Archivio | aprile 21, 2012

Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare


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Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare

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di Gennaro Carotenuto

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ARGENTINA YPFCristina Fernández de Kirchner ha annunciato ieri l’inizio di un processo che porterà ad una rinazionalizzazione di fatto del 51% della compagnia petrolifera YPF, svenduta da Menem nel 1992 alla spagnola Repsol. Dalla Spagna giungono quasi venti di guerra contro il governo argentino ad accultare da una parte la fragilità e l’incapacità del governo Rajoy ad affrontare la crisi e dall’altra la verità sulla privatizzazione di YPF e sull’azione delle multinazionali iberiche in America latina. Con la memoria di un elefante (che la battuta dispiaccia al Borbone non importa), ricordiamo alcune verità che Madrid non gradisce.

Molti anni fa, alla metà degli anni novanta, viaggiai da Buenos Aires a Madrid su di un volo Iberia fianco a fianco con un ingegnere petrolifero dell’AGIP. Mi spiegò molte cose su quell’industria e in particolare mi spiegò quella che già allora era la politica di rapina della compagnia petrolifera spagnola Repsol, che aveva beneficiato, pagando milioni di dollari in tangenti, della privatizzazione a prezzo di saldo della compagnia petrolifera nazionale YPF voluta dal governo Menem nel 1992. Mi spiegò dettagli tecnici su come l’Agip interrasse il petrolio estratto in attesa di tempi migliori (il prezzo del greggio all’epoca, prima che il ciclone chavista riattivasse l’OPEC, sotto la presidenza di Alí Rodríguez, era bassissimo) mentre la politica degli spagnoli era seccare fino all’ultima goccia le riserve argentine e poi andare altrove.

È così che Repsol è diventata una delle più importanti compagnie petrolifere al mondo pur battendo la bandiera di un paese che in sé non possiede una goccia di petrolio. Pagando profumate tangenti ai più corrotti dei politici, profittando fino all’ultimo della stagione neoliberale, imponendo patti leonini sul mercato del lavoro, con uno scarsissimo rispetto per l’ambiente, prosciugando materie prime non rinnovabili dei paesi che ahi loro, avevano aperto le porte. Nessuno più di Repsol può essere perciò allergico alle parole con le quali Cristina Fernández de Kirchner ha annunciato il percorso legislativo che porterà al recupero della proprietà pubblica del 51% di YPF (giacimenti petroliferi fiscali): sovranità, beni comuni.

Tra la posizione di Repsol, e le bellicose, volgari (spesso brutalmente maschiliste) dichiarazioni che giungono da Madrid in queste ore contro Cristina Fernández vi è tutta la differenza tra la notte neoliberale del prosciugamento delle risorse (altrui) come se non ci fosse un domani, e la necessità di qualunque paese di recuperare per lo Stato la sovranità su una politica energetica di lungo periodo che il libero mercato impedisce totalmente per le energie non rinnovabili.

Repsol inoltre sottopone in maniera brutale un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Negli anni ‘90 Telefónica, compagnia spagnola, aveva imposto nell’Argentina della parità col dollaro, in un regime di finto duopolio con France Telecom, il prezzo per telefonata più caro al mondo. Quando all’alba del 2002, crollato sotto le mobilitazioni popolari del “que se vayan todos” il regime neoliberale, il peso argentino ridusse il suo valore ad un terzo, l’allora primo ministro José María Aznar, mise sul primo aereo il suo lobbysta di fiducia, Felipe González. L’ex primo ministro socialista spendeva tutto il suo prestigio per convincere gli argentina che… “ok, svalutate pure, ma a patto che le telefonate più care al mondo le continuiate a pagare in dollari”, di fatto con un ulteriore aumento del 300% per gli svalutati portafogli argentini. Alla fine di quell’estate australe oltre 300.000 famiglie argentine si videro staccare il telefono che non erano più in condizione di pagare a un prezzo di mercato “fuori mercato”.

È tutta così la storia da vampiri delle multinazionali spagnole (ed europee) in America latina, dai disastri ambientali e di servizio commessi dall’idroelettrica Unión Fenosa a quelli di Iberia con Aerolíneas Argentinas, la miglior compagnia aerea del sud del mondo che fu comprata solo per essere completamente svuotata da Iberia. Nel 2006 l’allora presidente Néstor Kirchner dovette espropriare la multinazionale francese Suez che da mesi sapeva perfettamente di star fornendo acqua da bere inquinata alle case di quasi un milione di argentini. È questo il modello, lo stesso che ha fatto accumulare alla sola Texaco, nel solo piccolo Ecuador un debito per danni ambientali per 700 miliardi di dollari.

Eppure in quello di YPF come in ogni altro caso la ricostituzione della sovranità dei paesi del Sud del mondo (in Argentina è successo con la compagnia aerea, con le poste, con i fondi pensione e la salute) comporta sempre la stessa risposta: populismo, socialismo, antimercato, antidemocratico. Sarebbe invece democratico per gli europei imporre di pagare le telefonate più care al mondo, democratico far bere acqua inquinata, democratico svuotare imprese, licenziare decine di migliaia di lavoratori (o licenziarli al venerdì e riassumerli al lunedì a metà stipendio), trattare interi paesi come dei fazzoletti usa e getta, prosciugarli e buttarli via.

Resta un’addenda. Il miracolo di lungo corso dei quali gli spagnoli vanno tanto orgogliosi, e che qualcuno ascrive perfino ad una presunta buona semina franchista, che in pochi anni ha creato un quinto paese grande e ricco in Europa Occidentale, aveva i piedi d’argilla ma soprattutto un’etica debolissima. Il miracolo spagnolo è stato dovuto essenzialmente a due fattori. Da una parte un eccellente uso dei fondi di coesione europei, un piano Marshall del quale nessuno come la Spagna ha saputo beneficiare e che l’Italia nel nostro Sud ha sprecato.  Dall’altro la Spagna democratica ha liberato le sue energie economiche soprattutto tornando ad esercitare una politica di rapina in America Latina. La Spagna è il paese che più si arricchì dal trentennio di distruzione neoliberale delle società d’oltreatlantico. Le multinazionali iberiche, da Repsol a Telefónica, sopravanzano perfino gli Stati Uniti nel continuo esercizio di corruzione e lobby. È questo il contesto nel quale i governi integrazionisti latinoamericani stanno ricostituendo da un decennio la sovranità della regione, affrontando mille difficoltà in pace, democrazia e riducendo ovunque gli agghiaccianti parametri di povertà e disagio sociale che la notte neoliberale aveva lasciato. Se volete chiamateli populisti e antidemocratici. Se ne giovano.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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BURLESQONI, di Marco Travaglio


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BURLESQONI

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DI MARCO TRAVAGLIO
ilfattoquotidiano.it

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“Partiti, si riaprono i giochi”. È il titolo di apertura del Corriere della Sera, galvanizzato da due notizie davvero elettrizzanti: Beppe Pisanu e Lamberto Dini (156 anni in due) comunicano con altri 28 parlamentari Pdl: “Andiamo oltre il Pdl”; e Piercasinando riunisce a porte chiuse la “Costituente di Centro ” e azzera i vertici dell’Udc per nominare un organismo “più snello” in vista del varo del Partito della Nazione, con l’ausilio di Pezzotta (chi si rivede) e magari di Passera.
Buttiglione lo definisce “partito moderato, laico, ma di ispirazione cattolica”. Ma anche vegetariano, però di ispirazione carnivora. Roba forte. Infatti, nei bar e sugli autobus, la gente si lecca i baffi e non parla d’altro.

Gli astensionisti disdicono gl’impegni presi per il 6 e 7 maggio: “Cazzo, se Pisanu e Dini vanno oltre il Pdl e Pier fa il Partito della Nazione si va a votare di corsa, anche su una gamba sola”. Il Pompiere prende molto sul serio le due iniziative, cui dedica ben tre pagine e da cui Massimo Franco deduce che “si scioglie l’iceberg del voto moderato” in vista del “sistema politico post-berlusconiano”, mentre il Pdl cerca di sopravvivere sotto il pelo dell’acqua”. Che sarebbe poi Alfano, più simile peraltro al pelo superfluo che al pelo dell’acqua. Per sopravvivere, Angelino Jolie annuncia: “Presto, dopo le amministrative, con Berlusconi lanceremo la più grande novità della politica”.

Ieri comunque il Cainano s’è portato avanti col lavoro e ha anticipato qualcosa nel suo habitat naturale: il Tribunale di Milano. In piedi accanto alla gabbia dei detenuti, ha spiegato che i festini arcoriani nella sala della lapdance (Ghedini la chiama pudicamente “camera della musica”), con le mignotte travestite da suore, da poliziotte, da infermiere e persino da Ronaldinho, altro non erano se non “gare di burlesque”. Ma certo, ecco che cos’erano: gare di burlesque. Del resto l’eleganza dei travestimenti rimanda ipso facto al tipico clima da Inghilterra vittoriana. A pensarci prima, si evitavano tutte quelle balle sulla nipote di Mubarak. Sia come sia, il Cainano è tornato quello dei tempi migliori, quando non aveva ancora i capelli: sparito il toupet catramato, ieri sfoggiava la palla da biliardo degli anni ruggenti. Un look primaverile, leggero, cabriolet: ai primi caldi, lui esce di casa senza il tettuccio, versione decappottabile.

Basterà “la più grande novità della politica” per salvare il Pdl dall’estinzione e soprattutto da Alfano? In caso contrario, son pronti Pisanu e Dini, detti gli “oltristi”, e il Partito della Nazione, di cui ieri il Corriere pubblicava la foto di gruppo attorno a un tavolo imbandito. Magari non avranno elettori, ma i leader abbondano: ne abbiamo contati ben 13. Fra gli altri, spiccavano l’astuto Bocchino, quello che si fece beccare con la Began a Capri e con un trans in albergo (“mi aveva chiesto un’intervista, era iscritto all’Ordine dei giornalisti”). Il sagace Rutelli (quello derubato di 13 milioni su 20 da Lusi, ma a sua insaputa). L’onesto Cesa (quello che nel ’93, finito a Regina Coeli, mise a verbale: “Ho deciso di vuotare il sacco” e confessò 13 tangenti). E il coerente La Malfa (che in vent’anni è riuscito a militare nel centrosinistra, nel centrodestra e ora nel Terzo Polo: gli restano solo Rifondazione e Forza Nuova).

Mancavano purtroppo alcuni pilastri del moderatismo cattolico, come Totò Cuffaro, momentaneamente distaccato a Rebibbia, il che spiega come sia riuscito Casini a ridurre le poltrone senza venire azzannato alla giugulare: nello sfoltimento lo aiuta la forza pubblica. Ma non si esclude una prossima confluenza degli Oltristi nel Partito della Nazione, che potrebbe ribattezzarsi Partito Oltre la Nazione o Nazione Oltre il Partito. E necessiterebbe di forniture straordinarie di fleboclisi, cateteri, fasce prostatiche e paste adesive per dentiere.

In caso di denti d’oro, è consigliabile il cemento a presa rapida: basta un colpo di sonno e un tesoriere di passaggio te li cava di bocca con le tenaglie.

Marco Travaglio
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
21.04.2012

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E se governasse il Movimento Cinque Stelle? L’esperimento dell’Ultima Parola

E se governasse il Movimento Cinque Stelle? L’esperimento dell’Ultima Parola


Pubblicato in data 20/apr/2012 da

Non hai il posto fisso? Peccato. In compenso la figlia della Fornero ne ha 2 / VIDEO: THE FORNERO’s CONNECTION

Basta posto fisso. La figlia della Fornero ne ha 2

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Mario Monti, intervistato durante la sua presenza a Matrix, ha detto che “i giovani devono abituarsi all’idea che il posto fisso non è più auspicabile”. Secondo Monti, i tempi son cambiati e – anche per evitare la monotonia del posto fisso – i lavori devono cambiare, seppur in condizioni adeguate.

Parole che hanno fatto discutere e dibattere, non senza le solite battute e qualche presa di posizione demagogica. Le parole del presidente del Consiglio hanno scatenato la rabbia di chi un lavoro lo cerca con affanno e che non convince i più, tanto più perché pronunciata da chi un “posto fisso” ce l’ha.

La cosa divertente è che, tra alcuni giovani, c’è chi il posto fisso ce l’ha, ma addirittura doppio. Chi? La figlia del ministro del Lavoro Elsa Fornero, che, a 32 anni anni, di posti ne ha ben due. Apprendiamo dal sito del Popolo viola che Silvia Deaglio è ricercatrice in genetica medica, professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, proprio lo stesso ateneo in cui insegnano, alla facoltà di Economia, il padre Mario (Deaglio, editorialista de “la Stampa”) e la madre neoministro. Scrivono quelli del Popolo viola: “Il secondo impiego, invece, è quello di responsabile unità di ricerca, ruolo assegnatole dalla HuGeF, fondazione che ha come mission la ricerca di eccellenza e la formazione avanzata nel campo della genetica, genomica e proteomica umana”.

Per la cronaca, la HuGeF è un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, lo stesso ente del quale il ministro Fornero è stato vicepresidente dal 2008 al 2010. Elsa Fornero, la ministra piangente, è stata anche vicepresidente della banca Intesa, carica lasciata solo dopo la nomina ministeriale.

Probabilmente, la figlia della ministra non ha molto tempo per annoiarsi, ma anche lei fa parte della tradizione italiana di quelli che “tengono famiglia”.

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THE FORNERO’s CONNECTION


Caricato da in data 08/feb/2012

Ci siamo mangiati l’ultimo pesce del Mediterraneo

Il 21 aprile l’Italia diventa dipendente dal pesce di importazione

Ci siamo mangiati l’ultimo pesce del Mediterraneo

Oggi inizia la dipendenza dell’Italia dal  pescato d’importazione

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di ANTONELLA MARIOTTI
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Avete preparato un piatto di triglie? Oppure stare per uscire e comprare una fetta di pesce spada. Potrebbe essere l’ultimo sapore italiano per molto tempo perché ufficialmente oggi si è pescato l’ultimo pesce italiano, il nostro “pezzo” di Mediterraneo non può più sopportare la pesca così com’è ora, la riproduzione è a rischio. Di fatto non è che dobbiamo aspettarci mari deserti da sogliole e aragoste, ma quegli animali non ce la fanno più a sopportare la nostra predazione eccessiva e senza controllo. Lo dicono i numeri del rapporto, pubblicato oggi (21 aprile) dal New economics foundation e OCEAN2012 dove si legge che “l’Italia sta consumando più pesce di quello che i mari europei sono in grado di fornire, rendendoci dipendenti dal pesce proveniente pescato da altri”.

Il Rapporto “Fish Dependence: The increasing reliance of the EU on fish from elsewhere” mette in rilievo il livello con cui l’Italia sta da un lato importando pesce e dall’altro esportando la pesca eccessiva. “Gli stock ittici (i tipi di pesce che vengono pescati; ndr) – spiegano gli esperti di Nef – sono infatti risorse rinnovabili che già secondo quanto afferma la Commissione Europea, stiamo prelevando dalle nostre acque molto più velocemente di quanto esse riescano a rinnovarsi perciò stiamo di fatto andando a cercare il pesce di qualcun altro”. Fino ad oggi, il Fish Dependence Day dell’Ue è arrivato ogni anno con sempre più anticipo, dimostrando un livello sempre crescente di dipendenza dall’estero. Quest’anno il giorno esatto a partire dal quale l’Italia diventa dipendente dal pesce d’importazione è il 21 aprile.

Nel 2009, la Banca Mondiale stimava le perdite economiche dovute agli effetti del sovrasfruttamento delle risorse ittiche in 50 miliardi di dollari l’anno. Un altro recente rapporto di New Economics Foundation, “Jobs Lost at Sea”, ha rivelato che lo sfruttamento eccessivo di 43 dei 150 stock del Nord Est dell’Atlantico comporta una perdita di 3,2 miliardi di euro l’anno, che potrebbero sostenere 100 mila posti di lavoro nei settori della pesca e della trasformazione dei prodotti ittici. Insomma una pesca più ragionevole e rispettando la sostenibilità delle specie degli stock, porterebbe beneficio anche ai pescatori.

“L’Unione Europea ha una delle più grandi e ricche superfici di pesca del mondo ma non siamo riusciti a gestire in modo responsabile questa grande ricchezza, così per soddisfare la nostra voglia di pesce stiamo via via esportando la pesca eccessiva e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche in altre parti del mondo” – dichiara Aniol Esteban, rappresentante di nef e OCEAN2012. “La pesca eccessiva rappresenta un danno per l’economia. Stiamo perdendo ogni anno milioni di euro e migliaia di posti di lavoro continuando a permettere che la pesca eccessiva persista. – conclude Aniol Esteban. E per l’Italia? Abbiamo un grado di autosufficienza sceso dal 32,8% al 30,2% negli ultimi due anni, il che significa che l’Italia sta diventando sempre più dipendente dall’importazione ciò è dovuto ad una diminuzione degli sbarchi di 30.000 tonnellate di pesce e ad un aumento di 20.000 tonnellate nella produzione di prodotti provenienti dall’acquacoltura. Tuttavia, nonostante il consumo sia diminuito, tale diminuzione non è stata abbastanza veloce rispetto al suo deficit di importazione: l’Italia rimane dipendente dal pesce extra-europeo per sostenere circa il 70% del suo consumo di pesce. Nel resto d’Europa non ve meglio per nulla, se la Ue consumasse solo pesce proveniente delle proprie acque, le risorse finirebbero il 6 luglio. Per un certo numero di Stati Membri la data precisa nella quale essi diventano dipendenti dalle importazioni è: il 25 maggio per la Spagna; il 30 marzo per il Portogallo, il 21 maggio per la Francia; il 20 aprile per la Germania e il 21 agosto per il Regno Unito.

“Questo Rapporto evidenzia chiaramente che se si vuole consumare pesce sostenibile è necessario che venga fatta pressione sui politici che hanno la responsabilità di attivare subito inziative responsabili che garantiscano un futuro alla pesca e ai pesci” – dichiara Serena Maso, coordinatrice italiana di OCEAN2012. “La Riforma della Politica Comune della Pesca dovrà quindi garantire la vitalità e la sostenibilità della pesca in Europa perché solo recuperando gli stock ittici sovrasfruttati possiamo bloccare questo trend disastroso che ci sta costando soldi e lavoro, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno”.

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LE ASSOCIAZIONI COINVOLTE
nef (the new economics foundation)
OCEAN2012 è una coalizione di organizzazioni unite dalla volontà di trasformare la Politica europea della Pesca per fermare la pesca eccessiva, mettere fine alle pratiche di pesca distruttive e conseguire un giusto ed equo utilizzo di stock ittici in buona salute.
OCEAN2012 è stata promossa ed è coordinata dal Pew Environment Group, il ramo del Pew Charitable Trusts che si occupa di tutela dell’ambiente, un’organizzazione non governativa e che ha tra i suoi obiettivi la fine della pesca eccessiva nelle acque di tutto il mondo.
I membri italiani di OCEAN2012 sono: CTS, 5Terre Accademy, FIPIA, Fondazione Cetacea, GAS Pavia, Green Life, GRIS, Legambiente, MedSharks, Marevivo, Oceanus onlus, Stazione Zoologica Anton Dohrn, Tethys Research Institute.

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Storia della piccola Annie, la bambina che ha vinto un premio di scrittura senza avere le mani


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Prima al concorso nazionale di calligrafia in Pennsylvania

La bambina che ha vinto il premio di scrittura senza avere le mani

La storia della piccola Annie Clark commuove l’America

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di Elmar Burchia

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Annie Clark (Ap)MILANO – La piccola Annie Clark non ha la mano sinistra e nemmeno quella destra. Ciò non ha impedito alla bambina di sette anni di aggiudicarsi il primo premio di un concorso nazionale di calligrafia in Pennsylvania. La penna la tiene tra le sue braccia. E la storia emoziona l’America.

PREMIOCome la maggior parte dei suoi coetanei, anche Annie Clark è in grado di vestirsi da sola, di tagliare un pezzo di carta con le forbici, usare il suo iPod o aprire una lattina. La bambina ha sviluppato una tecnica tutta sua, una tecnica che per lei è diventata vitale visto che è nata senza mani. Ora ha vinto un concorso di bella scrittura.
Annie frequenta la prima classe della Wilson Christian Academy di West Mifflin, in Pennsylvania. È diligente, coscienziosa, impara dai suoi errori e ambisce alla perfezione, riferisce il giornale Pittsburgh Post Gazette. (http://www.post-gazette.com/stories/local/neighborhoods-south/first-grader-without-hands-wins-award-for-writing-632011/ ) La ragazzina si è aggiudicata il Premio Speciale Nicholas Maxim, un concorso nazionale di calligrafia sponsorizzato da una casa editrice di libri di testo e aperto quest’anno anche agli studenti con disabilità. Ha ricevuto un trofeo e una somma in denaro di 1000 dollari.

Il testo di Annie selezionato per partecipare al concorsoDETERMINATAMercoledì scorso, appena appreso di aver vinto, Clark è rimasta sorpresa. Ciononostante, al termine della cerimonia di premiazione la bambina non è andata a festeggiare ma insieme ai suoi compagni è tornata in classe perché non voleva perdersi la lezione di matematica. La piccola ha grandi sogni: vuole diventare una scrittrice. «Annie è sempre stata molto determinata in tutto quello che fa; è sicura di sè quando deve decidere cosa vestirsi o cosa vuole mangiare», ha detto papà Tom. «Va in bicicletta, nuota e riesce a scrivere sulle tastiere», aggiunge la madre Mary Ellen. I genitori hanno nove figli, sei dei quali adottati dalla Cina e quattro di loro con una disabilità alle braccia o alle gambe.

Elmar Burchia

Il “nero” dei servizi postali, il fronte degli extracomunitari nella spedizione dei pacchi


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La recente scoperta di 37 lavoratori senza contratto di società che lavorano per Sda

Il “nero” dei servizi postali, il fronte degli extracomunitari nella spedizione dei pacchi

Il recapito della corrispondenza polverizzato tra una serie di piccole imprese in sub-appalto, perché la logica predominante delle multinazionali è la corsa «al massimo ribasso»

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di Fabio Savelli
twitter  @FabioSavelli

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Il servizio di recapito corrispondenza appaltato da Poste Italiane a corrieri domestici e internazionali e poi sub-appaltato a  imprese e cooperative (Fotogramma)Il servizio di recapito corrispondenza appaltato da Poste Italiane a corrieri domestici e internazionali e poi sub-appaltato a imprese e cooperative (Fotogramma)

MILANO – «Non vogliono finanziare il welfare italiano». Detta così – al netto della sua apparente ingenuità – è un’affermazione dai contenuti apocalittici. Soprattutto perché gli extra-comunitari sono ormai l’architrave portante dello stato sociale italiano, in termini di contribuzione alla fiscalità generale. E lo saranno sempre di più nei prossimi anni (lo confermano anche le ultime proiezioni Censis), in un Paese in cui i figli si fanno sempre di meno e la forza-lavoro da oltre-frontiera è fondamentale soprattutto per i mestieri legati alla cura della persona. La pronuncia Domenico D’Ercole, della segreteria nazionale della Filt Cgil, che chiarisce: «Vogliono moneta contante, soprattutto sono spesso avulsi dalle logiche delle grandi centrali cooperative del Paese. Lavorano in proprio e spesso vengono premiati negli appalti se l’unica discriminante nel recapito dei servizi di corrispondenza è la corsa al massimo ribasso». Il tutto avviene spesso in spregio del contratto collettivo merci, spedizioni e logistica (che prevede logiche stringenti anche in termini retributivi e previdenziali per i “postini” utilizzati). Disattendendo persino il DURC (documento unico di regolarità contributiva), cioè l’attestazione dell’assolvimento, da parte dell’impresa, degli obblighi legislativi e contrattuali nei confronti di Inps e Inail.

IL CASO – Proprio una settimana fa l’ultima scoperta: ben 37 lavoratori in nero. Non in una società qualunque ma in un’azienda controllata al 100% da Poste Italiane. Una visita degli ispettori del lavoro ha verificato la presenza di lavoratori in nero in cooperative e società che lavorano per la Sda Express, che effettua consegne per conto di Poste Italiane. Nel mirino, infatti, non i dipendenti diretti della Sda Express ma di quelle società esterne alle quali la Sda appalta la consegna di pacchi e pacchetti. Gli ispettori avrebbero trovato 37 persone senza lo straccio di un contratto, altre che ricevevano due terzi della retribuzione sotto voci come «trasferta» e «diaria», voci non tassabili. Così in un sol colpo si evadevano contributi previdenziali e Irpef.

LO SPIN OFF – Sda Express proprio lunedì ha rilevato alcuni rami d’azienda italiani della multinazionale americana Ups, per uno spin off che si giustifica con la perfetta integrazione di mercato tra le due società (Ups è un corriere internazionale, Sda è maggiormente attiva nel trasporto domestico) e che anima qualche preoccupazione sul fronte occupazionale, data la probabile sovrapposizione di alcuni ruoli aziendali.

LA FILIERA – Ma è a valle della filiera che le preoccupazioni sono più forti. Perché i servizi postali danno luogo a una serie di sub-appalti per la fornitura di pacchi che è totalmente scevra dalle considerazioni di trasparenza messi nero su bianco dal codice degli appalti pubblici. Qui di pubblico non c’è nulla, si tratta di accordi tra privati e in alcune parti del Paese, soprattutto al Nord-Italia, l’indotto è rappresentato da una serie di piccole imprese spedizioniere frutto della carica di vitalità rappresentata da stranieri che si sono messi in proprio scommettendo su se stessi e sulla loro voglia di capitalismo. Il corollario è che però la penetrazione sindacale è praticamente nulla, dice D’Ercole, «e anche i diritti dei lavoratori diventano più difficili da difendere, in un settore così polverizzato e frammentato». Ecco perché la Filt Cgil si sta battendo affinché venga rispettato uno degli articoli inseriti all’interno dell’ultimo contratto del comparto spedizioni, merci e logistica, che prevede di appaltare i servizi di corrispondenza solo ad imprese che lo applicano. Così il costo del lavoro è ben determinabile e le condizioni di partenza sono uguali per tutti i concorrenti.

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