Archivio | luglio 22, 2012

CRISI – Bankitalia: stipendi fermi da dieci anni. Lavoro, il posto fisso è un miraggio: indeterminati meno di 2 contratti su 10

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Bankitalia: stipendi fermi da dieci anni
Lavoro, il posto fisso è un miraggio: indeterminati meno di 2 contratti su 10

Nel periodo luglio-settembre i nuovi rapporti di lavoro stabili previsti sono appena il 19,8% su un totale di quasi 159mila

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ROMA – In Italia il posto fisso è sempre più un miraggio, ormai meno di due assunzioni su dieci sono a tempo indeterminato.È quanto emerge dall’Indagine Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro sul terzo trimestre del 2012. Nel periodo luglio-settembre le assunzioni stabili previste sono appena il 19,8% su un totale di quasi 159 mila.

Assunzioni in netto calo.
Le stime del terzo trimestre confermano in qualche misura il dato dei tre mesi precedenti, mentre nei quattro trimestri precedenti la quota era compresa fra il 27% e il 34%. Il calo dei posti fissi messi a disposizione dalle imprese è stato quindi forte e brusco. Basti pensare che nello stesso periodo dello scorso anno le assunzioni previste a tempo indeterminato rappresentavano il 28,3%.

Le percentuali.
Il trend in discesa viene confermato anche tenendo conto della stagionalità. Nel bollettino sui programmi occupazionali delle imprese rilevati dall’ente guidato da Ferruccio Dardanello viene infatti evidenziato che, escludendo le assunzioni stagionali, i contratti «stabili» si attestano al 35,8%, mentre nei precedenti cinque trimestri la loro quota oscillava fra il 41% e il 43% circa. Inoltre, sottolinea l’indagine, se si rapportano «i contratti a tempo indeterminato a tutti i contratti di lavoro o di collaborazione che le imprese prevedono di stipulare nel periodo (inclusi quindi quelli ‘atipicì), si scende dal 16 al 14% circa».

Bankitalia: stipendi dipendenti al palo, in 10 anni solo 29 euro in più. Altri dati sconfortanti arrivano dalla relazione annuale di Bankitalia: la busta paga dei dipendenti, nel nuovo millennio, è rimasta al palo. Le retribuzioni medie reali nette, dal 2000 al 2010, sono aumentate solo di 29 euro, passando da 1.410 a 1.439 euro (+2%). Risultati su cui pesano, ovviamente, la crisi economica e gli interventi che hanno toccato in particolare gli statali, per i quali, al momento, sembra scongiurato il pericolo di un taglio delle tredicesime.

Si accentua il gap tra nord e sud. Dai dati emerge inoltre che il gap tra centro-nord e sud-isole non arresta la sua corsa: l’incremento è stato del 2,5% contro lo 0,7%. In termini reali al centro-nord si è passati da 1.466 euro del 2000 a 1.503 euro del 2010, con un aumento di 37 euro; mentre nel mezzogiorno le retribuzioni passano da 1.267 euro a 1.276 euro, con una crescita di soli 9 euro. Rispetto alla media nazionale le retribuzioni si attestano a un +4% per i lavoratori del centro-nord e -10,1% per quelli di sud e isole, mentre 10 anni dopo di arriva a +4,4% e -11,3%.

Gli effetti della crisi. La relazione indica anche gli effetti negativi che la crisi ha avuto sulle retribuzioni; secondo le rilevazioni condotte con cadenza biennale emerge che nel 2006 le retribuzioni medie arrivavano a 1.489 euro, due anni dopo (con l’inizio della crisi) erano scese a 1.442 euro, e nel 2010 la situazione era ulteriormente peggiorata, arrivando a 1.439 euro. La riduzione in termini reali, in quattro anni, è stata di 50 euro (-3,3%).

In generale la crisi ha influito sulle buste paga di tutti i lavoratori dello stivale: nel centro-nord del paese la riduzione è stata di 46 euro (-2,9%), mentre nel sud e isole il taglio è stato di 56 euro (-4,2%). Le differenze restano notevoli anche tra i due sessi; con gli uomini che sono passati da 1.539 euro a 1.586 euro (+47 euro), e le donne, che partivano da 1.220 euro e sono arrivate e 1.253 euro (+35 euro). Tra il 2008 e il 2010 le retribuzioni reali mensili pro capite dei lavoratori a tempo pieno, al netto di imposte e contributi sociali, spiega Bankitalia, sono cresciute dello 0,8% (2% per le donne). Nello stesso periodo la quota dei lavoratori a bassa retribuzione è salita di tre decimi di punto percentuale, al 9,4%. Palazzo Koch spiega che, proprio a causa dell’espansione del part-time, le retribuzioni nette medie per il totale dei lavoratori dipendenti sono diminuite dello 0,2%, riflettendo esclusivamente il calo del mezzogiorno.

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fonte ilmessaggero.it

Lola-Rose, la bimba che ha insegnato al papà a parlare e a camminare / Paralysed father learns to walk and talk again by watching his little girl

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LA MALATTIA DOPO L’ICTUS CHE RENDE PRIGIONIERI DI SE STESSI

Lola-Rose, la bimba che ha insegnato al papà a parlare e a camminare

Mark Ellis è affetto di una sindrome che lo immobilizza
Ha ripreso a muoversi imitando la figlia di due anni

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di Elmar Burchia

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MILANO – Mark Ellis, due anni fa, era un uomo felice: si era appena sposato e la moglie Amy aveva dato alla luce la loro prima figlia. All’improvviso, però, tutto il loro mondo è andato in frantumi: il giovane papà viene colpito da un ictus. Il ragazzo inglese, ora ventiquattrenne, ha iniziato una lunga lotta con la «sindrome locked-in», malattia che lo aveva «sepolto» nel proprio corpo: cosciente ma completamente paralizzato, riusciva ad esprimersi solo muovendo le palpebre. «Non ci sono grandi possibilità di miglioramento, i sintomi resteranno», avevano sentenziato i medici. Oggi Mark ha ricominciato a parlare, a muoversi, a camminare. Con grande stupore dei dottori. Come c’è riuscito? Copiando Lola-Rose, la sua bimba di due anni.

«SPACCIATO» – Mark Ellis aveva iniziato ad accusare dei forti dolori alla testa. Poi è arrivato il dramma: ictus. È sopravvissuto, ma si è ritrovato bloccato dalla «sindrome dell’uomo incarcerato»: un ictus del cervello che colpisce il tronco-encefalo e che provoca la paralisi completa di tutti i muscoli del corpo. Ad oggi non esiste nessuna cura né un protocollo standard di trattamenti per i pazienti colpiti. «Era giovane e sano, non ha mai fumato, preso droghe o bevuto oltremisura. Non riuscivo a spiegarmi come e perché una cosa simile potesse accadere», ha raccontato la moglie Amy, 32 anni. «Ha poche possibilità di sopravvivenza», le dissero anche i dottori. «Il suo cuore non reggerà». L’ictus era stato causato da un coagulo di sangue – il più grande che i medici avessero mai visto in un uomo della sua età. Mark, però, c’è l’ha fatta.

RINATO – Ha lasciato l’ospedale dopo otto mesi e ha reimparato a sedersi, a stare in piedi, a mangiare. Merito di un deambulatore e ore e ore di fisioterapia e logopedia. Gli mancava solo la parola. Gli occhi erano infatti il suo unico mezzo per comunicare. Alla fine anche questo ostacolo è stato superato, grazie alla figlia Lola-Rose. Mark ha infatti iniziato ad imitarla: dapprima qualche suono e farfuglio, poi sono arrivate parole intere. Ma non è tutto: papà e figlia «usano giocattoli, libri e l’iPad per imparare come si fanno le cose e come comunicare», ha spiegato la mamma. Il giovane papà ha fatto i primi passi una decina di giorni dopo Lola-Rose. Sorpresi i medici: «Un recupero inaspettato e notevole», ha sottolineato Srivas Chennu, neuroscienziato presso l’Università di Cambridge. «In questo caso l’influenza della figlia è stata determinate».

TONY VUOLE MORIRE – La moglie Amy è felicissima, ci tiene però a sottolineare che altre persone affette dalla stessa sindrome sono meno fortunate. Come il caso di Tony Nicklinson, completamente paralizzato da sette anni, dopo aver avuto un ictus mentre si trovava in viaggio. Nei mesi scorsi l’inglese di 58 anni e padre di due figlie aveva chiesto a un tribunale di poter porre fine alla sua esistenza e di garantire l’immunità legale al medico che lo aiuterà a porre fine alla sua condizione, non essendo in grado di suicidarsi, in quanto incapace di muoversi. La richiesta viene discussa in questi giorni dall’Alta Corte della Gran Bretagna. A metà giugno, grazie ad uno speciale computer in grado di codificare in testo o voce sintetica i movimenti dei suoi occhi, ha postato: «Hello world».

Elmar Burchia

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fonte corriere.it

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Paralysed father learns to walk and talk again by watching his little girl

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A father who became trapped in his own body after a stroke has learned to walk and talk again – by copying his baby daughter. Recovery: Stroke victim Mark Ellis with daughter Lola-Rose (Picture: Caters) Mark Ellis was just 22 when a sudden stroke left him suffering from locked-in syndrome – a nightmarish condition which leaves the victim’s brain alert but their body paralysed. A blood clot on his brain meant he could communicate only by rolling his eyes – and his shocked family was told it was unlikely he would survive. Devastated wife Amy, 32, had given birth to the couple’s daughter Lola-Rose just two weeks earlier. But months later, Mr Ellis amazed doctors by learning to talk and walk again – by watching his little girl. ‘It’s amazing that they have learned to do things together,’ said Mrs Ellis who gave up a job as a hairdresser to be her husband’s full-time carer. ‘There wasn’t much time between him and Lola taking their first steps – maybe a week or two. They have such a strong bond.’ Mr Ellis was in hospital for eight months after the stroke in

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fonte bbc-worldnews.net

CRISI – Spiegel: «Fmi vuole bloccare aiuti alla Grecia»

Proteste dei lavoratori  vicino ad Atene (Afp)Proteste dei lavoratori vicino ad Atene (Afp)
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Spiegel: «Fmi vuole bloccare aiuti alla Grecia»

Il giornale tedesco parla di esponenti del Fondo intenzionati a chiudere i rubinetti per l’immente default a settembre

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Il Fondo monetario internazionale vuole bloccare gli aiuti economici alla Grecia. Lo Spiegel scrive che alti esponenti dell’Fmi hanno già comunicato questa intenzione alle autorità di Bruxelles, con la conseguenza di un probabile default di Atene nel prossimo mese di settembre. Attualmente la Troika formata da Fmi, Ue e Bce sta esaminando il modo in cui Atene sta applicando il programma di riforme concordato, ma secondo il settimanale di Amburgo «appare chiaro che il governo greco non riuscirà a ridurre entro il 2020 il debito pubblico al 120% del Pil».

«USCITA DA EURO CONTROLLABILE» – Nel caso in cui ad Atene venisse concesso più tempo, ciò causerebbe secondo la troika un esborso maggiore degli aiuti compreso tra 10 e 50 miliardi di euro, che molti Paesi dell’Eurozona non sono disposti ad accollarsi. In aggiunta a ciò, Olanda e Finlandia avrebbero posto come condizione della loro partecipazione agli aiuti alla Grecia che anche l’Fmi se ne assuma una parte. Lo Spiegel scrive inoltre che, secondo l’opinione dei Paesi dell’Eurozona, un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe controllabile. Dal Fondo Monetario per il momento non è arrivata né conferma né smentita.

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fonte corriere.it

Fisco: super-ricchi del mondo hanno evaso 17. 200 miliardi di euro / La crisi economica non tocca i “paperoni”

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Fisco: super-ricchi del mondo hanno evaso 17. 200 miliardi di euro

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20:24 22 LUG 2012

(AGI) – Londra, 22 lug. – Nei paradisi fiscali di tutto il mondo, gli ‘happy few’, i super-ricchi hanno nascosto al fisco dei loro paesi un tesoro pari ad oltre 17.200 miliardi di euro, cifra pari alla somma dei Pil di Usa e Giappone. Il dato si riferisce alla fine del 2010 sulla base dell’elaborazione dei dati incrociati della Banca Internazionale dei Regolamenti, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, curata – riferisce il sito della Bbc – da James Henry, ex capo economista della societa’ di consulenza globale McKinsey. Il sito web del servizio pubblico britannico, cita fonti del fisco di Sua Maesta’ he ritengono eccessiva la cifra. Henry rilancia sottolineando che il totale da lui citato riguarda solo le somme depositate sui conto correnti off-shore e non le ricchezze materiali come proprieta’ immobiliari o yacht. Anzi, secondo lui la stima e’ prudente: il vero ammontare sarebbe di oltre 26.000 miliardi di euro (AGI) .

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fonte agi.it

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La crisi economica non tocca i “paperoni”

Lamborghini festeggia la consegna della millesima Aventador LP 700-4 una sportiva da sogno con un listino da 316.000 euro e la produzione dei prossimi 18 mesi è già tutta prenotata

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La crisi economica non tocca i “paperoni” con la passione per le supercar. Basti pensare che in un anno e tre mesi sono state vendute mille Lamborghini Aventador LP 700-4, vettura con un listino da 316.000 euro che non sono proprio alla portata di tutte le tasche. Non possiamo che essere felici per la casa di Sant’Agata Bolognese che tiene altro l’orgoglio del made in Italy in tutto il mondo. A consegnare l’esemplare di colore Arancio Argos con il numero 1.000 impresso sul telaio è stato il presidente e Ad di Automobili Lamborghini, Stephan Winkelmann che ha dato personalmente le chiavi della vettura  ad Hans Scheidecker, architetto bavarese, appassionato cliente del marchio del toro e già proprietario di una Lamborghini Diablo.

Un traguardo, quello dei mille esemplari raggiunti in così poco tempo (nonostante la crisi economica globale), di cui al quartier generale della “Lambo” sono molto orgogliosi:
“La produttività dello stabilimento di Sant’Agata Bolognese è notevolmente migliorata con l’Aventador LP 700-4 rispetto al modello di punta precedente, la Murciélago, per la quale sono serviti 2 anni e 5 mesi prima che la millesima vettura uscisse dalla linea di montaggio. Lanciata al Salone di Francoforte del 2001, la Murciélago ha raggiunto infatti quota 1.000 nel febbraio 2004. Per l’Aventador sono bastati invece solo 1 anno e 3 mesi, con una produzione cresciuta da 3 vetture al giorno nel terzo trimestre 2011 alle 4,5 attuali.

Questo traguardo di produzione non è l’unico riconoscimento per la supersportiva di Sant’Agata Bolognese. Infatti, a poco più di un anno di distanza dal debutto ufficiale, l’Aventador è stata incoronata regina delle supersportive da ben 36 premi internazionali, che l’hanno premiata per il suo design esclusivo e le innovative soluzioni tecnologiche. Il successo dell’Aventador è dimostrato anche dal numero degli ordini, che continuano a coprire i prossimi 18 mesi di produzione”.  Non c’è bisogno di essere dei grandi esperti di matematica per fare due conti: 316.000 euro per mille esemplari fanno 316.000.000, se a questo ci aggiungiamo anche la produzione, già venduta, dei prossimi 18 mesi abbiamo dato una bella mano al risanamento dei conti pubblici, peccato che questi soldi no finiscano nelle casse dello Stato. (m. r.

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fonte repubblica.it

Un papà su 4 a casa con i figli: Il record dei tedeschi


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In 5 anni passato dal 3,5 al 25% chi ha fatto la richiesta

Un papà su 4 a casa con i figli
Il record dei tedeschi

La legge: bonus di 2 mesi se si congeda anche lui. Stanno con il bebè 7 ore al giorno e le donne tornano prima al lavoro

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dall’inviato CorSera GIOVANNI STRINGA

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BERLINO – A Berlino, il fine settimana, le strade e i parchi si riempiono di giovani famiglie. Padri, madri, bambini, carrozzine e passeggini invadono viali, negozi e giardini pubblici. È una città molto giovane, e questo si sapeva. Ma la differenza arriva dal lunedì al venerdì, quando le stesse famiglie scendono di nuovo in strada. Questa volta, però, con un’eccezione. Ci sono gli stessi bambini, le stesse carrozzine e gli stessi passeggini. E, spesso, gli stessi padri, magari con il biberon in mano. Mancano solo le madri, perché sono in ufficio o in fabbrica a lavorare.
Impressioni? Coincidenze irripetibili di una città giovane e progressista? Non solo. In tutta la Germania la percentuale dei neopapà che prendono un congedo di paternità è schizzata dal 3,5% del 2007 al 16% del 2009 fino al 25% oggi. Le cifre – riportate in uno studio dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw) e rimbalzate sul quotidiano Berliner Zeitung – sono il risultato di una riforma messa in piedi cinque anni fa dall’allora ministro della Famiglia Ursula von der Leyen, madre di sette figli e oggi ministro del Lavoro. Il sistema lanciato nel 2007 prevede in linea di massima fino a 14 mesi (per figlio) di congedo genitoriale, in cui viene versato fino al 67% dello stipendio a chi accudisce il bambino. Padre o madre che sia, non fa differenza. Anzi, se alla fine è comunque solo la madre a restare a casa, il congedo si blocca al dodicesimo mese. Altrimenti, se anche il padre lascia il lavoro per la cameretta del bebé, allora si arriva ai 14 mesi. Forse è anche per questo – per quei 2 medi di «bonus» se interviene anche il papà – che il congedo medio maschile viaggia proprio tra uno e due mesi. Ma c’è chi (il 14%) va oltre e resta a casa dai tre agli otto mesi.

 

I tedeschi, storicamente amanti dei numeri e della precisione, hanno anche quantificato le ore. Quando sono in paternità, gli uomini dedicano ai figli 7 ore del giorno, contro le 2,7 ore nelle normali giornate di lavoro. «Sette ore, ma potrebbero fare ancora meglio», storcono il naso non poche mogli e compagne. Resta il fatto che, in ogni caso, un papà su quattro accetta uno stipendio ridotto pur di passare qualche mese con il nuovo arrivato. E – quasi incredibile, ma vero – ci sono padri che, una volta tornati tra computer e scrivania, chiedono il part time. Qui mancano i numeri, ed è prevedibile che siano piuttosto bassi. Ma il fenomeno, visto con occhi mediterranei, dà comunque nell’occhio.

Un’altra sorpresa viene dalla classifica dei Land (le regioni in cui è divisa la Germania) dove più alta è la quota dei padri in congedo. La lista, stilata dall’Ufficio statistico federale, vede sul podio due Land della vecchia Germania Est: la Sassonia (prima) e il Brandeburgo (terzo). Al secondo posto la ricca Baviera, al quarto Berlino. In Baviera, dove il mercato del lavoro «tira» e la domanda delle aziende è forte, probabilmente molti padri in congedo non temono «ripercussioni» al loro ritorno in ufficio. Nei Land dell’Est la situazione può essere più complessa e il mercato meno roseo. Eppure, come appunto in Sassonia, in diverse regioni la quota dei padri in congedo è più alta, molto più alta, di quanto succede in facoltosi Land dell’Ovest, dal Baden-Wuerttemberg al Nord Reno-Westfalia.

Dietro tanti «family men» tedeschi ci sono molte donne che, normalmente, guadagnano più dei loro mariti o compagni. Quindi, fatti due conti in tasca, la coppia può ritenere più opportuno dare più spazio a lei nel lavoro. E una prova di tutto ciò la danno, ancora una volta, i numeri: da quando il congedo è diventato «egalitario», le donne tornano prima in ufficio, gli uomini dopo e – nell’anno che segue alla nascita del bimbo – il reddito complessivo della famiglia è oggi più alto di quanto succedeva in passato. «Significativamente» più alto, precisa lo studio «made in Germany».

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fonte corriere.it

Rating in picchiata, salve Lombardia e Toscana, il Piemonte nel gruppo che rischia il default

Rating in picchiata, salve Lombardia e Toscana il Piemonte nel gruppo che rischia il default

Rating in picchiata, salve Lombardia e Toscana
il Piemonte nel gruppo che rischia il default

Anche per chi è promosso le prospettive future sono comunque negative. Pochi i casi virtuosi, il resto affonda sotto la media del Paese

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di LUISA GRION

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BOCCIATO il Paese, bocciate quasi tutte le sue regioni: Moody’s ci va giù pesante con l’Italia, ma non è tenera nemmeno con le sue amministrazioni locali. Dopo lo scossone assestato al nostro debito sovrano a metà luglio (fatto scivolare di due gradini in un solo colpo, dalla classe A3 a Baa2), l’agenzia di rating è rapidamente approdata all’esame delle giunte regionali, passandone al setaccio bilanci e decisioni. Ne è uscito, anche in questo caso, un quadro poco lusinghiero: da Torino a Palermo il giudizio cambia di poco. Il Paese, secondo Moody’s, si sta omogeneamente incartando. Quasi tutti i “voti” assegnati dalla sempre più discussa agenzia di rating (dal governatore Draghi al premier Monti sono piovute critiche e dubbi sui suoi giudizi) rispecchiano la media nazionale, le eccellenze si contano sulle dita di una mano. Le sorprese però non mancano: Moody’s non ha mai creduto al default della Sicilia, vede più a rischio, semmai, l’insospettabile Piemonte.

I PRIMI DELLA CLASSE
Volendo semplificare, l’agenzia divide l’Italia in tre fasce: gli enti cui assegnare un voto superiore a quello “medio” del Paese, quelli che stanno sullo stesso piano dell’Italia e le amministrazioni da mandare dietro alla lavagna. Fra le prime della classe, aggrappate all’A3, ci sono le province di Trento e Bolzano e, uniche fra le regioni certificate, la Toscana e le Marche. Si salva la Lombardia, cui Moody’s assegna il voto Baa1 (ridotto rispetto al precedente A2), grazie al sistema entrate/uscite sotto controllo e al fatto che la Regione genera il 20 per cento del Pil nazionale. Anche per questo gruppetto di testa, comunque, l’outlook, le previsioni per il futuro, sono negative.

PARADOSSO SICILIA
Molto affollata la classe “media”, quella in linea con l’affidabilità e i rischi riconosciuti al sistema Italia. Nella casella del Baa2 si trovano infatti la maggioranza delle regioni italiane: dalla Basilicata alla Sardegna, dal Veneto (declassato) alla Puglia. Ciò che sorprende è la presenza della Sicilia, regione che è stata considerata a rischio default, ma che Moody’s non vede poi così male. “Il debito cresce, ma non è a livello preoccupante” assicurano i suoi tecnici, convinti che la condizione di autonomia e il miglioramento del bilancio sanitario salvino, in fondo, le prospettive finali. Un giudizio con il quale non concorda la Cgia di Mestre: nell’isola, fa notare, i costi della politica e quelli per l’acquisto di beni e servizi sono doppi rispetto a quelli medi di tutte le regioni italiane. Più che tripli se si guarda al solo costo del personale.

PIEMONTE IN CODA
Qualche stupore arriva però anche dal fondo classifica. D’accordo, le cose vanno male particolarmente al Sud: lo dice anche Moody’s che confina nel misero Baa3 la Calabria, la Campania e il Molise. Piove sul bagnato, si potrebbe dire, visto che il Tesoro – “alla luce dei mancati obiettivi per i piani di rientro dei debiti sanitari” – ha appena confermato, per il 2012, la maggiorazione nelle tre regioni dello 0,15 per cento dell’Irap e del 0,30 dell’Irpef. A far loro compagnia c’è l’Abruzzo, il Lazio (declassato dal precedente Baa2) e, a sorpresa, il Piemonte. Torino e dintorni, sentenzia quindi Moody’s, presentano rischi maggiori a quelli della Sicilia: “il rapporto debito/Pil – assicura – è cresciuto molto negli ultimi anni e le entrate sono in calo”.
Pagelle che, criticabili o meno, esercitano comunque il loro potere su investitori e mercato. C’è chi sceglie di farne a meno: l’Emilia Romagna da quest’anno non si fa più certificare il rating. Le Marche invece accettano i voti, ma un mese fa hanno deciso di dimezzare i giudici: fino allo scorso anno si erano avvalse sia di Moody’s che di Standard&Poor’s, ora hanno tagliato la prima, risparmiando 97 mila euro.

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fonte repubblica.it

Norvegia ricorda le stragi di Oslo e Utoya

(Xinhua)  (Xinhua)

Norvegia ricorda le stragi di Oslo e Utoya

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ultimo aggiornamento: 22 luglio, ore 10:11
Oslo – (Ign) – Era il 22 luglio del 2011 quando l’estremista di destra Breivik uccise 77 persone. Per il 24 agosto attesa la sentenza. Agenti in azione nell’abitazione di James Holmes, il 24enne ritenuto responsabile della strage di Denver, dove è stato trovato un arsenale programmato per esplodere. Il giovane comparirà davanti al giudice lunedì

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Oslo, 22 lug. (Ign) – E’ trascorso un anno da quel 22 luglio in cui 77 persone persero la vita per mano dell’estremista di destra, Anders Behring Breivik. Il 32enne piazzò prima 950 kg di esplosivo davanti al palazzo del governo nel pieno centro di Oslo, dove morirono otto passanti e altre persone rimasero ferite. Dopo di che si recò sull’isola di Utoya, che ospitava in quei giorni 600 giovani laburisti, e armato di mitra sparò all’impazzata contro chiunque uccidendo 69 persone.

Mentre il mondo è ancora sconvolto per la strage di Denver, la Norvegia torna a quel doloroso momento commemorando le vittime. Commemorazione che prevede a Oslo la deposizione di una corona di fiori sul luogo in cui esplose la bomba, un discorso del primo ministro Jens Stoltenberg, una messa nella cattedrale della capitale e un’altra cerimonia per le persone morte sull’isola di Utoya. Infine ci sarà un concerto nel centro di Oslo.

Intanto per il 24 agosto prossimo è prevista la sentenza per Breivik che fu arrestato poco dopo la strage. Le sue posizioni estremiste sono emerse da subito, visto il ritrovamento tra l’altro di un manifesto di 1.500 pagine scritto di suo pugno contro il multiculturalismo in Europa. Ma durante il processo si è discusso anche della sua salute mentale. Il 32enne è stato sottoposto a due perizie psichiatriche, la seconda delle quali lo ha definito sano.

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fonte adnkronos.com/IGN