Archivio | luglio 14, 2012

DONNE – Allarme stupri, in Italia denunciate 4.800 violenze l’anno

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Sempre più numerose le donne vittime di violenza sessuale

Allarme stupri, in Italia denunciate 4.800 violenze l’anno

A Milano, nel 2011, il solo Centro soccorso violenze sessuali della “Mangiagalli” ha registrato 340 casi. Mentre a Roma l’anno passato le violenze sono cresciute del 34%, da 430 a 578. In Italia una donna su tre tra quelle di eta’ compresa tra i 16 e i 70 anni e’ stata vittima nel corso della sua esistenza di una qualche violenza fisica o sessuale

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Roma, 14-07-2012

Nell’arco degli ultimi dieci anni le violenze sessuali in Italia sono quasi raddoppiate, passando dalle 4,3 del 2001 alle 8 ogni 100mila abitanti (dato Istat) nel 2010. In termini assoluti, fanno almeno 4.800 casi l’anno, un numero tanto piu’ allarmante laddove si consideri che nella quasi totalita’ dei casi la violenza non viene denunciata: il sommerso, secondo gli esperti, rappresenterebbe il 91,6%.

A Milano, nel 2011, il solo Centro soccorso violenze sessuali della “Mangiagalli” ha registrato 340 casi. Mentre a Roma l’anno passato le violenze sono cresciute del 34%, da 430 a 578.

Crescono negli ultimi mesi i casi di violenze in strada, ad opera di sconosciuti, ma il 69,7% degli stupri continua ad essere opera del partner e il 17,4% di un
conoscente: in Italia una donna su tre tra quelle di eta’ compresa tra i 16 e i 70 anni e’ stata vittima nel corso della sua esistenza di una qualche violenza fisica o sessuale.

Il 3,5% delle donne, in particolare, ha subito una violenza sessuale: stupro, tentato stupro, molestia. Consistente la quota di vittime che non parla con nessuno delle violenze subite.

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fonte rainews24.it

SAPER BERE – Sai cosa c’è nel tuo calice?

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Sai cosa c’è nel tuo calice?

Per vinificare si usano più di 600 sostanze. Molte indispensabili anche nel Doc e nel biologico. Ma spesso dannose per la salute. Ecco una breve guida per bere davvero ‘bene’

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di Agnese Codignola

13 luglio 2012

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Tutto fuorché una spremuta di uva invecchiata e profumata. Il vino, tra sostanze presenti naturalmente e sostanze aggiunte per ottimizzare la produzione, contiene più di 600 specie chimiche, in parte non del tutto note.

Per ottenere un buon vino ci vogliono infatti lieviti, enzimi, antischiumogeni, sostanze che stabilizzano e conservano, altre che esaltano aroma e colore, altre che filtrano e così via, moltissime delle quali indispensabili anche nel migliore dei Doc e persino nel vino biologico.

Ma, come tutte le sostanze chimiche, anche quelle contenute nel vino possono avere effetti sulla nostra salute. Per questo serve imparare a distinguere un vino non solo buono ma anche salutare, da uno che sarebbe meglio non bevessimo.

Una prima regola la fornisce uno dei massimi esperti mondiali in materia di vite e vino, Mario Fregoni, già ordinario di viticoltura all’Università Cattolica di Piacenza: «Il vino migliore è quello naturale, ossia quello cui non si aggiunge nulla che non sia già presente ».

In altre parole, meglio puntare sui vini in cui gli ingredienti sono già presenti nel succo d’uva lasciato fermentare come i tannini e che vengono rinforzati, aggiunti (sempre entro limiti ben precisi), e dove le sostanze di sintesi, assenti nell’uva, non entrano se non in minima parte, e in quel caso vengono indicate in etichetta.

Perché è ovvio che, con 600 sostanze chimiche in ballo, l’etichetta diventa un vero salvavita. E sarebbe bene che il consumatore potesse leggere tutti i componenti del prodotto che sta acquistando.
L’ottenimento di un buon vino, infatti, non può prescindere da una serie di passaggi che prevedono l’impiego di sostanze di vario tipo, alcune delle quali potenzialmente pericolose e quindi da segnalare.

INDISPENSABILI
La più nota e discussa delle sostanze che i consumatori ritrovano nel vino, è l’anidride solforosa (SO2), gas somministrato in varie forme insieme ai suoi sali solidi, i solfiti.
Anidride e solfiti sono di norma aggiunte perché svolgono molteplici azioni antisettiche e antiossidanti necessarie a mantenere il vino integro e, soprattutto, a evitare che, una volta terminata la prima fermentazione, se ne avvii una seconda, che lo danneggerebbe irrimediabilmente. I produttori insomma li usano.

Anche se oggi sarebbe possibile evitare di aggiungernene. Il fatto interessante è che, aggiunti o no, il vino i solfiti se li genera da sé perché si formano durante alcune reazioni chimiche indotte da lieviti e batteri. E da qui nascono i problemi. Spiega Cinzia Le Donne, nutrizionista dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione (Inran): «I solfiti sono stati riconosciuti come responsabili di possibili reazioni pseudo-allergiche, che danno sintomi sovrapponibili a quelli che si osservano nelle allergie, ma senza che vi sia un coinvolgimento del sistema immunitario. Gli asmatici sono particolarmente sensibili nei confronti dei solfiti, e possono manifestare crisi respiratorie dopo l’assunzione più o meno gravi fino allo shock anafilattico. Nelle persone non asmatiche i sintomi possono essere soprattutto cutanei e gastrointestinali».

Perciò queste sostanze sono gli unici additivi inseriti nella Direttiva Allergeni della Ue, e se la loro concentrazione supera i 10 milligrammi per litro, la bottiglia deve recare la dicitura Contiene solfiti. Ma non deve essere detto nulla di più, e il consumatore resta nell’impossibilità di capire se di solfiti ce ne sono pochi grammi o dieci volte tanto.

La buona notizia è che «i solfiti nei vini normali si sono più che dimezzati negli ultimi anni», aggiunge Le Donne. Non solo, per chi vuole livelli ancora più bassi, resta il vino biologico che può definirsi tale se ha livelli inferiori di solfiti dei vini tradizionali.
Resta però il fatto che si tratta di sostanze presenti in molti altri cibi e bevande: birra, succo di limone, frutta essiccata, come in prodotti a base di carne o pesce e nei crostacei.

Di conseguenza, la quantità di sostanza che possiamo assumere tutti i giorni della nostra vita senza avere alcun effetto negativo sulla salute (la cosiddetta Dose giornaliera ammissibile, Dga) può essere facilmente superata anche con un vino che ne contiene livelli bassi. Le conseguenze allora si possono manifestare anche nelle persone che non hanno particolari problemi di allergie gravi, ma che, quindi, possono lamentare cerchio alla testa, nausea, vomito, senso di pesantezza.

Ma nel vino, come detto, c’è molto altro. Spiega ancora Le Donne: «Il vino contiene additivi e residui di contaminanti che possono essere nocivi per la salute». Sono utilizzati acidificanti, stabilizzanti, regolatori dell’acidità, attivatori della fermentazione, agenti antischiumogeni, conservanti, antiossidanti, vari coadiuvanti e solventi, enzimi, solo per citare le classi di composti più diffuse. Per molte di queste sostanze la legge indica un livello massimo di impiego, altre non hanno effetti sulla salute documentati (per esempio l’acido ascorbico) e quindi possono essere usati a seconda del bisogno del vinificatore.

PERICOLOSI
Non indispensabili ma quasi sempre presenti, sono le proteine delle uova e del latte, usate per la chiarificazione. Un tempo questo passaggio si faceva solo sul bianco, ma oggi viene fatto sempre, per evitare opacità e depositi. Aggiungendo i chiarificanti si forma una gelatina che funziona da filtro e che poi viene rimossa.

Proprio per questo alcuni specialisti ritengono che l’obbligo dell’indicazione in etichetta sia uno scrupolo eccessivo (in teoria dovrebbero rimanere solo tracce di uova e latte), ma altri sottolineano che le persone allergiche possono risentirne comunque, anche se le dosi usate non sono in grado di scatenare reazioni anafilattiche.

Come per tutti gli alimenti, poi, nel vino è possibile trovare contaminanti naturali come il piombo del terreno o l’ocratossina A, tossina prodotta da vari funghi, che possono costituire un rischio grave per la salute pubblica; per questo l’Unione europea ne stabilisce i livelli massimi, al fine di ridurne la presenza nei prodotti alimentari a quantitativi minimi. Oltre a ciò, sono sempre possibili residui di fitofarmaci, oggi sottoposti a stretto controllo lungo tutta la filiera produttiva ma molto usati.

ILLEGALI
Il 17 marzo 1986 una partita di vino adulterato con metanolo causa l’avvelenamento di decine di persone in nord Italia, con danni neurologici e cecità, e il decesso di ben 23 persone. Ancora oggi tutti ricordano il caso del vino al metanolo, che ha rappresentato forse il punto più basso delle adulterazioni italiane ma, purtroppo, non certo l’unico.

Più di recente, infatti, il pregiato Brunello di Montalcino è stato al centro di indagini e sequestri in tutta la Toscana (42 le aziende coinvolte), perché al posto del Brunello le aziende avrebbero venduto mix fantasiosi di altri vini di qualità inferiore.

Scorrendo le cronache poi, si trovano sequestri frequenti di vini con gradazioni alcoliche diverse da quelle previste, aggiunte di zuccheri diversi da quelli presenti nell’uva (pratica del tutto vietata in Italia ma usata quando si vuole fare del vino partendo da vinacce scadenti, quasi sempre importate da paesi lontani), che hanno bisogno di robuste lavorazioni per diventare commerciabili, ingredienti di sintesi quali liquidi di refrigerazione molto altro (coloranti, conservanti, aromi e additivi non permessi), proprio perché le sostanze presenti sono così tante che la fantasia dei truffatori si può scatenare. Si tratta però sempre, appunto, di truffe, contro le quali il consumatore può poco.

Diverso è il caso del vino di bassa qualità. Come individuarlo? «Il consumatore può affidarsi ai marchi certificati come i Doc, sui quali i controlli sono severi lungo tutta la filiera, perché nessun produttore oggi può permettersi il danno derivante da frodi, truffe, intossicazioni», spiega Fregoni: «Infine il prezzo: è meglio diffidare di quelli troppo bassi. Oggi si trovano in commercio bottiglie di vino che costano meno di due euro, ma di fatto è impossibile arrivare a prezzi così e il rischio che si tratti di vini ottenuti da vinacce comprate chissà dove e poi trattate anche con procedimenti illegali come l’aggiunta di zucchero è concreto. Meglio bere meno ma puntare sul sicuro».

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Scheda
Additivi, quali e perché

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fonte espresso.repubblica.it

MA QUALE SPENDING REVIEW! – Sulle armi non si bada a spese

Sulle armi non si bada a spese

La tanto sbandierata Spending review sui militari prevede solo tagli al personale, ma lascia intatti gli investimenti in caccia, fregate e satelliti, vero pallino del ministro Di Paola che ci costano decine di miliardi di euro l’anno

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di Silvia Cerami

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«La Difesa, prima ancora che la definizione spending review nascesse, la sua spending review l’ha veramente impostata». Il ministro e ammiraglio Giampaolo Di Paola non ha dubbi. Il tono è marziale e perentorio: «Devo ancora trovare un’altra amministrazione che abbia fatto una proposta così incisiva». Tanto incisiva da salvare le armi.

La tattica messa in campo con il decreto di revisione della spesa e il disegno di legge di riforma del comparto militare prevede infatti di limitarsi a sacrificare qualche fante per strappare al pericolo le campagne di acquisto in armamenti, compresi i tanto contestati F-35. Più che un risparmio, uno spostamento di risorse. Il piano del ministro stabilisce tagli per un miliardo e centomila euro in tre anni, a cui vanno aggiunti i tre miliardi già decurtati ma in parte recuperati da aumenti di bilancio, e la riduzione del 10 per cento dell’organico.

«Una ristrutturazione profonda», non v’è dubbio. Soprattutto se paragonata agli oltre sette miliardi richiesti alla Sanità, ai tagli nell’istruzione e nella giustizia o ai 24mila esuberi nella Pubblica Amministrazione. E proprio in vista del grande sacrificio si è scelto di rigettare l’ipotesi di un taglio di 100 milioni all’anno per la spesa in armamenti. Meglio sottrarre solo poche decine di milioni ai programmi come la mini-naja, il fondo riassunzioni e l’Agenzia Industrie Difesa.

Del resto dall’anno prossimo un militare su dieci lascerà l’esercito. Oltre 20mila unità. Una riduzione talmente significativa da essere, secondo molte associazioni pacifiste, virtuale. Perché sarà ottenuta ove possibile con pre-pensionamenti o trasferimenti, ma per la gran parte degli esuberi si ricorrerà all’ ‘ausiliaria’, una specie di aspettativa che lascia a casa il militare pur riconoscendogli il 95 per cento dello stipendio. Un ammortizzatore privilegiato. Si applica infatti solo per il personale militare, solo in questo comparto. Con buona pace degli esodati. Di fatto la diminuzione dei ranghi si realizzerà dopo diversi anni e il paracadute dell’aspettativa retribuita non produrrà un immediato risparmio per le casse dello Stato. «Pure illazioni» per il generale Domenico Rossi. «Ci sono ancora troppe incognite per formulare una seria ipotesi».

In attesa delle norme attuative vi è la certezza delle missioni all’estero. Su quelle si taglierà. 430 milioni in meno già dal prossimo anno per i contingenti che operano negli scenari caldi del mondo, dal Kosovo alla Libia, passando per l’Afghanistan. Per il 2013 il fondo extra bilancio ammonterà a un miliardo, ma non è ancora chiaro come sarà possibile effettuare queste riduzioni visto l’impegno pluriennale concordato con l’Onu e la Nato. Il ritiro degli oltre 4mila militari impiegati in Afghanistan comporterà infatti consistenti costi logistici.

Quisquiglie, quel che conta è che il ministro Di Paola ha centrato il suo obiettivo: salvare gli investimenti in armamenti. L’elenco è ricco. Una rete di comunicazione satellitare futuristica che unirà i mezzi di terra, mare e cielo in un solo network. Si chiama Forza Nec e la sola progettazione costa 650 milioni, quanto alla spesa complessiva è stimata intorno ai 12 miliardi. E poi le fregate ‘FREMM’ e ovviamente i caccia F-35. L’Italia si può sentire più sicura: non rinuncerà ai 90 nuovi aerei da combattimento. Poco importa se tutti i paesi partner del progetto si stanno interrogando sull’opportunità della propria partecipazione, Stati Uniti compresi dove il presidente del Comitato sui Servizi Armati del Senato ha chiesto ufficialmente di mantenere «pressione continua» su Pentagono e Lochkeed Martin per ridurre costi e problemi. Di Paola è convinto e si va avanti. Anche se ci si potrebbe fermare. Non si può fare a meno del programma F-35. Nemmeno in tempi di crisi. Emblematiche in tal senso le considerazioni del coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, Francesco Vignarca che giudica: «incredibile l’ostinazione con cui i funzionari del Ministero – anche in audizioni parlamentari – continuano a sostenere che ogni velivolo costerà meno di 80 milioni mentre i dati di base del Pentagono già oggi si attestano su oltre 130 milioni di euro».

Nonostante l’incremento dei costi di oltre il 40 per cento, il ritardo sulle previsioni di ben 6 anni, i problemi tecnici, i ritorni occupazionali messi in dubbio dalla stessa Finmeccanica in una comunicazione ufficiale al Parlamento, l’Italia acquisterà 90 velivoli, con una spesa per il solo acquisto di 12 miliardi di euro, a cui andranno aggiunti i costi di mantenimento ed esercizio. Solo per fare qualche paragone, rinunciando a 10 caccia bombardieri avremmo potuto salvare 18 mila posti letto e con un solo F-35 costruire 183 asili nido per settanta bimbi. Stipendi per insegnanti compresi. Di Paola però è uomo di parola e mantiene le promesse. E’ stato infatti lui a sottoscrivere, nel giugno 2002, la partecipazione italiana alla fase di sviluppo del Joint Strike Fighter. E poi da 131 siamo passati a 90. «Il ministro ha già ridotto su F-35, sommergibili, equipaggiamenti. Il tutto in linea con la policy europea che prevede una riduzione del personale in esubero a favore della tecnica. I risparmi devono essere reinvestiti» spiega il generale Vincenzo Camporini, ex-capo di Stato maggiore della Difesa e vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali.

Insomma in tempi di tagli e sacrifici, la spesa militare miracolosamente non cala, ma si rimodula. Ne è convinto persino il presidente e ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi che ha rassicurato gli azionisti: «Il decreto sulla spending review appena varato dal Governo non impatta drammaticamente sulle nostre attività». A preoccuparsi sono invece le associazioni protagoniste della campagna ‘Taglia le ali alle armi’ che hanno già raccolto migliaia di firme di cittadini per chiedere al Parlamento di non approvare questa legge delega e di avviare una seria riforma delle Forze Armate. «230 miliardi di euro di denaro pubblico sottratti ad un Paese, il nostro, in grandissima difficoltà. Se il disegno di legge Di Paola venisse approvato così com’è entrato a Palazzo Madama ci ritroveremmo con un superministro della Difesa, dotato di poteri e autonomia senza pari, capace persino di vendere armi nel mondo. E con uno strumento militare ipertrofico, costosissimo, modellato sui livelli di ambizione di qualche generale e di un complesso industriale che sembra dettare le linee politiche ai politici. Uno strumento vicino più ai campi di battaglia che alla Costituzione” tuona Flavio Lotti coordinatore di Tavola della Pace. Un appello che Pd ed Idv hanno accolto e a cui giurano di opporsi. «Il provvedimento contiene investimenti superiori alle risorse disponibili, un po’ come acquistare i mobili prima di aver comprato casa. Ma il punto più grave è il mancato rispetto dell’articolo 11 della Costituzione: un modello Difesa bellico e offensivo anziché improntato al peacekeeping, è assolutamente inaccettabile» nota il Capogruppo dell’Italia dei Valori in Commissione Difesa al Senato, Giuseppe Caforio.

E così, mentre non è ben chiaro quale sia il nostro modello di difesa, meglio rinunciare alle garanzie sociali, piuttosto che a nuovi sistemi d’arma.

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fonte espresso.repubblica.it

Crisi, il settore delle auto chiede aiuto. Vendite a picco, concessionari a rischio

 

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Crisi, il settore delle auto chiede aiuto
Vendite a picco, concessionari a rischio

Conferenze e convegni degli adetti ia lavori per uscire dalla difficile situazione. Le ultime manovre hanno aumentato la tassazione, ma per il fisco le entrate sono diminuite

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di Nicola Desiderio
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ROMA – L’auto soffre. La pesante crisi è tutta nelle cifre: nei primi 6 mesi del 2012 le vendite sono calate del 20% e tutti i dati portano a pensare che l’anno si chiuderà a 1,4 milioni di unità e anche meno. Le conseguenze sono immediate e sono potenzialmente disastrose per un settore che vale l’11,5% del Pil.I concessionari, per bocca di Mario Beretta, vicepresidente dell’associazione di categoria, la Federauto, affermano che il 30% della rete di vendita rischia la chiusura. Per questo gli imprenditori invocano maggiore realismo, meno pressione da parte delle case e confidano che questa crisi possa essere colta per operare reali cambiamenti sugli assetti commerciali che regolano la vendita e l’assistenza sul territorio.

Cambia il business, anche nella qualità. E che il modello di business sia destinato a cambiare radicalmente lo sottolinea anche Massimo Nordio. Secondo il direttore generale di Volkswagen anzi il mercato italiano è cambiato irrimediabilmente e non tornerà mai più quello di prima a causa non solo della crisi economica e per il carico fiscale, diventato ormai insostenibile, ma anche per la mutata relazione tra gli italiani e l’automobile. Secondo Nordio dunque non è cambiata solo la quantità del mercato, ma anche la qualità.

Più tasse, meno vendite e meno entrate. Ma è il direttore generale dell’UNRAE, Romano Valente a chiarire meglio la correlazione tra i dati e gli effetti perversi sia sulla parte commerciale sia sulla fiscalità. Se va avanti così, avverte l’ex manager di Fiat, Hyundai a Suzuki, il governo incasserà meno Iva per 2,3 miliardi di euro che salgono a 8,7 miliardi di introito mancato se si considerano le ripercussioni combinate del Decreto Salva Italia e della Legge Finanziaria del 2011. Questi sono gli effetti di un milione di auto vendute in meno rispetto al 2007 al quale se ne aggiunge un altro: le km zero. Secondo Unrae sono infatti oltre 100mila le auto vendute nuove targate dai concessionari e vendute come usato fresco con forti sconti. Anche in questo modo case e concessionari si sono sostituiti agli incentivi fiscali.

Ripartire con l’aiuto dello stato. Come fare per far ripartire l’auto? C’è chi come Gianfranco Soranna, presidente di Federauto, invoca strumenti per rinnovare il parco auto con oltre 10 anni di anzianità conta oltre 14 milioni di veicoli. Più che incentivi una tantum, l’esortazione è a modificare il regime fiscale su base pluriennale. Il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani guarda ai risparmi ottenibili dalla pubblica amministrazione spostando tutte le funzioni della motorizzazione all’interno del Pubblico Registro Automobilistico e propone altre misure sia per diminuire gli oneri dell’automobilista verso lo Stato sia per tagliare l’RC Auto del 30-40%. L’Anfia, per bocca del suo direttore Gianmarco Giorda, giudica fondamentali l’allineamento del regime fiscale per le auto aziendali ai livelli europei, l’abolizione dell’IPT e del superbollo. Tutti dunque invocano un intervento dello stato a livello industriale – in primis per il costo dell’energia, superiore del 20% rispetto a quello in Francia e Germania – e fiscale per rilanciare un settore che nel 2010 versava nelle casse governative 68 miliardi di euro pari al 16,5% del totale, una percentuale destinata – nonostante gli inasprimenti – a scendere insieme al peso dell’auto per l’intera economia italiana.

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fonte motori.ilmessaggero.it

Viterbo, aggressione di CasaPound: calci e pugni al direttore del Futurista

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Viterbo, aggressione di CasaPound: calci e pugni al direttore del Futurista

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VITERBO – Il direttore del quotidiano online Il Futurista, Filippo Rossi, ideatore e animatore di Caffeina Cultura, in corso di svolgimento a Viterbo, è stato aggredito e con pugni e calci da un manipolo di militanti di CasaPound.L’aggressione è avvenuta all’1,30 nel quartiere medievale di San Pellegrino. Rossi è stato trasportato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, dove gli sono state riscontrate contusioni al volto guaribili in pochi giorni. Sono in corso indagini da parte della Digos.

Filippo Rossi è stato dimesso questa mattina alle 5 dal pronto soccorso dell’ospedale di Viterbo. Secondo quanto si è appreso, il giornalista, nella denuncia presentata in questura, avrebbe indicato in Gianluca Iannone, fondatore e presidente di CasaPound Italia colui che lo ha colpito con un violento pugno al volto. Un altro militante del movimento neofascista, non ancora identificato, gli ha sferrato dei calci mentre era disteso a terra. Il gruppo di militanti di CasaPound che ha preso parte al raid era composto da una quindicina di giovani. Tutti indossavano un maglietta nera con il logo dell’organizzazione. Ma all’aggressione avrebbero preso parte in quattro o cinque.

Identificato il secondo aggressore. Sarebbe stato identificato il giovane che ha colpito il direttore del Futurista Filippo Rossi con un calcio, mentre era disteso sul pavimento a causa dello schiaffo futurista che gli era stato inferto pochi istanti prima da Gianluca Iannone, fondatore e presidente di CasaPaund Italia. Si tratterebbe di un giovane militante viterbese. In queste ore la Digos sta eseguendo alcuni interrogatori e avrebbe individuato quasi tutti i componenti del manipolo che ha accompagnato Iannone nella sede di Caffeina Cultura, anche se solo quattro di loro sono entrati all’interno del locale in cui è avvenuta l’aggressione. Nella maggior parte dei casi si tratterebbe di giovani viterbesi. Secondo quanto si è appreso, la procura della Repubblica di Viterbo ha aperto un fascicolo. Rossi ha avuto una prognosi di 5 giorni per una ecchimosi nella regione orbitale sinistra. In pratica un occhio nero.

Il racconto di Rossi. «In chiusura del festival mi si è avvicinato Gianluca Iannone e mi ha detto che mi voleva parlare, in un posto più appartato. Ha cominciato ad accusarmi di aver detto che quelli di Casapound dovevano andare tutti in galera, cosa che non è vera, in questi termini. E a un certo punto è partita una manata, che non so se era un pugno o uno schiaffo. Io sono caduto a terra, lui ha continuato a insultarmi». Così Filippo Rossi ha ricostruito quanto accaduto questa notte. «Ho capito che erano 5 o 6 -ha proseguito Rossi- un suo amico mi ha dato un calcio e Iannone ha continuato ad accusarmi e mi ha sputato in faccia. Nel frattempo sono arrivati dei ragazzi che hanno cercato di allontanarli. Ho sentito il pugno di Iannone e il calcio dell’altro. Gli altri erano lì credo di supporto, non mi sembra abbiano fatto nulla di violento. Non seguo le vicende di Casapound in modo diretto. Ma questa notte ho capito in modo diretto quanto una politica chiusa e militante possa degenerare nella violenza. Non c’era motivo, se si vuole rispondere si risponde con le parole». Filippo Rossi ha confermato di essere uscito dall’ospedale stanotte stessa e di aver sporto denuncia.

Sabato 14 Luglio 2012 – 08:11
Ultimo aggiornamento: 19:54
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Pd, caos all’assemblea nazionale. Scontro su primarie e matrimoni gay


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Pd, caos all’assemblea nazionale
Scontro su primarie e matrimoni gay

Bagarre al momento della votazione del documento finale sui diritti. Fusco: arcaico, Fini è più avanti di noi. Bersani stoppa le polemiche

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ROMA – Scontro al termine dell’assemblea del Pd su alcuni documenti e ordini del giorno che riguardavano il riconoscimento delle coppie omosessuali e primarie.Alcuni delegati si opponevano alle decisioni della presidenza e per chiudere le discussioni è dovuto intervenire il segretario Pier Luigi Bersani: «Attenzione noi siamo il primo partito del Paese, dobbiamo dire con precisione all’Italia che cosa vogliamo, il Paese non è fatto delle beghe nostre».

Lo scontro si è acceso quando si è trattato di votare il documento finale sui diritti. L’esponente del Pd barese Enrico Fusco ha preso la parola per attaccare «un documento antico, arcaico, offensivo della dignità delle persone». «È vergognoso – ha insistito – persino Fini è più avanti di noi». Contro il documento hanno votato in 38 tra i quali Ignazio Marino, Ivan Scalfarotto, Sandro Gozi e Paola Concia.

Primarie. Ma il parapiglia non è finito qui ed è continuato quando la vicepresidente del Pd Marina Sereni ha spiegato che la presidenza riteneva precluso l’odg sui matrimoni gay «perché nega il contenuto del documento approvato poco fa» rinviando il tema ad una direzione ad hoc. Quando Sereni ha proposto di precludere anche il voto sull’odg di Sandro Gozi, che proponeva primarie aperte dalla platea si è sollevato brusio e un coro di «voto, voto».

Bersani. A questo punto Bersani ha preso il microfono: «Sulle unioni gay il Pd per la prima volta ha assunto un impegno ad una regolamentazione giuridica e sulle primarie dobbiamo dire una cosa chiara al Paese e nel mio intervento, assicurando primarie aperte, ho assorbito il punti 2 e 3. Quanto alla data delle primarie io dico che si fanno con gli altri, non facciamo tutto noi e quindi propongo di votare contro». La platea ha applaudito il segretario e poco dopo l’assemblea si è chiusa.

Sabato 14 Luglio 2012 – 16:52
Ultimo aggiornamento: 20:13
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Spagna, indignados in piazza contro austerity. Disordini e scontri con la polizia, sei arresti / VIDEO: Visión Siete: La crisis española no da respiro

Visión Siete: La crisis española no da respiro

Pubblicato in data 13/lug/2012 da

Columna de Internacionales de Pedro Brieger. “España vive uno de sus momentos más dramáticos”. La vicepresidenta de gobierno, Soraya Sáenz de Santamaría, hizo esa consideración durante una conferencia en la que detalló el plan de ajustes por 65 mil millones de euros que el gobierno de Mariano Rajoy anticipó en la semana y acaba de rubricar hoy, tras una reunión del Consejo de Ministros. La policía reprimió hoy con porras una manifestación convocada por las redes sociales que reunió en las calles de Madrid a miles de personas, indignadas por el nuevo ajuste anunciado por el Presidente, considerado el mayor ataque al Estado de Bienestar de la historia. Piden la renuncia de la diputada del gobernante Partido Popular (PP), Andrea Fabra, que gritó “¡que se jodan!” cuando Rajoy anunció los recortes. Emitido por Visión Siete, noticiero de la TV Pública argentina, el viernes 13 de julio de 2012. http://www.tvpublica.com.ar

Spagna, indignados in piazza contro austerity
Disordini e scontri con la polizia, sei arresti

Migliaia di manifestanti hanno marciato per le strade di Madrid fino alle prime ore di questa mattina per protestare contro il pacchetto di misure  approvato dal governo spagnolo


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MADRIDMigliaia di indignados si sono riversati dalle 20 di ieri sera nelle strade del centro di Madrid per protestare contro le nuove misure di austerità contenute della manovra da 65 miliardi appena varata dal governo. Il corteo, organizzato tramite i social network, è degenerato in scontri fra attivisti e polizia. Diverse persone sono rimaste ferite. Almeno sei sono state arrestate.

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Circondati da 20 camionette della polizia, i manifestanti si sono dati appuntamento davanti al quartier generale del Partido popular (Pp) del capoe del governo Mariano Rajoy e hanno intonato slogan come “dimettiti, dimettiti!” o “si stanno riempiendo le tasche”. Dietro striscioni con scritte del tipo “la chiamano democrazia e non lo è” si sono poi diretti verso la sede del Partito socialista (Psoe), accusato di incompetenza davanti alla crisi. La polizia in assetto anti-sommossa ha però deciso di bloccare il corteo prima che raggiungesse il Palazzo del congresso: da qui sono nati gli scontri con cariche, lancio di lacrimogeni e colpi a salve sparati in aria. A quel punto i dimostranti hanno raggiunto Puerta del Sol, la piazza simbolo del movimento in cui la manifestazione è proseguita fino a notte fonda.

Ieri i dipendenti pubblici spagnoli hanno annunciato che a settembre sciopereranno contro le nuove misure di austerity. “Abbiamo stabilito lo sciopero. La data verrà decisa più in là”, ha detto un portavoce del sindacato di categoria.

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fonte repubblica.it

Bersani: il ritorno di Berlusconi è agghiacciante

 

Bersani: il ritorno di Berlusconi è agghiacciante

Il segretario Pd: ‘Dovremo far tornare la fiducia’. Il Cavaliere: ‘Torno in pista, devo salvare il Pdl’

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ROMA – ”Nei prossimi mesi dovremo risvegliare in Italia una ragionevole fiducia. Mettendoci all’attacco. Quale risparmiatore dovrebbe aver fiducia nell’Italia davanti a liste di fantasia, partiti per procura, leadership invisibili e senza controllo o agghiaccianti ritorni?”. Cosi’ Pier Luigi Bersani critica, all’assemblea del Pd, il ritorno di Berlusconi.

Bersani difende quindi il ruolo del premier Mario Monti: “Il pompiere può anche fare degli errori ma non ha appiccato il fuoco e sarebbe curioso che colui che ha appiccato il fuoco si permettesse di fare le pulci al pompiere che ha impedito che il fuoco dilagasse”.

Il segretario, aprendo l’assemblea del partito, invita ad evitare distinguo dentro il Pd sull’agenda Monti dopo il 2013. “Vedo che in mezzo a tanti problemi – dice – si sta aprendo una discussione singolare sul tasso di continuità rispetto a questa transizione (Monti, ndr). Non capisco il dilemma. Inviterei a non cadere sempre nella ricerca di punti di distinzione, a volte un po’ metafisici, stucchevoli e fastidiosissimi per la nostra gente”. Se per continuità, spiega Bersani, si intende “la ferma presenza dell’Italia in Europa, tenere i conti a posto e prendersi responsabilità, è così. Ma non è così se pensiamo che significa che noi avremmo fatto proprio così le pensioni, l’Imu, il mercato del lavoro, le liberalizzazioni e la spending review”.

Sulla riforma elettorale Bersani parla di una ”beffa costituzionale di Pdl e Lega che buttano la palla in tribuna per propaganda col rischio di bloccare ogni riforma. Siamo pronti a approvare almeno la norma sulla riduzione del numero dei parlamentari”, afferma il leader del Pd.

L’Italia, prosegue Bersani, ”ha il diritto di costruire un bipolarismo saldamente costituzionale, temperato, flessibile, che metta a confronto progetti alternativi per il Paese. Con le prossime elezioni, o ci sarà una scelta fra progetti alternativi, o l’alternativa si rischia di farla fra populismi e resto del mondo”.

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fonte ansa.it