Archivio | luglio 28, 2012

Dal governo stretta sui farmaci griffati. Ira di medici e Federfarma: “Vergognoso”

Dal governo stretta sui farmaci griffati Ira di medici e Federfarma: "Vergognoso"

Dal governo stretta sui farmaci griffati
Ira di medici e Federfarma: “Vergognoso”

I medici dovranno limitare l’indicazione di prodotti specifici ai soli malati cronici che già li usano. Il provvedimento sarà approvato definitivamente dal Senato lunedì sera o al massimo martedì mattina

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ROMA Addio prescrizioni facili per i farmaci griffati. Nel decreto della Spending Review spunta una novità che sta già facendo insorgere medici di famiglia e aziende farmaceutiche: una stretta sui medicinali di marca, che non potranno più essere prescritti dai medici con nonchalance. I prodotti “griffati” potranno essere segnati in ricetta solo ai malati cronici che già li usano, in tutti gli altri casi basterà indicare il principio attivo. Si potrà ancora prescrivere un medicinale indicando il nome commerciale ma, in questo caso, bisognerà spiegarne le ragioni.

La stretta ha già destato l’ira dei medici e di Federfarma, che denuncia un “vergognoso attacco” alle aziende del settore che “colpisce al cuore l’industria dei medicinali”. Mentre la Federazione dei medici di famiglia – con il segretario Giacomo Milillo – sostiene che indicare in ricetta solo il principio attivo determinerà una “pericolosa confusione”, con il risultato che il dottore non avrà più controllo sul tipo di farmaco di cui alla fine il paziente farà uso. Dopo la definizione dei nuovi tagli a sanità e farmacie, la rivisitazione delle province e una ricca ondata di micro-norme, il decreto della Spending Review taglia intanto il primo traguardo. Il più difficile. Passato l’esame della commissione Bilancio del Senato, approderà lunedì nell’aula di Palazzo Madama, dove è attesa una fiducia-lampo. Il provvedimento potrebbe essere approvato dai senatori già lunedì sera o, al massimo, martedì mattina. Poi passerà alla Camera, per il via libera prima delle ferie estive.

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fonte repubblica.it

Riaperti i cancelli dell’Ilva ma la normalità è apparente

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Riaperti i cancelli dell’Ilva ma la normalità è apparente   

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TARANTO – I cancelli dell’Ilva si sono riaperti questa mattina per accogliere i dipendenti del primo turno, e lo stesso è accaduto per i turni successivi. E’ tornata la normalità nella fabbrica d’acciaio più grande d’Europa dopo il sequestro preventivo di mercoledì scorso per disastro ambientale di sei impianti dell’area a caldo e gli arresti contestuali di otto tra dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva, ma è una normalità apparente. I blocchi stradali sulle principali vie d’accesso alla città (le statali 7 Appia per Bari e 106 ionica per Reggio Calabria), l’occupazione del ponte girevole e di quello di pietra nel borgo antico, i presidi in alcuni punti strategici del capoluogo sono già alle spalle. Il clima però resta teso, dentro e fuori lo stabilimento Siderurgico, e la prossima settimana si preannuncia subito di nuovo infuocata.

La produzione di lamiere, nastri e tubi in acciaio è ripresa dunque senza grossi scossoni. In stabilimento non si sono ancora visti i tre custodi nominati dal gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, tutti di Bari) per curare gli aspetti tecnico-operativi che dovrebbero portare all’eventuale spegnimento degli impianti. Operazione che, peraltro, richiede tempi lunghi, anche fino a due mesi, sia per motivi di sicurezza sia per tutelare l’integrità degli impianti stessi, come indicato dal gip nel decreto. Difficile, peraltro, che il compito dei tre custodi inizi prima che l’ennesima battaglia giudiziaria apertasi con il decreto di sequestro non contempli anche l’esito del ricorso presentato dall’Ilva contro il provvedimento. La discussione di questo ricorso, e di quello presentato dai difensori degli otto arrestati, è fissata per il 3 agosto dinanzi al Tribunale del Riesame di Taranto. Ma la prossima settimana si prospetta subito ‘caldà. Lunedì si terrà una seduta del consiglio comunale che ha all’ordine del giorno anche la discussione sulla vicenda Ilva. Per giovedì 2 agosto, vigilia dell’udienza del Riesame, è già annunciato dai sindacati di categoria uno sciopero di 24 ore con assemblea pubblica.

Ancora reazioni a catena, intanto, dal mondo politico e non, su quanto sta accadendo dentro e fuori il Siderurgico. «Per noi è fondamentale che l’attività produttiva dell’Ilva continui, che non si arresti – ha detto il responsabile nazionale Economia e Lavoro del Pd, Stefano Fassina, dopo aver incontrato lavoratori e sindacati, ricordando i compiti dell’azienda e del governo nazionale. «I magistrati di Taranto hanno fatto il loro dovere, e non avevano alternative» ha sottolineato il presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, organismo che sulla situazione dell’Ilva aveva ascoltato nei mesi scorsi il procuratore di Taranto, Franco Sebastio.

La decisione del gip viene invece definita «surreale» dal deputato Pdl Guido Crosetto, per il quale «non è concepibile che persone pagate per servire lo Stato con potere di vita o di morte non abbiano il senso della responsabilità delle loro decisioni». Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, ricorda che «il gruppo Riva è già stato condannato per inquinamento» con sentenze definitive nel 2005 e nel 2006, e giudica «scandaloso» che al’epoca la Regione Puglia non si costituì parte civile. «Crediamo che la difesa della salute dei cittadini e degli operai sia un principio indispensabile» affermano in una nota gli ambientalisti di ‘Taranto respirà, mentre il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, indica che «con i soldi pubblici stanziati per le bonifiche, quasi come una ideale contropartita, lo Stato ha diritto ad ottenere quote azionarie dell’Ilva». E il Codacons, che il 3 agosto terrà un sit-in dinanzi al Tribunale, annuncia che chiederà ai giudici del Riesame di «riaprire per un periodo massimo di 3 mesi gli impianti, affidandoli alla responsabilità dell’Arpa e del Prefetto, a condizione che in tale periodo il ministero dell’Ambiente, l’azienda e gli enti interessati operino per sanare la situazione di danno ambientale, bonificando l’area con i fondi stanziati dal governo».

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fonte lagazzettadelmezzogiorno.it

TARANTO – La “città fabbrica” che ha scelto come morire

Interessante post di Fabio Salamida, che l’autore gentilmente ci ha segnalato; e che pubblichiamo volentieri. Solleviamoci

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La “città fabbrica” che ha scelto come morire

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di Fabio Salamidahttp://fabiosalamida.files.wordpress.com/2012/07/579434_3701226974066_1449038931_n.jpg?w=267&h=284

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La storia dell’Ilva di Taranto è l’ennesimo paradosso italiano. Migliaia di lavoratori lottano contro il sequestro di sei reparti dell’acciaieria più grande d’Europa, per scongiurare una chiusura che significherebbe la perdita di lavoro per migliaia di persone e un dramma per le loro famiglie. Perché l’Ilva – come la Fiat, la Barilla e altre grandi aziende italiane – non è una semplice impresa ma il cuore di quella che molti definiscono “città fabbrica”, un’impresa che dà lavoro a un numero di persone così alto da influire sull’economia, l’urbanistica e le abitudini di una città.

Ma l’Ilva è anche stata per oltre trent’anni – e per molti continua ad esserlo – causa di morte e malattie per gli operai e per molti abitanti di Taranto. I veleni eruttati dal colosso siderurgico si manifestavano con quello strato di polvere rossa che si depositava su case e auto, sui panni stesi ad asciugare – che al primo soffio di tramontana dovevano tornare in lavatrice – e sul terreno, inquinando acqua e cibo. Ma soprattutto era respirata da tutti. I veleni negli anni sono stati identificati e misurati, in primis la famigerata diossina e poi il meno noto ma altrettanto pericoloso benzopirene. Si è dimostrata l’incidenza diretta tra quelle sostanze e l’aumento esponenziale di malattie respiratorie e tumori in tutta l’area.

Negli ultimi anni la polvere rossa è diminuita, salvo quando soffia la solita tramontana. Basta domandare agli abitanti del ‘rione Tamburi’, il quartiere più inquinato d’Europa. Ma gli effetti devastanti di oltre trent’anni di veleni richiederebbero interventi radicali. Non basta modificare i cicli di produzione, servirebbero una massiccia opera di bonifica e quelle riconversioni che i sindacati e i movimenti dei cittadini chiedono da anni.

Manca un’efficace legislazione nazionale che regolamenti il monitoraggio e la bonifica delle grandi aree industriali. Ci si limita a gestire le emergenze con provvedimenti ‘spot’ come i 336 milioni stanziati dal governo. La politica è stata assente e nel peggiore dei casi complice. In Italia ammontano a 57 le aree da bonificare e sono oltre 6 milioni gli italiani a rischio malattie. Ed è difficile accertare quali siano le responsabilità legali delle aziende rispetto ai disastri ambientali. La storica sentenza Eternit – caso che ha diverse analogie con l’Ilva – è emblematica del vuoto legislativo. Da una parte la vittoria dei famigliari delle vittime degli stabilimenti di Cavagnolo e Casale Monferrato, dall’altra l’ingiustizia subita a Reggio Emilia e Bagnoli. In entrambi i casi la bonifica delle aree si è limitata a qualche proclama e poco più.

Oggi molti abitanti della grande “città fabbrica” vivono il dramma di dover difendere il loro lavoro coscienti di difendere un’azienda che produce morte e malattie. Ma quando un dramma è di dimensioni così vaste, le degenerazioni e gli scontri lacerano l’intero tessuto sociale di una comunità. È questo che sta avvenendo nella provincia pugliese, dove le associazioni e i gruppi che lottano per la difesa dell’ambiente e della salute, nonché la stessa Procura di Taranto che ha disposto i sigilli per i reparti a caldo dell’acciaieria, sono visti come dei nemici da quella parte della città che vive del grande colosso industriale. Migliaia di persone che vittime del ricatto occupazionale si sono rassegnate a dover compromettere la propria salute, quella delle loro famiglie e quella della loro comunità. Perché in Italia si può scegliere se morire dei veleni prodotti dalla fabbrica dove si lavora o di fame se quella fabbrica viene chiusa perché uccide. E non si dica che non siamo un paese libero.

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fonte http://fabiosalamida.wordpress.com

DISSESTO IDROGEOLOGICO – Frana in Valcamonica, dieci famiglie sfollate: riapre la statale 42

La statale 42 invasa dai detriti portati dal torrente Rabbia (Fotogramma/Bs)

VENERDI’ SERA A RINO DI SONICO DOPO UN VIOLENTO TEMPORALE

Frana in Valcamonica, dieci famiglie sfollate: riapre la statale 42

Dalla val Rabbia scendono 250mila metri cubi di detriti. Dieci famiglie evacuate a Rino; Alle 20 ha riaperto la statale 42

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Il luogo della frana (Fotogramma/Bs)Il luogo della frana (Fotogramma/Bs)
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Alta Valcamonica isolata per 24 ore a causa di una frana che venerdì sera ha travolto Rino di Sonico. Il torrente Rabbia, che scorre nell’omonima valle, è esondato per la pioggia abbondante, trascinando a valle oltre 250mila metri cubi di detriti che hanno travolto e spezzato il ponte della frazione di Rino e si sono spinti fino alla Statale 42, spaccandola in due.

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Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata

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DIECI FAMIGLIE SFOLLATE -Nessun ferito. Solo un uomo, già malato, ha accusato un lieve malessere, mentre un ragazzo a bordo di una Golf è riuscito a fuggire alla furia del fiume di fango. Ma sono dieci le famiglie evacuate dalla frazione di Rino di Sonico, la più esposta al pendio friabile della val Rabbia. Sono ospiti di famigliari e alberghi (a spese dell’amministrazione comunale). E’ stata invece ripristinata l’erogazione di metano e acqua a Rino, che però resta isolato: il ponte distrutto dalla furia della frana fungeva da unico collegamento con il resto della valle. Da lunedì sarà installato un ponte mobile sul torrente.

RIAPRE LA STATALE – Grazie al lavoro intenso di Protezione Civile e Vigili del Fuoco la Statale 42 invasa da detriti e fango è stata liberata in tempi record è ha riaperto al traffico a senso unico alternato dalle 20 di sabato sera. Forti i disagi subiti tra venerdì e sabato per i vacanzieri che si trovavano nelle località turistiche dell’alta Val Camonica (Ponte di Legno e Tonale) con code di oltre 6 ore. E’ consigliato vivamente un percorso alternativo: il passaggio per Madonna di Campiglio o per il passo dell’Aprica.

DISSESTO IDROGEOLOGICO – E non tarderà a riaprirsi la polemica sul rischio di dissesto idrogeologico, che vede la Valcamonica maglia nera nella classifica annuale di Legambiente: l’eccessiva cementificazione in aree di esondazione o a rischio frana ancora una volta si configura come causa principale di drammi annunciati. Il torrente Rabbia, nell’abitato di Rino, 20 anni fa era stato irregimentato in un modo troppo angusto. L’amministrazione comunale aveva già appaltato l’allargamento delle sponde. Ma la piena l’ha preceduta di qualche settimana.

Pietro Gorlani

27 luglio 2012 (modifica il 28 luglio 2012)

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fonte corriere.it

LA DENUNCIA – Carceri, il trucco della capienza. Intanto si continua a morire in cella

Carceri, il trucco della capienza Intanto si continua a morire in cella

Carceri, il trucco della capienza
Intanto si continua a morire in cella

L’Associazione Antigone 1 lancia un allarme: con un tasso di affollamento del 145,8%  i penitenziari italiani esplodono e la verità sugli spazi “regolamentari” a disposizione dei detenuti è stravolta. Sono 89 i morti dietro le sbarre dall’inizio dell’anno, 31 dei quali si sono tolti la vita. Il primato di Marassi. L’inferno di Regina Coeli

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di MARTA RIZZO

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ROMANelle 206 carceri italiane non c’è spazio. Sono 21 mila i detenuti in più, rispetto ai posti letti disponibili nei penitenziari del nostro Paese: ovvero, 145 persone per 100 letti. Questi i numeri dell’Associazione Antigone 2, che dal 1991 si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario in Italia e dal 1998, con il pieno consenso del Ministero di Grazie e Giustizia, entra fisicamente nelle carceri italiane, per sondare le situazioni dei singoli penitenziari, per divulgare dati e segnali di pericolo, per lanciare campagne di denuncia e sottoscrizioni e richieste di partecipazione civile e solidale.

Le morti, i suicidi. Attualmente si sta occupando, tra le altre cose, di diffondere i dati della condizione carceraria del nostro Paese nel 2012. E la situazione è allarmante, per i fatti taciuti e omessi e per quelli più noti: il sovraffollamento, le pessime condizioni igienico-sanitarie, le morti  spesso ingiustificate (89 dall’inizio dell’anno, fino al 22 luglio scorso); i suicidi (31) che tra le sbarre si rincorrono sempre più spesso. Nel terzo millennio e nelle così dette società civili, i luoghi di pena sono per loro stessa natura obsoleti e inadatti a salvaguardare la dignità umana. “Per chi commette fatti non gravi – sostiene il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – l’impiego in lavori socialmente utili è ben più utile che non scontare qualche mese in carcere, efficace solo invece nel creare carriere devianti e suicidi”.

Cifre che nascondono la realtà.
  Se questo è vero in generale, gli istituti di pena  italiani spiccano per le condizioni di sopravvivenza nelle quali vivono i detenuti. Solo in apparenza, infatti, la capienza dei nostri penitenziari in questi anni è cresciuta. C’è una mistificazione della realtà in queste notizie. Dal 2007 al 2012, riferisce il Ministero della Giustizia, l’Italia ha aumentato la capienza delle sue carceri di 2.557. In effetti si tratta semplicemente del fatto che, negli stessi istituti, i detenuti vengono stipati ovunque, trasformando in celle tutti gli altri ambienti, a scapito dei luoghi comuni, indispensabili per la quotidianità dei reclusi. Nelle carceri c’è sempre meno spazio, dunque, ma sulla carta la loro capienza aumenta. E alcuni casi sono particolarmente emblematici.

Reparti carcerari inagibili da nord a sud. Partiamo da una delle regioni più progredite, la Toscana. La capienza della regione, secondo le fonti ministeriali cresce di oltre 300 posti, ma non ci sono nuovi istituti o nuovi padiglioni, e in realtà la vivibilità odierna è certamente peggiorata rispetto al 2007. Oggi l’istituto di Arezzo è del tutto chiuso, e quello di Livorno lo è in buona parte, mentre a Porto Azzurro sono chiuse ben due sezioni. In realtà c’è dunque meno spazio, ma la capienza regolamentare della regione cresce. Un’incongruenza evidente, che però fa gioco alle casse dello Stato, dal momento che rende qualunque piano carceri del tutto superfluo. L’incongruenza, intanto, si estende ad altri luoghi di pena: a L’Aquila, dove a causa del terremoto il carcere è stato in buona parte sgomberato, ad eccezione del reparto per il 41bis (il regime di carcere duro per i reati di criminalità organizzata, terrorismo, evasione e simili). Anche in questo caso la capienza ufficiale dell’istituto è rimasta immutata.

Altrettanto succede a Gorizia. Qui le perdite degli scarichi dei bagni interni alle celle rendono inagibile un piano, sopra il quale i detenuti continuano a vivere e a camminare in una struttura impregnata d’acqua.

Monza. Dove parte del carcere è stata sgomberata perché quando piove si allaga. A Piacenza, mentre è iniziata la costruzione del nuovo padiglione previsto dal piano carceri, il padiglione per i detenuti sottoposti ad art. 21 (coloro che possono lavorare fuori delle mura carcerarie) è inagibile perché piove all’interno del reparto.

Sassari. Un intero piano della vecchia struttura carceraria ottocentesca è inagibile.

Roma. Nel carcere di Regina Coeli, due sezioni sono completamente chiuse. La VI sezione, chiusa a febbraio 2012, ospitava 157 detenuti. Anche a Rebibbia un reparto è completamente fuori uso, per poter essere adeguato al regolamento del 2000; si tratta della prima ristrutturazione dell’edificio dalla data della sua consegna: era l’anno 1946.

Potenza e Matera. Anche nelle Case di Reclusione dei due capoluoghi lucani sezioni risultano chiuse.

Il trucco. Gli esempi sono moltissimi, e si può dire che ormai ci sono celle inagibili praticamente in ogni istituto. La realtà è che nei penitenziari le condizioni materiali si deteriorano, mentre non ci sono più risorse economiche per la manutenzione. Ma la capienza “regolamentare” misteriosamente aumenta.

Le carceri pugliesi le più disagiate. La Regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia, seguita da Lombardia e Liguria. I penitenziari più vivibili, invece, sono in Trentino Alto Adige. In Campania ci sono più imputati che persone condannate. Mentre la regione con meno imputati è il Molise. Complessivamente 2 persone su 5 sono dentro ancorché presunte innocenti. “Ridurre i detenuti serve anche a ridurre la spesa pubblica. È questo un risultato capace di assicurare anche una maggiore sicurezza collettiva, infatti la permanenza in carceri indegne produce tassi alti di recidiva – dichiara ancora il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – Per decongestionare il sistema bisogna agire sul fronte delle entrate e delle uscite. La legge Fini-Giovanardi va sostituita con una legge più coraggiosa, meno punitiva e più aperta”.

Già 89 i morti in carcere nel 2012.
Dall’inizio del’anno al mese di luglio, sono morte in carcere 89 persone, ai quali vanno aggiunti 2 decessi all’interno delle camere di sicurezza della questura di Firenze. Di queste persone, 31 si sono tolte la vita. L’ultimo è avvenuto il 15 luglio nel carcere di Carinola (Ce), Angelo aveva 41 anni. Altre 7 persone sono decedute per malattia. Ventitre detenuti sono morti poi per cause ancora da accertare. I restanti, sono stati uccisi in carcere, fulminati da un’overdose, o nella speranza di ottenere voce con uno sciopero della fame.

Il primato di Marassi. Il triste primato spetta al Marassi di Genova, con i suoi 5 decessi: uno per suicidio, uno per infarto e gli altri da accertare. Segue Roma, dove a Regina Coeli, dall’inizio dell’anno, sono tre i detenuti deceduti: uno era malato ed è morto nel centro clinico del carcere; un altro è stato colto da infarto durante la notte e, secondo le testimonianze dei compagni di cella, non adeguatamente soccorso dal medico di turno;  per ultimo un trentenne trovato morto in cella, con tutta probabilità a causa di una overdose. A Rebibbia, sempre nella capitale,  un detenuto, minorato psichico, italiano, di 36 anni, è stato trovato morto nella sua cella. Era un giorno d’aprile e si tratta del sesto decesso avvenuto nelle carceri del Lazio dall’inizio dell’anno.

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fonte repubblica.it

Siria, si teme un massacro ad Aleppo: ribelli e lealisti pronti alla battaglia finale

(Xinhua)  (Xinhua)

Siria, si teme un massacro ad Aleppo: ribelli e lealisti pronti alla battaglia finale

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ultimo aggiornamento: 28 luglio, ore 15:41
Damasco – (Adnkronos/Ign) – Attivisti: pesanti bombardamenti dalle forze del regime. Il centro appare come “una città fantasma” nelle cui strade si vedono solo i combattenti. La popolazione in fuga verso le campagne. L’esercito uccide un bambino di 6 anni che tentava di oltrepassare il confine. Già 41 vittime nel Paese

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Damasco, 28 lug. (Adnkronos/Ign) – Ad Aleppo oggi è il giorno della battaglia decisiva tra ribelli e forze del regime. E la comunità internazionale teme un nuovo massacro nella città siriana. Descrivendo la controffensiva dei lealisti, Abu Omar al-Halabi, un comandante dei ribelli dell’Esercito libero siriano, ha detto che “le forze del regime stanno conducendo pesanti bombardamenti in diverse aree della città ed i nostri combattenti rivoluzionari stanno coraggiosamente contrastando il loro tentativo di attaccare il quartiere meridionale di Salahddine”.

Malik Kurdi, vice comandante delle forze dell’Esercito libero siriano, intervistato dalla Cnn aveva detto che il centro di Aleppo sembra “una città fantasma” nelle cui strade si vedono solo i combattenti. “La gente sta fuggendo dalla città verso la campagna” ha poi aggiunto Kurdi.

L’esercito siriano ha sparato su una famiglia siriana che nella notte cercava di lasciare il Paese per trovare rifugio in Giordania, uccidendo un bambino di sei anni. Colpito al collo, il piccolo Bilal el-Lababidi è deceduto in territorio giordano per le ferite riportate. E’ la prima volta che le guardie di frontiera siriane uccidono qualcuno che cerca di scappare dal Paese.

Bilal el-Lababidi e i suoi genitori erano parte di un gruppo di una dozzina di siriani partiti da Daraa diretti in Giordania, dove oltre 140mila siriani hanno già trovato rifugio. ”E’ un martire che ora si trova in un posto migliore, sono sicura che è in paradiso”, ha detto la madre di el-Lababidi, il cui figlio è stato sepolto nella città settentrionale giordana di Ramtha. La donna è riuscita comunque a varcare il confine con i suoi due figli più piccoli, mentre il marito, caporale disertore, è dovuto tornare indietro per l’attacco dell’esercito.

Nel Paese oggi si registrano già quarantuno morti. Lo riferiscono gli attivisti dei Comitati di coordinamento locale citati dall’emittente al-Jazeera. In particolare, i cadaveri di quattro persone sgozzate con coltelli sono stati rinvenuti a Deir al-Zour nell’est della Siria. Non è noto sapere quanti morti siano stati registrati ad Aleppo. Secondo fonti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, nei combattimenti nel quartiere meridionale della città sono rimasti uccidi almeno tre ribelli.

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fonte www.adnkronos.com/IGN

Fumetti per bambini che inducono al consumo di psicofarmaci: vendere malattie sul web, anche ai bimbi italiani

Non ci stancheremo mai di ricordare ai lettori che i psicofarmaci, TUTTI i psicofarmaci, non curano alcunché. Sono ‘manette’ sotto forma di sostanze psicotrope, che creano gravi alterazioni alla personalità degli individui, oltre ad apportare seri, e anche gravi danni, sotto forma di complicanze fisiopatologiche apportatrici di ulteriori scompensi e malattie. Non raramente, gli psicofarmaci, a lungo andare, esaltano le ‘patologie psichiatriche’ (scientificamente indimostrabili, peraltro) sotto forma acuta, spingendo chi ne fa malaccortamente uso anche al suicidio. mauro, naturopata
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Fumetti per bambini che inducono al consumo di psicofarmaci: vendere malattie sul web, anche ai bimbi italiani

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Tratto da http://www.giulemanidaibambini.org

Da Stati Uniti e Gran Bretagna, siti per bimbi – accessibili anche dal nostro paese – con lo scopo di “spiegare le malattie” e rendere più accettabile l’assunzione di psicofarmaci. Anche la multinazionale farmaceutica Shire attiva in questa campagna, in vista dell’introduzione di un proprio psicofarmaco per bambini in Italia. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “E’ da un anno che denunciamo queste attività di marketing improprio, ma il Ministero della Salute continua a ignorare questi fatti gravi”
Il web è lo specchio della realtà, e vi si trova davvero di tutto, inclusi siti internet specificatamente costruiti per spingere i bambini verso le diagnosi di malattie controverse e rendere più accettabile ai loro stessi occhi l’assunzione di potenti psicofarmaci dagli effetti collaterali potenzialmente distruttivi.

Ci sono vari psicofarmaci per “curare” l’ADHD, la cosiddetta sindrome da iperattività e disattenzione che pare affliggere i bambini troppo distratti e agitati e che nei soli Stati Uniti genera milioni di prescrizioni all’anno garantendo alle farmaceutiche coinvolte in questo business (Novartis, Eli Lilly, Shire ed altre) introiti per miliardi di dollari. L’ADHD ha grande spazio nel sito http://www.medikidz.com un’iniziativa editoriale inglese apparentemente indipendente che vorrebbe “spiegare” la malattia e le relative “cure” ai bambini, mediante fumetti, supereroi e altri linguaggi tipici del mondo e dei linguaggi dell’infanzia.

“Peccato – commenta Luca Poma, giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini, il più rappresentativo Comitato per la farmacovigilanza pediatrica in Italia (www.giulemanidaibambini.org) – che nelle schede dei farmaci richiamate sul sito si citino in modo molto semplificato gli effetti collaterali e le possibili interazioni con altri farmaci, di fatto dando una percezione nettamente sottostimata dei rischi a genitori e bambini stessi”.

Gli editori del sito – e dei fumetti, che vengono venduti in edizione cartacea, con albi dedicati a ogni malattia – ringraziano per il supporto e la collaborazione una lista di associazioni mediche, di pazienti e di genitori, molte delle quali sospette di contiguità ai limiti dell’etico con le case farmaceutiche, o alcune – come la CHADD – già denunciate in passato per aver ricevuto finanziamenti diretti dalle aziende stesse. Vari commentatori hanno infatti sottolineato come l’attività di “sensibilizzazione” della CHADD sia tutt’altro che indipendente dalla casa farmaceutica Novartis, produttrice del contestato Ritalin – la metanfetamina che viene somministrata a milioni di bambini nel mondo per migliorare le performance scolastiche e l’accettabilità sociale – che tanto approfonditamente viene descritto proprio sul sito MedKids.

Un altro caso di probabile “disease mongering” – la tecnica di marketing per la fabbricazione a tavolino di malattie per vendere più farmaci – è quella della casa farmaceutica Shire, sponsor di http://www.adhdandyou.co.uk, un sito specificatamente dedicato ai bambini “malati” di ADHD. Il sito è ricco di consigli, filmati, tools interattivi per “semplificare la vita” a chi è afflitto dai sintomi di questa malattia, sulla cui reale esistenza ancora è aperto il dibattito in seno alla comunità scientifica. Un’operazione spacciata per “responsabilità sociale d’impresa”, da parte di un’azienda apparentemente attenta ai bisogni dell’infanzia?

“Combinazione, proprio la Shire – aggiunge Poma – sta per introdurre anche nel nostro paese la Guanfacina, molecola brevettata anni orsono e che – dopo diversi inutili tentativi per curare altre patologie – ora sta introducendo proprio per il trattamento dell’iperattività infantile. Desta sospetto quindi, visto il business in corso, questa improvvisa “sensibilità sociale” di Shire”.

L’anno scorso “Giù le Mani dai Bambini” ha denunciato ai mass-media e alle autorità di controllo sanitario operazioni di marketing preventivo sulla Guanfacina da parte di Shire(1). “Anche in Parlamento si era sollecitato un intervento del Ministero della Salute, il quale dopo aver incaricato i NAS di fare approfondimenti ha archiviato la pratica in modo tutt’altro che trasparente (2). Mi chiedo – conclude Poma – cosa stia aspettando il Ministro Renato Balduzzi a far bloccare dalla Polizia Postale l’accessibilità a questi siti web stranieri i cui contenuti stanno venendo diffusi anche nel nostro paese, sulla base di quella che di fatto è una raffinata strategia di marketing per indurre i nostri figli al consumo di psicofarmaci arricchendo le aziende produttrici di questi discutibili prodotti”.

(1)http://www.giulemanidaibambini.org/media-room/press-release/ancora-%E2%80%9Crelazioni-pericolose%E2%80%9D-tra-sanita%E2%80%99-e-multinazionali-farmaceutiche-nuovo-psicofarmaco-per-bambini-in-arrivo-in-italia-interrogazione-urgente-in-parlamento

(2) http://www.giulemanidaibambini.org/media-room/dicono-di-noi/indagine-nas-su-guanfacina-%E2%80%93-rapporti-ketchumshire

Per media-relation:             337/415305       – portavoce@giulemanidaibambini.org

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fonte disinformazione.it

Crolla il numero delle nuove pensioni. Si alza l’età media di chi riceve l’assegno

Crolla il numero delle nuove pensioni
Si alza l’età media di chi riceve l’assegno

Il calo è il risultato soprattutto del crollo (-73,8%) dei nuovi assegni per i lavoratori autonomi che hanno raggiunto i requisiti nel 2011 ma hanno dovuto attendere 18 mesi per il collocamento a riposo. L’età media per l’accesso alla pensione nel privato è stata di 61,3 anni, un anno in più rispetto ai 60,4 anni registrati nel 2011. Mastrapasqua: “Le riforme hanno funzionato”

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MILANO Crollo delle nuove pensioni nei primi sei mesi del 2012: gli assegni liquidati dall’Inps – secondo quanto risulta all’Ansa – sono stati 84.537 con un calo del 46,99% rispetto allo stesso periodo 2011(erano 159.485). Il dato è l’effetto della finestra mobile e dello scalino scattati nel 2011 mentre la riforma Fornero avrà impatto dal 2013. I dati Inps sul calo delle nuove pensioni dimostrano che le riforme “hanno funzionato” e che il sistema previdenziale “è stato messo in sicurezza”: lo afferma il presidente Inps, Antonio Mastrapasqua in un colloquio con l’Ansa – precisando che “questi sono dati dell’economia reale del Paese. E’ un segnale per l’Europa e per i mercati”.

Nei primi sei mesi del 2012 l’età media per l’accesso alla pensione nel privato è stata di 61,3 anni, un anno in più rispetto ai 60,4 anni registrati nel 2011. E’ quanto emerge da tabelle Inps che l’Ansa è in grado di anticipare. L’eta media è superiore di due anni rispetto alla Francia (59,3 anni) e vicina a quella tedesca (61,7 anni). Il dato sull’aumento dell’età media di pensionamento risente soprattutto dell’effetto combinato dello scalino per la pensione di anzianità e dell’introduzione della finestra mobile mentre non tiene ancora conto della riforma Monti-Fornero che dispiegherà i suoi effetti a partire dal 2013.

Il dato sul crollo delle nuove pensioni non tiene conto delle pensioni Inpdap, dal 2012 incorporato nell’Inps, è il risultato soprattutto dell’introduzione nel 2011 della finestra mobile (12 mesi di attesa per i dipendenti, 18 per gli autonomi una volta raggiunti i requisiti) e dello “scalino” previsto dalla riforma Damiano sempre per il 2011 per la pensione di anzianità con le quote (da 59 a 60 anni l’età minima a fronte di almeno 36 anni di contributi).

Il calo del 46,99% delle pensioni liquidate è il risultato soprattutto del crollo dei nuovi assegni per i lavoratori autonomi che hanno raggiunto i requisiti nel 2011 ma hanno dovuto attendere 18 mesi per il collocamento a riposo (-73,82% per le pensioni dei coltivatori diretti, -67,43% per gli artigiani, -64,84% per i commercianti). Per i lavoratori dipendenti il calo delle nuove pensioni nel complesso è stato del 35,58% (da 103.043 trattamenti a 66.385).

Sono diminuite soprattutto le pensioni di vecchiaia (-51,09%) passando da 77.591 dei primi sei mesi del 2011 a 37.952 dello stesso periodo 2012. In particolare le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti sono passate da 44.652 a 34.104 (-23,62%) mentre quelle dei lavoratori autonomi hanno avuto riduzioni superiori all’80%. Per i coltivatori diretti si è avuto un calo dell’86,62% (da 7.551 a 1.010), per gli artigiani dell’88,72% (da 11.505 a 1.298) e per i commercianti dell’88,91% (da 13.883 a 1.540).

Le pensioni di anzianità sono diminuite nel complesso del 43,12% passando da 81.894 a 46.585 con un calo consistente soprattutto per i dipendenti (-44,72%, da 58.391 a 32.281) sempre grazie all’effetto combinato dello scalino e della finestra mobile che ha rinviato il collocamento a riposo. Nel 2012 quindi stanno andando ancora in pensione di vecchiaia nel settore privato gli uomini a 65 anni e le donne a 60 raggiunti nel 2011 ai quali si aggiungono i 12-18 mesi della finestra mobile mentre per la pensione di anzianità basta la quota 96 tra età e contributi (con 60 anni di età minima) o i 40 anni di contributi a qualsiasi età (sempre aggiungendo la finestra mobile).

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fonte repubblica.it

VINCERA’ IL ‘GRANDE RICATTO’ ? – Ilva: la protesta si ferma in attesa del Riesame / VIDEO: ILVA Taranto – Meglio morire di tumore che di fame- Federico Catucci

ILVA Taranto – Meglio morire di tumore che di fame- Federico Catucci

Pubblicato in data 28/lug/2012 da

Intervista a Federico Catucci organizer degli Amici di Beppe Grillo di Taranto
Ciao a tutti sono Federico Catucci del Meet Up 192 Amici di Beppe Grillo Taranto
Questa intervista è realizzata con la partecipazione alla realizzazione e la condivisione del testo degli Amici di Beppe Grillo Taranto — Meet Up 192
Taranto paga per intero le conseguenze del cosiddetto sviluppo basato sulla famosa catena lineare della produzione e su tre momenti in particolare: estrazione materia prima – lavorazione del prodotto estratto – smaltimento.
Un vecchio modello di sviluppo che causa oltre alla predazione e al consumo delle risorse anche inquinamento e disuguaglianza.

Ilva: la protesta si ferma in attesa del Riesame

Gli operai dello stabilimento tarantino sono entrati regolarmente al lavoro alle 6.30. Sciopero e presidi si fermano in attesa che il tribunale della libertà valuti il ricorso della società contro il decreto di sequestro

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Dopo un venerdì di passione e protesta, è ripreso la mattina di oggi 28 luglio il lavoro nello stabilimento Ilva di Taranto. Alle 6.30 gli operai sono entrati regolarmente in fabbrica, dopo le proteste messe in campo in seguito alle ordinanze di sequestro delle aree a caldo dell’azienda e degli arresti domiciliari per 8 dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva, notificati due giorni fa dalla magistratura tarantina. La decisione di fermare la protesta è legata all’attesa che il tribunale del Riesame si esprima sul decreto di sequestro, non ancora esecutivo finche il tribunale non ri pronuncerà sul ricorso presentato dall’Ilva.

Questa notte i lavoratori hanno rimosso dunque i blocchi stradali sulle statali 106 e 100 e sulle strade provinciali e hanno deciso di sospendere i presidi che erano stati messi in campo in alcune aree della città, come la zona del ponte girevole. Sospesa anche l’occupazione simbolica del municipio di Taranto.

Una nuova manifestazione con assemblea pubblica dei lavoratori, che chiedono certezze per il loro futuro occupazionale, è in programma il 2 agosto, alla vigilia cioè della decisione del riesame sui ricorsi presentati da Ilva per i sequestri e dai legai degli 8 dirigenti ed ex dirigenti raggiunti dall’ordinanza di arresti domiciliari.

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fonte tg24.sky.it

GIULIANO L’APOSTATA – L’Ilva di Taranto, Giuliano Ferrara e il capitalismo prossimo venturo


Ferrara quando giocava a tirare pietre ai poliziotti a Valle Giulia

L’Ilva di Taranto, Giuliano Ferrara e il capitalismo prossimo venturo

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Personalmente, in quanto osservatori di tv, consideriamo uno dei punti di vista più interessanti quello rappresentato da Giuliano Ferrara, più che un uomo un personaggio alla Conrad. Comunista, agente segreto, anticomunista, laico, ateo devoto, grande giornalista indipendente alle dipendenze di Silvio Berlusconi, ma prima ancora della sua ex moglie Veronica, editrice e donna che, anche lei, si è saputa dimostrare molto indipendente. Insomma, in Giuliano Ferrara c’è un mondo intero da scoprire, almeno per noi persone limitate, legate alle nostre convinzioni e incapaci di vivere tante vite diverse. Così, l’altra sera su La7, abbiamo assistito con vivo interesse al dibattito condotto da Enrico Mentana, al quale partecipavano, con Ferrara, il professor Alesina, Gad Lerner e Paolo Mieli. Gente che ha molto da dire su tutto, ma che veniva continuamente spiazzata e provocata dalle dichiarazioni di Giuliano Ferrara.

Il quale, tra le altre cose, ha spiazzato anche noi, auspicando, proprio nella sera del tragico blocco dell’Ilva di Taranto, l’avvento del capitalismo nel nostro Mezzogiorno. E noi ingenui che credevamo la devastazione del Sud fosse proprio un effetto del capitalismo! Ma – abbiamo pensato – forse Ferrara vorrebbe che a Sud arrivasse un capitalismo moderno, più sociale e meno di rapina nei confronti delle risorse dell’ambiente e dell’uomo. Invece no. Se abbiamo capito bene, districandoci nel fuoco dei paradossi, il direttore del Foglio sarebbe favorevole alle gabbie salariali (come Bossi!), alla sanità totalmente privata; contrario invece alle rigide difese dei sindacati (e della magistratura non ne parliamo neanche).
Cosicché, a Giuliano Ferrara non piace il Sud così com’è, non perché lo giudichi troppo arretrato e precapitalista, ma perché non lo trova feudale abbastanza.

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fonte unita.it