aumentano i fallimenti delle piccole e medie imprese / Grillo: L’Italia è un capannone vuoto

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Rapporto Ocse

In Italia aumentano i fallimenti delle piccole e medie imprese

L’Italia, sottolinea l’organizzazione, e’ uno dei cinque Paesi (su 13 esaminati nel rapporto), in cui il numero di fallimenti ha continuato ad aumentare anche tra il 2009 e il 2010, insieme a Ungheria, Slovacchia, Danimarca e Svizzera

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Roma,

Il numero di fallimenti tra le piccole e medie imprese italiane nel 2010 e’ aumentato a 11.289, pari a 20,3 casi ogni 10.000 aziende esistenti, contro 9.429 nel 2009 (17,1 ogni 10.000) e 6.165 nel 2007 (11,2 ogni 10.000).

Lo scrive l’Ocse, nel suo primo rapporto sulle condizioni di finanziamento delle Pmi. L’Italia, sottolinea l’organizzazione, e’ uno dei cinque Paesi (su 13 esaminati nel rapporto), in cui il numero di fallimenti ha continuato ad aumentare anche tra il 2009 e il 2010, insieme a Ungheria, Slovacchia, Danimarca e Svizzera.

“La debole ripresa economica nel 2010 – spiega il rapporto – non ha permesso un miglioramento significativo nelle condizioni delle aziende, come dimostra l’aumento ancora rapido dell’indicatore”.

“Il calo delle vendite e l’irrigidimento delle condizioni di credito hanno contribuito a problemi di cash flow per le Pmi – spiega l’Ocse – che a loro volta si sono in parte tradotti in aumenti dei tempi di pagamento.

D’altra parte, dopo lo scoppio della crisi, i fornitori hanno cominciato a chiedere pagamenti piu’ veloci: per le Pmi, i tempi sono saliti da 15 giorni nel 2008 a 17 nel 2009″.

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L’Italia è un capannone vuoto


Pubblicato in data 19/apr/2012 da

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Ieri sono stato ad Arese, all’Alfa Romeo, o meglio, a quello che ne resta. Piovigginava. Un freddo autunnale. C’erano impiegati e operai “sgombrati” dall’azienda che mi aspettavano, oggi si dice così per le ex maestranze licenziate: “sgombrati“, come se fossero inquilini abusivi o morosi sbattuti fuori di casa. Di fronte ai cancelli, per impedirne il rientro, agenti di polizia armati di tutto punto erano schierati in una linea compatta. Si vedeva dalle loro facce che non ne avevano alcuna voglia. Guardavano le persone che facevano capannello intorno a me e che potevano essere i loro padri e loro madri e abbassavano gli occhi. Vedevano gente veramente disperata, senza stipendio né altro reddito da mesi con una famiglia da mantenere. Mi sono ricordato di una frase celebre di Henry Ford, il più grande costruttore di auto mai esistito: “Quando vedo un’Alfa Romeo mi tolgo il cappello“. e ho pensato a Prodi che la regalò nel 1986 ai becchini della Fiat.
Sono entrato in macchina nella gigantesca fabbrica vuota che si estende per due milioni di metri quadri. Ho provato un senso di smarrimento e di angoscia di fronte a questo vuoto immenso.

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Pubblicato in data 19/apr/2012 da

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Mi è stato detto che l’area sarà destinata alla creazione di centri commerciali e alla costruzione di nuove unità immobiliari. Con il camper mi sono diretto poi verso Palazzolo e ho letto delle 146.000 imprese che hanno chiuso nel primo trimestre del 2012. Vuol dire che 600.000 imprese, quasi tutte piccole e medie, chiuderanno nel 2012. Ma esistono 600.000 imprese in tutta Italia? Sono numeri che sorpassano qualunque previsione negativa. E’ vero che nel 2012 sono state aperte nuove imprese e che il saldo negativo è di 26.000, ma un’impresa che chiude ha un indotto, dei dipendenti, un fatturato. Un’impresa che apre è una scommessa, un investimento, il cui utile è incerto. Il 50% delle nuove imprese infatti non supera i 5 anni di vita. Le nuove PMI muoiono quasi sempre in culla. Il 58% dei nuovi posti di lavoro è creato dalle piccole imprese con meno di 10 dipendenti. Le grandi aziende delocalizzano e i piccoli imprenditori falliscono o si suicidano per la vergogna, per un fallimento che imputano a sé stessi e che è invece di una classe politica incompetente e cialtrona. L’Italia è come l’Alfa Romeo. Un capannone vuoto, sempre più esteso, che si riempie di banche, cemento e ipermercati. Non può durare e non durerà. O si rilancia la produzione insieme all’innovazione o il Paese chiude i battenti.

Ps. Segui il tour elettorale 2012. Partecipa usando #m5sTour su Twitter e Youtube, o taggando “MoVimento Cinque Stelle” sulle tue foto e post su Facebook.

Oggi, 19 aprile, sarò alle ore 15 a Gussago al Caffè Danesi.  Alle ore 19 a S. Donato M.se, in piazza Pio XII, e infine alle ore 21.30 a Monza, in piazza Roma.

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DONNE – Argentina, le attiviste che hanno sfidato Monsanto


Sofia Gatica – fonte

Donne per il cambiamento

Argentina, le attiviste che hanno sfidato Monsanto

Insieme ad altre compagne ha sfidato il colosso americano dell’industria agro-alimentare Monsanto e ha vinto il Goldman Environmental Prize 2012. La vincitrice di uno dei principali riconoscimenti mondiali per l’impegno ambientale è Sofia Gatica, una donna argentina che ha intrapreso la battaglia per scoprire la causa della morte di sua figlia.

di Alessandra Profilio – 19 Aprile 2012

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Prize recipient Sofia Gatica works with local women to stop indiscriminate spraying of toxic agrochemicals in neighboring soy fields – fonte

Pubblicato in data 15/apr/2012 da

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Ha sfidato il colosso americano dell’industria agro-alimentare Monsanto e ha vinto il Goldman Environmental Prize 2012. La vincitrice di uno dei principali riconoscimenti mondiali per l’impegno ambientale è Sofia Gatica, una donna argentina che ha intrapreso la sua battaglia per scoprire la causa della morte della sua piccola.

Tredici anni fa, Sofía Gatica ha dato alla luce una figlia, morta poi a soli tre giorni dalla nascita. Determinata ad indagare sulle cause del decesso della piccola, la donna ha iniziato a parlare con i suoi vicini di Ituzaingó, un quartiere circondato da campi di soia, e si è così resa conto di inspiegabili problemi di salute che affliggevano la sua comunità.

Gatica, con un gruppo composto da 16 madri, ha così scoperto le gravi conseguenze che l’irrorazione di pesticidi stava avendo sulle famiglie della zona. I residenti, infatti, riportavano tassi di cancro 41 volte superiori alla media nazionale, così come elevati sono risultati i tassi di malattie neurologiche e respiratorie, malformazioni dei neonati e mortalità infantile.

Sofia e le sedici donne, riunitesi nell’associazione Mothers of Ituzaingo, focalizzarono quindi la loro indagine sull’erbicida Roundup, contentente glifosato. Sebbene la Monsanto sostenga che tale sostanza non comporti alcun rischio per gli esseri umani, nel 2008 uno studio scientifico ha rilevato che anche a basse concentrazioni, il glifosato è in grado di provocare la morte delle cellule embrionali e placentari.

Per la coltivazione della soia argentina è stato impiegato, oltre al Roundup, il potente pesticida endosulfano, ora bandito in 80 Paesi poiché altamente tossico e considerato una minaccia per la salute dell’uomo e per l’ambiente.

Le madri di Ituzaingo hanno dunque lanciato la campagna Stop Spraying per chiedere la messa al bando dei pesticidi. Le donne hanno organizzato incontri e conferenze per avvertire il pubblico sui pericoli dei pesticidi. Gatica ha contattato anche istituti di ricerca per chiedere di condurre studi scientifici per confermare ciò che lei aveva riscontrato a Ituzaingó.

Con pochissime risorse Gatica e altre madri si sono impegnate per accertare le responsabilità di Monsanto, DuPont e altre aziende agrochimiche mondiali che operano in Argentina. Le donne hanno anche subito insulti e minacce provenienti da individui, ufficiali di polizia e titolari di aziende locali in Ituzaingó. Nel 2007, un individuo è entrato nella casa Gatica chiedendo, con una pistola puntata contro la donna, di rinunciare alla campagna.

Nonostante tutto questo, l’impegno di Mothers of Ituzaingo ha avuto effetti clamorosi. Nel 2008, il presidente dell’Argentina ha ordinato al ministro della Salute di valutare l’impatto dell’uso di pesticidi in Ituzaingó. Uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina all’Università di Buenos Aires ha confermato i risultati della ricerca porta a porta delle madri che collegava i problemi di salute della popolazione all’esposizione ai pesticidi.

Gatica in seguito è riuscita ad ottenere un’ordinanza comunale che vietava l’irrorazione aerea di pesticidi a Ituzaingó a distanze inferiori a 2.500 metri dalle abitazioni. Nel 2010 la Corte Suprema, oltre ad aver vietato l’irrorazione dei pesticidi in prossimità di aree popolate, ha anche stabilito che spettava al governo e ai produttori di soia di dimostrare la sicurezza delle sostanze chimiche impiegate.

La campagna delle madri argentine prosegue tuttora e mira a bandire del tutto l’uso del glifosato in Argentina.

“Quello che è successo a noi ha spiegato Sofia Gatica – avviene in altri posti. Non è solo una lotta per il nostro quartiere, ma anche per tutti gli altri luoghi, perché in altri luoghi ci sono altre persone che si trovano in condizioni anche peggiori delle nostre. Hanno bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo aiutarle a capire i loro diritti. Abbiamo il diritto alla salute e all’aria pulita, e il diritto che il governo rispetti il ruolo che è stato dato. Abbiamo votato per loro, e siamo noi che paghiamo i loro stipendi”.

“Quando si vive in un quartiere bisogna difenderlo. Dovete difendere la vostra famiglia, combattere con il governo, lottare con i vicini, lottare contro le multinazionali. È difficile, ma dovete farlo per la salute e la vita dei vostri figli”.

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Michele Ferulli morì durante l’arresto. Le indagini: “Era inerme, i poliziotti lo colpirono a più riprese”


“Non mi uccide la notte ma due guardie bigotte”. Un manifesto appeso in via del Turchino, a Milano, cita Un blasfemo di Fabrizio De Andrè per ricordare Michele Ferrulli, il 51enne morto durante l’arresto a Milano e i cui familiari accusano di omicidio quattro poliziotti che sono indagati dalla Procura – fonte

Morì durante l’arresto: “Era inerme, i poliziotti lo colpirono a più riprese”

A Milano chiuse le indagini sulla morte di Michele Ferrulli per arresto cardiaco. Il pm accusa quattro agenti: lo colpirono “ripetutamente” anche “con corpi contundenti” mentre era a terra

Morì durante l'arresto: "Era inerme i poliziotti lo colpirono a più riprese" Michele Ferrulli

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Michele Ferrulli, l’uomo morto lo scorso 30 giugno a Milano per arresto cardiaco mentre alcuni agenti, intervenuti per sedare gli schiamazzi, lo stavano arrestando, venne percosso “ripetutamente” anche “con l’uso di corpi contundenti” quando era già “immobilizzato a terra” e “non era in grado di reagire e invocava aiuto”. Lo scrive la Procura di Milano, che ha chiuso le indagini nei confronti di quattro poliziotti accusati di omicidio colposo poiché avrebbero ecceduto “i limiti del legittimo intervento”.

I VIDEO IN ESCLUSIVA 12 Il filmato del Tg1 ripreso con un telefonino

Francesco Ercoli, Michele Lucchetti, Roberto Piva e Sebastiano Cannizzo sono accusati di cooperazione in omicidio colposo per eccesso colposo dell’adempimento del dovere e concorso in falso. Il pm ha derubricato l’accusa iniziale di omicidio preterintenzionale, ma nella descrizione del capo di imputazione rimarca che “eccedendo i limiti del legittimo intervento”, hanno percosso “ripetutamente la persona offesa in diverse parti del corpo, pur essendo in evidente superiorità numerica e continuando a colpirla anche attraverso l’uso di corpi contundenti quando la stessa era immobilizzata a terra, in posizione prona, non era in grado di reagire e invocava aiuto”.

In base a quanto ricostruito dal pubblico ministero Gaetano Ruta, i poliziotti erano intervenuti in via Varsavia in seguito alla chiamata al 113 da parte di alcuni cittadini che avevano segnalato la condotta molesta e di disturbo di tre uomini. Una volta bloccato il 51enne, lo avrebbero picchiato concorrendo a determinarne il decesso. Che fu dovuto anche al fatto che il medico legale ha scoperto che la vittima aveva un cuore troppo piccolo, di 700 grammi, rispetto alla mole del suo corpo che pesava 147 chilogrammi.

I poliziotti sono poi accusati di aver falsificato l’annotazione redatta il giorno successivo sull’accaduto, dichiarando falsamente che dopo aver bloccato l’uomo, “una successiva e inevitabile perdita di equilibrio di tutto il gruppetto faceva sì che Ferrulli e tutti gli agenti intervenuti cadessero rovinosamente a terra, frangente che permetteva, grazie all’utilizzo di un terzo paio di manette, di bloccare definitivamente la sua resistenza. Poiché la precedente caduta aveva costretto il Ferrulli, prono a terra, si cercava, ormai assicurato, di riportarlo in una posizione a lui più comoda per avvicinarlo alla vettura di servizio, ma proprio in tale occasione il Ferrulli riferiva di sentirsi male, lamentando un forte dolore al petto”. Secondo il pm Ruta si tratterebbe di “circostanze false, poiché i poliziotti, mentre Ferrulli si trovava a terra in posizione prona, era immobilizzato e invocava aiuto, lo colpivano ripetutamente anche con l’uso di corpi contundenti”.

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ASTERDAM – Le prostitute danzano contro lo sfruttamento femminile; il VIDEO

Girls Going Wild In Red Light District

Le prostitute danzano contro lo sfruttamento femminile

Spopola sul web il filmato girato in un quartiere a luci rosse

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di Francesco Tortora

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MILANO – Le prostitute ballano per denunciare lo sfruttamento sessuale delle donne in Europa. Un filmato, girato dall’agenzia pubblicitaria belga «Duval Guillaume Modem» e promosso da «Stop the Traffik», associazione che da anni combatte il mercato clandestino degli esseri umani, sta avendo in questi giorni un grande successo sul web. Intitolato «Girls going wild in red light district» e girato nel quartiere a luci rosse di Amsterdam è stato visto da oltre 700.000 utenti su Youtube.

MUSICA – All’inizio il video sembra raccontare una normale serata nel celebre Red Light District della capitale olandese. Dietro le vetrine ci sono le prostitute che cercano l’attenzione dei potenziali clienti mostrando e offrendo le loro grazie, mentre i passanti guardano con curiosità le giovani donne. Ma ecco che all’improvviso parte la musica elettronica e quattro lucciole cominciano a ballare freneticamente. I passanti sono stupiti dal ritmo travolgente e dai movimenti delle ragazze.

FOTO E SORRISI – Tanti uomini prima incuriositi poi completamente sopraffatti dai passi delle ballerine, cominciano a danzare e a seguire la loro coreografia. C’è chi scatta foto e chi sorride e alla fine del ballo gli spettatori applaudono entusiasti la performance delle quattro prostitute. Ma proprio quando la musica termina e le ragazze si fermano, è proiettato sulla parte alta dell’edificio che ospita le prostitute un messaggio che lascia ammutoliti gli spettatori: «Ogni anno a migliaia di donne è promessa una carriera da ballerina nell’Europa occidentale – recita lo slogan – Purtroppo poi finiscono qui».

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EMERGENZA ITALIA – Acqua: quasi a secco, chiudiamo i rubinetti

Il Po in secca nei pressi di Guarda Veneta
Il Po in secca nei pressi di Guarda Veneta – fonte

La rete idrica versa in condizioni allarmanti e l’Italia “perde” da tutte le parti

Acqua: quasi a secco, chiudiamo i rubinetti

A disposizione più di 400 metri cubi d’acqua a testa, ma ne sprechiamo tanta che siamo a un passo dall’emergenza

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di Stefano Rodi

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Siamo un Paese in riserva, quasi a secco. Questa volta però non si tratta di una metafora della crisi economica. La spia rossa segnala il quadro reale, e grave, del fronte idrologico: in Italia manca acqua. E se un cardinale, Giuseppe Betori, invita il popolo a pregare il Signore perché conceda un po’ di pioggia, si capisce che il problema è serio. I non credenti non sanno a chi affidarsi e gli agricoltori vedono profilarsi il rischio che le loro coltivazioni finiscano in ginocchio, anche quelle della Pianura Padana.

DISPONIBILITÀ – E dire che l’Italia è un Paese “acquatico”: abbiamo una disponibilità annua di circa 52 miliardi di metri cubi di acqua, per un massimo di 1.975 per ogni abitante del Nord-Est e un minimo di 220 per un pugliese, con una quota media disponibile in tutte le regioni di almeno 400 metri cubi per abitante, cioè dieci volte superiore alla quota disponibile nei Paesi del Sud del Mediterraneo. Noi sprechiamo acqua in mille modi, a cominciare dal fatto che ogni abitante, solo per uso civile, ne consuma 152 metri cubi a testa contro i 62 di un tedesco; rubinetti aperti e cervelli chiusi. La falla più grande resta quella dell’agricoltura dove se ne vanno almeno 20 miliardi di metri cubi l’anno, molti sicuramente a causa di sistemi di irrigazione basati su tecniche vecchie e inefficienti visto che i ricercatori che hanno lavorato per stilare il rapporto Italia 2012, di Legambiente e dell’Istituto di ricerche ambiente, stimano che un miglioramento delle tecniche irrigue permetterebbe un risparmio del 30%.

RETE IDRICA – «La rete idrica fa acqua da tutte le parti, tranne che dai rubinetti delle nostre case», era scritto su un volantino diffuso qualche anno fa da esasperati cittadini di Agrigento. La situazione non è cambiata, anzi: in Molise, secondo i dati raccolti in una ricerca di Cittadinanzaattiva ed Ecosistema Urbano, si registra una perdita nella rete idrica pari al 65%, in Basilicata del 58% e in Lazio del 38%. La media nazionale è del 35%: perdiamo acqua come uno scolapasta. Gli invasi sono metà vuoti e cominciano a esserci problemi seri per l’agricoltura, in particolare in alcune aree: Emilia, Toscana e Umbria davanti a tutti, in particolare le zone appenniniche. Ma tutto il Nord è in una situazione critica che può diventare emergenza mentre, per una volta, sono le regioni meridionali a essere fuori dall’allarme.

INVASI E CORSI D’ACQUA – La situazione in Toscana è grave: il livello di invaso del lago Bilancino, risorsa fondamentale per garantire l’approvvigionamento idrico agli abitanti dell’area di Firenze, Prato e Pistoia, è pari a 37 milioni di metri cubi, rispetto ai 70 milioni di capienza. La questione è arrivata in Parlamento, con un interrogazione presentata da Ermete Realacci, deputato del Pd: «È possibile che quest’estate nella regione sarà necessario un razionamento della fornitura di acqua e una riduzione del Dmv dei fiumi (deflusso minimo vitale, quello che garantisce la sopravvivenza degli ecosistemi acquatici, ndr). La terra secca e argillosa, anche in caso di piogge abbondanti, ne assorbirebbe la gran parte ed è ormai difficile che si riequilibri il livello degli invasi e dei corsi d’acqua. Bisogna favorire colture meno onerose sotto il profilo idrico, e recuperare l’acqua favorendo impianti di irrigazione che riusino quella degli impianti di depurazione».

RUBINETTI – Delle 549 stazioni di monitoraggio sulla salute delle acque censite dall’Ispra solo la metà è risultata in “buono stato”. Il resto male o malissimo. E alzando gli occhi al cielo la situazione non sembra migliorare: «Le previsioni meteo indicano fino alla fine di giugno precipitazioni nella media con temperature al di sopra dei valori stagionali», spiega Massimiliano Pasqui, ricercatore dell’Istituto di biometeorologia del Cnr. «Dal punto di vista idrologico quindi la situazione resta preoccupante e lo scioglimento della poca neve caduta non potrà certo modificare il quadro generale. Gli ultimi aggiornamenti confermano situazioni molto critiche al Centro-Nord, sia nelle dighe che nei bacini naturali». Dal cielo, quindi, nessun aiuto. Dobbiamo imparare a cavarcela da soli e, in attesa di politiche più lungimiranti, cominciare a fare l’unica cosa alla portata di tutti: chiudere i rubinetti.

Stefano Rodi

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