Archive | maggio 28, 2012

DOSSIER L’ESPRESSO – I guerrieri antifisco

I guerrieri antifisco

Predicano l’uso delle armi contro la Finanza. Inneggiano agli attacchi contro Equitalia. Ecco i gruppi estremisti del Nord-Est, che fanno proseliti cavalcando la protesta contro le tasse

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di Fabrizio Gatti

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(28 maggio 2012)

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APPROFONDIMENTI
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Passata la mezzanotte, dopo sette portate di carne alla griglia, l’ex poliziotto rivela che abbiamo poco da dormire. “Domani andiamo in Slovenia”, dice. Domani quando? “Alle quattro si parte”. Più che domani è dopo. “Già, ci restano tre ore di sonno. Ma non potevo dirlo al telefono”, spiega lui e indica con il mento la tavolata nella sala accanto: “Quelli là ci ascoltano”. E chi sono quelli là? “I carabinieri”. Davvero? Il gestore del ristorante, amico e simpatizzante, conferma. Una tavolata di carabinieri in borghese. “Ogni volta che ci riuniamo, ci sono loro. Ma questa volta li freghemo”, sorride l’ex poliziotto.

E’ lui il capo, il presidente, il comandante. Ed è sempre lui, una settimana dopo, durante una riunione da carbonari in un hotel di Vicenza, a sostenere la necessità di un avvertimento forte allo Stato: “Lo scopo è il messaggio latente che si dà anche alla Guardia di finanza”, annuncia testuale, “per dire: oh, in campana ragazzi, perché il messaggio è che qui si è autorizzati a difenderse. Noi gli abbiamo scritto a Equitalia. Gli abbiamo scritto alla Abaco, incaricata nella provincia di Treviso di fare prelievi forzosi… E’ giusto, è giusto. Dobbiamo far passare ‘sto messaggio qua, se no non è un messaggio forte. Noi non vogliamo nessuna violenza. Ma glielo diciamo: stai in campana perché se venite qua, rischiate di trovarvi anche una fucilata. Ovvero il cittadino veneto che si difende e difende i propri beni in questa circostanza da un prelievo forzoso italiano, è condannabile da parte nostra? Noi diciamo di no. Ha esercitato un suo diritto”. Punto. Fine. Sedici voti a favore. D’accordo tutti i rappresentanti delle cernide, come le chiamano loro, le milizie di autodifesa civile. Nessuno contrario. Nemmeno quell’altro, il vicepresidente. Nemmeno lui che di giorno comanda la polizia locale in un paese del miracolo a Nord-Est. E di notte eccolo qua, rivoluzionario in giaccone mimetico seduto alla sinistra del capo. Adesso, prima di tornarsene a casa a dormire, tutti in piedi sull’attenti. Il piccolo stereo portatile suona l’inno di Venezia. La musica di Vivaldi. E alla fine, il grido a squarciagola.”Par tera, par mar: San Marco”.

Dieci giorni nell’epicentro della rivolta fiscale. Dieci giorni dentro una delle organizzazioni più pedinate da carabinieri e polizia. Da quando la dolce vita della famiglia Bossi a spese dei contribuenti ha messo ko la Lega. Da quando la crisi e l’aumento delle tasse stanno limando il benessere anche in Veneto. L’ex poliziotto e il comandante dei vigili ora riempiono i bar di paese. Con i loro comizi di fuoco. E non solo i bar.

In pochi giorni 2.116 fan raccolti su Facebook, dopo l’ultimo attacco degli hacker che avevano cancellato la pagina. Un centinaio di attivisti fidati sparsi tra le province di Treviso, Venezia, Belluno, Vicenza, Verona. E un seguito, non sempre discreto, di carabinieri in borghese che spiano le loro mosse. Da lontano hanno davvero l’apparenza di una milizia. Una di quelle congreghe di fanatici della provincia americana che dichiarano guerra al governo centrale. Da vicino li scopri per quello che sono. L’ex ispettore della polizia di Stato con un passato in seminario. Il comandante della polizia locale e tiratore scelto al poligono, per anni pubblico ministero onorario in una sezione del Tribunale di Treviso. L’ex autista dell’impresa di pompe funebri che si è licenziato per dedicarsi alla causa. Il venditore di auto di lusso. L’imprenditore che installa zanzariere. Il proprietario del pub della zona industriale. L’impiegato del mobilificio. L’idraulico. Il barista-artista che trasforma la frutta in sculture.

Al di là dei comunicati a volte grotteschi, del piglio militare, dei giacconi mimetici e dei cappellini, non usano armi nei loro incontri. Soltanto parole. Almeno per il momento, scherza qualcuno. Ma sono parole incendiarie, se finiscono in menti agitate. Come l’idea delle fucilate alla Guardia di finanza, agli esattori del fisco. E molto altro ancora che questo viaggio rivela.

Il Veneto è sempre stato attraversato da indipendentisti e velleitari. Da storici faida-te che considerano la Serenissima Repubblica il territorio da liberare. E l’Italia uno Stato coloniale da scacciare. Un po’ come se ne trovano in Sardegna, in Sicilia, in Alto Adige. La novità è il seguito di cui si circondano da qualche mese a Nord di Venezia. E qui la milizia dell’ex poliziotto non è l’unica a seminare rabbia. E’ il risultato di una terra in cerca di rappresentanza. Il record di astensioni nelle amministrative a Belluno. Il senatore leghista locale, Piergiorgio Stiffoni, indagato per peculato e finito sui giornali con l’inchiesta su Umberto Bossi e figli. Addirittura il vicesindaco-sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini, fischiato due domeniche fa al raduno degli alpini, un tempo grande allevamento elettorale fedele alla Lega. Ora c’è il vuoto. E la paura di non farcela. Davanti alla recessione. Davanti alla scelta imposta a molti piccoli artigiani tra il pagare le tasse, l’Imu o gli stipendi ai dipendenti. Davanti ai fallimenti e ai suicidi.

La paura è sempre il sentimento guida. Lo era quando lo sceriffo Gentilini sfruttava la cronaca nera per raccogliere voti. Lo è ancora nei comizi della milizia anti-tasse con le storie di padri di famiglia che si uccidono. Così, dopo 18 anni in cui ministri della Repubblica e tirapiedi della Lega hanno predicato la secessione e l’impiego del tricolore per l’igiene intima, non bisogna meravigliarsi se adesso molti ci credono davvero. In fondo i leghisti duri e puri sono comparsi trent’anni fa proprio qui. Prima che Bossi si impadronisse del progetto Liga Veneta. E trasferisse cassa e bandiera a Milano.

Bisogna risalire il Piave. E tornare indietro di una settimana, alla cena delle sette portate di carne e dei carabinieri seduti al tavolo accanto. Il fiume della Patria conduce dentro i paesi dove, sottovoce, è cominciata la rivolta. Spresiano. Maserada. Villorba. Ponzano Veneto, proprio lì tra le industrie che hanno diffuso nel mondo il marchio “united colors” dei Benetton. Provincia di Treviso. Traffico rallentato su strade rimaste agli anni Sessanta. Doppia linea continua al centro. Platani ai bordi come ai tempi di Gino Bartali. Colonna di camion. Non si sorpassa. Vigneti e fabbriche. Uva e cemento. Come se appartenessero alla stessa catena di montaggio. Quella con cui è stato costruito il miracolo Nord-Est.

Si comincia al di là del fiume. A Ponte sul Piave, via Verdi 1. E’ la casa che fu di Goffredo Parise. Non si può fare a meno delle parole dello scrittore, morto a Treviso nel 1986. Forse aiutano a capire cosa è accaduto: “Noi veneti abbiamo girato il mondo, ma la nostra Patria, quella per cui, se ci fosse da combattere combatteremmo, è soltanto il Veneto. Quando vedo scritto all’imbocco dei ponti sul Piave fiume sacro alla Patria mi commuovo, ma non perché penso all’Italia, bensì perché penso al Veneto”.

Sono proprio queste le pagine che vuole riaprire Sergio Bortotto, 50 anni, l’ex poliziotto destituito qualche anno fa dalla questura di Treviso dopo 22 anni di servizio. Se si segue la sua vita attuale, non è difficile scoprire perché gli abbiano tolto la divisa. L’appuntamento alle quattro del mattino è davanti a una vetrina del centro commerciale di Villorba. Uno spiazzo illuminato a giorno e sorvegliato dalle telecamere. Sopra i vetri a specchio dell’ingresso e la scritta “Sicurezza”, la brezza fa sventolare il leone alato di San Marco con in pugno la spada. Bortotto lavora qui. Direttore della sicurezza del centro commerciale. E questo è anche il punto di ritrovo degli attivisti del Movimento di liberazione nazionale del popolo veneto. Di cui l’ex ispettore di polizia è l’inventore. E il presidente.

L’obiettivo è sempre lo stesso: ribellarsi allo Stato invasore e rifondare la Repubblica di Venezia. Come nel 2009. Quando con un altro movimento, Autogoverno del popolo veneto, nominano il ministro dell’Interno, cioè Bortotto. E costituiscono la “Polisia veneta”. Divise. Gradi. Per il momento niente armi. Sembra una storia da raccontare per ridere al bar. Bortotto e i suoi però ci credono. Vivono per questo. E la Procura si muove. L’ex poliziotto viene portato in questura a Treviso. Questa volta da cliente. L’accusa: violazione del decreto del 1948 che vieta le associazioni a carattere militare. Il processo è ancora impantanato all’udienza preliminare. Perché prima di andarsene il ministro per le Semplificazioni, Roberto Calderoli, ha semplificato il decreto. Cancellandolo. Stop al processo sulla Guardia padana della Lega, avviato a Verona. Ma anche a quello sulla “Polisia veneta”. Robe all’italiana. L’ultima tappa è di pochi giorni fa, quando il giudice dell’udienza preliminare ritrasmette le carte alla Corte costituzionale, che già una volta si è pronunciata a favore dei “polisiotti”.

Sergio Bortotto dice di non riconoscere la magistratura italiana. Non risponde alle lettere dell’avvocato. Non va alle udienze. Non paga le tasse. Eccolo adesso che arriva nel parcheggio deserto su un’auto che non è la sua. “Per evitare sorprese alla frontiera”, spiega, “la mia macchina resta a casa”. Guida Sandro Meneghin, 27 anni, ex promessa del ciclismo con Oscar Gatto, che in questi giorni sta correndo il Giro d’Italia. Dietro è seduto Paolo Gallina, 45 anni. E’ lui il comandante della polizia locale. Lavora a Cornuda, altro paese lungo il Piave. Era l’unico armato del gruppo. Per ragioni di lavoro. E per passione sportiva. Fino al giorno della perquisizione. Gli sequestrano nove pistole tra cui le sue Glock da collezione. E due fucili da caccia. Tutti registrati. Ma anche, secondo i verbali della polizia, 922 cartucce di vario calibro: cioè 722 oltre il massimo consentito. “Era tutto regolare”, sostiene lui durante il viaggio. Dove andiamo? “A Lubiana. Presentiamo la richiesta di riconoscimento del nostro movimento di liberazione”, rivela Bortotto. Arrivati dopo un po’ di peripezie davanti alla porta del Kabinet predsednika vlade, il palazzo del governo, l’agente di guardia fa passare soltanto Gallina. Il veneziano non è più una lingua internazionale. L’italiano non lo è mai stato. Tanto meno il veneto. Entra Gallina perché è l’unico dei tre che parla un buon inglese. Il comandante dei vigili di Cornuda presenta la carta d’identità autoprodotta della Repubblica di Venezia. Ci sono la sua foto, il numero di serie, gli stemmi. In lingua veneta ovviamente. Ai poliziotti sloveni basta così.

Non gli chiedono i documenti italiani. Più che un incidente diplomatico, forse è solo sbadataggine. Gallina esce euforico. Mostra il timbro blu. La domanda è stata accettata. E pensare che per la resa di Venezia, nel 1797 i francesi mandarono addirittura Napoleone. Bortotto risponde al cellulare: “Sì”, dice, “so’ ciapà coe bombe”. Bombe? “E’ un modo di dire, quando si hanno tante cose da fare”, si affretta a spiegare.
Qualche giorno dopo tre ladri tentano di rubare una bicicletta nel centro commerciale. L’ex poliziotto accorre con Rufus, il cane nero con lampeggiante sul guinzaglio e targhetta identificativa “Sicuresa”. I tre vengono fermati. Sono minorenni. Bortotto chiama i carabinieri. Si stringono la mano. Scherzano. Di giorno quasi colleghi. La sera di nuovo su fronti opposti. “Anche se io rispetto l’Arma”, dice lui: “Quando sarà il momento della liberazione, chi vuole entra nella nostra polisia”. Si va in provincia di Belluno, a Farra d’Alpago. Incontro pubblico in pizzeria con i ragazzi del posto. La sera dopo, comizio al pub di Maserada sul Piave. Sala pienissima. Gallina a sinistra, giaccone mimetico. Bortotto al centro, camicia nera. A destra Enrico Pillon, 37 anni, l’impiegato. Camicia nera anche lui. Pillon si presenta così sulla pagina Facebook, collegata al sito del movimento: “Dal nome germanico Heinrich che, composto dai termini haimi (casa, patria) e rich (potente, dominante), può essere tradotto come potente, dominante nella sua patria, o come re o sovrano”.

Si potrebbe chiudere qui il viaggio (e questo articolo). Con una risata e un bicchiere di prosecco. Invece li stanno a sentire. “Siamo occupati da uno Stato straniero”, sostiene Bortotto, “è l’Italia. Perché la Repubblica veneta giuridicamente non ha mai cessato di esistere. Noi non siamo mai diventati italiani. Ci continuano a dire che siamo italiani perché ci dicono paghé le tasse, siete italiani, ste zitti, lavoré, continuate a pagar. Tipico di uno Stato che ci colonizza… Noi vogliamo spiegare che il movimento di liberazione nazionale è un percorso previsto per legge. Legale e legittimo secondo il diritto di autodeterminazione dei popoli. Tutto quello che si sono inventati sulla polizia nazionale veneta è un’inchiesta creata ad arte per spaventarve… Dobbiamo costituire una polizia nazionale veneta perché un padre di famiglia non può delegare a un altro padre di famiglia di difendere i propri figli. E siccome questa è casa nostra, solo un altro veneto potrà giudicare un altro veneto. Solo un altro veneto potrà pretendere tasse da un altro veneto”. Dura due ore.

Adesso tocca a Gallina: “Vogliamo che prendiate coscienza del fatto che siete, siamo veneti a casa nostra.Non dobbiamo chiedere niente all’Italia. Ma mandarla a quel paese. La Guardia di finanza, l’Italia e tutto il resto. Fuori dai piedi… Noi siamo contro la guerra. Però ricordate che se un popolo prende coscienza, si ribella non ghe xe manette della Digos, che ghe ga un centesimo di addestramento. Li femo a tochi”, li facciamo a pezzi. Basterebbe forse ricordare la decadenza del patriziato della Serenissima all’arrivo di Napoleone, la compravendita di voti allora come nell’Italia di Berlusconi, l’insurrezione di Venezia il 17 marzo 1848, Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e tanti altri. Ricordi di scuola troppo lontani perché riaffiorino nell’età media dei presenti. Un po’ di pensionati. Tanti quarantenni. Alla fine un fragoroso applauso conclude anche questa lezione da bar.

Sono almeno una decina in Veneto le sigle nazionaliste che invitano alla rivolta fiscale. Come quest’altra a Spresiano, dieci minuti di macchina da Villorba. E’ la sede dell’Autogoverno del popolo veneto. Daniele Quaglia, 63 anni, ex leghista della prima ora, è il presidente. Oltre che il responsabile di Treviso dei Life, i Liberi imprenditori federalisti europei. Uno di loro, Graziano, 62 anni, si è suicidato per non trascinare la famiglia nel fallimento della sua impresa. “In Austria, in Slovenia”, dice Quaglia, anche lui indagato per la polizia veneta, “i nostri simili pagano il 35 per cento di tasse. Se un veneto adotta l’evasione fiscale, ha una motivazione giusta. Lo fa per liberarsi”. E gli attentati a Equitalia? “Non è vero che ci sono stati degli attentati prima nei confronti di Equitalia. Gli attentati sono avvenuti nei confronti di imprenditori veneti costretti, istigati al suicidio. Io la conosco la solitudine. Spesso qualcuno mi telefona qua che non sa che santi chiamare. Adesso la gente, finalmente, ha deviato l’obiettivo. Non l’autolesionismo. Finalmente una protesta”.

Si torna a Villorba. E si riparte in carovana con Bortotto, Gallina e gli altri. Li attende la riunione a porte chiuse a Vicenza. L’incontro periodico di tutte le cernide del Veneto, i capi milizia. Durante il viaggio raccontano del questore di Venezia che il 25 aprile, festa di San Marco, ha mandato la polizia a identificare chi girava in città con le bandiere della Serenissima. Per loro, una vittoria. Se i simboli fanno paura, è già un brutto segno.

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PERO’!, COME STA BENE… – Arte shock, Berlusconi in una teca proprio davanti a Palazzo Chigi

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Arte shock, Berlusconi in una teca proprio davanti a Palazzo Chigi

A Roma esposta l’opera di Antonio Garullo e Mario Ottocento, che ritrae il corpo dell’ex premier disteso alla maniera di santi e papi e in doppiopetto vestito. Ma con le scarpe di Topolino

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di FILIPPO CECCARELLI

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ROMAL’installazione è avvenuta nel silenzio della domenica tra decorazioni fastose e damaschi polverosi, al primo piano di Palazzo Ferrajoli, a piazza Colonna, proprio dinanzi a Palazzo Chigi. Da stamattina c’è un altro Berlusconi, a grandezza naturale e straordinariamente simile all’originale, però disteso dentro una teca di cristallo, a sua volta appoggiata su un grande parallelepipedo bianco. Il simulacro del Cavaliere, che atterrisce per il colore della pelle, i particolari del volto e i capelli rossicci e trapiantati, lievemente sorride rivolto alla sede del governo che fu sua per quasi un decennio. Nelle stanze che preparano la visione, all’ombra della gigantesca Colonna Antonina, c’è odore di chiuso, quadri antichi senza valore e una vetrinetta con cimeli (guanti, scarpette, pantolofole) di Pio IX. Dietro le finestre dell’appartamento che si affitta per feste ed eventi di vario genere, l’incessante rumore di traffico in sottofondo. La prima impressione è di disagio e fascinazione, come si può avvertire da bambini davanti ai santi dagli abiti sontuosi e dai volti di cera che si vedono sotto gli altari in tante chiese di Roma. Ma l’arte è appunto arte, e oltre a combattere l’indifferenza, non si preoccupa di essere né augurale né jettatoria, tantomeno necrofila o satirica, e in questo caso arriva nel momento in cui il berlusconismo conosce obiettivamente la sua fase terminale.

L’opera ha titolo “Il sogno degli italiani” – che tra l’altro è uno dei modi con cui anche al telefono l’ex presidente del Consiglio si presentava alle sue amiche: “Io sono il sogno degli italiani”. Sottotitolo: “Per una immagine definitiva dell’era Berlusconi”. Gli artisti che l’hanno realizzata in gomma siliconica, capelli organici, stoffa, legno, vetro, carta e metalli sono Antonio Garullo e Mario Ottocento, la prima coppia gay unita in matrimonio, a L’Aja nel 2002, e la cui lunga battaglia giudiziaria per il riconoscimento delle loro nozze ha determinato nel marzo scorso la sentenza con cui la corte di Cassazione ha riconosciuto importanti diritti alle coppie gay.

Su Berlusconi hanno incominciato a lavorare tra il 2010 e il 2011 nel loro laboratorio di Latina. La ricerca artistica di Garullo e Ottocento muove dal corpo del leader come icona del potere che nel tempo delle rappresentazioni a distanza compendia valori estetici e morali. Non ultimo, tra questi, il ricorso al trapianto e alla manipolazione chirurgica plastificante che oggi ritornano nella dimensione scultorea e figurativa.

Non è ovviamente la prima volta che il Cavaliere si fa soggetto e oggetto di elaborazione artistica, più o meno provocatoria, più o meno performativa. A parte la statua di lui con il corpo di Superman, di cui ha parlato Ruby dopo i soggiorni ad Arcore, vale qui sommariamente ricordare la saponetta “Mani Pulite” che l’artista italo-svizzero Gianni Motti sostiene di aver ricavato dal grasso residuo di un’operazione di liposuzione sullo stesso Berlusconi; e poi la serie di teste tridimensionali in vetroresina di Stefano Pierotti; così come, per quanto riguarda la street art, si può forse segnalare l'”Artentato”, e cioè il manichino con le fattezze dell’ex premier e una taglierina fatto ritrovare pochi giorni prima delle dimissioni in Galleria a Milano insieme al biglietto “Stai dissanguando l’Italia”.

Molto più laboriosa e anche ambiziosa nella sua simbologia vuole essere tuttavia l’installazione esposta a Palazzo Ferrajoli. Sognante o defunto che sia, il Cavaliere è vestito con la sua solita uniforme, un doppiopetto blu che i due artisti hanno acquistato in svendita presso l’outlet di Castel Romano. Nel taschino della giacca, l’insegna di Cavaliere del lavoro. Ma la inconfondibile cravatta blu a pallini è allentata. La mano destra è poggiata su una copia de “Una storia italiana”, l’opuscolo mitologico e ufficiale fatto arrivare per posta a milioni di italiani prima della vittoria del 2001. Mentre a significare l’ossessione sfrenata per il sesso, la mano sinistra appare mollemente infilata nella patta dei pantaloni. Ai piedi, infine, Berlusconi indossa delle curiose pantofole con la faccia di Topolino, concessione all’aspetto ludico, allegro, imprevedibile e giullaresco di un personaggio che tanta parte ha avuto non solo nell’immaginario, ma anche nella realtà italiana.

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fonte repubblica.it

IL PUNTO – Vaticano, le due cordate

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Vaticano, le due cordate

Una pletora di monsignori e cardinali schierati contro Bertone, considerato troppo potente e ambizioso. Gli fanno la guerra dal 2006 e lui ha reagito con durezza, arrivando a spedirne uno in Africa. Ora è scontro finale

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di Emiliano Fittipaldi

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(28 maggio 2012)

«Tarcisio Bertone è ormai troppo potente, troppo accentratore, troppo ambizioso. E’ un uomo pericoloso, e va fermato». Così ripetono come pappagalli gli anonimi “corvi” che stanno spiegando ai giornalisti il motivo per cui fanno fuoriuscire documenti riservatissimi della Santa Sede, lettere personali e atti ufficiali usati come armi di una guerra combattuta «solo e soltanto per difendere il Papa».

A due giorni dall’arresto del maggiordomo di Joseph Ratzinger, è quasi certo che dietro Paolo Gabriele detto “Paoletto”, considerato persino dai bertoniani un uomo buono «ma facilmente manovrabile», ci sono altri burattinai, e che il cameriere di Benedetto XVI probabilmente non sarà l’unico a finire nei guai nella spy story vaticana. «I “corvi” che hanno innescato lo scandalo “Vatileaks” sono tanti, e formano un network capeggiato da figure eminenti», dichiara  a “L’Espresso” una fonte vicinissima a Bertone. Che ormai, forzando la mano forse al di là di quello che Benedetto XVI sperava, ha lanciato la controffensiva finale contro tutti i suoi nemici, rei di aver portato lo scontro per destituirlo a livelli mai visti.

Dopo l’arresto di Paolo Gabriele e l’allontanamento con disonore del presidente dello Ior Ettore Gotti-Tedeschi (reo, secondo Bertone, di aver parlato troppo con i pm di Roma di conti cifrati e, con alcuni giornalisti, della vicenda del San Raffaele; e incolpato soprattutto di aver troppo flirtato con i vertici di un istituto straniero come Bankitalia), il “Corriere della Sera” ha alzato il tiro, puntando a un livello ancor più alto: «Un cardinale italiano tra i sospettati» ha titolato il giornale di via Solferino. «E’ proprio così» confida la fonte che vuole l’anonimato. «Non siamo in un romanzo di Agatha Christie e il maggiordomo non sarà l’unico a pagare: a costo di altri e più gravi scandali, Benedetto XVI e il suo segretario di stato sono decisi ad andare avanti, e a fare piazza pulita dei congiurati. Anche se questi si nascondessero tra gli alti prelati».

Impossibile sapere, per ora, se gli investigatori del Vaticano guidati da Domenico Giani abbiano già indagato qualcuno. Il Vaticano smentisce. Ma è utile conoscere, al di là delle indagini della Gendarmeria, i protagonisti della lotta per il potere che è di scena nella Chiesa cattolica. La guerra tra bande contrapposte non è scoppiata all’improvviso. E’ iniziata nel 2006, quando l’arcivescovo di Genova fu nominato segretario di stato dal nuovo papa, che lo conosceva e stimava dai tempi in cui Bertone era suo vice alla Congregazione per la dottrina della Fede. In pochi anni di governo il Camerlengo di comprovata fede juventina si è fatto però molti e potenti nemici: è assodato che i rapporti con Angelo Bagnasco, il capo della Cei, non sono mai stati buoni (il braccio di ferro verte innanzitutto su chi deve avere l’ultima parola sulla politica italiana). Pessime le relazioni anche con Camillo Ruini, ex capo dei vescovi, ma non vanno dimenticati gli attriti con Angelo Scola (Bertone ha sperato fino all’ultimo che l’arcivescovo di Milano non diventasse il capo dell’Istituto Toniolo, la fondazione che controlla l’Università Cattolica) e, soprattutto, gli scontri con l’ultimo dei wojtyliani Giovanni Battista Re.

Ma il nemico pubblico numero uno, per Bertone, è sempre stato Angelo Sodano, capo indiscusso della fazione dei cosiddetti “diplomatici” che da subito s’è opposta al salesiano, inviso a molti della vecchia Curia alla lobby dei “diplomatici di professione”, per tradizione chiamati a governare l’ufficio del primo ministro della Santa Sede. Un gruppo a cui appartiene anche monsignor Carlo Maria Viganò, l’ex segretario generale del governatorato (una sorta di sindaco del Vaticano) che fu cacciato nel luglio 2011 da Bertone, che per levarselo di torno lo promosse nunzio apostolico a Washington. Un allontanamento dovuto, secondo lo stesso Viganò le cui lettere sono state tra le prime a finire in mano ai giornali e alle tv, all’opera di pulizia e trasparenza che stava compiendo su appalti e gestione economica.

Sodano, anche lui diplomatico e amico di Re, è invece l’ex segretario di stato di Giovanni Paolo II, l’uomo che ha dovuto lasciare il posto a Bertone. Lo scorso luglio “L’Espresso” (oltre a rivelare per la prima volta i rischi che correva Gotti Tedeschi, che nei piani di Bertone sarebbe dovuto uscire in maniera più soft diventando proprio il presidente del Toniolo) raccontò che nel 2006 Sodano cercò di convincere Tarcisio a rinunciare all’incarico. Un consiglio inviato per lettera, consegnata a Bertone tramite il suo segretario monsignor Piero Pioppo. Come andò a finire? Nonostante “ambasciator non porta pena”, nel 2010 Pioppo è stato nominato per volontà di Bertone nunzio apostolico in Camerun, e deve viaggiare addirittura in remote località della Guinea equatoriale.

Non è solo la vicenda della lettera di Pioppo che il numero due di Benedetto XVi si è legata al dito. Anche banali questioni di traslochi diventano offese imperdonabili. «Quando Bertone arriva a Roma nel giugno del 2006, il segretario uscente Sodano gli dice che non avrebbe lasciato gli appartamenti prima di sei mesi, perché i lavori a casa sua non erano ancora terminati. Bertone ha così alloggiato in una scomoda torre a San Giovanni per settimane. Un affronto che gli brucia ancora», racconta un altro bertoniano di ferro. Non sappiamo se il torrione fosse davvero scomodo. Ma di sicuro Sodano è rimasto un avversario potente: la carica di Decano del Collegio Cardinalizio fa di lui il capo del corpo cardinalizio, mentre molti funzionari laici e religiosi della segreteria di stato gli sono rimasti fedeli. «Già: Bertone non ha mai sostituito nessuno, anche gli addetti della sua anticamera sono gli stessi dell’era Sodano».

Se Sodano è tra i sospettati principali dell’intrigo, la sua colpevolezza – dice qualcuno – sarebbe un finale troppo scontato del giallo dei “corvi”. «Sodano è fuori dai giochi per il prossimo conclave, fa parte di una generazione troppo anziana per pensare di tornare in auge» sostiene chi non si fida delle accuse a mezza bocca dei bertoniani. «Alla fine della guerra potrebbero essere altri a festeggiare».

Che sia Mauro Piacenza, ambizioso cardinale genovese, il terzo a godere? Chissà. Molti lo danno in pole position per diventare segretario di Stato in caso Bertone fosse costretto a lasciare. Non sappiamo come finirà la partita. In attesa del prosieguo dell’inchiesta e di altre rivelazioni, la sensazione è che il gioco al massacro non lascerà superstiti negli eserciti contrapposti: tra corvi che s’improvvisano difensori del seggio di Pietro, segretari di Stato ambiziosi ma incapaci di governare e un vicario di Cristo che appare debole per gestire la sua anarchica corte, il Vaticano appare provato come mai prima.

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APPROFONDIMENTI
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Rignano, assolti gli «orchi». Urla in aula contro i giudici


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Rignano, assolti gli «orchi»
Urla in aula contro i giudici

Scagionati i cinque imputati perché «il fatto non sussiste». Proteste dei genitori dei bambini dell’asilo Olga Rovere: «Questa sentenza legalizza la pedofilia»

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di Lavinia Di Gianvito

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ROMA –Gli abusi sui bimbi di Rignano Flaminio non ci sono mai stati. Il tribunale di Tivoli ha assolto i cinque imputati con la formula «il fatto non sussiste»: a sei anni dall’avvio dell’inchiesta, a due dall’inizio del processo, le maestre Marisa Pucci, Silvana Magalotti e Patrizia Del Meglio, il marito di quest’ultima, l’autore tv Gianfranco Scancarello, e la bidella Cristina Lunerti sono stati scagionati dall’accusa di essere stati gli «orchi» che avrebbero seviziato e violentato 21 bimbi (19 quelli costituiti parti civili) dell’asilo Olga Rovere tra il 2005 e il 2006. Per i presunti pedofili il pm Marco Mansi aveva chiesto 12 anni di carcere a testa.

 

Il tribunale di Tivoli (Jpeg)Il tribunale di Tivoli (Jpeg)
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GLI INSULTI IN AULAQuando il presidente Mario Frigenti ha letto il dispositivo, intorno alle 18, i 38 genitori dei piccoli, sconvolti, hanno replicato all’assoluzione con pianti e urla. Una mamma è svenuta, un papà ha dato un pugno alla porta, altri hanno insultato i giudici: «Tribunale di m…». «Questa sentenza legalizza la pedofilia!», ha gridato la presidente dell’Agerif, Arianna Di Biagio. Invece i sostenitori delle maestre, riuniti nell’associazione «Ragione e giustizia», hanno festeggiato: «Una sentenza dettata dal buon senso». Luciano Giugno, marito della Pucci: «Una cosa così nella vita non ce la saremmo mai aspettata». Gli imputati, assenti, sono stati avvertiti per telefono dai familiari e dai difensori. «Finalmente!», ha detto la Magalotti al fratello Peppe scoppiando a piangere. Per evitare incidenti, gli avvocati sono stati scortati fino alle auto dai carabinieri.

 

Luciano Giugno, marito della maestra Marisa Pucci (Jpeg)
Luciano Giugno, marito della maestra Marisa Pucci (Jpeg)

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IL RICORSO IN APPELLOGli avvocati Franco Coppi e Giosuè Bruno Naso, che hanno difeso tre imputati, hanno definito «sconcertante» la reazione dei genitori: «L’assoluzione con la formula ‘il fatto non sussiste’ significa che i bambini non hanno subito abusi, quindi i familiari dovrebbero essere contenti». «È assurdo che ci siano voluti sei anni per accertare l’innocenza degli imputati – ha commentato l’avvocato Ippolita Naso – La stessa pronuncia sarebbe potuta arrivare al termine dell’udienza preliminare. Si sarebbe evitato di sprecare energie, tempo e denaro». Sul fronte opposto, i legali di parte civile sono già pronti ad affiancare la procura, che ricorrerà in appello. «Siamo molto amareggiati», ha ammesso l’avvocato Pietro Nicotera. «Un punto fermo – hanno aggiunto i colleghi Antonio Cardamone e Luca Milani – è stato l’incidente probatorio, che aveva riconosciuto la sussistenza degli abusi. Ma il tribunale evidentemente non ha condiviso questa impostazione».

 

Le reazioni davanti al tribunale di Tivoli (Jpeg)Le reazioni davanti al tribunale di Tivoli (Jpeg)
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LA CUCINA ROSSAIl processo è durato quasi due anni e si è avvalso delle deposizioni di 400 testimoni. Eppure la vicenda degli «orchi» di Rignano è ancora aperta. Poche settimane fa la procura di Tivoli ha chiuso la seconda tranche dell’inchiesta, che ruota attorno alla slovena Jasna Deticek, accusata di sottrazione di minore, sequestro di persona e violenza privata. La slovena viveva in una villa nella frazione di Montelarco, a una decina di chilometri dal paese: una perquisizione ha rivelato l’esistenza della cucina rossa ricordata da alcuni piccoli e invano cercata anni fa nelle case delle maestre. Otto bimbi l’hanno riconosciuta. E, sul presupposto che la Deticek abbia fatto parte di un gruppo, durante la requisitoria il pm Mansi ha chiesto di verificare la posizione di altre due maestre (Carla Magalotti e Luciana Salvi), di un testimone (Aleandro Pitotti, vicino di casa di Scancarello) e del benzinaio cingalese Kelum De Silva Weramuni, «l’uomo nero» nel racconto dei bambini, la cui posizione però è già stata archiviata al termine dell’inchiesta principale.

Lavinia Di Gianvito

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fonte corriere.it

FOTOVOLTAICO – Germania, un weekend da record metà paese ha funzionato con il sole

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Germania, un weekend da record
metà paese ha funzionato con il sole

Grazie alla straordinaria produzione di 22 GWh e ai consumi ridotti, sabato scorso è stato possibile soddisfare ben il 50% del fabbisogno. La stessa quantità venerdì ha coperto il 30%

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di VALERIO GUALERZI

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La Germania del fotovoltaico continua a macinare record. Questa volta si tratta di un primato tutto sommato effimero in quanto legato a circostanze particolari, ma dall’enorme valore simbolico. Venerdì e sabato scorsi, secondo i dati della European Energy Exchange comunicati dalla Iwr, l’istituto di ricerca dell’industria rinnovabile, gli impianti tedeschi hanno immesso in rete la straordinaria quantità di 22 GWh di elettricità. “Un primato assoluto che in nessun altro momento in nessun altro posto al mondo era mai stato centrato”, ha spiegato alla Reuters il deirettore della Iwr Norbert Allnoch.

Ancora più signifcativo del valore assoluto dell’elettricità fotovoltaica prodotta, è però forse il valore percentuale. Esclusivamente con il sole la Germania nel corso della giornata di venerdì ha soddisfatto ben il 30% del suo fabbisogno, mentre sabato, grazie al forte calo della domanda dovuta alla chiusura delle fabbriche, la quota è balzata addirittura al 50%.

Il record dei 22 GWh è stato possibile grazie ai 1,8 GW di nuova potenza installati dall’inizio del 2012 ad oggi. Impianti che si sono andati ad aggiungere agli oltre 24 GW presenti già a fine 2011. Una capacità produttiva che nel corso dell’anno passato ha permesso di coprire mediamente il 5-10% del carico di picco nazionale nei mesi invernali e il 20-30% in estate. “Questi risultati – ha sottlineato ancora Allnoch – dimostrano come la Germania sia in grado di ottenere una larga parte delle sue necessità elettriche con l’energia del sole ed è in grado di andare avanti con un minor numero di centrali a carbone, a gas e nucleari”.

A fronte di un successo così clamoroso, non sono mancate anche tra i tedeschi polemiche sul costo per la collettività di un’incentivazione molto generosa. Secondo alcune stime, sostenere il fotovoltaico obbliga i consumatori a spendere circa 2 centesimi in più per ogni kWh. Ciò di cui molto spesso non si tiene invece adeguata considerazione, oltre alle forti ricadute positive sull’occupazione e l’ambiente, è che l’accresciuta produzione di fotovoltaico nel corso degli anni ha drasticamente abbassato il picco di prezzo dell’elettricità all’ingrosso 1 in Borsa nelle ore diurne.

In Italia un record simile 2 era stato toccato nei giorni a ridosso delle vacanze di Pasqua, con il 60% di contributo delle rinnovabili alla rete elettrica siciliana. In questo caso si trattava però di una regione piccola e geograficamente molto particolare e di un risultato ottenuto non solo grazie al sole, ma anche grazie al vento.

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fonte repubblica.it

STIPENDI D’ORO – Cucchiani, 66mila euro per una settimana “Guadagno tanto, lascerò in beneficenza”

E beneficare adesso un sacco di poveri cristi che non riescono a racimolare quel tanto da dar da mangiare ai loro figli? Se la beneficienza che ha in mente è l’Opus Dei… stiamo freschi.

mauro

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Cucchiani, 66mila euro per una settimana "Guadagno tanto, lascerò in beneficenza"

Enrico Cucchiani, amministratore delegato di Banca IntesaSanpaolo

Cucchiani, 66mila euro per una settimana
“Guadagno tanto, lascerò in beneficenza”

Nel 2011, l’amministratore delegato di Banca IntesaSanpaolo ha percepito 66mila euro per aver lavorato solo sette giorni. In assemblea si è difeso dicendo che guadagna meno dei suoi colleghi europei e che alla sua morte lascerà tutto in beneficenza

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MILANO – Quale merito abbia avuto o quali obiettivi abbia raggiunto nel 2011 non è dato saperlo, ma di certo ha incassato 66mila euro per una settimana di lavoro. E’ il record raggiunto dal numero uno di Intesa Sanpaolo nominato lo scorso anno al vertice dell’istituto di credito dopo l’uscita di scena di Corrado Passera, chiamato al govero dal premier Mario Monti.
“Le retribuzioni vanno valutate in base alle condizioni di mercato, al merito e se possibile anche in base all’etica”, si è difeso Cucchiani dopo le critiche mosse in assemblea 1della banca, svoltasi oggi a Torino, da un azionista per i circa 66mila percepiti nel 2011. “Rispetto l’opinione dell’azionista – ha detto Cucchiani – e rilevo che ci sono persone dell’alta direzione che nonostante abbiano operato bene e contribuito al risultato della banca non hanno preso alcun incentivo. Gli incentivi nel 2011 sono diminuiti del 41% rispetto all’anno precedente”.

Circa la congruità delle remunerazioni in Intesa Sanpaolo rispetto alla concorrenza, Cucchiani ha osservato che “in Europa la media degli amministratori delegati è di 80,5 volte la retribuzione dei dipendenti, con importi medi di 4,9 milion. Si va da un picco di 14,7 a un milione di euro. Per l’amministratore delegato di Intesa la retribuzione è di 42,6 volte, la metà del moltiplicatore medio, e il moltiplicatore netto è di 34”. “In italia le retribuzioni più elevate, buonuscite escluse, esprimono multipli di 823, 587 volte, poi 143 volte e 110 volte. E si tratta di alcuni ex amministratori di ex monopoli di stato o di utilities”, a contrattaccato, come per dire che c’è chi guadagna molto più di lui e nessuno dice niente.

“Certamente sono un privilegiato – ha concluso Cucchiani – non ho avuto figli e conduco una vita sobria. I soldi che risparmierò certamente non me li porterò appresso ma li lascerò in beneficienza. In questo modo cercherò di restituire parte del beneficio che ho ricevuto”.

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fonte repubblica.it

CRISI – Bankia, la Spagna trema e gli spread volano


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Bankia, la Spagna trema e gli spread volano

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(AGI) – Roma, 28 mag. – Un buco da 23 miliardi e 500 milioni di euro. E’ l’astronomico ‘rosso’ che denuncia Bankia, il quarto istituto di credito spagnolo, che sta mettendo a repentaglio la credibilita’ dell’intero sistema bancario iberico. La notizia ha generato nuove preoccupazioni nel Vecchio Continente, cancellando quasi del tutto l’ottimismo generato dai sondaggi elettorali svolti in Grecia che danno vincenti i conservatori e le possibilita’ che il Paese resti nell’euro. Tutte negative le principali borse europee (Milano -0,52%). Poco prima della chiusura solo Atene vola del 6,9%. Gli effetti del ‘caso-Bankia’ si sentono anche sugli spread. Il differenziale tra Btp decennali e Bund tedeschi equivalenti si attesta a 448 punti sulla piattaforma Reuters, dopo aver toccato un top di 451. Il rendimento e’ al 5,84%. Sulla piattaforma Bloomberg, che si basa su un benchmark diverso, il differenziale e’ a 435 punti, dopo un massimo a quota 438. Lo spread tra Bonos spagnoli e Bund e’ a 510 punti, dopo essere volato al nuovo livello record di 513 punti per un tasso del 6,46%.
Il titolo Bankia poco prima delle 17 perde il 11%, ma in mattinata aveva toccato il -29%. Ai 19 miliardi di euro di aiuti richiesti al governo di Madrid per coprire le sue perdite immobiliari se ne aggiungono altri 4,5 gia’ versati dal governo spagnolo lo scorso 9 maggio per la parziale nazionalizzazione.
L’intera somma dovra’ essere apportata dallo Stato spagnolo sotto forma di aumento di capitale. Fonti governative fanno sapere che una possibile soluzione potrebbe essere quella di immettere nella banca titoli del debito pubblico, che verrebbero girati alla Bce come collaterale per avere prestiti.
Il premier Mariano Rajoy ha pero’ escluso contatti con la Bce.
“Non e’ stata ancora presa alcuna decisione” su come finanziare Bankia, ha detto Rajoy che e’ intervenuto anche sul rischio di un crack della Catalogna, per spiegare che la regione “non e’ a rischio fallimento ma ha problemi di liquidita’”. Il salvataggio di Bankia, ha spiegato, non ha “nessun impatto” sull’aumento dei costi di finanziamento del debito sovrano del Paese. Il premier spagnolo ha sottolineato che l’Europa “deve agire con l’idea che l’euro sia un progetto irresistibile”, lasciando capire che, a suo avviso, questa determinazione non ci sia finora sempre stata. Sul salvataggio delle banche spagnole, Rajoy ha infine sostenuto che occorre attendere i risultati della revisione esterna prima di sbilanciarsi sull’entita’ degli aiuti. Della questione si occupera’ direttamente il vicepresidente della Commissione Ue Olli Rehn, in occasione della presentazione mercoledi’ delle raccomandazioni agli Stati membri nell’ambito del “semestre europeo”. (AGI) .

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fonte agi.it