Archivio | luglio 5, 2012

ISTAT, CRISI – Una famiglia su tre taglia alimenti in tavola: più pasta e meno carne

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Crisi, una famiglia su tre taglia alimenti in tavola più pasta e meno carne

L’Istat: il 35,8% delle famiglie nel 2011 ha diminuito quantità e qualità dei prodotti acquistati. Vacanze con il pranzo al sacco per uno su tre

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ROMA – Il 35,8% delle famiglie nel 2011 ha diminuito la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto al 2010. Lo riferisce l’Istat, aggiungendo che è in aumento la quota di famiglie del Mezzogiornoche acquista generi alimentari presso gli hard-discount: si passa dall’11,2% del 2010 al 13,1% del 2011.

La maggior parte delle famiglie (il 67,5%) effettua la spesa alimentare – riferisce l’Istat – presso il supermercato, che si conferma il luogo di acquisto prevalente, nonostante una lieve flessione. Quasi la metà delle famiglie (il 47,7%) continua ad acquistare il pane al negozio tradizionale, il 9,7% sceglie il mercato per l’acquisto di pesce e il 16,4% per la frutta e la verdura. Tra il 2010 e il 2011 risultano in contrazione, su tutto il territorio nazionale e in particolare nel Centro e nel Mezzogiorno, le spese destinate all’abbigliamento e alle calzature. Crescono, anche per effetto dell’aumento dei prezzi, le quote di spesa – riferisce ancora l’istituto di statistica – destinate all’abitazione (dal 28,4% al 28,9%) e ai trasporti (dal 13,8% al 14,2%).

Lo studio. Vacanze con pranzo al sacco per un italiano su tre (33%) che rispetto al passato ha deciso di evitare il ristorante e di cucinare o preparare da solo i cibi da portare in spiaggia, una percentuale quasi doppia rispetto allo scorso anno quando erano appena il 19%. È quanto emerge dal rapporto della Coldiretti su “La crisi cambia la spesa e le vacanze degli italiani”. Secondo l’indagine Coldiretti/Swg tra i cibi da spiaggia più gettonati figurano la frutta (74%), i salumi (67%) e i formaggi (57%) con il pane (70%), ma non manca chi sceglie le verdure (33%) o piatti pronti (22%) come pasta e riso freddo, pasticcio e lasagne. Appena l’8% – continua la Coldiretti – preferisce la carne in scatola, il prodotto simbolo delle gite degli anni 60, mentre tra le bevande oltre all’acqua (77%), i succhi di frutta (29%), la birra (28%) e il vino (15%). In aumento – precisa la Coldiretti – sono anche le paninoteche ed i take away che più del passato sono preferiti rispetto al ristorante dal 30 per cento degli italiani.

Più pasta (+ 3%) e meno bistecche (-6%) nel piatto, ma anche la rinuncia a cappuccino e cornetto o al rito dell’aperitivo e il ritorno al pane e pasta fatti in casa. Con questi accorgimenti e un taglio ai consumi dell’1,5% da inizio anno, di fatto le famiglie stanno già attuando una loro “spending review”, rileva Coldiretti. E nei supermercati è ‘slalom’ tra gli sconti per sei italiani su dieci a caccia di offerte speciali tra i vari scaffali, mentre la metà dei consumatori (49%) fa addirittura la spola tra diversi negozi per confrontare i prezzi più convenienti.

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fonte ilmessaggero.it

SCELTE DI VITA – Il maestro agli alunni: cambio sesso, sarò Greta. Ex campione di pattinaggio

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Fabio in una foto recente (foto Biancamaria Monticelli)

Fabio, ex campione di pattinaggio: volevo farlo da anni

Il maestro agli alunni: cambio sesso, sarò Greta

L’annuncio alla scuola materna: mi hanno capito

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di Marco Gasperetti

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LIVORNO — Gli alunni della terza classe della materna di Coteto, quartiere di periferia nella Livorno che non ti aspetti, stravedono per il maestro Fabio. «È bravo, bello ed è buono come la mamma», ha scritto un bambino. E in quelle parole, senza saperlo, ha descritto un capitolo importante della vita del suo insegnante. A settembre il maestro Fabio, premuroso con i suoi bambini come il più affettuoso dei babbi, diventerà la maestra Greta. «Sì, dopo una vita vissuta come una crisalide in un’identità non mia—dice Fabio Franchini, 46 anni, laureato Isef, per tre volte campione di pattinaggio e insegnante supplente alle elementari e oggi alle materne — ho deciso di cambiare sesso. Mi farò operare a Pisa.

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Da maestro a maestra, la scelta di Fabio Da maestro a maestra, la scelta di Fabio    Da maestro a maestra, la scelta di Fabio    Da maestro a maestra, la scelta di Fabio    Da maestro a maestra, la scelta di Fabio

Da maestro a maestra, la scelta di Fabio

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Fabio durante una gara di pattinaggio artistico, di cui è stato campione
Fabio durante una gara di pattinaggio artistico, di cui è stato campione

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Ho iniziato a prendere ormoni, tra poco farò un intervento per impiantare protesi al seno e a fine estate, finalmente, la fine di questo percorso. Avrei voluto cambiare sesso dodici anni fa, ma i miei genitori non erano d’accordo e io non ero pronto. Allora decisi di continuare a vivere nel mio bozzolo sbagliato». Fabio è una persona coraggiosa, dicono gli amici, un mix di gentilezza e rettitudine, professionalità e sensibilità. Cambiare sesso è sempre una scelta personale. Ma per un insegnante degno di questo nome una delle cose più importati sono i suoi alunni e anche i genitori di questi bambini. Così, un giorno, ha iniziato a raccontare tutto alle mamme. Temeva che il pregiudizio lo annientasse e potesse, ancora una volta, ritardare quel «passaggio » da un sé maschile a un sé femminile. «E invece sono state splendide—racconta — mi hanno aiutato, mi hanno detto che loro guardano nell’anima delle persone e che la mia era chiara e splendente ». Fabio si è commosso e si è ricordato quando, da bambino, collezionava bambole. Ne aveva 44, le amava e le curava come oggi fa con i bambini. Ma erano tempi bui, anche nella tollerante Livorno. E un giorno il suo babbo, orgoglioso di quel figlio campione nazionale di pattinaggio dal fisico atletico, le gettò nel cassonetto.

I dirigenti scolastici non sembrano fare barricate. Però vogliono capire se i bambini avranno un impatto in questo cambiamento. «Nulla da dire sulla scelta personale di questo insegnante tra l’altro giudicato da tutti di valore — dice Elisa Amato, provveditore di Livorno — i bambini però sono molto piccoli e spero possano capire». Sarà un problema per quei bambini? «Assolutamente no per il fatto in sé—spiega Paolo Fuligni, psicologo e psicoterapeuta — semmai i problemi possono essere generati come riflesso dalle reazioni scomposte degli adulti». Ieri il maestro Fabio ha ricevuto tanti messaggi. E alcuni già come maestra Greta. Il più emozionante è stato quello di Bianca, la mamma di uno degli alunni. «Ho avuto la conferma di quello che pensavo. Lei è una persona meravigliosa, le mando tutto il mio affetto e la mia ammirazione, un appoggio e un bacio grande e un abbraccio forte anche da mio figlio Michelino e dal suo babbo. Benvenuta, Greta».

Marco Gasperetti

5 luglio 2012 | 14:28

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fonte corriere.it

Spesa, “salvati” i piccoli ospedali oggi il decreto in consiglio dei ministri

Spesa, "salvati" i piccoli ospedali oggi il decreto in consiglio dei ministri

Spesa, “salvati” i piccoli ospedali
oggi il decreto in consiglio dei ministri

Il titolare della Sanità sarebbe riuscito a bloccare la scure sulle strutture minori: troppe le differenze legate alla realtà locale per procedere con un taglio centralizzato. Alla 17 la sedutra per il varo del dl

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di MICHELE BOCCI

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ROMAEsce dalla bozza di spending review la norma che prevedeva la chiusura dei piccoli ospedali (con meno di 120 o 80 posti letto), da parte delle Regioni, entro ottobre, pena il commissariamento. Secondo quanto si apprende, il ministro Renato Balduzzi avrebbe vinto la sua battaglia all’interno del governo e di quella disposizione non resta più traccia nel provvedimento. Sul provvedimento dovrebbe arrivare oggi il via libera del consiglio dei ministri, convocato per le 17.

Il responsabile della Sanità ieri si era posto chiaramente in contrasto con la regola che prevedeva la chiusura delle strutture periferiche più piccole. “Non può essere lo Stato centrale a dire cosa tagliare nelle varie regioni, dove le situazioni sono diverse”, aveva spiegato Balduzzi. Sul punto si erano scatenate polemiche ed erano stati fatti vari calcoli. Secondo i dati del ministero, in Italia ci sono 257 strutture che hanno meno di 80 posti letto (tra quelle singole e quelle accorpate con altre, magari più grandi), ma ogni situazione locale è diversa. Per questo l’idea di una decisione di tagliare presa a Roma pareva troppo pesante e difficile da applicare nelle varie regioni. Balduzzi ieri sera durante l’incontro con i governatori aveva annunciato di voler cambiare il provvedimento su questo punto.

Il taglio degli ospedali valeva circa 200 milioni, tra l’altro una cifra piuttosto bassa, per cui non valeva la pena creare malcontento tra i cittadini. E’ passata la linea del ministero, che rimanda alle singole Regioni la decisione su come intervenire. Resta dunque un’indicazione a seguire un principio di appropriatezza per le strutture piccole, cioè di eliminazione di quelle che non servono, cosa che peraltro è nota da tempo nei vari territori, ma cadono le imposizioni di taglio.

La spending review mantiene comunque l’obiettivo più generale di una riduzione dei posti letto ospedalieri, che oggi sono circa 4 ogni mille abitanti e in futuro dovrebbero diventare 3,6. Del resto l’Europa pone il limite ancora più in basso, a 3,3. Questa operazione si fa intervenendo sui grossi ospedali, magari accorpando le strutture doppione per risparmiare non solo spazi di degenza ma primari e personale in generale.

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fonte repubblica.it

DOVE LA CRISI NON C’E’ – In Sicilia la Presidenza della Regione ha più dipendenti del Governo Inglese

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Palazzo dei Normanni, Palermo – fonte immagine

A Palazzo dei Normanni un dirigente ogni sei impiegati. Il caso dei baby pensionati

Sicilia, più dipendenti del governo inglese

La presidenza della Regione ne conta 1.385. Downing Street si ferma a 1.337

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di Sergio Rizzo

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ROMA – Esiste in Italia un ufficio pubblico dove c’è un dirigente ogni sei impiegati. Si trova a palazzo dei Normanni, Palermo: è la presidenza della Regione siciliana. Ma il governatore Raffaele Lombardo sappia che non è l’unico in Europa a guidare un esercito pieno zeppo di generali. Il premier britannico James Cameron è nelle sue stesse condizioni: anche a Downing Street ogni dirigente ha in media sei sottoposti. Il fatto è che pure i numeri sono più o meno gli stessi. Cameron ha 198 dirigenti, Lombardo 192. Quanto ai dipendenti il Cabinet Office, equivalente della nostra presidenza del Consiglio, ne ha 1.337: quarantotto meno dei 1.385 che la presidenza della Regione siciliana contava alla fine del 2011.

Ciò basta per immaginare quali stupefacenti risultati potrebbe dare da queste parti una seria spending review . Afferma la relazione della Corte dei conti sul rendiconto del bilancio 2011 che la Regione siciliana ha ufficialmente 17.995 dipendenti. Su questo numero si è a lungo polemizzato, anche a proposito di paragoni che pure in Sicilia non vengono ritenuti congrui come quello con la Lombardia, Regione che ha il doppio degli abitanti ma un quinto del personale. Ma è una cifra che non dice ancora tutto. Intanto perché nel 2011, anno in cui riesplodeva la crisi economica più drammatica da un secolo a questa parte, ben 4.857 di questi dipendenti, in precedenza reclutati con contratto a termine, sono stati assunti in pianta stabile, a tempo indeterminato. Il che, argomentano i giudici contabili, non mancherà di avere ripercussioni future sui conti regionali. E poi perché a quei 17.995 se ne devono aggiungere altri 717 comandati e distaccati presso altre strutture che comunque fanno capo alla Regione. Oltre a 2.293 a tempo determinato il cui stipendio è pagato in qualche modo dall’ente. Totale: 21.005. Un totale, però, anch’esso incompleto. Dove mettiamo, infatti i 7.291 dipendenti delle 34 società controllate o collegate alla Regione siciliana? Se contiamo anche quelli arriviamo a 28.796. E facciamo grazia di forestali e lavoratori socialmente utili (24.880) in forza a molti Comuni, in parte a carico della casse regionali. Personale le cui retribuzioni sono state al centro di un durissimo scontro fra Lombardo e il commissario di governo che aveva impugnato l’ultima legge finanziaria nella quale era previsto il ricorso a un mutuo, anche per far fronte a quel problema, di 558 milioni. Una somma che avrebbe ingigantito ancora di più il debito della Regione, già cresciuto nel 2011 di altri 818 milioni arrivando al valore record di 5,3 miliardi.

I soli dipendenti «ufficiali» assorbono 760,1 milioni, e si tratta di un costo superiore del 45,7% rispetto al 2001. Se però calcoliamo anche gli oneri sociali, allora si arriva a un miliardo 80 milioni. Cioè poco meno della metà del costo del personale delle quindici Regioni a statuto ordinario. Le quali hanno, tutte insieme, un numero di dirigenti pari a quello della sola Sicilia. Sono 1.836. Ce n’è uno ogni 9 impiegati, con vette di 5 o 6 in alcune strutture, come appunto la presidenza della Regione. L’anno scorso sono entrati in posizioni di responsabilità anche diversi soggetti esterni, circostanza che ha indotto la Corte dei conti a queste considerazioni: «È poco plausibile, a fronte di oltre 1.800 dirigenti di ruolo, ritenere che non siano già disponibili idonee professionalità all’interno dell’amministrazione. La mancata valorizzazione delle risorse interne è in definitiva la causa dei costi sostenuti per retribuire i dirigenti esterni per i cui emolumenti è previsto un tetto massimo di 250 mila euro, di gran lunga superiore alla retribuzione massima dei dirigenti generali interni». Per non parlare dei sette «uffici speciali» istituiti, secondo i magistrati, con «motivazioni alquanto generiche» e spesso «duplicazioni di funzioni già attribuite» ad altre strutture. Nel rapporto si cita a titolo di esempio l’ufficio speciale Energy manager , che ha funzioni del tutto analoghe a quelle del Dipartimento regionale per l’energia.

Ma se al costo del personale «ufficiale» sommiamo anche quello dei dipendenti delle società partecipate (226 milioni) e dei dipendenti pensionati, che in Sicilia sono a carico della Regione (641 milioni), allora veleggiamo di slancio verso i due miliardi. Dal 2004 al 2011 la spesa previdenziale è cresciuta del 31%, anche a causa di alcuni privilegi assolutamente sorprendenti sopravvissuti fino allo scorso mese di gennaio e che avranno effetti a lungo, negli anni a venire. È appena il caso di ricordare che per i dipendenti della Regione la riforma Dini, quella che ha introdotto il metodo di calcolo basato non più sulla retribuzione ma sui contributi effettivamente versati, è entrata in vigore con otto anni di ritardo: il primo gennaio 2004, anziché il primo gennaio 1996 come per tutti i comuni mortali. Per giunta, fino all’inizio di quest’anno potevano andare in pensione con soli 25 anni di servizio tanto quelli colpiti da disabilità, quanto coloro che avevano un genitore disabile. Nel 2011 si sono pensionati anticipatamente perché figli di disabili 464 dipendenti regionali, contro 297 nel 2010, 230 nel 2009, 196 nel 2008, 165 nel 2007, 125 nel 2006, 138 nel 2005 e 121 nel 2004. Da quando, proprio nel 2004, è stata perfezionata questa disposizione, hanno avuto la baby pensione, con un crescendo rossiniano, in 1.736. Celebre il caso di Pier Carmelo Russo, pensionato a 47 anni per assistere il padre disabile, nominato però subito dopo assessore della giunta Lombardo. Alle polemiche, lui ha replicato: «Quando sono andato in pensione il mio stipendio era prossimo a diecimila euro ed ero segretario generale della Regione, il massimo livello della carriera burocratica. Ho preferito il mio amatissimo padre e sono orgogliosissimo di averlo fatto. Da quando faccio l’assessore non ho mai percepito un centesimo. Tutta la mia indennità (300.000 euro lordi annui) l’ho devoluta in beneficenza. Mi considero una persona oltremodo fortunata e desidero sdebitarmi con la Divina Provvidenza».

Ai posteri l’ardua sentenza. Sempre che la Regione possa in futuro pagare anche le loro, di pensioni. Già oggi il tasso di copertura dei contributi non arriva che al 28,7%.

5 luglio 2012 | 10:28

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fonte corriere.it

CRISI USA – La città di Stockton ha dichiarato bancarotta

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USA, il fallimento di Stockton

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di Michele Paris

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La città di Stockton, in California, è diventata questa settimana il più grande centro urbano nella storia degli Stati Uniti a dichiarare bancarotta. La sorte della località situata nella Central Valley californiana, 130 chilometri a est di San Francisco, smentisce clamorosamente le pretese del presidente Obama di un’economia americana in ripresa e minaccia di diventare un pericoloso modello per numerose altre municipalità in affanno che cercheranno di chiudere i rispettivi buchi di bilancio con devastanti tagli ai servizi pubblici e ai benefici garantiti ai loro dipendenti.

Nonostante le accese proteste di centinaia di residenti, nella serata di martedì il consiglio comunale di Stockton ha votato con una maggioranza di 6 a 1 a favore della presentazione di un’istanza di fallimento presso la corte federale di Sacramento, sotto la protezione del Capitolo 9 della legge sulla bancarotta. Contemporaneamente, il consiglio ha approvato un bilancio provvisorio che congela il pagamento dei debiti della città, taglia i salari dei dipendenti comunali e riduce drammaticamente i loro programmi di assistenza sanitaria e quelli dei lavoratori già in pensione.

Il procedimento di bancarotta in California era stato modificato nel 2009 quando, un anno dopo il fallimento della città di Vallejo, lo stato aveva adottato un provvedimento che impone l’intervento di un mediatore tra l’ente in crisi e i suoi creditori per cercare una soluzione concordata prima di poter avviare il processo legale di fronte ad un giudice. La città di Stockton, che conta poco meno di 300 mila abitanti, lo scorso marzo era entrata così in trattativa con i suoi 18 creditori ma il mancato accordo entro la mezzanotte di lunedì ha dato il via libera al voto del giorno successivo.

La mossa del consiglio comunale rimetterà dunque nelle mani di un giudice federale le decisioni necessarie per chiudere un passivo di bilancio pari a 26 milioni di dollari, con ogni probabilità attraverso nuovi attacchi agli stipendi e alle indennità di lavoratori e pensionati, per non parlare del ridimensionamento dei servizi pubblici cittadini.

D’altro canto, verranno invece garantite le minori perdite possibili per i principali creditori, a cominciare dalla banca Wells Fargo, prima detentrice dei titoli della città nel nord della California. Istituti finanziari come Wells Fargo sono tra i principali responsabili della crisi dei cosiddetti mutui sub-prime che ha innescato il tracollo del 2008, i cui effetti continuano a farsi sentire in tutto il paese. Il crollo del mercato immobiliare ha colpito in maniera particolarmente dura, tra le altre, proprio la città di Stockton, la quale ha dovuto fare i conti con un’improvvisa impennata dei livelli di povertà e disoccupazione, vedendosi restringere il gettito fiscale e precipitando in una grave crisi finanziaria.

Da tre anni a questa parte, Stockton è stata la seconda città americana con il maggior numero di pignoramenti di immobili, mentre il livello di disoccupazione è schizzato al 17,5% e il reddito medio annuo continua ad essere di circa 13 mila dollari al di sotto della media nazionale. Per cercare di sanare il bilancio, dal 2009 la città ha tagliato la spesa pubblica per qualcosa come 90 milioni di dollari, così come ha licenziato un quarto dei poliziotti, il 30% dei vigili del fuoco e il 43% degli altri dipendenti comunali.

Dopo che la città ha mancato una serie di pagamenti sui propri debiti, inoltre, la stessa Wells Fargo è rientrata in possesso di tre aree adibite a parcheggi e di un edificio che il comune aveva acquistato nel 2007 per 40 milioni di dollari e che doveva ospitare la nuova sede del municipio.

La vicenda di Stockton rappresenta un esempio tutt’altro che isolato negli Stati Uniti in questi anni, dal momento che nel solo 2011 sono state ben 13 tra città, contee ed altre entità a presentare istanza di fallimento, cioè il numero più alto negli ultimi due decenni.

Quel che è peggio, tuttavia, è che questi procedimenti di bancarotta verranno utilizzati come una minaccia dagli altri amministratori locali per costringere lavoratori e pensionati pubblici ad accettare ulteriori tagli ai loro salari e benefit, così da preservare una parvenza di servizi pubblici a favore delle rispettive comunità. Come ha affermato in un’intervista al New York Times il membro di uno studio legale californiano specializzato in diritto fallimentare, “tutti guardano a Stockton, visto che è nell’interesse di ogni città sull’orlo del baratro di rendere il suo procedimento di bancarotta il più breve ed economico possibile”.

Media e politici di entrambi gli schieramenti, inoltre, indicano puntualmente come cause dei buchi di bilancio salari di dipendenti pubblici, piani pensionistici e di assistenza sanitaria “troppo generosi” e che devono essere perciò tagliati senza scrupoli.

Come hanno fatto notare alcuni sparuti commentatori d’oltreoceano, però, le procedure di fallimento che coinvolgono città come Stockton mettono in luce il doppio standard adottato da una classe dirigente interamente devota alla salvaguardia degli interessi delle classi privilegiate.

Quando, infatti, nel 2009 scoppiò negli USA la polemica attorno ai bonus dei top manager degli istituti bancari salvati dalla crisi con denaro federale, l’amministrazione Obama concluse che nulla era in suo potere per mettere un tetto ai compensi, poiché i contratti firmati dalle banche erano sacri.

Per dipendenti pubblici e pensionati, al contrario, i contratti di lavoro che garantiscono livelli di vita decenti sono carta straccia e, sia a livello locale che nazionale e quasi sempre con la connivenza delle organizzazioni sindacali, possono essere stravolti e ridimensionati per ridurre livelli di debito ormai fuori controllo.

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fonte altrenotizie.org

LA NOSTRA STORIA – Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

Adriano Olivetti presenta al Presidente Gronchi l’Elea 9003 – L’8 novembre 1959 Adriano Olivetti legge al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi un messaggio di presentazione dell’Elea 9003, primo elaboratore elettronico realizzato in Italia ad opera di un gruppo di giovani ricercatori dell’Olivetti. L’Elea e’ installato presso gli uffici milanesi della Societa’, in via Clerici, dove si svolge l’incontro. [foto in bianco e nero di Aldo Ballo] – fonte immagine

Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

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Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.
L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.

L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.

La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.
A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.

Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.

In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.

Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.

Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.

Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.

Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.

Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.

Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.

Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.

E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

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fonte byebyeunclesam.wordpress.com

CRISI – Ministeri e Regioni, via 200 mila dipendenti


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Ministeri e Regioni, via 200 mila dipendenti

Piano per militari e dirigenti. Enti locali decideranno da soli

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di Lorenzo Salvia

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ROMA – Potrebbero arrivare a 200 mila i posti tagliati dagli organici della pubblica amministrazione in base al decreto sulla spending review che tra giovedì e venerdì dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri. Potrebbero, perché solo una parte di quei tagli, circa 55 mila, sono certi, mentre il resto è affidato alla scelta di Regioni ed enti locali. Come si arriva a quel numero?

Il decreto dice che per i ministeri e gli enti pubblici sarà applicata la regola già seguita dalla presidenza del Consiglio e dal ministero dell’Economia: taglio della pianta organica, cioè dei posti a disposizione, pari al 20% per i dirigenti e al 10% per gli altri dipendenti. Tra enti pubblici non economici e ministeriali – considerando solo quelli «puri» cioè senza insegnanti, magistrati o medici – il settore conta circa 300 mila lavoratori. E dunque, secondo le stime del governo, questo capitolo dovrebbe portare a una riduzione di 30-35 mila posti. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, dice che i «tagli non saranno lineari ma selettivi e saranno possibili delle compensazioni». Il 10 e il 20%, cioè, dovranno essere il risultato finale dell’operazione, il dimagrimento imposto ai ministeri nel loro complesso. Ma i tagli potranno essere più pesanti in alcuni casi e più leggeri in altri, del 5% alla Giustizia e del 15% all’Interno, ad esempio. Per fissare i singoli obiettivi, da decidere entro ottobre, si terrà conto dei carichi di lavoro, dell’età media (solo il 9% ha meno di 35 anni) e delle assunzioni fatte negli ultimi anni.

Più semplice il calcolo per i militari che seguiranno una strada a parte, senza distinzione tra dirigenti e non. Per loro ci sarà un decreto che ridurrà il «totale degli organici in misura non inferiore al 10 per cento». Sono circa 200 mila persone e quindi la riduzione dovrebbe essere di 20 mila posti. Anche la scuola è un settore a parte, ma qui nulla dovrebbe cambiare perché il decreto dice che «continuano a trovare applicazione le specifiche discipline di settore». Fin qui i 55 mila tagli «automatici», anche se la procedura è in realtà complessa e la vedremo dopo. La fetta più grande della torta, però, riguarda Regioni ed enti locali. Considerando anche la sanità, il bacino conta 1 milione e 200 mila lavoratori e il decreto potrebbe portare al taglio di circa 150 mila posti. Ma i risultati sono tutti da verificare e in ogni caso i tempi non saranno brevi. Dall’alto lo Stato non può imporre nulla e infatti il decreto si limita a offrire lo stesso schema (riduzione del 10 e 20%) anche alle amministrazioni periferiche che potranno decidere se utilizzarlo oppure no. A prima vista la strada sembra stretta: i Comuni, ad esempio, sono disponibili a ragionare sulla pianta organica, ma non vogliono nemmeno sentir parlare di blocco del turn over, previsto anche per loro con il tetto di un’assunzione ogni cinque pensionati. Tanto più che col decreto spending review ai municipi verranno chiesti ulteriori risparmi. Quelli sotto i mille abitanti dovranno mettere insieme tutte le funzioni fondamentali e quelli tra mille e 5 mila gestire in consorzio almeno tre funzioni. Di conseguenza i dipendenti dovranno diminuire. In cambio, però, il governo offre alle amministrazioni periferiche la possibilità di utilizzare tutti quei meccanismi pensati per attutire il colpo sui ministeriali. E qui torniamo alla procedura complessa che prima abbiamo solo accennato. Nessun dipendente pubblico verrà mandato via dall’oggi al domani. Una volta fissati i tagli per le singole amministrazioni, i ministeri dovranno vedere se riusciranno a scendere sotto quella soglia con i pensionamenti già programmati tra 2013 e 2014. Se ci riescono non devono fare altro.

Altrimenti c’è l’obbligo di procedere ai prepensionamenti: si parte da chi ha maturato i requisiti previsti prima della riforma Fornero. Chi lascia prende subito l’assegno mensile ma dovrà aspettare un anno per incassare la liquidazione. Poi si passa a chi, a prescindere dall’età anagrafica, ha già 40 anni di contributi: per loro il pensionamento era facoltativo e diventa obbligatorio. Se non basta si comincia con la mobilità. Chi entra in questo percorso prende l’80% dello stipendio base ma, se non viene ricollocato, passati due anni viene licenziato. Come verranno scelte le persone da mettere in mobilità? Per evitare il muro contro muro si prevede il coinvolgimento dei sindacati, con una procedura simile allo stato di crisi delle aziende private. Ma forse non basterà a superare i dubbi dei rappresentanti dei lavoratori. «Questo decreto porta il malato in sala operatoria senza avergli fatto una radiografia», dice Giovanni Faverin, segretario della Cisl funzione pubblica. Per lui, «per fare un lavoro serio servono 2-3 anni». Altrimenti? Prima di fare il sindacalista Faverin lavorava in ospedale. E torna alla metafora medica: «Altrimenti rischiamo di tenere la gamba malata e tagliare quella buona».

Lorenzo Salvia

5 luglio 2012 | 11:00

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fonte corriere.it