Archivio | luglio 17, 2012

Crisi, Fmi: ripresa incerta, agire subito / Serge Latouche: “Italia, serve la bancarotta”

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Crisi, Fmi: ripresa incerta, agire subito

In calo la crescita mondiale. Via libera a 1,4 miliardi per il Portogallo

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NEW YORK – Le economie di tutto il mondo rallentano, e tutti insieme siamo seduti sull’orlo del precipizio. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto ieri i dati del World outlook, le proiezionisull’andamento globale, e per ognuna delle aree geo-economiche ha potuto soltanto confermare la tendenza al ribasso che è già sotto i nostri occhi con l’andamento quotidiano dei mercati. Il Fondo ha voluto comunque dare un segnale di fiducia con il via libera allo stanziamento di 1,48 miliardi di euro per il Portogallo.

«L’attuazione del programma da parte del governo portoghese, nonostante le difficoltà dell’area euro, è lodevole» afferma l’istituto monetario.
L’analisi complessiva tuttavia è improntata al pessimismo: la ripresa è debole e in molti casi ferma, e anche quei pochi Paesi in crescita che all’inizio dell’anno avevano assunto una funzione trainante per il resto del mondo, si trovano ora a perdere colpi di fronte alla crisi. La correzione nel complesso non è così rilevante: il mondo secondo il Fondo sta procedendo ad un tasso di crescita del Pil globale del 3,5% per l’anno in corso e del 3,9 per il successivo, rispettivamente -0,1 e -0,2 rispetto al precedente rilevamento dello scorso trimestre.

Ma la frenata segue l’inaspettata impennata dell’inizio dell’anno e la contraddice bruscamente, con conseguenze ancora da verificare ma che potrebbero rivelarsi dannose per tutti. Poco importa che l’economia cinese viaggi ancora ad un passo di crescita dell’8%: due anni fa lo stesso dato era al 10% e il governo centrale in risposta ha già allentato la cinta del credito nel tentativo di pareggiare i conti. Così facendo però sta anche accettando il rischio di una maggiore instabilità finanziaria per il futuro. L’India e il Brasile avevano visto le rispettive valute lievitare all’inizio dell’anno sotto il peso degli investimenti in dollari. Ora le rispettive frenate (-0,7%, -0,6% rispetto alla primavera scorsa) hanno invertito la tendenza, e a crescere nei due paesi è il tasso di interesse sul debito sovrano.

Il fattore di maggiore destabilizzazione resta l’Europa, dove la sola Germania vedrà quest’anno la crescita di un punto di Pil (la revisione nel suo caso è in positivo, +0,4%), mentre quasi tutti gli altri paesi soffrono per via di un inasprimento dei costi di rifinanziamento del debito. «C’è il rischio – ha detto il capo economista del Fondo Olivier Blanchard nel commentare il rapporto che un’azione politica ritardata o insufficiente possa portare a un’ulteriore acuirsi della crisi dell’area dell’euro». E in Europa l’Italia resta nell’occhio del ciclone, nonostante le misure adottate finora dal governo. La contrazione del nostro prodotto lordo resta all’1,9% per quest’anno e allo 0,3 per il prossimo, esattamente come previsto tre mesi fa.

L’aggiustamento fiscale dei prossimi due anni da una parte consentirà al governo di raggiungere un piccolo avanzo strutturale nel 2013, ma nel frattempo il rapporto tra deficit e pil resterà alto: il 2,6% nel 2012, e l’1,5% l’anno seguente, una misura questa migliore dello 0,1% rispetto al rapporto precedente. Il nostro problema centrale resta il debito, che la Banca d’Italia a giugno ha radiografato a quota 1.966 miliardi di euro. Quest’anno crescerà secondo il Fmi al 125,8% del pil per arrivare al 126,4% nel 2013, a causa del versamento dei contributi per il salvataggio europeo, i quali avranno graveranno persino sui conti della Germania, con un aggravio del 3 sul rapporto debito-pil. Gli stessi relatori del fondo ammettono però che il nostro debito soffre al momento di una artificiosa valutazione dello spread, superiore di almeno 200 punti a quella reale.

Persino gli Stati Uniti, che all’inizio dell’anno avevano voluto puntare su deboli segnali di ripresa per augurare un prossimo rilancio dell’economia, sono costretti a riflettere sugli elementi di rischio emersi negli ultimi mesi. Gli esperti del Fondo hanno ritoccato in basso la stima della crescita per il 2013 a +1,9% mentre hanno lasciato inalterata quella per l’anno in corso a +1,4%. Ma la presidente del Fmi Lagarde ha ammonito gli Usa del rischio di precipitare nel baratro fiscale a fine anno, quando gli sgravi concessi dall’ex presidente Bush verranno a cadere, e in mancanza di un accordo tra l’amministrazione il Congresso scatteranno pesanti tagli alla spesa pubblica. L’impatto di questi due fattori potrebbe essere tale da ricacciare l’economia del paese in piena recessione, con effetti imprevedibili per il resto delle economie globali.

Martedì 17 Luglio 2012 – 08:58
Ultimo aggiornamento: 19:36
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“Italia, serve la bancarotta”

DI GIOVANNA FAGGIONATO
lettera43.it

Intervista a Serge Latouche

A sinistra c’è il cafè Le metro, a destra il Ronsard. Uno di fronte all’altro, con la stessa veranda affacciata sul viale e lo spazio interno percorso dalla luce dei paralumi e dai riflessi degli specchi. In mezzo scorre Boulevard Saint Germain: 30 metri di asfalto antracite, bollente e polveroso, la colonna vertebrale della rive gauche parigina.
«Una volta, i giornalisti li ricevevo dall’altra parte: il proprietario del caffè abita al primo piano, proprio sotto il mio appartamento, peccato che mia moglie ci abbia litigato». Il teorico della decrescita, Serge Latouche, si presenta al tavolino del Ronsard con un affare di condominio e la fatica di attraversare la strada.

A dispetto delle lunghe gambe e dello sguardo da marinaio, l’economista 72enne sembra desideroso di restringere il mondo. Anche quello che lo circonda, fatto di caffé dove si dibatte di politica e flilosofia, da cui sono passati sia Adam Smith sia Karl Marx.

LA NECESSITÀ DI UNA DECRESCITA. Latouche ha cominciato a parlare di globalizzazione quando la parola non era nemmeno nei dizionari, ma da poco era stato pubblicato il rapporto dell’associazione non governativa Club di Roma sui limiti dello sviluppo e la fine del petrolio.
Ha riletto i liberali classici e il padre del comunismo e ne ha concluso che né il capitalismo concorrenziale teorizzato dai primi, né l’economicismo statalista di Marx sarebbero stati capaci di dar vita a una società in equilibrio con l’ecosistema.
Entrambi, anzi, avrebbero portato al collasso. Così ha messo in discussione il concetto di sviluppo come progresso, teorizzando la necessità di un dopo-sviluppo, della decrescita: l’uscita dal dominio dell’economia e una rifondazione culturale, fondata sulla limitazione dei bisogni.

CONTROCULTURA GLOBALE. Le sue idee si sono diffuse attraverso il mondo globalizzato, diventando la critica radicale del nostro tempo, la controcultura del mondialismo.
Oggi che è docente di Scienze economiche all’Università di Parigi Sud, i giornali aperti sul bancone del locale sembrano dargli ragione: parlano di rifiuti nucleari e licenziamenti, di nazioni indebitate e speculazione internazionale.
«Sappiamo già che l’attuale sistema crollerà tra il 2030 e il 2070», spiega a Lettera43.it, «il vero esercizio di fantascienza è prevedere che cosa succederà tra cinque anni».

DOMANDA. Lei ha un’idea?
RISPOSTA.
L’Europa nata nel Dopoguerra farà la fine del Sacro romano impero di Carlo Magno che cercò di restaurare un regno crollato, durò per 50 anni e fu travolto dai barbari.
D. Che cosa c’entra l’impero romano?
Crollò alla fine del V secolo, ma non morì: continuò a sopravvivere per centinaia di anni con Carlo Magno, l’impero d’Oriente e poi quello germanico. Un declino proseguito nel tempo, con disastri in successione. Come succederà a noi.
D. È la fine della globalizzazione?
R. Io la considero una crisi di civiltà, della civiltà occidentale. Solo che, visto che l’Occidente è mondializzato, si tratta di crisi globale. Ecologica, culturale e sociale insieme.
D. Più di un crollo finanziario…
R. Se vogliamo andare oltre è la crisi dell’Antropocene: l’era in cui l’uomo ha cominciato a modificare e perturbare l’ecosistema.
D. E il sogno degli Stati Uniti europei?
R. È un’illusione. Perché è solo un prodotto della globalizzazione: non hanno costruito un’Unione, ma un mercato liberista.
D. Che fine farà il Vecchio continente?
R. L’Europa è schiacciata tra due movimenti. Uno politico e centrifugo che si è sviluppato anche in Italia con la stessa Padania. E uno economico e centripeto, la globalizzazione.
D. Per ora l’economia batte la politica…
R
. Sì, il movimento centripeto ha il sopravvento. Ma è anche quello che nel lungo periodo andrà a crollare. Non può funzionare senza il petrolio e il blocco delle risorse materiali. Alla fine, con tutta probabilità l’Europa si dividerà in macro regioni autonome.
D. Come ci arriveremo?
R. La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore.
D. Parla del conflitto sociale in Grecia e Spagna?
R. Ecco, putroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico. È solo l’inizio del processo, ma vediamo già gli effetti del mix di austerità e crescita voluto dai leader europei.
D. È comunque meglio della sola austerità…
R. Crede che l’imperativo della crescita funzioni? Basta guardare alla Francia: questo governo socialista vuole allo stesso tempo la prosperità e l’austerità. Ma non riuscirà a ottenere la crescita. O, se avverrà, sarà per pochi. Mentre l’austerità è sicura per molti.
D. Perché?
R. Perché non hanno scelta.
D. In che senso?
R. Sono chiusi dentro questo paradigma del produttivismo, del Prodotto interno lordo (Pil). È per questo che la decrescita è una rivoluzione. Perché prima di tutto è un cambiamento di paradigma.
D. Facile dirlo. Ma lei che cosa farebbe se fosse il premier italiano? 
R.
L’Italia dovrebbe andare in bancarotta.

«Il debito italiano? Non sarà mai ripagato»

D. Che cosa intende?
R. Pensi al debito.
D. Secondo l’Fmi quello italiano è quasi al 140% del Pil.
R. Appunto: non sarà ripagato, lo sanno tutti. Ne è consapevole anche Mario Monti. Il problema, per l’attuale classe dirigente, non è ripagare il debito. Ma è fingere di poter continuare il gioco: cioè ottenere prestiti e rilanciare un’economia che è solo speculativa.
D. Quali sono le prime cinque misure che adotterebbe al posto di Monti?
R. Innanzitutto, cancellerei il debito. Parlo come teorico, so che ci sono cose che Monti non potrebbe fare comunque, neppure se fosse di sinistra o un decrescente. Ma sto parlando di bancarotta dello Stato.
D. La bancarotta è la soluzione?
R. È più che altro la condizione per trovare le soluzioni.
D. In che senso?
R. Non porta necessariamente alla soluzione, anzi in un primo momento le cose possono peggiorare. Ma non c’è altro modo, perché non esiste via d’uscita dentro la gabbia di ferro del sistema attuale.
L’Italia non sarebbe la prima né l’ultima. Tutti quelli che l’hanno fatto si sono sentiti meglio, da Carlo V all’Argentina.
D. Ma l’Argentina non era dentro una moneta unica.
R. Questo significherebbe uscire dall’euro, ovviamente, dentro non si può fare niente. Per questo dico che parlo come teorico: nemmeno i greci hanno avuto il coraggio di abbandonare l’Unione.
D. Siamo al terzo punto allora: uscire dall’euro, cancellare il debito e poi?
R. Rilocalizzare l’attività. C’è tutto un sistema di piccole imprese, di saper fare diffuso, che è stato distrutto dalla concorrenza globale.
D. Sì, ma come si fa?
R. Devo usare una parola che in Italia fa sempre paura: serve una politica risolutamente protezionista.
D. Su questo, il dibattito è annoso…
R. Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio.
D. Perché no?
R. Perché la concorrenza leale sempre invocata non esiste. E non esisterà mai. Semplicemente perché tutti i Paesi sono diversi. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta.
D. Parla come se facesse parte della Lega Nord.
R.
Lo so, lo so. E anche come uno del Front National. Sa perché ha successo l’estrema destra?
D. Me lo dica lei…
R. Perché non tutto quel che dicono è stupido. C’è una parte insopportabile, ma se sono popolari – e lo saranno sempre di più – è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. È questo che fa paura.
D. Quindi qual è la ricetta della decrescita?
R. Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all’interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D’altra parte, è stata l’eccessiva specializzazione a renderci così fragili.
D. Siamo alla quarta misura, quindi.
R. La tragedia attuale, per me, è soprattutto la disoccupazione.
D. E come pensa di risolverla?
R. Lavorando meno, ma lavorando tutti.
D. Una formula già sentita…
R. Sì, ma ci dicevano anche che la concorrenza attuale ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, come ha dichiarato quello sciagurato di Nicolas Sarkozy. E invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti.
D. Ma è una questione di denaro?
R. No, si tratta di vivere. Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un’utopia, ma l’utopia concreta della decrescita: superare il lavoro.

«La decrescita: ripartire dalla terra, eliminando le attività nocive»

D. Sì, ma come?
R. Partendo dalla riconversione ecologica. Tornando a un’agricoltura contadina, senza pesticidi e concimi chimici. In questo modo, la produttività per l’uomo sarà più bassa, ma si creeranno milioni di posti di lavoro nel settore agricolo. E questa è la quinta misura.
D. Basta l’agricoltura?
R. Dobbiamo affrontare la fine degli idrocarburi, sviluppare le energie rinnovabili e rinconvertire le attività parassitarie che danneggiano l’ambiente.
D. Per esempio?
R. Le fabbriche di automobili, che oggi sono in crisi.
D. Peugeot ha annunciato 8 mila licenziamenti…
R. Bisognava aspettarselo da anni. Si sa che l’industria dell’auto non ha futuro: con lo stesso know how potrebbero essere trasformati in stabilimenti che producono sistemi di cogenerazione.
D. Parla di una globale ristrutturazione del mercato del lavoro?
R. La quota di occupati in agricoltura potrebbe arrivare al 10%. Ci sono industrie nocive come l’automobile, il nucleare, la grande distribuzione che vanno ripensate. E c’è la necessità di una rinconversione energetica. In Germania, con le energie rinnovabili hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro.
D. Ma sono dati contestati…
R. Il dibattito è aperto: si dice che chiudere le centrali nucleari francesi cancellerà 30 mila posti di lavoro ma, allo stesso tempo, prima bisogna smantellare. E nessuno lo sa fare. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare allora?
D. E la grande distribuzione?
R. Sicuramente ha effetti distruttivi per l’ambiente e alimenta un alto tasso di spreco alimentare, pari a circa il 40% della produzione.
D. E allora?
R. Cancellarla significa essere pronti a ripensare tutto il sistema della città e soprattutto delle periferie.
D. Come?
R. La gente ha bisogno di piccoli negozi. Di fare la spesa più spesso, con più tempo a disposizione. Quando si comincia a cambiare un anello, come in una catena cambia tutto.
D. E i trasporti?
R. Dobbiamo pensare che il 99% dell’umanità ha passato la propria vita senza allontanarsi più di 30 chilometri dal proprio luogo di nascita. Quelli che si sono spostati di più, cioè noi, sono solo l’1%. Anche questo è un fenomeno molto recente e la maggioranza delle persone non ne soffrirà, poi ci saranno sempre i grandi viaggiatori alla Marco Polo.
D. Ne è certo?
R. È stata la pubblicità a creare il turismo di massa. In ogni modo, con la fine del petrolio, non ci sarà il traffico aereo di oggi, i trasporti costeranno sempre di più, andranno meno veloce. Muoversi sarà sempre più difficile.
D. E a livello fiscale?
R. Bisognerebbe introdurre una tassazione diretta e progressiva. Che può arrivare anche al 100%, se i redditi superano un certo livello. E poi una tassazione sul sovraconsumo dei beni comuni. A partire dall’acqua.

«Bisogna limitare i bisogni per soddisfarli davvero»

D. Quindi meno lavoro e più agricoltura. Per ottenere cosa?
R.
Un mondo di abbondanza frugale.
D. Cioè?
R. Una società capace di non creare bisogni inutili, ma di soddisfarli. E per soddisfarli, bisogna limitarli.
D. Le sembra possibile, quando gli operai cinesi si suicidano per un iPad?
R. In una società sana non esiste questa forma di patologia dell’insoddisfazione. Ci può essere una forma di seduzione, ma non un’insoddisfazione permanente. Questo fenomeno è esacerbato dalla pubblicità.
D. Cioè?
R. Ci convince che siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo.
D. Vorrebbe spazzare via il marketing?
R. Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì.
D. Con che motivazione?
R. È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario.
D. E la finanza che rappresenta il 10% del Pil britannico?
R. Penso che questa crollerà da sola. Sarebbe già successo se questi sciagurati di governi non avessero salvato le banche.
D. Che cosa intende?
R. È colossale quello che è stato fatto per le banche negli Usa: secondo l’Ocse, 11.400 miliardi di dollari di fondi pubblici sono stati destinati agli istituti di credito.
D. Se facciamo crollare le banche si affossa il sistema…
R. Sì, meglio così. Abbiamo bisogno che il sistema crolli.
D. E i cittadini?
R. Dobbiamo pensare a come riorganizzare il funzionamento della società. Ma bisogna ricordarsi che questo sistema così come lo conosciamo è piuttosto recente.
D. Quanto?
R. Non ha più di 30-40 anni, prima era un sistema capitalista, ma non funzionava su queste basi finanziarie.
D. Che misure bisognerebbe adottare?
R. Il primo passo, prima di rimettere in discussione l’intero sistema bancario, è cancellare il mercato dei futures: pura speculazione. Un economista francese, Friederic Lordon, ha anche proposto di chiudere le Borse. E non sarebbe un’idea stupida.
D. Che cosa succede alle società che ci lavorano? E ai dipendenti?
R. La situazione attuale è talmente tragica che possiamo affrontare con serenità anche un cambiamento difficile.
D. Nella società della decrescita circola denaro?
R. La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è un bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta.
D. Come?
R. Magari partendo dai sistemi di scambio locali che utilizzano monete regionali. Come ha funzionato per due o tre anni in Argentina, dopo il crollo del peso.
D. E chi governa il commercio?
R. Diciamo che sarà necessario trovare un coordinamento tra le varie autonomie.
D. Ma nel suo modello ogni regione fa da sé?
R. Ogni Paese deve trovare la sua strada. Una volta che siamo riusciti a uscire dal mondo del pensiero unico, dell’homo oeconomicus, a una sola dimensione, allora ritroviamo la diversità. Ogni cultura ha il suo modo di concepire e realizzare la felicità.
D. Esistono già esperienze in questa direzione?
R.
In Sud America sono sulla strada giusta. In Ecuador e Bolivia, ispirandosi alla cultura india, hanno inserito nella Costituzione il principio del bien vivìr: del buon vivere. Ma, con la crisi, la decrescita ha avuto un successo incredibile anche in Giappone
D. Come mai?
R. I giapponesi stanno riscoprendo i valori del buddismo zen che si basa sul principio di autolimitazione. E sono convinto che la stessa cosa potrebbe succedere in Cina nei prossimi anni, anche attraverso il confucianesimo.
D. La Cina però è anche la più grande fabbrica del mondo…
R. Lì la crisi è già arrivata. La situazione cinese è bifronte: 200 milioni di abitanti hanno un livello di vita quasi occidentale e altri 700 milioni sono stati proletarizzati. Cacciati dalla terra, si accumulano nelle periferie delle metropoli, dove c’è un tasso di suicidi altissimo.
D. Ma l’economia continua comunque a crescere.
R. Anche il ministro dell’Ambiente cinese ha riconosciuto che se si dovesse sottrarre dal Pil di Pechino la quota di distruzione dell’ambiente questo calerebbe del 12%.

«La democrazia è un’utopia: il bene comune è più importante»

D. Come immagina la transizione?
R. Può avvenire spontaneamente, dolcemente. Ma anche in un modo violento.
D. Lei sogna la democrazia diretta?
R. Se si deve prendere la parola sul serio, ha senso solo la democrazia diretta. Ma direi che su questo punto, recentemente, le mie idee sono cambiate.
D. In che direzione?
R. Prima immaginavo un’organizzazione piramidale con alla base piccole democrazie locali e delegati al livello superiore.
D. E ora?
R. Oggi penso che la democrazia sia un’utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato.
D. Si spieghi meglio.
R. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza.
D. Va bene, ma come si ottiene un buon governo?
R. Con un contropotere forte. Un sistema è democratico – non è la democrazia, attenzione, ma è democratico – quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee.
D. Ma non sta rinnegando la democrazia?
R. L’ideale sarebbe naturalmente l’autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai.
D. Non pensa alla presa del potere?
R. Gandhi l’aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell’India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza.
D. Sa che Silvio Berlusconi vuole tornare in politica?
R. Ah, lo so, ma lui è pazzo.

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Giovanna Faggionato
Fonte: http://www.lettera43.it
Link: http://www.lettera43.it/economia/macro/italia-serve-la-bancarotta_4367557970.htm
17.07.2012

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fonte comedonchisciotte.org

IL PRIMO STUDIO MEDICO SUGLI EFFETTI – Fukushima: fino a 1.300 morti e 2.500 tumori per le radiazioni

Anti-nuclear demonstration takes over central Tokyo

Pubblicato in data 17/lug/2012 da

Central Tokyo was taken over by the biggest anti-nuclear demonstration since last year’s nuclear crisis at Fukushima. Organizers aimed for 100,000 attendees, though Japanese media reported 170,000 people joined.

While anti-nuclear protests have been a weekly occurrence, today’s national holiday brought out a wider spectrum of people. But no matter the age or the background, the message to this current administration was clear. We don’t need nuclear power.

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Il primo studio medico sugli effetti del disastro nucleare in Giappone

Fukushima: fino a 1.300 morti e 2.500 tumori per le radiazioni

I ricercatori: «Emergono numeri incerti, ma le affermazioni precedenti che negavano rischi per la salute non sono vere»

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Il 16 luglio a Tokyo si è svolta una manifestazione anti-nucleare (Ap)Il 16 luglio a Tokyo si è svolta una manifestazione anti-nucleare (Ap)
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MILANO – Le radiazioni fuoriuscite a Fukushima potrebbero provocare da un minimo di quindici fino a un massimo di 1.300 morti, e tra 24 e 2.500 casi di cancro. Si tratta del primo lavoro medico sulle stime dei danni alla salute causati dal disastro nucleare in Giappone seguente al terremoto e allo tsunami dell’11 marzo 2011 basato su un modello elaborato dall’università californiana di Stanford. Lo studio è stato pubblicate sulla rivista Energy and Environmental Science. I dati contrastano con le rassicurazioni date all’epoca dell’incidente dal Comitato scientifico delle Nazioni Unite. Inoltre secondo l’OnuChernobyl provocò causò 65 morti, mentre diverse associazioni ambientaliste parlano di 4 mila decessi nell’arco di 80 anni.

STIME – «Dalle stime emergono numeri di grande incertezza, ma si evidenzia come le precedenti affermazioni che negavano eventuali rischi per la salute non dicono il vero», dicono i ricercatori, che hanno utilizzato un modello atmosferico in tre dimensioni sviluppato in oltre vent’anni di ricerca e in grado di prevedere come si disperdono le polveri radioattive trasportate dalle correnti atmosferiche.

EVACUAZIONE – Alle stime sulle vittime si devono aggiungere circa 600 morti registrati nell’evacuazione della zona intorno alla centrale, soprattutto anziani e malati cronici, sia per l’esposizione alle radiazioni sia per l’affaticamento. Secondo il modello l’evacuazione avrebbe impedito solo 245 morti per le radiazioni. Quindi la decisione di allontanare le persone è costata più vite di quante sia riuscita a salvarne.

RADIAZIONI – La maggior parte del materiale radioattivo fuoriuscito dalla centrale è finito nell’oceano Pacifico, mentre il 19% si è infiltrato nel terreno, riducendo così l’impatto sulla popolazione. Sarà il Giappone a subire le maggiori conseguenze, invece gli effetti in Asia e Nord America dovuti alle polveri radioattive trasportate dal vento saranno estremamente bassi. Secondo le previsioni degli scienziati negli Stati Uniti potrebbero verificarsi dai zero a dodici decessi e da zero a trenta casi di patologie oncologiche.

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fonte corriere.it

Soppressione delle feste, altolà dell’Anpi “Il 25 aprile non si tocca, rispettiamo la storia”

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Soppressione delle feste, altolà dell’Anpi
“Il 25 aprile non si tocca, rispettiamo la storia”

L’associazione dei partigiani si mobilita contro l’ipotesi di accorpamento delle festività e scende in campo per difendere l’anniversario della Liberazione, il primo maggio e il 2 giugno. No anche dai sindacati: “Non si recupera così la produttività”

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ROMA – Per ora si tratta solo di indiscrezioni ma l’Anpi – l’associazione dei partigiani – già si mobilita contro l’ipotesi di un accorpamento delle festività. “Secondo notizie di stampa – si legge in un comunicato – il governo si appresterebbe a procedere ad alcuni accorpamenti di festività, per aumentare la produttività. Nella ‘scure’ incapperebbero anche le tre festività ben note per essere state già oggetto di tentativi analoghi (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno). Dobbiamo essere estremamente chiari: non abbiamo, ovviamente, obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il paese; ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo”.

L’Anpi apre uno spiraglio su altre ricorrenze: “Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini – prosegue la nota – che forse possono consentire qualche operazione. Ma le ricorrenze che rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia. E non vanno toccate”.

Contraria anche la Cisl che definisce la soluzione “un intervento dannoso e inconcludente ai fini della crescita”. “E’ una sciocchezza statistica la relazione tra meno ferie e maggiore produzione in un contesto di assenza di lavoro e di basso livello produttivo”, afferma , il segretario nazionale Luigi Sbarra. “Le imprese – ricorda – stanno chiedendo ai loro dipendenti di utilizzare a pieno le ferie, anche quelle non ancora maturate”. “Se il governo vuole stimolare il recupero di produttività non può che ripristinare gli incentivi ai premi di produzione che in modo unilaterale ha ridotto”, ha concluso Sbarra.

Un no secco arriva anche dai sindacati del turismo: “L’accorpamento delle festività non aumenterà il Pil, ma sarà la ‘mazzata’ finale per l’economia del turismo, già adesso in crisi”. “Se l’obiettivo è quello di aumentare le ore lavorate e così di conseguenza il Pil – dice Cristian Sesena, segretario nazionale della Filcams Cgil – siamo perplessi, perché si va a diminuire quello che è l’apporto del turismo al prodotto interno lordo”.

“Il mondo del turismo e non solo sarebbe gravemente danneggiato da questa scelta – dice Fortunato Giovannoni, presidente della Fiavet, la Federazione delle agenzie di viaggio aderente a Confcommercio – e non è questo il modo per alzare il Pil. Se pensiamo di lavorare di più siamo d’accordo ma i consumi sono in recessione, non c’è domanda. Per questo mi permetto di dire che la medicina è sbagliata totalmente”.

Commenti negativi arrivano anche dall’opposizione. “L’ipotesi di aumentare i giorni lavorativi, accorpando le festività, rappresenterebbe, dopo l’allungamento dell’età pensionabile, un deciso aumento della disoccupazione. Per uscire dalla crisi serve una riduzione dell’orario di lavoro, non l’aumento. La crisi viene ulteriormente aggravata dalle misure del governo “tecnico” che hanno come unica logica la distruzione dei diritti dei lavoratori e la difesa dei privilegi dei padroni e degli speculatori” afferma Paolo Ferrero, segretario Prc-Fds.

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fonte repubblica.it

Calabria in fiamme, 600 ettari distrutti nel parco del Pollino: appello a Clini

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Calabria in fiamme, 600 ettari distrutti nel parco del Pollino: appello a Clini

In Puglia chiusa l’autostrada tra Foggia e San Severo per tamponamento provocato dal fumo di un rogo

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ROMA – Sono disposte in cinque diversi punti le zone colpite dagli incendi che stanno mettendo a dura prova il parco nazionale del Pollino, nei comuni di Morano Calabro, Castrovillari e Frascineto:Valla Piana, Conca del Re (divisa in due punti distanti tra loro), Timpone Dolcetti, Corsale. Sono già 600 gli ettari andati in fumo, con le fiamme ormai in prossimità di Serra Dolcedorme, dove si trovano i pini loricati, alberi monumentali, simboli del parco. Il presidente del parco, Domenico Pappaterra, che sta effettuando sopralluoghi, lancia un appello al ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e al capo della Protezione civile, Franco Gabrielli: «serve la massima attenzione per evitare il ripetersi di un fenomeno la cui recrudescenza potrebbe riguardare anche altri parchi, come avvenne nel 2007, a cui seguirono episodi di incendi drammatici nel parco del Cilento, del Gargano e in Sicilia».

Nelle aree interessate dalle fiamme il parco ha chiamato a raccolta le associazioni di volontariato e ha messo in campo anche 10 moduli anti-incendi per pick up.

Un canadair e un elicottero, oltre a numerose squadre a terra, sono impegnati con continui lanci di acqua e liquido ritardante a contrastare l’incendio di vaste proporzioni che sta interessando l’area del Parco nazionale del Pollino nei territori di Castrovillari e Morano Calabro. In poco meno di 24 ore – il rogo si è sviluppato ieri alle 14 circa su tre o quattro località e questo spiegherebbe la dolosità dell’atto – ha distrutto ettari ed ettari di macchia mediterranea e di pino nero.

Chiusa l’autostrada in Puglia. Autostrade per l’Italia comunica che alle 12 circa sull’autostrada A14 Bologna-Taranto è stato chiuso il tratto tra Foggia e San Severo per un tamponamento avvenuto in corrispondenza del km 531 direzione Pescara causato da una improvvisa nube di fumo generata da un incendio su proprietà esterna all’autostrada. La ridotta visibilità ha reso necessaria la chiusura in entrambe le direzioni.

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fonte ilmessaggero.it

QUANDO GLI EXTRACOMUNITARI SIAMO NOI – Lo sciopero degli operai svizzeri contro gli italiani «low cost»


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La protesta dei lavoratori dei cantieri contro il flusso dal nostro Paese

Lo sciopero degli operai svizzeri contro gli italiani «low cost»

I sindacati elvetici: sfruttamento e prezzi crollati del 40%. La Cna Lombardia: «Dinamiche normali»

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Dall’inviato  CorSera CLAUDIO DEL FRATE

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BELLINZONA (Svizzera) – «Adesso direte che questa è una protesta contro gli italiani, ma non è così…» si preoccupa Sergio Aureli, dirigente di Unia, il principale sindacato dei lavoratori del Canton Ticino, una specie di Cgil elvetica. Oddio, non sarà così, però le aziende accusate di aver invaso il mercato edilizio nella Svizzera italiana e di averne fatto crollare prezzi e salari, vengono da una parte sola e cioè dal Belpaese. Contro questo sbarco di massa domani i lavoratori dei cantieri, con l’appoggio di molti imprenditori locali, incroceranno le braccia in tutto il Ticino e si ritroveranno a Bellinzona per una manifestazione pubblica di protesta.

 

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Nella nazione alla quale tutti invidiano la pax sociale gli scioperi e le grida in piazza sono evento raro; se dunque si è arrivati all’iniziativa «anti-Italia» significa che la situazione è davvero tesa. Lo stop è stato proclamato dai lavoratori delle carpenterie metalliche, ma il contagio potrebbe estendersi, poiché l’intero settore delle costruzioni è sotto pressione. Lugano e molte altre città al di là del confine di Chiasso stanno vivendo un vero e proprio boom del mattone, al punto che persino i report delle banche locali segnalano il pericolo di una bolla speculativa; a «tirare» è tanto il settore delle opere pubbliche (qui è in costruzione l’Alptransit, il tunnel ferroviario di oltre 50 chilometri sotto il Gottardo che è la più ambiziosa infrastruttura attualmente in fase di realizzazione in Europa), quanto il mercato privato.

Ma cosa ha determinato il crescere di un malcontento sfociato in una agitazione sindacale dai toni sciovinisti? Da tre anni gli accordi sottoscritti tra Berna e la Ue consentono a imprese straniere di ottenere appalti e lavori in Svizzera; un’opportunità sulla quale sono balzati al volo artigiani e piccoli imprenditori specie nel settore edilizio provenienti principalmente dalla Lombardia; secondo dati dell’ufficio del lavoro cantonale, sono già 11 mila i lavori affidati a ditte italiane, cifra che va ad aggiungersi a quella dei 54 mila italiani che lavorano come dipendenti in Ticino e divenuti da tempo bersaglio politico di più partiti locali di diverso schieramento.

«Il settore della posa del ferro – racconta Sergio Aureli – è divenuto terreno di conquista per speculatori senza scrupoli che arrecano danni all’economia e alimentano fenomeni di sfruttamento e di messa in concorrenza tra salariati. Con l’arrivo in massa delle ditte italiane i prezzi di mercato sono precipitati del 35-40%».

Beh, allora il risentimento anti-italiano in questo sciopero c’entra… «Ma il nostro – ribatte il sindacalista – è uno sciopero contro chi non rispetta le regole. Gli italiani possono lavorare, ma devono rispettare i patti, cominciando dai minimi salariali in vigore da noi: chi lavora in Ticino deve essere pagato secondo i contratti svizzeri».

Già, ma molti di coloro che arrivano nei cantieri di Lugano sono ditte individuali, artigiani… «E questo è il punto controverso – sottolinea Aureli – perché secondo noi, invece, si tratta di dipendenti mascherati da lavoratori autonomi attraverso una fittizia catena di subappalti. E contro questo meccanismo di dumping selvaggio scendiamo in piazza».

Sembra di rivivere, insomma, la protesta degli imprenditori e degli operai di Prato che erano sfilati in corteo contro la concorrenza sleale delle aziende cinesi nel settore tessile. Solo che qui a Bellinzona i «cinesi» siamo noi. Un anno fa, addirittura, il procuratore di Lugano John Noseda arrestò cinque impresari edili (tutti italiani) per alcuni casi di caporalato, fenomeno fino ad allora sconosciuto a queste latitudini.

E gli italiani messi nel mirino cosa ne dicono? «Quella di domani è un’iniziativa che non quadra» attacca Fausto Cacciatori, presidente di Cna Lombardia, una delle sigle dei piccoli imprenditori. «Non quadra – prosegue – col marketing aggressivo posto in atto soprattutto dal Canton Ticino. Solo qui un centinaio di imprese hanno delocalizzato grazie a promesse di sgravi fiscali, burocrazia snella e infrastrutture efficienti. Ciò che sta accadendo rientra nelle normali dinamiche di risposta ai grandi cambiamenti degli ultimi dieci anni. Chi ha il dovere di verificare eventuali irregolarità lo faccia; questo vale sia per l’Italia che per la Svizzera».

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fonte corriere.it

Proclamata la serrata dei benzinai distributori chiusi dal 3 al 5 agosto

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Proclamata la serrata dei benzinai
distributori chiusi dal 3 al 5 agosto

Le organizzazioni sindacali di categoria decidono lo sciopero, con chiusura anche dei self service, su tutta la rete comprese le autostrade. Il Garante: “No allo sciopero, è periodo di franchigia”

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APPROFONDIMENTI

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ROMA – Accordi scaduti, produttori che approfittano della confusione politica, le sollecitazioni al Governo. I distributori di benzina saranno chiusi, self service compresi, da venerdì 3 a domenica 5 agosto. Lo hanno deciso le organizzazioni dei gestori Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc/Anisa Confcommercio, che accusano l’industria petrolifera di spingere al fallimento i gestori e il governo di “assistere muto alla violazione delle leggi”. In cantiere una serie di proteste e mobilitazioni.

Gli accordi scaduti. Tra i motivi alla base dello sciopero dei benzinai ci sono “accordi collettivi scaduti e non rinnovati, margini tagliati unilateralmente fino al 70%, licenziamenti forzati degli addetti alla distribuzione, rifiuto di adottare diverse tipologie contrattuali, discriminazioni sui prezzi che spingono fuori mercato migliaia di impianti senza possibilità di reazione, vendite autostradali totalmente cannibalizzate”. Per le associazioni questi sono “solo alcuni dei comportamenti in aperta violazione delle leggi esistenti che l’industria petrolifera sta adottando sistematicamente, colpendo oltre 20.000 piccole imprese di gestione che occupano circa 120.000 persone e sostengono la sopravvivenza di altrettante famiglie”.

I produttori e la confusione politica. I gestori, inoltre, sostengono che i petrolieri vogliono “approfittare della confusione politica e della pesantissima crisi che ingessa il Paese, per regolare i conti con una intera categoria di lavoratori, consolidare le proprie rendite e scaricare sulla collettività il costo sociale di altri 120.000 disoccupati”. Tutto questo “con la responsabilità diretta e colpevole del Governo che, nonostante 14 differenti sollecitazioni formali e appelli di ogni tipo, si è sistematicamente sottratto a qualsiasi tipo di confronto ed è inerte di fronte alla violazione delle leggi in vigore. Compresa quella recentissima del decreto liberalizzazioni, rimasta per l’essenziale lettera morta”. Esempio: “l’aggiramento della norma che avrebbe dovuto garantire la gratuità dei pagamenti con carte di credito e bancomat sia ai consumatori che ai gestori”.

Le proteste.
I gestori prevedono altre manifestazioni di protesta: da mercoledì 18 luglio, campagna di informazione e sensibilizzazione verso i cittadini e gli automobilisti. Da lunedì 23 luglio, sospensione degli accordi collettivi per la parte riguardante il prezzo massimo di rivendita sui carburanti. Da lunedì 30 luglio a domenica 5 agosto, sospensione dei  pagamenti del rifornimento carburanti attraverso carte di credito, pago bancomat e carte bancarie.

La nota del Garante. “In relazione a quanto si apprende dalle agenzie di stampa, secondo le quali faib, fegica e figisc/anisa avrebbero proclamato uno sciopero nella distribuzione del carburante dal 3 al 5 agosto prossimi, ricordo che la regolamentazione vigente nel settore non consente l’effettuazione, dal momento che il giorno 3 agosto rientra tra i periodi di franchigia”. Lo dice Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di garanzia sugli scioperi. “Sempre in tale settore- spiega-, non possono essere proclamate astensioni collettive nei giorni compresi tra il 10 ed il 20 agosto e in quelli tra il 26 agosto ed il 5 settembre”.

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fonte repubblica.it

Caso Aldrovandi, la mamma lancia una petizione per una legge contro la tortura

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Caso Aldrovandi, la mamma lancia una petizione per una legge contro la tortura

L’iniziativa nel giorno in cui Federico avrebbe compiuto 25 anni: “Vorrei onorare la sua memoria”

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13:46 – La mamma di Federico Aldrovandi continua la sua battaglia chiedendo una legge contro la tortura. Lo fa con una petizione lanciata nel giorno in cui suo figlio avrebbe compiuto 25 anni: “Vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto”, si legge nell’appello. “Insieme – continua Patrizia Moretti – possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell’ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta”.

Federico morì la notte del 25 settembre 2005 a Ferrara dopo il pestaggio compiuto da alcuni agenti di polizia. Il 21 giugno la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi per i responsabili. Ma gli agenti “condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio – scrive la donna – non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C’è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura”. “Dobbiamo farlo – si legge ancora – prima che il Parlamento vada in ferie! Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l’impunità di stato in Italia e di dirlo a tutti”.
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