Archive | maggio 2012

VIDEO – L’Emilia colpita dal terremoto- da Servizio Pubblico 31 maggio 2012. Marco Travaglio su “Parata 2 giugno”

L’Emilia colpita dal terremoto- da Servizio Pubblico 31 maggio 2012

Pubblicato in data 31/mag/2012 da

L’Emilia Romagna, Modena, Medolla, Cavezzo distrutte dal terremoto.Si scava tra le macerie .
Case e fabbriche distrutte.

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Marco Travaglio su “Parata 2 giugno” (Santoro “Sisma infinito” Servizio Pubblico 31 maggio 2012)

Pubblicato in data 31/mag/2012 da

http://tv.ilfattoquotidiano.it/servizio-pubblico | Servizio Pubblico 26a puntata del 31 maggio 2012. Terremoto in Emilia Romagna, titolo della puntata Fare Le Cose Bene. Temi del video: Rai, e Terremoto in Emilia. Michele introduce Marco Travaglio su Parata 2 giugno e Napolitano.

Cos’è, davvero, il M5S?

Visto da Vauro

Cos’è, davvero, il M5S?

Decidono gli attivisti o comanda Grillo? Come vengono scelti i candidati? Qual è il ruolo di Casaleggio? ‘L’Espresso’ ha messo a confronto uno dei fondatori del movimento – oggi in polemica con il comico genovese – e uno dei suoi esponenti più aperti, consigliere comunale a Torino

Beppe Grillo

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di Fabio Chiusi

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Democrazia diretta dal basso, trasparenza radicale: gli attivisti del Movimento 5 Stelle ne hanno fatto le parole d’ordine nella rivolta contro la Casta e i partiti. Racchiuse in uno slogan: «Ognuno vale uno».

Ma è davvero così, o qualcuno – parafrasando l’orwelliana ‘Fattoria degli Animali’ – è più uno degli altri? Loro dicono che Beppe Grillo e il suo uomo marketing, Gianroberto Casaleggio, non intervengono nelle decisioni dei gruppi locali, che il comico non è che un ‘megafono’, e si offendono se li chiami ‘grillini’. Ma l’attivista Daniele Vignandel, un negozio di informatica e un passato da ufficiale nell’areonautica, racconta una storia ben diversa. Che risale ai primi esperimenti di liste civiche ispirate a Grillo. Ma giunge fino a oggi. «Parli con uno di quelli che ha fondato il Movimento 5 Stelle», dice Vignandel, che attualmente prosegue il suo impegno nelle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. E lancia un appello: «E’ ora che li fermiate, perché Casaleggio e Grillo stanno prendendo per il culo la gente, come il più becero dei partiti».

‘L’Espresso’ lo ha intervistato, qui di seguito, facendo seguire le sue accuse alle repliche di Vittorio Bertola, consigliere comunale a Torino per il M5S.

L’intervista a Daniele Vignandel

Daniele Vignandel Daniele Vignandel

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Vignandel, come è nato il suo impegno in quello che sarebbe poi diventato il M5S?
«Già nel 2007 dicevo che si doveva organizzare una lista civica. Avevo fatto dei sondaggi, aperto un meetup apposito, il 635 qui in Friuli (Vignandel è di Pordenone, ndr), per cercare di portare avanti un progetto del genere per le regionali del 2008. Siamo riusciti a mettere insieme una squadra, ma Beppe si è incazzato nero perché ha detto che eravamo troppo in anticipo, che non andava bene. Non riuscivamo a capire il perché. In Sicilia c’era Sonia Alfano, a Roma Serenetta Monti. E poi c’erano altre 16 liste civiche in giro per l’Italia. Noi abbiamo fallito la raccolta delle firme per 120-130 firme».

Questo prima che nascesse il M5S…
«Sì, noi avevamo presentato il simbolo, ed era ‘Amici di Beppe Grillo FVG’. Quando il Movimento non esisteva, non c’era niente. Eravamo noi quelli in avanscoperta, quelli che dovevano far capire all’ufficio marketing se il progetto era valido. Sonia Alfano in Sicilia ha preso 70 mila voti, 50 mila ne ha presi Serenetta a Roma. A Treviso si è piazzato un consigliere. L’idea è diventata appetibile economicamente. Vuol dire che il bacino c’era. Ed è qui che nascono i problemi».

Con chi?
«Con Grillo. E con Casaleggio. E’ lui che ha preso delle persone e le ha messe in posti ben fidati. Ed è Grillo, per esempio, ad aver voluto candidare David Borrelli alla presidenza della regione in Veneto, anche se era già consigliere comunale e in teoria non doveva farlo. Lui me l’ha detto di persona: ‘Beppe ha detto che devo essere io il candidato presidente, e lo faccio io’».

Ricorda il recente caso Tavolazzi…
«Tavolazzi è un brav’uomo, ma non ha scoperto niente di nuovo. Sono cose che abbiamo visto in anni tante volte. Serenetta Monti? Cacciata, perché si era stata candidata come indipendente nell’Idv su richiesta di Beppe. Nei vari meetup del Veneto, uno come Stefano De Barba, candidato come indipendente sempre nell’Idv, mandato via e trattato a pesci in faccia. A Treviso in tre comuni i candidati sono spariti. Ponzano Veneto, Paese di Treviso, Mogliano Veneto. Tutte e tre autorizzate col simbolo: sparite, epurate. Avevano osato mettersi contro Borrelli.

E la democrazia dal basso?
«Posso garantire che la famosa democrazia dal basso che tanto decantano non esiste. Quando abbiamo iniziato a riunirci, le 17-18 liste più i ragazzi del Piemonte, Favia e altri, era giugno 2009. Il Movimento non era ancora nato. Ci stavamo incontrando tra di noi, liste civiche, per creare un movimento dal basso. Cosa succede? Casaleggio, ogni volta che ci incontravamo, faceva venir fuori un post sul blog di Grillo dicendo ‘questa cosa non è riconosciuta dal blog di Grillo’. Ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ci hanno fatto allungare i tempi. La voglia di Grillo e Casaleggio era solo allungare i tempi, perché avevano bisogno di prendere tempo».

Per capire cosa fare, e magari registrare un marchio?
«Esatto. Noi, come liste civiche, che ci radunavamo nel meetup nazionale 823, ci chiamavamo ‘Italia 5 Stelle’, proposto dai ragazzi di Vicenza. Io ero il presidente di quell’associazione. Grillo ha preso tempo, era dubbioso. Ma noi eravamo benvoluti da tutti, sapevano che volevamo fare qualcosa di diverso».

E poi?
«Poi ci hanno invitati a Firenze, in prima fila c’ero io con Serenetta Monti e Sonia Alfano. Come entriamo ci troviamo la carta di Firenze già fatta da Casaleggio, il marchio già fatto da Casaleggio. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: ‘Il marketing è partito’. Hanno visto che c’era possibilità di fare soldi, e ci siamo trovati piano piano sempre più esautorati».

Perché?
«Perché lavorano con il ricatto. Tavolazzi è andato contro le regole: fuori. Io e Sonia non siamo mai andati contro alle regole, ma hanno fatto di tutto per mandarci via. Sonia aveva troppa visibilità. Stessa cosa per De Magistris. Beppe Grillo è una bravissima persona, ma se qualcuno gli porta via il palcoscenico lui si incazza, non ci sta. Sa perché coi giornalisti non parla?».

Dica.
«Perché lui risponde con quello che la Casaleggio gli dice di rispondere. E’ un bravissimo uomo, ha una grande cultura, ma ha i suoi limiti. Gli voglio bene, però usa quelle formule in stile mafioso: ‘Stai attento a non parlare troppo, perché se parli troppo ti tolgo il simbolo’. Perché il marchio del M5S è stato registrato a nome di Giuseppe Grillo: sia in Europa sia in Italia. Io adesso faccio ancora parte del M5S, sono un regolare iscritto. Ma dissento nella maniera più assoluta da quello che stanno facendo. Stanno prendendo in giro la gente, non è possibile vedere il marketing portato all’estrema potenza come adesso».

Tutto marketing?
«Il Movimento funziona come il Vaticano. Hai il Papa, Grillo, e i cardinali, la Casaleggio. Poi ogni prete nella sua Chiesa può dire quello che vuole. Però devi stare nei canoni dettati dal Vaticano».

Altrimenti vieni scomunicato?
«Esatto. E’ una vecchia regola, nulla di nuovo: sono i cardinali a comandare. E infatti i responsabili dei meetup a volte, soprattutto nei posti chiave, sono messi lì da Casaleggio. E’ una specie di Kgb dei poveri».

Casaleggio tiene anche incontri a porte chiuse, che è vietato riprendere, dove istruisce i candidati su cosa dire, e come?
»Ah, le famose riunioni di marketing«.

Quando ha cominciato a farle?
«Molto tardi, alle ultime amministrative. Ma con quelli che io chiamo ‘i balilla’ del Movimento, gente con cui non ragioni in alcun modo, non ce n’è nemmeno bisogno: basta la sudditanza psicologica. Sono dei ‘berluscones’ dall’altra parte, niente di diverso. Chi ha il coraggio di andare contro a uno che ha vinto?».

Tra i militanti quanti la pensano come te e quanti sono ‘berluscones’?
«Sono tantissimi che la pensano come me, ma hanno paura che gli venga tolto il marchio».

Ma tra gli eletti ci sono solo i ‘balilla’, i talebani o anche persone indipendenti da Grillo?
«No, sono praticamente tutti talebani. Quando Beppe arriva e ricatta stai tranquillo che tutti stanno al loro posto. Certo, la gente è stata scelta dal basso. Ma come? Con il famoso sistema di cui ti ho parlato: ‘è sempre stato lì, l’ha sempre fatto’. Guardi che alla riunione di Bologna, per buttare fuori Tavolazzi, c’erano 20-30 persone, mica tutto il Movimento».

I nodi verranno al pettine, prima o poi?
«Assolutamente sì. Io l’ho capito quando ho visto che Grillo ha registrato il marchio in Italia, a marzo 2012. Fino ad allora aveva solo la registrazione europea. Sta cercando di fare più marketing possibile. Aveva bisogno di tenere ben stretto il marchio, ma Grillo appena il Movimento inizia a sgonfiarsi se ne va. E avrà fatto un Movimento dal basso, lasciandosi il modo di dire ‘i ragazzi ora sono liberi di andare da soli’. Perché quando non c’è più nulla da mungere…».

Ma finché lo danno in crescita…
«Resterà saldo al comando, assolutamente».

Senza parlare con i giornalisti, né lui né Casaleggio.
«Assolutamente no. Questi sono come il Pdl: non parlano. Berlusconi li buttava fuori dal partito, Grillo li butta fuori dal Movimento».

Ma tra Grillo e Casaleggio chi comanda chi? Gira voce che ci sia un contratto che dice che Grillo non può scrivere una parola senza che sia approvata da Casaleggio.
«Che io sappia è sempre stato così. Casaleggio è il responsabile. Noi invece volevamo una struttura snella, ma che ci fosse, per il Movimento. Una struttura dove uno prende delle responsabilità e porta avanti un progetto politico. Poi se sbaglia, va via».

Un partito?
«No, una struttura più leggera. Ma qui stiamo parlando di strutture impossibili da gestire, oramai, perché devi mettere troppa gente al suo posto. Non va bene. Serve una struttura leggera, dove una persona abbia forti responsabilità ma anche forti rischi».

Ma il sistema di votazione online per scegliere chi portare in Parlamento?
«E’ da anni che si parla di questa piattaforma, ma non è mai arrivata. Infatti se guarda una recente intervista ai Pirati Tedeschi hanno dichiarato che Beppe Grillo gli piaceva, però usa un sistema troppo anti-democratico, perché non c’è un sistema di voto. La scusa è sempre che hanno trovato un bug, un problema. Ma in realtà loro non lo vogliono. In maniera che l’anno prossimo il Movimento avrà un progetto politico che arriverà direttamente da Casaleggio, non votato da nessuno. Però tutti per paura di perdere il carro che va a Roma staranno zitti e se lo prenderanno. Perché vanno a parlare male di quello che siede sulla sedia del Pd o del Pdl, ma loro sono uguali, non cambia niente. Non c’è meritocrazia».

Che pensa dei ‘complottismi’ che girano in Rete su Casaleggio, dalle accuse di fare gli interessi di multinazionali ai video visionari sul futuro?
«Anche quello è marketing, da sfruttare per una banda di persone a cui queste cose piacciono. Io li chiamo ‘i testimoni di Geova de noantri’. E ce ne sono, così come c’è gente validissima, a cui darei il mio voto anche domani».

Non è che lei è avvelenato perché l’hanno tagliata fuori?
«Ma chi se ne frega. Alle regionali del Friuli non mi sono nemmeno candidato, ma ho aiutato come tutti gli altri. Io vivo del mio mestiere, e non mi interessa candidarmi. Se avessi avuto quella faccia tosta sarei rimasto nell’areonautica, ora sarei colonnello a 4.200 euro al mese. Invece ho dei principi. Io la mattina mi faccio la barba, e voglio guardarmi in faccia».
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La replica di Vittorio Bertola

Vittorio Bertola Vittorio Bertola

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Bertola, l’accusa è che il Movimento 5 Stelle sia in realtà una diarchia Grillo-Casaleggio. Che cosa risponde?
«Secondo me bisogna distinguere i piani. A livello nazionale è sempre stato che Grillo aveva l’ultima parola, ha sempre gestito lui autonomamente, scrivendo quello che pensa. E poi c’è questa collaborazione con Casaleggio, da molti anni, e spesso collaborano anche nella preparazione degli articoli sul blog e così via. Ma questo perché un livello nazionale non esiste ancora. Nel momento in cui ci dovessero essere delle liste nazionali, delle persone in Parlamento, lì sarà probabilmente un altro discorso».

E a livello locale?
«A livello locale è stato spesso detto ‘Grillo spinge quello’, ma poi quasi sempre quando ho potuto verificare di persona erano più voci per coprire magari il fatto che si era litigato. E che chi aveva perso, non soddisfatto nelle sue aspettative, si è giustificato dicendo ‘è intervenuto qualcuno dell’alto’. Invece spesso sono gruppi che si sono trovati in minoranza. Anche qui a Torino, quando sono stato scelto io, c’è stata un po’ di discussione, un gruppetto che si è distaccato dicendo ‘Grillo vuole che sia Bertola il candidato’. Ma Grillo mi conosceva a malapena».

Un’altra accusa è che Grillo governi il Movimento col ricatto: ‘se non fai come ti dico, ti tolgo il marchio‘.
«Non è un ricatto, è una regola base del Movimento. Grillo ha questa funzione di concedere il simbolo tramite la certificazione e in qualche caso di toglierlo. Ma i casi in cui è successo si contano sulle dita di una mano, che io ricordi. E sono tutti casi diventati famosi. Modena, Tavolazzi: due o tre. Viene fatto quando c’è a giudizio di Grillo un tradimento pesante dei principi e degli obiettivi del Movimento. E’ legittimo dire ‘si potrebbe fare diversamente’. Però, in questa fase di maturazione del Movimento, Grillo è la persona che ha la fiducia sia di tutti gli attivisti che degli elettori. Per cui è anche giusto: la maggior parte del Movimento 5 Stelle preferisce fidarsi di una persona come Grillo, stimata, sopra le parti, che ha meno interesse nelle beghe locali piuttosto che dar luogo meccanismi che porterebbero a creare un partito, dai tesseramenti alla formazione di correnti».

Però poi si sente ripetere che Grillo col Movimento non c’entra niente.
«Grillo c’entra. Però la questione che molti faticano a capire è che è molto ben definito il livello dove Grillo c’entra, e dove non c’entra. Dove c’entra, se si vuole in maniera assoluta, è la certificazione. Su quello, sulla concessione del simbolo, sulle regole (tutti incensurati, due mandati e così via) Grillo ha l’ultima parola in maniera assoluta. Nel senso che non c’è un metodo di decisione pubblica per cui tutti insieme decidiamo di togliere il limite dei due mandati, per dire. Ma questa è anche una garanzia. Nel senso che si vuole evitare che con la crescita del Movimento, con l’ingresso di persone di ogni provenienza, ci sia una manovra per togliere i principi base per cui ci siamo trovati».

Ma nel caso di Sonia Alfano, o di Tavolazzi, non sembra ci siano state violazioni di questi principi.
«Sono anche questioni di rapporto personale tra le persone. Sonia Alfano, di cui ho una grandissima stima, credo sia per il suo ingresso da indipendente nell’Idv. E, come successo in maniera molto più marcata con De Magistris, Beppe si è un po’ sentito usato, per il fatto che poi abbiano fatto la loro attività politica nell’Idv.».

E sul caso Tavolazzi?
«Non si sa ancora bene. Però chi è dentro il Movimento ha visto abbastanza nettamente e per molti mesi partire questo tentativo di creare delle specie di congressi, di rimettere in discussione il ruolo di Grillo. E’ sembrato un tentativo di costruire una corrente dentro al Movimento che ne rimettesse in discussione i principi fondamentali. Difficile dire se queste fossero le reali intenzioni di Tavolazzi, ma Grillo deve averle interpretate così e si è sentito in dovere di intervenire. Nonostante un buon rapporto personale, politicamente è venuta fuori questa divergenza di opinioni».

La telefonata del sindaco di Parma, Pizzarotti, a Casaleggio per la nomina di Tavolazzi sembra smentire che Grillo e Casaleggio si occupino solo del rispetto dei principi fondamentali, e che i gruppi lavorino in modo autonomo.
«E’ un caso abbastanza particolare, perché Tavolazzi ha litigato personalmente e in maniera abbastanza pesante con Grillo. E giustamente a Parma si sono posti il problema di dire: come primo atto nomini uno che ha litigato a livello umano con Beppe? Forse è una cosa di cui vale la pena parlare. Ma non è che per ogni cosa Pizzarotti si mette a telefonare a Casaleggio. Più che una questione politica è di rapporti interpersonali».

Le riunioni a porte chiuse con Casaleggio? Anche lei ne aveva scritto.
«E’ un episodio dell’anno scorso, in cui ho iniziato a raccontare su Facebook quello che veniva detto e gli altri della riunione non hanno gradito. Però era una riunione con 15 persone con le liste intorno a Torino, non un congresso nazionale. Magari sul momento c’è stato un po’ di battibecco, ma la questione è finita lì».

Da un Movimento che chiede di portare le webcam nelle stanze dove si prendono le decisioni sembra una contraddizione, una mancanza di trasparenza.
«Da noi la trasparenza non manca mai: anche la più piccola divergenza viene amplificata su Facebook. Non credo esista alcun altro movimento politico in cui si può vedere qualunque cosa succeda. E’ vero, e questa è la critica che feci in quella occasione, che ogni tanto può succedere ci sia qualcuno magari entrato da poco nel Movimento che quando scopre sulla pelle che la trasparenza è difficile ?€“ perché magari qualcosa che non vorresti far vedere a tutti viene subito messo in piazza e magari non sei pronto ad assumertene la responsabilità ?€“ allora magari dice ‘forse è meglio non essere tanto trasparenti’. Però è una cosa che si dice, ma il dna del Movimento è mettere tutto in piazza. E comunque poi le cose escono sempre».

La piattaforma per gestire le votazioni e le canditure alle politiche: perché viene continuamente rimandata?
«La questione è che l’anno scorso, a giugno, c’è stato un primo tentativo di avviarla, quando Grillo e Casaleggio in una riunione a Milano avevano dato a varie persone – tra cui una ero io – l’incarico di lavorarci. In particolare, io avrei dovuto creare la piattaforma informatica per condividere le mozioni, gli atti eccetera».

Erano quattro persone, se non sbaglio.
«Sì. Lì c’è stata una levata di scudi da parte di alcuni eletti, in particolare di consiglieri regionali, perché volevano essere coinvolti nella scelta di queste persone e avevano paura fossero non delle responsabilità organizzative – come erano – ma delle cariche interne politiche. Quell’episodio ha rallentato tutto, perché a quel punto sia Grillo che Casaleggio si sono preoccupati di non spingere su una cosa che magari avrebbe spaccato il Movimento. Si è un po’ fermato tutto, da questo punto di vista. Credo che verrà ripreso con calma, dopo l’estate, perché per le politiche avremo bisogno sicuramente almeno della parte per votare le candidature».

Ma c’è un problema di democrazia interna nel Movimento, se non altro in prospettiva?
«No, c’è una questione semmai di sperimentare, capire come la forma di organizzazione del Movimento che abbiamo adesso possa reggere una volta arrivati a livello nazionale. A me però da un po’ fastidio sentirla etichettare come una questione di democrazia interna. Intanto perché non c’è nessun movimento che prende uno che non è parente di nessuno, non ha mai fatto politica e in due mesi lo fa diventare sindaco di Parma. L’apertura interna è totale. Alle volte si parla di democrazia interna quando i gruppi locali non sono tanto evoluti e non riescono a gestirsi le proprie divergenze interne e si mettono a litigare tra loro. Sulla questione nazionale è solo una questione di sperimentazione: bisogna capire come può convivere un movimento assolutamente orizzontale con le sfide che pongono le elezioni nazionali. Che chiaramente richiedono una forma di coordinamento più elevata».

Però visto che Grillo e Casaleggio non rilasciano interviste (vere, non monologhi) è difficile capire quanto contino realmente.
«Io francamente li avrò sentiti tre o quattro volte in un anno da quando sono consigliere comunale. Non è mai successo che mi abbiano chiamato per qualcosa che dovevo votare io e dicendomi di votare come volevano loro».

Questo invece lo decide lei insieme al suo gruppo locale?
«Sì, anche questo è difficile da capire perché ogni gruppo locale è organizzato in maniera diversa. In Emilia spesso fanno proprio delle assemblee, delle votazioni. Noi siamo un po’ più informali: io e la mia collega consigliere comunale ci confrontiamo con quelli eletti in circoscrizione, mettiamo su Facebook le questioni che arrivano e prendiamo pareri e commenti tramite la Rete, e poi una volta lette tutte le proposte che ci arrivano decidiamo che posizione prendere. In funzione del programma, che è abbastanza dettagliato ed è una guida abbastanza utile».

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fonte espresso.repubblica.it

Lo spettacolo del sisma

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Lo spettacolo del sisma

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DI FRANCO ARMINIO
ilmanifesto.it

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Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, dentro la tasca il telefonino intatto, la camicia bianca piena di polvere, il pantalone grigio con una macchia di sangue che pare un bicchiere, il dolore del funerale, il corpo dentro il legno, basta un corpo, uno solo che non parla più, mentre un diluvio di parole cade da ogni parte.

Nella foto: Il funerale di Leonardo Ansaloni, 51 anni, l’operaio morto il 20 maggio sotto il crollo di un capannone

Dopo il terremoto ci vuole un poco di silenzio o, se si vuole parlare, allora bisogna parlare dei morti. Forse vedere un corpo appena è tirato via da un capannone sarebbe uno squarcio alla retorica che nebulizza ormai ogni evento, ne fa un altro cartone da imballaggio per intrattenere i consumatori della notizia. Se non si vuole far vedere un piede, un occhio, se non si vuol far vedere una mano rotta, la macchina che aveva quel tizio, la borsetta dell’operaia, il quadro alla parete, i profumi dentro il bagno, se non si vuol far vedere la vita allora è meglio oscurare il video, togliere l’audio, mandare in onda solo una scritta con le notizie, solo la parola nuda, se davvero si vuole essere la prossima volta un poco più pronti.

Invece il terremoto è uno spettacolo, perfetto per la pista facile delle polemiche, per dare la parola agli esperti, per mischiare scienza e paure spicciole e poi dire degli aiuti e dei provvedimenti del governo.

Le parole, le scene sono sempre quelle. Si dice di un paese distrutto, non si da alcuna notizie dei gatti morti, per esempio. Nelle case che cadono spesso abitano anche i gatti. Andiamo a raccogliere un libro tra le macerie, andiamo a salutare qualcuno con un sorriso molto sincero, molto affettuoso. Pensiamoci veramente al vedovo, alla vedova, alla madre che ha perso il figlio, al figlio che ha perso la madre.

Consideriamoci quel che siamo, animali che possono farsi gentilezze. Dobbiamo essere contadini del sacro, piuttosto che spacciatori di disincanto. E dobbiamo mettere i pali di una democrazia profonda, chiudere nei cassonetti la scartoffie dei banchieri, gli intrallazzi dei calciatori, le compassate viltà dei cardinali.

C’è da pensare intensamente a quei capannoni crollati, pensare che il capitalismo ha sempre più un cuore macabro e mangiare alle sue mense può sfamare ma non rende felici. Una democrazia degli scontenti non serve a niente, non serve a niente crescere, uscire dalla crisi, se non ci prendiamo veramente cura di chi soffre, se non sentiamo il dovere di onorare veramente i morti.

Sarebbe stato bello se il Presidente della Repubblica avesse ordinato di fermare la sfilata del due giugno o di annullare l’acquisto di bombardieri. Il Presidente auspica, i partiti studiano come conservare i privilegi senza darlo troppo a vedere. Non accade altro nei palazzi della politica. Il bello e il brutto sono giù nel mondo.

Franco Arminio
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
31.05.2012

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fonte comedonchisciotte.org

SCUOLA – Ore di assenza e rischio bocciatura: Come calcolare (tra pre e post Gelmini)


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Ore di assenza e rischio bocciatura
Come calcolare (tra pre e post Gelmini)

Le presenze a lezione da quest’anno anche alle superiori decisive per l’ammissione agli scrutini. Ma le regole variano tra indirizzi scolastici, vecchio e nuovo ordinamento, deroghe

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di SALVO INTRAVAIA

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Anno scolastico agli sgoccioli e si contano le ore di assenza. Da quest’anno, anche alle superiori, per essere scrutinati occorre avere frequentato un congruo numero di ore di lezione: almeno tre quarti. Il conto alla rovescia per l’anno scolastico 2011/2012 è quindi iniziato: nella maggior parte delle regioni italiane le scuole chiuderanno i battenti il 9 giugno. E le segreterie scolastiche, oltre a tutte le altre incombenze cui fare fronte, sono alle prese col conteggio delle ore di assenza degli studenti. Coloro che ne avranno fatte troppe, superando il limite  –  un quarto del monte ore annuo  –  imposto dal precedente governo, non potranno neppure essere scrutinati: saranno bocciati senza appello.

In questi giorni, a dare una mano alle segreterie ci pensano gli stessi docenti, che stanno effettuando il minuzioso computo delle assenze. Ma qual è il massimo numero di ore di assenza che gli studenti possono fare durante tutto l’anno scolastico? E quali sono le deroghe previste dalla norma vigente? Per rispondere alla prima domanda occorre conoscere il quadro orario dei singoli indirizzi scolastici, avendo cura di distinguere fra il vecchio ordinamento  –  in vigore soltanto nel triennio  –  e il nuovo ordinamento, voluto dalla Gelmini, e giunto al secondo anno.

Per i primi due anni delle superiori il conteggio è abbastanza semplice, perché la Gelmini ha uniformato i percorsi di studio della scuola secondaria di secondo grado. I licei classici, scientifici, linguistici e delle scienze umane hanno, al biennio, 27 ore di lezione settimanali, cioè 891 l’anno. Gli alunni più assenteisti non devono aver superato 223 ore di assenza per essere scrutinati. Al liceo artistico e al musicali/coreutica dove gli studenti rimangono a scuola più ore a settimana anche le assenze aumentano.

Le scuole, in alternativa, potrebbero anche conteggiare i giorni di lezione effettivi e conteggiare il quarto di ore di assenza da non superare su questi, ma significherebbe andare a scapito degli alunni ed esporsi ai ricorsi dei genitori sempre dietro l’angolo. Passando al triennio, le cose si complicano non poco, perché è ancora in vigore il “vecchio ordinamento” con decine di sperimentazioni con orari diversi da indirizzo a indirizzo e per anno di corso. Al terzo e quarto anno del liceo classico di ordinamento sono previste 28 ore di lezione a settimana, che consentono al massimo 231 ore di assenza.

Ma passando al corso sperimentale Brocca ad indirizzo linguistico dello stesso liceo classico  –  con due lingue straniere e, in più, Diritto ed economia  –  le ore di lezione salgono a 35 settimanali e quelle di assenza da non superare a 289. Per tutti, il conto è semplice: basta prendere il numero di ore settimanali e moltiplicarlo per le 33 settimane di lezione di un anno scolastico. E per ottenere il numero massimo di ore di assenza, basta dividere per quattro.

Ma la normativa prevede anche delle deroghe, che devono essere previste e deliberate dal regolamento di ogni singola istituzione scolastica. L’anno scorso, a titolo puramente orientativo, il ministero ne ha fornite alcune, che le scuole possono prendere in considerazione. Tra queste, il sabato per motivi religiosi (ebrei e avventisti), o i giorni di assenza per coloro che partecipano ad attività sportive e agonistiche. Possono essere escluse dal conteggio delle assenze quelle effettuate per gravi motivi di salute adeguatamente documentati, i giorni di lezione saltati per terapie o cure e per la donazione del sangue. Ma sarà la scuola, in autonomia, a stabilire i criteri per le deroghe e le singole fattispecie.

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fonte repubblica.it

ORA SI INDAGHI SU JUVE-LECCE – Le scommesse di Buffon: puntati un milione e mezzo di euro

Le scommesse di Buffon puntati un milione e mezzo di euro

Le scommesse di Buffon
puntati un milione e mezzo di euro

Una nota riservata della procura di Torino a quella di Cremona potrebbe aprire un nuovo fronte nell’inchiesta. Il portiere non è indagato

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di GIULIANO FOSCHINI e MARCO MENSURATI

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CREMONA –Una nota riservata inviata dalla procura di Torino a quella di Cremona potrebbe aprire un nuovo fronte nell’inchiesta sul calcioscommesse. Si tratta di una richiesta firmata dal dottor Cesare Parodi e datata 29-12-2011, nella quale il magistrato chiede al collega la trasmissione di alcuni documenti che potrebbero interessare il suo ufficio impegnato dal maggio 2011 in una indagine su Buffon e un ipotetico giro di scommesse da un milione e mezzo di euro. Il conto corrente del calciatore, si legge nell’informativa della guardia di finanza che dette origine all’indagine, avrebbe registrato “un’anomala movimentazione caratterizzata dall’emissione nel periodo gennaio 2010 – settembre 2010 di n. 14 assegni bancari, di importi tondi compresi tra 50mila ed euro 200mila per un totale di 1.585.000 euro tutti a favore di Alfieri Massimo (titolare di tabaccheria a Parma, abilitata, tra l’altro, alle scommesse calcistiche). L’avvocato Marco Valerio Corini, legale che segue il calciatore da anni, a tutela della privacy del suo assistito, non ha voluto dettagliare la ragione dell’operatività segnalata. “Lo stesso avvocato – si legge nell’informativa – si è limitato a descrivere il beneficiario degli assegni come persona di assoluta fiducia, spiegando che i trasferimenti di liquidità sono volti a tutelare parte del patrimonio personale di Buffon. L’avvocato ha, inoltre, accennato ad una società fiduciaria ed all’acquisto di immobili a Parma, senza specificare l’esistenza o meno di scritture private o atti di compravendita donazione.

L’istituto di credito segnalante ipotizza che le liquidità possano essere oggetto di scommesse vietate”. Al momento non viene formalmente contestata dalla giustizia penale alcuna ipotesi di reato ai danni di Buffon. Ricordiamo che il regolamento federale vieta ai calciatori di effettuare scommesse.

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fonte repubblica.it

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Juventus-Lecce 1-1 Buffon che fai??


Pubblicato in data 02/mag/2012 da

Egitto: dopo 31 anni revocato lo stato d’emergenza

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Egitto: dopo 31 anni revocato lo stato d’emergenza

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(AGI) – Il Cairo, 31 mag. – In Egitto e’ stato definitivamente revocato lo stato d’emergenza in vigore ininterrottamente dal 1981, l’anno dell’assassinio di Anwar Sadat e dell’insediamento di Hosni Mubarak. Lo ha annunciato il Consiglio supremo delle Forze armate in un comunicato in cui si e’ impegnato a continuare a “proteggere” il popolo egiziano. Il Consiglio ha assicurato che si atterra’ alla sua “responsabilita’ nazionale e storica, tenendo conto che lo stato d’emergenza e’ terminato, nel rispetto della dichiarazione costituzionale e della legge”. Il riferimento e’ alla dichiarazione costituzionale ratificata da un referendum a marzo che stabilisce che solo il Parlamento puo’ proclamare lo stato d’emergenza, su richiesta del governo. – I militari si erano gia’ impegnati a cedere i poteri a fine giugno al nuovo presidente che uscira’ dal ballottaggio tra il candidato dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi, e l’ex premier di Mubarak, Ahmad Shafiq. Morsi ha gia’ fatto sapere che si opporrebbe a un’estensione dello stato d’emergenza. La legge sullo stato d’emergenza, che permette di detenere i sospetti senza incriminarli e di svolgere processi davanti a tribunali speciali, era stata prorogata per l’ultima volta di due anni nel maggio 2010, sia pure limitandone l’applicazione alla lotta al terrorismo e al narcotraffico. Dopo la rivoluzione di Piazza Tahrir del gennaio 2011 e la cacciata di Mubarak si erano moltiplicati gli appelli per la sua revoca, in quanto limita i diritti civili e politici, ma i militari avevano continuato ad applicarlo per il “teppismo”, una formula che consentiva di impiegarlo per la repressione delle proteste di piazza.

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fonte agi.it

COME CI HANNO COLONIZZATI – La NATO culturale, di Federico Roberti


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La NATO culturale

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di Federico Roberti

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Nel pieno della Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse ad un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale, messo in atto con estrema riservatezza dalla CIA. L’atto fondamentale fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente Michael Josselson tra il 1950 ed il 1967. Al suo culmine, il Congresso aveva uffici in trentacinque paesi (alcuni extraeuropei) ed a libro paga decine di intellettuali, pubblicava una ventina di prestigiose riviste, organizzava esposizioni artistiche, organizzava conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti ed altri artisti con premi e riconoscimenti vari. La sua missione consisteva nel distogliere gli intellettuali europei dall’abbraccio del marxismo, a favore di posizioni più compatibili con l’american way of life, facilitando il conseguimento degli interessi strategici della politica estera statunitense.

I libri di alcuni scrittori europei furono promossi nel mercato editoriale come parte di un esplicito programma anticomunista. Fra questi, in Italia, “Pane e Vino” di Ignazio Silone, il quale registrò così la prima di molte apparizioni sotto l’ala del governo statunitense. A dire il vero, durante il suo esilio svizzero in tempo di guerra, Silone era stato un contatto di Allen Dulles, allora capo dello spionaggio statunitense in Europa e nel dopoguerra ispiratore di Radio Free Europe, altra creazione CIA sotto la maschera del National Committee for a Free Europe; nell’ottobre 1944, Serafino Romualdi, un agente dell’OSS (Office of Strategic Services, il precursore della CIA), fu inviato sul confine franco-svizero con il compito di introdurre clandestinamente Silone in Italia.
Silone, insieme ad Altiero Spinelli e Guido Piovene, rappresentò l’Italia alla conferenza fondativa del Congresso tenutasi a Berlino nel 1950, per la quale Michael Josselson era riuscito ad ottenere un finanziamento di $ 50.000 dalle risorse del Piano Marshall. Essa fu sconfessata pubblicamente da Jean-Paul Sartre ed Albert Camus che, invitati, si rifiutarono di parteciparvi.

Inizialmente, fra i presidenti onorari del Congresso, tutti filosofi rappresentanti di un nascente pensiero euro-atlantico, accanto a Bertrand Russell troviamo Benedetto Croce. Egli, ad ottant’anni di età, era riverito in Italia come padre nobile dell’antifascismo avendo sfidato apertamente Mussolini. Sicuramente, all’epoca dello sbarco alleato in Sicilia, era stato un utile contatto per William Donovan, allora il massimo responsabile dell’intelligence statunitense.

La sezione italiana del Congresso, denominata Associazione italiana per la libertà della cultura, fu istituita da Ignazio Silone alla fine del 1951 e divenne il centro propulsivo, anche e soprattutto sotto il profilo logistico ed economico, di una federazione di circa cento gruppi culturali quali l’Unione goliardica nelle università, il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, i Centri di Azione democratica, il movimento Comunità di Adriano Olivetti e vari altri.
Essa pubblicò la prestigiosa rivista “Tempo Presente” diretta dallo stesso Silone e da Nicola Chiaromonte, ed altre non meno conosciute come “Il Mondo”, “Il Ponte”, “Il Mulino” e, più tardi, “Nuovi Argomenti”. Nel suo gruppo dirigente, accanto a laici come Adriano Olivetti e Mario Pannunzio, figurava anche Ferruccio Parri, il padre della sinistra indipendente. Poi, in posizione più defilata, uomini politici di estrazione azionista e liberaldemocratica come Ugo La Malfa.
Uno degli uffici del Congresso era stato aperto a Roma nel palazzo Pecci-Blunt, dove Mimì, la padrona di casa, animava uno dei salotti più esclusivi e meglio frequentati della capitale. A due passi dalla storica dimora di palazzo Caetani che, prima di divenire tragicamente celebre per avere visto, sotto le sue finestre, l’ultimo atto del rapimento Moro, vedeva regnare un’altra regina dei salotti, la mecenate statunitense legata agli ambienti del Congresso Marguerite Chapin Caetani. Ella, con la sua rivista “Botteghe oscure”, promosse non pochi grandi nomi della letteratura e poesia italiana del Novecento. Suo genero era, guarda caso, Sir Hubert Howard, ex ufficiale dei servizi segreti alleati specializzato nella guerra psicologica ed in rapporti di fraterna amicizia con il nipote del presidente Roosevelt, quel Kermit Roosevelt che dapprima nell’OSS e poi, reclutato dalla CIA, fu tra i più convinti fautori del programma di guerra psicologica.
Una delle più strette collaboratrici della Caetani era Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto, il cui marito Raimondo Craveri, agente dei servizi segreti partigiani, dopo la Liberazione indicava all’ambasciata statunitense i politici di cui fidarsi. Elena invece selezionava gli uomini di cultura con cui valeva la pena parlare. Nella loro casa si potevano intrecciare le relazioni più cosmopolite, incontrandovi Henry Kissinger così come il futuro presidente Fiat Gianni Agnelli, ma su tutti dominava il magnate della finanza laica italiana, fondatore di Mediobanca, (don) Raffaele Mattioli. Gli americani si fidavano a tal punto del commendator Mattioli che nel 1944, a guerra evidentemente ancora in corso, avevano già discusso con lui i programmi per la ricostruzione. Oltre a finanziare abbondantemente la cultura, don Raffaele prestò le sue non disinteressate, pur se discrete, attenzioni anche al PCI, con il quale aveva canali aperti già durante il Ventennio.
Ecco, dunque, che in Italia, oltre alla P2 e Gladio, esisteva anche un anticomunismo altrettanto tenace ma illuminato, progressista e persino di sinistra. La rete del Congresso ne costituiva la facciata pubblica o, se si preferisce, presentabile.

Le risorse per la propaganda culturale euro-atlantica furono reperite in modo davvero geniale. Nei primi tempi del Piano Marshall, ciascun paese beneficiario dei fondi doveva contribuire depositando nella propria banca centrale una somma equivalente al contributo americano. Poi un accordo bilaterale tra il paese in questione e gli Stati Uniti permetteva che il 5% di tale somma diventasse proprietà statunitense: era proprio questa parte dei “fondi di contropartita” (circa 10 milioni di dollari all’anno su un totale di 200) che furono messi a disposizione della CIA per i suoi progetti speciali.
Così circa $ 200.000 di tali fondi, che già avevano giocato un ruolo cruciale nelle elezioni italiane del 1948, furono destinati a finanziare i costi amministrativi del Congresso nel 1951. La filiale italiana, ad esempio, riceveva mille dollari mensili che venivano versati sul conto di Tristano Codignola, dirigente della casa editrice La Nuova Italia.

La libertà culturale non venne a buon mercato. Nei diciassette anni successivi alla fondazione, la CIA avrebbe pompato nel Congresso ed in progetti collegati ben dieci milioni di dollari. Una caratteristica della strategia di propaganda culturale fu la sistematica organizzazione di una rete di gruppi privati “amici” in un consorzio ufficioso: si trattava di una coalizione di fondazioni filantropiche, imprese e privati che lavorava in stretto collegamento con la CIA per dare a quest’ultima copertura e canali finanziari al fine di sviluppare i suoi programmi segreti in territorio europeo. Nello stesso tempo, l’impressione era che questi “amici” agissero unicamente di propria iniziativa. Mantenendo il loro status di privati, essi apportavano il capitale di rischio per la guerra fredda, un po’ quello che fanno da un certo tempo a questa parte le Ong sostenute dall’Occidente in giro per il mondo.

L’ispiratore di questo consorzio fu Allen Dulles, che già nel maggio 1949 aveva diretto appunto la formazione del National Committee for a Free Europe, apparentemente iniziativa di un gruppo di privati cittadini americani, in realtà uno dei più ambiziosi progetti della CIA. “Il dipartimento di Stato è molto lieto di assistere alla formazione di questo gruppo” annunciò il segretario di Stato Dean Acheson. Questa pubblica benedizione serviva ad occultare le vere origini del Comitato e che operasse sotto il controllo assoluto della CIA, che lo finanziava al 90%. Ironia della sorte, lo scopo specifico per il quale era stato creato, cioè fare propaganda politica, era categoricamente escluso da una clausola dell’atto costitutivo.
Dulles era ben cosciente che il successo del Comitato sarebbe dipeso dalla sua capacità “di apparire come indipendente dal governo e rappresentativo delle spontanee convinzioni di cittadini amanti della libertà”.

Il National Committee poteva vantare un insieme di iscritti di grandissimo rilievo pubblico, uomini d’affari ed avvocati, diplomatici ed amministratori del Piano Marshall, magnati della stampa e registi: da Henry Ford II, presidente della General Motors, alla signora Culp Hobby, direttrice del Moma; da C.D. Jackson della direzione di Time-Life a John Hughes, ambasciatore presso la NATO; da Cecil De Mille a Dwight Eisenhower. Tutti costoro erano “al corrente”, ossia appartenevano consapevolmente al club. Il suo organico, già al primo anno, contava più di 400 addetti, il suo bilancio ammontava a quasi due milioni di dollari.
Un bilancio separato di 10 milioni fu riservato alla sola Radio Free Europe, che nel giro di pochi anni avrebbe avuto 29 stazioni di radiodiffusione e trasmesso in 16 lingue diverse, fungendo anche da canale per l’invio di ordini alla rete di informatori presente al di là della Cortina di Ferro.

Il nome della sezione incaricata di reperire fondi per il National Committeee era Crusade for Freedom e ne era portavoce un giovane attore di nome Ronald Reagan…

L’uso delle fondazioni filantropiche si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine. Nel 1976, una commissione d’inchiesta nominata per indagare le attività dell’intelligence statunitense riportò i seguenti dati relativi alla penetrazione della CIA nella fondazioni: durante il periodo 1963-1966, delle 700 donazioni superiori ai 10.000 dollari erogate da 164 fondazioni, almeno 108 furono totalmente o parzialmente fondi della CIA. Ancor più rilevante è che finanziamenti della CIA fossero presenti in quasi metà delle elargizioni, fatte da queste 164 fondazioni durante lo stesso periodo nel campo delle attività internazionali.
Si riteneva che le fondazioni prestigiose, quali Ford, Rockfeller e Carnegie, assicurassero “la migliore e più credibile forma di finanziamento occulto. Questa tecnica risultava particolarmente opportuna per le organizzazioni gestite in modo democratico, dato che devono poter rassicurare i propri membri e collaboratori ignari, come pure i critici ostili, di essere in grado di contare su forme di finanziamento privato, autentico e rispettabile – sottolineava uno studio interno della stessa CIA risalente al 1966.
Addirittura, all’interno della Fondazione Ford venne istituita un’unità amministrativa specificamente addetta a curare i rapporti con la CIA, che avrebbe dovuto essere consultata ogni volta che l’agenzia avesse voluto usare la fondazione come copertura o canale finanziario per qualche operazione. Essa era formata da due funzionari e dal presidente della fondazione stessa, John McCloy il quale era già stato segretario alla Difesa e presidente, nell’ordine, della Banca Mondiale, della Chase Manhattan Bank di proprietà della famiglia Rockfeller e del Council on Foreign Relations, nonché legale di fiducia delle Sette Sorelle. Un bel curriculum, non c’è che dire.

Uno dei primi dirigenti della CIA ad appoggiare il Congresso per la libertà della cultura fu Frank Lindsay, veterano dell’OSS che nel 1947 aveva scritto uno dei primi rapporti interni in cui si raccomandava agli Stati Uniti di creare una forza segreta per la guerra fredda. Negli anni fra il 1949 ed il 1951, come vicedirettore dell’Office of Policy Coordination (OPC), dipartimento speciale creato all’interno della CIA per le operazioni segrete, Lindsay divenne responsabile dell’allestimento dei gruppi Stay Behind in Europa, meglio conosciuti in Italia come Gladio. Nel 1953 passò alla Fondazione Ford, senza per ciò perdere i suoi stretti contatti con gli ex colleghi dell’intelligence.

Quando, nel 1953, Cecil DeMille accettò di diventare consigliere speciale del governo statunitense per il cinema al Motion Picture Service (MPS), si recò all’ufficio di C.D. Douglas, il quale avrebbe poi scritto di lui: “ E’ completamente dalla nostra parte ed (…) è ben consapevole del potere che i film americani hanno all’estero. Ha una teoria, che condivido pienamente, secondo cui l’uso più efficace dei film americani si ottiene non con il progetto di un’intera pellicola che affronti un determinato problema, ma piuttosto con l’introduzione in un’opera “normale” di un certo dialogo appropriato, di una battuta, un’inflessione della voce, un movimento degli occhi. Mi ha detto che ogni volta che gli darò un tema semplice per un certo paese o una certa regione, troverà il modo di trattarlo e di introdurlo in un film”.
Il Motion Picture Service, sommerso dai finanziamenti governativi tanto da diventare una vera e propria impresa di produzione cinematografica, dava lavoro a registi-produttori che venivano preventivamente esaminati ed assegnati al lavoro su film che promuovevano gli obiettivi degli Stati Uniti e che avrebbero dovuto raggiungere un pubblico sul quale bisognava agire attraverso il cinema. L’MPS forniva consulenze ad organismi segreti sulle pellicole appropriate per una distribuzione sul mercato internazionale; si occupava, inoltre, della partecipazione statunitense ai vari festival che si svolgevano all’estero e lavorava alacremente per escludere i produttori statunitensi ed i film che non sostenevano la politica estera del paese.

Il principale gruppo di pressione per sostenere l’idea di un’Europa unita strettamente alleata agli Stati Uniti era il Movimento Europeo, cui facevano capo molte organizzazioni, e che copriva una serie di attività dirette all’integrazione politica, militare, economica e culturale. Guidato da Winston Churchill in Gran Bretagna, Paul Henri Spaak in Belgio ed Altiero Spinelli in Italia, il movimento era attentamente sorvegliato dall’intelligence statunitense e finanziato quasi interamente dalla CIA attraverso una copertura che si chiamava American Committee on United Europe. Braccio culturale del Movimento Europeo era il Centre Européen de la Culture, diretto dallo scrittore Denis de Rougemont. Fu attuato un vasto programma di borse di studio ad associazioni studentesche e giovanili, tra cui la European Youth Campaign, punta di diamante di una propaganda pensata per neutralizzare i movimenti politici di sinistra.
Per quanto poi riguarda quei liberali internazionalisti fautori di un’Europa unita intorno ai propri principi interni, e non conforme agli interessi strategici statunitensi, a Washington essi non erano considerati migliori dei neutralisti, anzi portatori di un’eresia da distruggere.

Nel 1962, la notorietà del Congresso per la libertà della cultura calamitò anche attenzioni tutt’altro che desiderate dai suoi ispiratori.
Durante un programma televisivo della BBC, That Was The Week That Was, il Congresso fu oggetto di una penetrante e brillante parodia ideata da Kenneth Tynan. Essa iniziava con la battuta: “E’ ora, le novità della guerra fredda nella cultura”. Poi continuava mostrando una mappa rappresentante il blocco culturale sovietico, dove ogni cerchietto indicava una postazione culturale strategica: basi teatrali, centri di produzione cinematografica, compagnie di danza per la produzione di missili “ballettistici” intercontinentali, case editrici che lanciano enormi tirature di classici a milioni di lettori schiavizzati, insomma dovunque si guardasse un massiccio indottrinamento nel suo pieno sviluppo. E si chiedeva: noi, qua in Occidente, abbiamo un’effettiva capacità di risposta?
Sì, era la risposta, c’è il buon vecchio Congresso per la libertà della cultura sostenuto dal denaro americano che ha allestito un certo numero di basi avanzate, in Europa e nel mondo, funzionanti come teste di ponte per rappresaglie culturali. Basi mascherate con nomi in codice, come Encounter – la più conosciuta delle riviste patrocinate dal Congresso – che è l’abbreviazione, si ironizzava, di Encounterforce Strategy.
Entrava allora in scena un portavoce del Congresso, con un mazzo di riviste che rappresentavano a suo dire una sorta di NATO culturale, il cui obiettivo era il contenimento culturale, cioè mettere un recinto intorno ai rossi. Con missione storica quella di raggiungere la leadership mondiale dei lettori, succeda quel che succeda, “noi del Congresso sentiamo come nostro dovere tenere le nostre basi in allarme rosso, ventiquattro ore su ventiquattro”.
Una satira mordace ed impeccabilmente documentata, che provocò notti insonni a Michael Josselson, organizzatore del Congresso.

Durante l’estate del 1964, sorse una questione assai preoccupante.
Nel corso di un’inchiesta parlamentare sulle esenzioni fiscali alle fondazioni private, diretta da Wright Patman, si verificò una fuga di notizie che identificava otto di queste come coperture della CIA. Esse sarebbero state nient’altro che buche per lettere cui corrispondeva solo un indirizzo, approntate dalla CIA per ricevere denaro dalla stessa, in modo apparentemente legale. Una volta che i soldi arrivavano, le fondazioni facevano una donazione ad un’altra fondazione largamente conosciuta per le sue legittime attività. Contributi, questi ultimi, che venivano debitamente registrati secondo la normativa fiscale vigente nel settore no profit, sui moduli denominati 990-A. L’operazione si concludeva infine con il versamento del denaro all’organizzazione che la CIA aveva previsto dovesse riceverlo.
Le notizie filtrate dalla commissione Patman aprirono, seppure solo per un breve momento, uno squarcio sulla sala macchine dei finanziamenti segreti. Alcuni giornalisti particolarmente curiosi, ad esempio quelli del settimanale The Nation, riuscirono a mettere insieme i pezzi del puzzle, chiedendosi se fosse legittimo che la CIA finanziasse, con questi metodi indiretti, vari congressi e conferenze dedicate alla “libertà culturale” o che qualche importante organo di stampa, sostenuto dall’agenzia, offrisse lauti compensi a scrittori dissidenti dell’Europa orientale.
Sorprendentemente (sorprendentemente?), non un solo giornalista pensò di indagare ulteriormente. La CIA eseguì una severa revisione delle sue tecniche di finanziamento, ma non ritenne opportuno riconsiderare l’uso delle fondazioni private come veicoli per il finanziamento delle operazioni clandestine. Anzi, secondo l’agenzia, la vera lezione da apprendere in seguito allo scandalo suscitato dalla commissione Patman era che la copertura delle fondazioni per erogare i finanziamenti doveva essere usata in maniera più estesa e professionale, innanzitutto sborsando fondi anche per i progetti realizzati sul suolo degli Stati Uniti.
Michael Josselson, dalla fine di quel anno, tentò di proteggere la sua creatura dalle rivelazioni, considerando pure di mutarne il nome, e cercò persino di recidere i legami economici con la CIA sostituendoli in toto con un finanziamento della Fondazione Ford.
Tutto ciò non valse a nulla se non a posticipare un esito ormai segnato. Il 13 maggio 1967 si tenne a Parigi l’assemblea generale del Congresso per la libertà della cultura che ne sancì la sostanziale fine, pur se le attività si trascinarono, stancamente ed in tono assai minore, fino alla fine degli anni settanta.

Era infatti successo che la rivista californiana Ramparts, nell’aprile 1967, aveva pubblicato un’inchiesta sulle operazioni segrete della CIA, nonostante una campagna di diffamazione lanciata a suo danno nel momento in cui l’agenzia era venuta a conoscenza del fatto che la rivista era sulle tracce delle sue organizzazioni di copertura. Le scoperte di Ramparts furono prontamente rilanciate dalla stampa nazionale e seguite da un’ondata di rivelazioni, facendo emergere le coperture anche al di fuori degli Stati Uniti, a cominciare dal Congresso e le sue riviste.
Già prima delle denunce di Ramparts, il senatore Mansfield aveva chiesto un’indagine parlamentare sui finanziamenti clandestini della CIA, alla quale il presidente Lindon Johnson rispose istituendo una commissione di soli tre membri. La commissione Katzenbach, nella sua relazione conclusiva emessa il 29 marzo 1967, sanzionava ogni agenzia federale che avesse segretamente fornito assistenza o finanziamenti, in modo diretto od indiretto, a qualsiasi organizzazione culturale statale o privata, senza fini di lucro. Il rapporto fissava la data del 31 dicembre 1967 come limite per la conclusione di tutte le operazioni di finanziamento segreto della CIA, dandole così l’opportunità di concedere un certo numero di sostanziose assegnazioni finali (nel caso di Radio Free Europe, questo importo le avrebbe permesso di continuare a trasmettere per altri due anni).
In realtà, come si evince da una circolare interna poi emersa nel 1976, la CIA non vietava le operazioni segrete con organizzazioni commerciali statunitensi né i finanziamenti segreti di organizzazioni internazionali con sede in paesi stranieri. Molte delle restrizioni adottate in risposta agli eventi del 1967, più che rappresentare un significativo ripensamento dei limiti alle attività segrete dell’intelligence, appaiono piuttosto misure di sicurezza volte ad impedire future rivelazioni pubbliche che potessero mettere a repentaglio delicate operazioni della stessa CIA.

Ne vogliamo riparlare?

N.B.: la fonte principale delle informazioni presentate in questo articolo è il libro “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders, pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 1999 ed in traduzione italiana da Fazi Editore nel 2004 nella collana “Le terre” e nel 2007 in quella “Tascabili saggi”.

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fonte eurasia-rivista.org

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Crusade for Freedom: Anti-Communism Crusade – Radio Free Europe and Propaganda Operations (1956)

Caricato da in data 09/nov/2011

http://thefilmarchive.org/ DVD: http://www.amazon.com/gp/product/B002Y272KI/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&tag=d…

Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) is a broadcaster funded by the U.S. Congress that provides news, information, and analysis to countries in Eastern Europe, Central Asia, and the Middle East “where the free flow of information is either banned by government authorities or not fully developed.” RFE/RL is supervised by the Broadcasting Board of Governors, a bi-partisan federal agency overseeing all US international broadcasting services.

Founded as an anti-communist propaganda source during the Cold War, RFE/RL was headquartered at Englischer Garten in Munich, Germany, from 1949 to 1995. In 1995, the headquarters were moved to Prague in the Czech Republic. European operations have been significantly reduced since the end of the Cold War. In addition to the headquarters, the service currently maintains 20 local bureaus in countries throughout their broadcast region, as well as a corporate office in Washington, D.C. RFE/RL broadcasts in 28 languages to 21 countries including Russia, Iran, Afghanistan, Pakistan, and Iraq.

RFE played a critical role in Cold War era Eastern Europe. Its audience increased substantially following the failed Berlin riots of 1953 and the highly publicized defection of Józef Światło. Its Hungarian service’s coverage of Poland’s Poznań riots in 1956 arguably served as an inspiration for the Hungarian revolution.

RFE’s Hungarian service was accused of precipitating the 1956 Hungarian revolution by giving its Hungarian listeners false hope of Western military assistance. However, later investigations of RFE’s involvement in the Hungarian revolution cleared the organization of these accusations, while also urging more caution in its broadcasts. RFE’s Broadcast Analysis Division was established to ensure that broadcasts were accurate and professional while maintaining the journalists’ autonomy.

Others argue, alternatively, that Radio Free Europe’s broadcasts may also have precipitated the Soviet crackdown on Hungary on November 3–4, 1956. Inflammatory broadcasts by emigres may have caused Soviet leaders to doubt Hungarian leader Imre Nagy’s managerial skills, fear the power vacuum in Hungary, and conclude that a second military invasion was necessary. Moreover, the early balloon and leaflet operations initiated by the National Committee for Free Europe during Nagy’s first term as Hungarian prime minister (1953–1955)—namely “Operation Focus”—arguably antagonized Nagy and spawned a stern neutralism (later, hostility) toward him among U.S. diplomats and RFE broadcasters during the crisis.

During the Cold War RFE was often criticized in the United States as not being sufficiently anti-communist. Although its nongovernmental status spared it from full scale McCarthyist investigations, several RFE journalists including director of the Czech service, Ferdinand Peroutka were accused of being soft on Communism. Fulton Lewis a U.S. radio commentator and fervent anti-communist was one of RFE’s sharpest critics throughout the 1950s. His critical broadcasts inspired other journalists to investigate the inner workings of the organization including its connection to the CIA. Eventually it was exposed as a CIA-front organization in the 1960s, and funding responsibility shifted to Congress.

In late 1960, an upheaval in the Czechoslovak service led to a number of dramatic changes in the organization’s structure. RFE’s New York headquarters could no longer effectively manage their Munich subsidiary, and as a result major management responsibilities were transferred to Munich, making RFE a European-based organization.

Broadcasts were often banned in Eastern Europe and Communist authorities used sophisticated jamming techniques in an attempt to prevent citizens from listening to them. Polish Solidarity leader Lech Wałęsa and Russian reformer Grigory Yavlinsky would later recall secretly listening to the broadcasts despite the heavy jamming.

http://en.wikipedia.org/wiki/Radio_Free_Europe