Archive | maggio 9, 2012

Obama apre alle nozze gay: «Devono essere legalizzate»

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Obama apre alle nozze gay: «Devono essere legalizzate»

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NEW YORK – «I matrimoni gay dovrebbero essere legali». Lo ha detto il presidente americano, Barack Obama, nel corso di una intervista alla Abc. «Ho tratto la conclusione che per me personalmente èimportante andare avanti ed affermare che ritengo come le coppie dello stesso sesso debbano potersi sposare», ha detto Obama, ricordando come negli anni abbia sempre difeso e portato avanti i diritti degli omosessuali. Per esempio abolendo il cosiddetto “Dont ask, don’t tell” che impediva ai militari gay di fare outing.

I divieti. Col 61% dei voti favorevoli al bando delle nozze gay, la Nord Carolina è diventata il trentesimo Stato negli Usa a introdurre tale divieto nella propria Costituzione. Mentre altri otto Stati vietano il matrimonio tra persone dello stesso sesso attraverso la legislazione ordinaria. È stata una legge firmata nel 1996 dall’allora presidente Bill Clinton a stabilire che la legalizzazione o meno delle nozze omosessuali deve essere decisa a livello dei singoli Stati. Mentre a livello di legislazione federale il matrimonio continua a essere definito come «una unione legale tra un uomo e una donna». Una definizione che in molti, a partire dalle associazioni per la difesa dei diritti di gay e lesbiche, vorrebbero fosse cambiata per iniziativa della Casa Bianca.

Sei Stati. Attualmente sono sei gli Stati dell’Unione che hanno legalizzato le nozze gay: New York, Iowa, Connecticut, Massachussets, New Hampshire, Vermont. Nessun problema per i matrimoni tra persone dello stesso sesso anche nel District of Columbia, dove si trova la capitale Washington. Gli Stati in cui da anni si assiste a un estenuante braccio di ferro per l’introduzione dei matrimoni gay sono soprattutto la California, lo Stato di Washington, il Maryland e il New Jersey (dove ultimamente il governatore repubblicano ha posto il veto sulla decisone del Parlamento). Il prossimo referendum per le legalizzazione è previsto in Maine.

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fonte ilmessaggero.it

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Assessore leghista ai Servizi Sociali: “Bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l’affitto”


‘Effetti’ del napalm in Vietnam – fonte

L’assessore leghista: bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l’affitto

L’incredibile vicenda durante il consiglio comunale nella cittadina brianzola. A pronunciare la frase l’assessore ai Servizi sociali, Ballabio, che coordina il pronto soccorso dell’ospedale

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di GABRIELE CEREDA

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L'assessore leghista: bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l'affitto L’assessore leghista Umberto Ballabio

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Gli inquilini extracomunitari in ritardo con il pagamento degli affitti andrebbero bruciati con il napalm. È la sconvolgente ricetta di Umberto Ballabio, assessore leghista ai Servizi sociali del Comune di Giussano (Monza e Brianza), nonché responsabile del pronto soccorso dell’ospedale cittadino. Gridata ai quattro venti durante l’ultimo consiglio comunale del paesino brianzolo, guidato da Pdl e Lega, la trovata ha impiegato poco tempo per varcare le mura del municipio.

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A denunciare il fatto è Roberto Soloni, di Giussano democratica, lista civica di centrosinistra. “In aula si stava parlando delle case popolari e l’assessore è intervenuto dicendo che per gli stranieri morosi ci vorrebbe il napalm per bruciarli”, racconta l’esponente dell’opposizione. Da qualche settimana la giunta di centrodestra ha messo sotto la lente di ingrandimento gli inquilini delle case popolari. Fra questi, la maggior parte stranieri, molti sono in ritardo con i pagamenti. A spiccare è il caso di un marocchino che ha accumulato 28mila euro di debito. La giunta precedente, di centrosinistra, al corrente delle difficoltà economiche dell’uomo, in accordo con il diretto interessato e il suo datore di lavoro aveva deciso di trattenere una parte del suo stipendio per ripianare il passivo. Un’intesa ancora valida e che a piccoli passi dovrebbe rimettere a posto le cose. Ma proprio quando si è arrivati a parlare di questo caso è esplosa la rabbia del lumbard.

“Prima ha inveito contro il nostra volontà di aiutare chi è in difficoltà facendo intendere che dietro la nostra politica si nascondono voti di scambio – racconta Soloni – poi se n’è uscito con la storia del napalm”. Il diretto interessato nega: “Mi sono espresso in modo diverso”. “Ci sono le registrazioni audio della seduta che dicono il contrario”, replica Roberto Colzani, esponente del Pd cittadino. “Un medico che ha fatto il giuramento di Ippocrate non può dire una cosa del genere”, taglia corto il capogruppo del Pd in consiglio provinciale, Domenico Guerriero.

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fonte milano.repubblica.it

LE SAGRESTIE DI COSA NOSTRA – Niente messa a Cinisi per Peppino

Niente messa a Cinisi per Peppino

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Ci si riempie tanto la bocca a parlare di democrazia, ma poi viene negata una messa per ricordare Peppino Impastato nel giorno del trentaquattresimo anniversario della sua uccisione. Il parroco di Cinisi, don Pietro D’Aleo, ha ritenuto che “i tempi” non fossero “maturi”. Eppure sono passati più di tre decenni dal delitto di Peppino, che tutti oggi si affannano a ricordare in ogni modo possibile.

Da cittadina siciliana e da familiare di una vittima di mafia, che dal comunismo era lontana anni luce, mi chiedo se una decisione del genere possa essere giustificata con le parole utilizzate da Caterina Palazzolo, responsabile dell’azione cattolica della parrocchia: “La messa sarebbe stata vista male soprattutto all’interno del mondo comunista, più che dentro la Chiesa”. Mi rispondo, anche. No, non c’è alcuna giustificazione per questo rifiuto. Il no della Chiesa alla famiglia Impastato è una mancanza di rispetto, un insulto alla memoria, una negazione di dignità, un tradimento dei valori cristiani.

Mentre l’odore del sangue delle vittime innocenti è ancora vivo sotto il naso dei familiari, che siano passati cinque anni o quaranta, un parroco e il suo entourage sembrano aver dimenticato. Sembrano voler dimenticare. Forse qualcuno avrebbe dovuto spiegare a don Pietro che, se non altro, una decisione impopolare come la sua crea molta confusione nella coscienza di chi, invece, non ha nessuna voglia di dimenticare la storia e l’impegno di Peppino. Perché la storia e l’impegno di Peppino sono la storia e l’impegno di tutti quegli uomini e quelle donne che, troppo spesso, non hanno nient’altro che una messa per essere ricordati e benedetti. Glielo dobbiamo.

A parte la delusione e l’amarezza, il sospetto, terribile, è che i passi da fare per arrivare alla democrazia siano, purtroppo, ben più di cento. Almeno da queste parti.

da: SoniaAlfano.it

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fonte 19luglio1992.com

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Le sagrestie di Cosa Nostra. Inchiesta su preti e mafiosi

Edito da Newton Compton, 2007
270 pagine, € 9,90
ISBN 8854109070

di Vincenzo Ceruso

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Sicari in crisi mistica e teologi con la lupara in mano, ecclesiastici infedeli e assassini devoti, sacerdoti come padre Puglisi, che muoiono su ordine di Cosa Nostra, per non aver tradito quello stesso vangelo. Questo libro racconta la storia del “tenebroso sodalizio” dei mafiosi con preti e religiosi. Un’inchiesta sulla mafia “sub specie ecclesiae”: attraverso i palazzi arcivescovili e le chiese di campagna, tra una festa popolare e la processione di un santo patrono, lungo le chiese della desolata periferia di Palermo e le navate del duomo normanno di Monreale. Cosa Nostra è una confraternita criminale con le sue tradizioni e i suoi segreti. Per il mafioso, battesimi, cresime, matrimoni e ogni altro genere di sacramenti non fanno parte di un cammino di fede ma entrano in un sistema di alleanze e di giochi di potere interni alla consorteria. Le vie delle sagrestie, allora, si intrecciano con quelle dell’eroina e la religione diventa uno strumento funzionale alla morte e al predominio criminale.

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fonte archivio900.it

Rcordando Giuseppe Gatì, il ragazzo coraggioso morto sul lavoro, e quella sua lettera incompiuta a Peppino Impastato

Ricordando Giuseppe Gatì

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Agrigento – Tre anni fa moriva a causa di un incidente sul lavoro un ragazzo di Campobello di Licata: Giuseppe Gatì.

Giuseppe, idealista, giovane, coraggioso, rifiutava l’idea di una Sicilia che si fa conoscere solo per i fatti di mafia, per il livello di corruzione, per il clientelismo e per i tanti altri aspetti negativi che hanno caratterizzato l’operato della classe politica dirigente isolana.

Poco tempo prima che si verificasse l’incidente costatogli la vita, Giuseppe si era reso protagonista di un episodio che suscitò non poche polemiche, allorquando nel corso della presentazione di un libro di Vittorio Sgarbi, ne apostrofò l’autore, definendolo “pregiudicato” poiché condannato per truffa allo Stato.

Una vicenda che destò non poco clamore e che riempì per giorni le pagine dei giornali online (vedi qui il filmato della contestazione a Sgarbi).

A prescindere da ogni cosa e dalle idee politiche di ognuno di noi, non v’è dubbio che a Giuseppe andava riconosciuta un’onestà intellettuale e un coraggio delle proprie azioni che molti di coloro che nei giorni successivi alla contestazione si limitarono a facili e vili insulti certamente non possedevano.

Noi Giuseppe Gatì vogliamo ricordarlo con un suo scritto pubblicato postumo da alcuni amici sul suo blog.

Si tratta di una lettera incompiuta a Peppino Impastato – come affermano i suoi amici sul blog – scritta il 25 Maggio 2008. È una bozza di un articolo destinato a “Qui Campobello Libera”, un giornalino fondato da Giuseppe con alcuni amici sulla scia di “Qui Milano Libera” e il blogger Piero Ricca, di cui sono usciti solo pochi numeri.

Questa lettera non è mai stata completata, nè pubblicata.

LETTERA A PEPPINO IMPASTATO

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di Giuseppe Gatì

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Giuseppe Impastato, meglio conosciuto come Peppino , attivista contro la mafia……………..

Caro Peppino,

Sono passati ormai 30 anni dalla tua morte, dal giorni in cui salutasti la tua Sicilia.

Quanto la amavi questa terra eh? La amavi cosi’ tanto da sacrificare la tua vita cercando di poterla cambiare

Quante lotte, e quante volte coi denti stretti e I pugni in tasca ti sei “arraggiato” contro lo schifo che ti circondava.

Non so se da qualche parte hai visto quello che hai lasciato, quanto altro sangue è scorso dopo il tuo, quante mogli rimaste vedove, e quanti bambini diventati orfani.

La Mafia ha continuato a mietere altre vite dopo la tua, anche se adesso si è “ammodernata” anche lei.

I mafiosi non vanno piu’ in giro con la coppola e I baffetti, ma indossano giacche a doppiopetto e qualche volta occupano addirittura ruoli istituzionali, oppure fanno eleggere amici e galoppini .

Ah scusami! Con la fretta ho dimenticato di presentarmi, anche io come te mi chiamo Giuseppe, e con un gruppo di amici ci siamo “amminchiati” come te, a voler fare qualcosa per vedere le cose girare nel verso giusto.

Siamo stanchi di vivere, anzi di sopravvivere tra compromessi, favoritismi, raccomandazioni e “buone parole”.

Certo potresti dire che anche tu sei stanco, ma di sentire sempre le stesse cose da giovani ventenni, che credono di poter cambiare il mondo, ma che alla fine si adegueranno a questa societa’.

Oggi come allora, chi alza un po’ di piu’ la testa, viene etichettato come comunista, anarco insurrezionalista, no global, appartenente ad un non ben definito centro sociale o meglio ancora terrorista.

Ma ritorniamo alla situazione attuale del nostro paese.

Dopo la tua morte, qualche “illuso” magistrato, si era messo in testa di fare il suo dovere (e perche’ mai poi?), osando addirittura insinuare che tra mafia e politica esistesse un certo connubio (che idiozia!), finendo le loro indagini tre piedi sotto terra. A fargli compagnia, si unirono anche giornalisti (che avevano la presunzione di fare nomi e cognomi del malaffare), imprenditori (vergognosamente rifiutati di pagare il pizzo), normali cittadini (con un’insensata voglia di legalita’ e giustizia).

Non ti preoccupare comunque, non va mica cosi male di come potresti pensare?!

Oggi I magistrati non vengono piu’ fatti saltare in aria, ma vengono ridicolizzati, screditati, ed infine trasferiti; le bocche dei giornalisti, tappate dai loro stessi direttori o editori perche’ non si puo’ certo parlare male dei cosiddetti “poteri forti”; il singolo cittadino non viene piu’ messo al corrente dell’approvazione di certe leggi…

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fonte lavalledeitempli.net

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Peppino Impastato ucciso 34 anni fa. A Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci / VIDEO: I miei occhi giacciono – by eucos

 

i miei occhi giacciono – by eucos

Pubblicato in data 05/mag/2012 da

by eucos – Peppino vive!

Trentaquattro anni non sono bastati a cancellare la memoria di Peppino Impastato. Le sue idee sono sopravvissute al suo omicidio, al fango ed alle calunnie, all’omertà e
all’isolamento. Oggi le pareti di Casa Memoria trasudano di fotografie, di pensieri, di testimonianze anche da parte di persone che non l’hanno mai conosciuto ma che vivono tutt’ora il suo pensiero, lo hanno fatto proprio, lo perpetuano.

Peppino Impastato ucciso 34 anni fa
a Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci

Lettera di Agnese Moro al fratello del militante di Dp assassinato nel 1978: “Tuo fratello e mio padre erano molto diversi. Ma qualcosa li unisce, qualcosa che viene prima e va al di là del fatto di essere stati uccisi, e per di più lo stesso giorno.
Credo che entrambi amassero la giustizia e la liberazione, da ottenere con la mite e coraggiosa strada della democrazia”

Peppino Impastato ucciso 34 anni fa a Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci I sindaci a Cinisi (Foto di Luisa Impastato)

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PALERMO – La marcia dei 100 passi dei sindaci, in ricordo di Peppino Impastato, si è aperta a Cinisi con un saluto di Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse nella stessa data in cui la Sicilia ricorda l’assassinio del militante di Cinisi. “Mi piacerebbe tanto che un giorno potessimo ricordare i nostri cari non nel giorno della loro morte – scrive Agnese Moro in una lettera indirizzata a Giovanni Impastato – ma nel giorno nel quale festeggiamo la nascita della nostra Repubblica, il 2 giugno. Allora avrebbero davvero il loro posto, che non è quello di vittime, ma quello di costruttori coraggiosi di un Paese in cui ci sia posto posto per tutti, con uguale dignità e rispetto”.

GUARDA / Le immagini della marcia

“Tuo fratello e mio padre erano molto diversi. Ma qualcosa li unisce – aggiunge -, qualcosa che viene prima e va al di là del fatto di essere stati uccisi, e per di più lo stesso giorno.
Credo che entrambi amassero la giustizia e la liberazione, da ottenere con la mite e coraggiosa strada della democrazia, che è tale solo con l’assunzione di responsabilità da parte di ognuno. Come tanti, prima e dopo di loro, hanno pagato questi amori a caro prezzo. Sapevano che poteva succedere, ma non si sono fermati. Un pò vorrei che l’avessero fatto e che non ci avessero lasciati soli. Ma era la loro strada. A noi è rimasto l’incarico gravoso di essere testimoni del loro impegno. Per fortuna oggi – conclude Agnese Moro- possiamo condividere questo onere con un numero sempre più ampio di persone, tra cui tanti giovani, che hanno trovato in Peppino e Aldo degli amici che possono accompagnarli e aiutarli a scegliere la strada giusta”.

I sindaci hanno percorso con le fasce tricolori, insieme agli studenti, i 100 passi che separano Casa Badalamenti da casa Memoria, e hanno scoperto la prima pietra d’inciampo di un percorso della memoria dedicato a Impastato e alle altre vittime di mafia.

Il casolare dove fu assassinato Impastato sarà acquisito dalla Regione siciliana, che vuole “trasformare questo luogo simbolo dell’efferata violenza mafiosa in un museo della memoria e della testimonianza della resistenza che ad essa ha condotto Impastato, intendendone così ricordare e commemorare l’impegno civile e giornalistico”. Lo ha reso noto l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, che ha già avviato le procedure per l’espropriazione dell’immobile per pubblica utilita’.

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fonte lastampa.it

L’ex editore dell’Avanti ai pm: “Compravo senatori per Berlusconi”

Foto di gruppo a Panama Giugno 2010 (da destra): Berlusconi, il presidente panamense Martinelli e Lavitola

Lavitola: “Compravo senatori per Berlusconi”

L’ex editore dell’Avanti ai pm: “Un milione per De Gregorio”

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di GUIDO RUOTOLO
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Napoli

No, sorrido perché De Gregorio, poverino, è, come penso che voi sappiate altrettanto bene, uno che ha fatto talmente tanti di quei “casini” dal punto di vista economico che io credo che quel milione (di euro, ndr) che ha avuto da Berlusconi se l’è fumato come fosse un mozzicone di sigaretta, perché De Gregorio aveva una capacità di spesa che era superiore a quella di Tarantini…».

È il 25 aprile e Valter Lavitola, ex editore dell’Avanti, faccendiere spericolato iscritto alla P2, viene sentito dai pm napoletani che lo vanno a trovare nel carcere di Poggioreale, per il suo primo interrogatorio investigativo. Lavitola ha appena rivelato che Berlusconi ha pagato un milione per comprarsi il senatore Sergio De Gregorio, eletto il 7 giugno del 2006 presidente della Commissione Difesa di palazzo Madama dal centrodestra, lui che era stato eletto con l’Idv di Antonio Di Pietro.

E parlando del suo «amico fraterno» De Gregorio, Lavitola racconta di essere stato il promotore di «Operazione Libertà», la compravendita di senatori dello schieramento avversario, che poi ha condotto insieme al senatore Romano Comincioli. Non ha difficoltà a riconoscere i suoi «meriti», come l’essere riuscito a convincere il senatore calabrese Pietro Fuda (eletto nello schieramento di centrosinistra): «Questo fu uno dei miei meriti, sempre insieme al senatore buonanima Comincioli (deceduto nel 2011, ndr). Io svolgevo una funzione di, tra virgolette, consigliere del senatore Comincioli…».

L’ex editore dell’Avanti parla della «Operazione Libertà»: «Tenga presente – si rivolge al pm – gli altri soldi li avrebbero dovuti dare a Dini, a Mastella e a Pallaro». Si apre un piccolo siparietto tra i pm e Lavitola, sulle spinte ideali che portano senatori di uno schieramento a passare all’altro. Risponde l’indagato: «Ma perché Dini e Mastella erano ideologicamente orientati a sinistra? Dini e Mastella erano di centrodestra sempre, Dini è stato con Berlusconi prima, Mastella pure».

Prova a rispondere, a convincere della sua buona fede, Lavitola. Tutti i suoi guai, in realtà, nascono da un desiderio mai represso di avere un ruolo politico. Sfortunato, Lavitola, perché aveva contro Gianni Letta e Niccolò Ghedini, nonostante i buoni auspici di Silvio Berlusconi. E, dunque, alla fine, non è stato mai candidato dal Pdl, così avrebbe voluto.

Si giustifica sui finanziamenti all’Avanti, parla del suo rapporto di consulente di Finmeccanica a Panama, e di aver incontrato l’allora numero uno della holding pubblica, Pier Francesco Guarguaglini.

E ammette di aver presentato il generale della Finanza, Emilio Spaziante all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per caldeggiare la sua carriera: «In quel momento, si stava discutendo la legge per la nomina del Comandante generale interna al Corpo della Guardia di Finanza, allora, in quella fase siccome chi si occupava di tutta questa storia era il famoso Marco Milanese, dissi al Presidente Berlusconi che se ne doveva occupare lui e gli chiesi di incontrare il generale».

I pm gli chiedono di precisare il suo ruolo di procacciatore di affari e commesse a Panama. Lui ribadisce di essere stato un consulente di Finmeccanica: «Abbiamo stipulato quei contratti noti, quello dei sei elicotteri, quello dei radar e quello del telerilevamento, della mappatura del territorio di Panama. Sostanzialmente il mio ruolo si sarebbe esaurito avendo io un contratto di un anno.. facemmo un contratto e mi versarono una prima tranche di centosessantamila euro…».

Che sia rimasto socialista, un craxiano di ferro (lui ha raccontato anche di aver portato i soldi di Berlusconi ad Hamammet, a Bettino Craxi), Valter Lavitola non lo nasconde. I pm gli chiedono come mai i suoi interessi di lavoro sono tutti all’estero: «Io in Italia, dottor Woodcook, io non so se gliel’ho già detto, ma non vorrei divagare, ma dopo le vicende di tangentopoli, che mi hanno visto solo spettatore, io in Italia mi sono messo nei “casini” senza fare altre attività, io in Italia non voglio fare assolutamente niente!… E, e, e adesso ancora meno, visto che mi sono tolto l’Avanti, grazie a Dio».

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fonte lastampa.it

Duecento operai Fiat di Termini Imerese occupano la sede Agenzia delle Entrate

Duecento operai Fiat di Termini Imerese occupano la sede Agenzia delle Entrate

Il blitz è scattato alla fine dell’assemblea organizzata da Fim, Fiom e Uilm davanti ai cancelli dello stabilimento, dove la produzione è ferma dallo scorso dicembre. Il passaggio della fabbrica alla Dr Motor di Di Risio non è stato ancora perfezionato per le difficoltà dell’imprenditore 

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 9 maggio 2012

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Tensione a Termini Imerese (Palermo). Centinaia di  lavoratori Fiat hanno occupato la sede dell’Agenzia delle Entrate. Il blitz è scattato alla fine dell’assemblea organizzata da Fim, Fiom e Uilm davanti ai cancelli dello stabilimento, dove la produzione è ferma dallo scorso dicembre. Il passaggio della fabbrica alla Dr Motor di Massimo Di Risio non è stato ancora perfezionato per le difficoltà dell’imprenditore ad ottenere fondi dalle banche per capitalizzare la società. Sono complessivamente 2200 gli operai che temono per il proprio futuro e tra questi ci sono 600 “esodati” in attesa delle decisioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero.

I ministeri del lavoro e dello Sviluppo economico non hanno rispettato gli accordi sugli esodati e sul piano di reindustralizzazione del polo di Termini. Dell’imprenditore molisano Di Risio, peraltro, non si hanno notizie. E noi occupiamo un pezzo dello Stato – dice Vincenzo Comella della Uilm – . Chiediamo il rispetto dell’accordo  o non ci fermeremo qui”.  E infatti le tute blu, almeno duecento, sembrano decisi a non muoversi. All’esterno c’è la presenza massiccia delle forze dell’ordine. “L’obiettivo è di restare qui a lungo, non abbiamo deciso ancora fino a quando” spiega il sindacalista Comella.

La decisione è stata presa al termine di tesissima assemblea svoltasi ai cancelli della fabbrica che sino al 2011 assemblava la nuova Ypsilon. “Hanno tradito i patti – gridano anche gli operai – e resteremo qui fino a oltranza”. Si tratta solo dell’inizio, perché l’intenzione sarebbe di far partire una nuova fase di occupazioni. La prossima settimana gli operai si presenteranno davanti Regione e prefettura. Sotto accusa lo straccio delle garanzie per i 640 esodati previste dall’accordo del primo dicembre. Il rischio è che rimangano cinque anni senza lavoro e senza pensione. Apprensione anche per i cento addetti alle pulizie e alla mensa non ammessi alla cassa integrazione e che da dicembre non ricevono lo stipendio. Sullo sfondo anche il mancato avvio del piano di sviluppo che doveva partire a gennaio, ma che e’ paralizzato dai guai finanziari ed economici del patron della Dr Motor, l’azienda molisana che doveva assicurare il rilancio della produzione automobilistica ma che deve fronteggiare una pesante situazione debitoria e il mancato pagamento degli stipendi agli operai di Macchia d’Isernia.

”Da qui parte una battaglia, colpiremo altri obiettivi simbolici. Siamo pronti a tutto, ora basta. Difenderemo le nostre famiglie senza guardare in faccia nessuno, dai politici ai sindacalisti nazionali: Bonanni e Angeletti hanno firmato gli accordi, fateli rispettare e subito. Non si scherza col pane dei nostri figli”. Vincenzo Capizzi, operaio della Magneti Marelli, è tra i più animati. Michele Russo, operaio della Bienne Sud: “Non ce la facciamo più, abbiamo quattro soldi della cassa integrazione ma non abbiamo più un posto di lavoro e lo Stato pretende il pagamento delle tasse”. I più disperati sono gli interinali, una cinquantina di operai che dal primo settembre non avranno più l’indennità di disoccupazione. Tra i lavoratori che hanno occupato l’Agenzia c’è un gruppo di “esodati”, operai che hanno accettato l’accompagnamento alla pensione ma che al momento rimangono in un limbo.

Michele Maciocia, 58 anni, è un “esodato” della Fiat. “Ho due figli, la maggiore va all’Università ed è costretta a lavorare perchè io non sono in grado di pagarle le tasse – dice l’operaio – Come si fa con 800 euro al mese a campare, pagare le tasse, crescere i figli, fare la spesa. Mi mancavano due anni per avere la pensione, ad aprile dovevo entrare in mobilità ma dopo la riforma previdenziale tutto si è bloccato”. Andrea Cusimano, operaio della Lear in cassa integrazione, ha due figli. “Viviamo in famiglia con poco meno di 900 euro al mese – racconta – Arriviamo a fine mese per miracolo, facendo qualche debito. Ma continuando così non so se il prossimo anno potrò mandare mia figlia nella scuola di Castelbuono”. I sindacati locali che condividono la protesta metteranno in campo altre iniziative. “Non ci fermiamo questo è sicuro – avverte il segretario della Fiom di Palermo, Roberto Mastrosimone – Lo Stato non può chiedere da una parte di pagare le tasse e dall’altro consentire che non si rispettino gli accordi per il rilancio della fabbrica”.

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fonte ilfattoquotidiano.it