Archivio | luglio 29, 2012

Casco per ciclisti, è polemica. #Salvaciclisti: “Non serve”


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Casco per ciclisti, è polemica
#Salvaciclisti: “Non serve”

Quattroruote ha lanciato la proposta di renderlo obbligatorio per salvare la pelle a chi pedala. Durissima contestazione dell’associazione. E replica del Direttore del mensile dei motori. Ecco tutta la storia

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di VINCENZO BORGOMEO

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Il titolo non lascia dubbi: “La lobby dell’auto attacca il rinascimento ciclistico”. Così l’associazione #Salvaciclisti risponde a Quattroruote che fra le sue tante campagne legate alla sicurezza stradale si era dichiarata favorevole all’introduzione del casco per i ciclisti. Non vogliamo entrare nella polemica, per cui riportiamo qui sotto integralmente la posizione di #Salvaciclisti e quella del direttore Quattroruote, Carlo Cavicchi, che abbiamo interpellato sul tema.

Solo una cosa però: siamo stupiti dai toni dell’associazione di chi pedala. Una violenza inaudita e inaspettata da chi pratica la filosofia dolce della pedalata, del rispetto della natura e degli altri. Toni e temi – fra l’altro – identici a quelli della lobby delle moto e degli scooter che per anni ha contrastato l’introduzione del casco per i cinquantini. Toni e temi, per concludere, che non sembrano cercare una qualche forma di dialogo. Un dialogo necessario da tirar fuori quando in Italia muoiono sulle nostre strade ogni anno il doppio dei ciclisti che partecipano al giro d’Italia.

Ecco la presa di posizione di #Salvaciclisti

Conforta sapere che persino il mensile di riferimento dell’automobilismo italiano, “Quattroruote”, si interessa al rinascimento ciclistico del nostro paese.

Una strana sensazione, vedere l’ampio articolo che la rivista dedica al ciclismo urbano: avremmo detto che, così come quotidianamente per strada, anche in edicola chi usa la macchina e persino ne scrive non si sarebbe mai accorto di noi.

Certo, il mensile lo fa a modo suo. Dopo aver rilevato l’enorme crescita dello shift modale dalle 4 alle 2 ruote a pedali, sottolinea i troppi rischi a cui noi ciclisti quotidiani siamo esposti. E prospetta una soluzione per la sicurezza di chi usa la bici.
Indovinate quale?
Esatto. Quella.
Il casco obbligatorio.

Sfugge, alla pomposa testata, che la causa di morte in strada per i ciclisti sono gli impatti contro l’oggetto-feticcio di cui si occupa con dedizione degna di miglior causa, ovvero l’automobile condotta male come la si conduce male in Italia.
Sono tante le cose che sfuggono, chissà quanto per distrazione, a “Quattroruote”. Proviamo a elencarle in ordine sparso.
Nei pochi luoghi del pianeta in cui il casco è obbligatorio (Australia, per esempio) la quota di ciclisti quotidiani si è dimezzata, e le morti non sono diminuite in percentuale: un ottimo incentivo all’abbandono della bici, e come conseguenza all’acquisto dell’automobile.

Su 1.000 utenti fragili della strada uccisi in Italia dalle automobili, 750 sono pedoni e 250 sono ciclisti: mettiamo il casco ai pedoni?.
Nei paesi ad alta densità ciclistica l’obbligo non è mai stato neanche contemplato, persino nei tempi pioneristici dell’Olanda anni ’60. Come noto, in Danimarca e Olanda sono tutti morti a causa di questa colpevole svista legislativa.
A noi non sfugge invece che questa ovvia azione di pura lobby, decisamente immatura e cialtronesca, sia stata resa pubblica in piena estate, quando le anime sono vacanziere e l’attenzione cala.

Assicuriamo i lobbisti e chi li sostiene che qui, da #salvaiciclisti, l’attenzione non cala mai: è una nostra seconda natura, dovuta al fatto che se la nostra attenzione cala qualche macchina ci ammazza e non esiste armatura che tenga contro una tonnellata lanciata a 80 km/h sul tuo corpo. Quindi la nostra attenzione deve essere sempre ben alta e lubrificata, e perciò ci accorgiamo -come effetto secondario- anche di queste meschine manovre volte a disincentivare l’uso della bici attraverso argomenti solo apparentemente positivi e ragionevoli, mentre sono in realtà viscidi tentativi di soffocare sul nascere un vero cambiamento stradale e tentare di rivitalizzare un mercato ormai defunto e nocivo. E non contengono, sia ripetuto, un briciolo di rispondenza a realtàad impatti superiori a 23 km/h il caschetto è ininfluente per la sicurezza, e a volte provoca lesioni gravi a atlante ed epistrofeo, con conseguente lesione del midollo spinale e relativa paralisi motoria.

L’era dell’automobile è conclusa, ma continuerà a far danni ancora per un po’ di tempo. Sta a noi tutti riportare questo paese fuori controllo entro termini di civiltà già altrove operanti ed efficaci.
Anche deridendo, e denunciando pubblicamente, manovre ridicole come quella di “Quattroruote”.

Ed ecco la risposta di Carlo Cavicchi, direttore di Quattrotuote

Parlare di lobby degli automobilisti per attaccare un articolo il cui scopo era solo di proteggere la salute dei ciclisti è davvero una forzatura. Se si è convinti che il casco non serva a nulla bastava obiettare questo: peraltro lo avevano fatto a lungo anche i motociclisti salvo poi convenire che il casco ha salvato tante vite e ridotto tante lesioni tanto è vero che adesso nessuno lo mette più in discussione.

Quattroruote ha pubblicato dei numeri che si possono contestare, spiegare, confutare ma non cancellare. Chiedere che i ciclisti siano più protetti non è volere loro male, semmai è proprio il contrario; e augurarsi che il costo sociale che deriva dalle conseguenze dei loro incidenti si riduca è nell’interesse di tutti. In quanto al florilegio d’insulti, molti dei quali davvero scomposti, che ci sono stati rovesciati addosso vorrei pensare ad un infortunio di chi ha poca pratica con lo scrivere. O anche solo col leggere: perché se avesse letto con più attenzione quanto scritto da Quattroruote sarebbe stato più prudente nelle reazioni; semmai ci avrebbe dovuto dare la tessera onoraria di #Salvaciclisti.

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fonte repubblica.it

Oxford, cambia il dress code: Sì alla gonna per studenti trans

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Giovane transgender – fonte immagine

Oxford, cambia il dress code
Sì alla gonna per studenti trans

Le donne potranno portare abito maschile e cravatta: mozione della Lesbian, Gay, Bisexual, Trans & Queer Society

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Studenti a OxfordStudenti a Oxford
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MILANO – Oxford riscrive il suo severissimo dress code accademico per venire incontro agli studenti trans. Luce verde alla gonna e collant anche per i maschi durante gli esami o nelle occasioni formali. E alla gonna per gli uomini, farà da contraltare l’abito maschile e il cravattino per le donne.

MOZIONE – Il nuovo regolamento, che entrerà in vigore la prossima settimana, è una risposta a una mozione della Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Queer Society approvata dal sindacato studentesco. Finora per sostenere un esame o durante impegni accademici sociali, i maschi dovevano indossare abito scuro, camicia e cravattino bianco, calzini e scarpe nere sotto la toga. Per le donne erano di rigore la gonna o i pantaloni scuri, camicia bianca, calze nere e un nastrino nero legato attorno al collo.

(Fonte: Ansa)

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fonte corriere.it

POLONIA – Lasciano la figlia di due anni in aeroporto e partono per le vacanze – IL VIDEO

Polish Parents Leave Toddler At Airport And Jet Off For Holiday

Pubblicato in data 28/lug/2012 da

28/07/2012 09:28 CET | EuroNews

A Polish couple who left their two-year-old daughter at an airport information desk are facing possible prosecution.

The couple only realised their daughters passport had expired as they were about to jet off on holiday.

The parents called the girl’s grandmother to come and pick her up as the couple boarded their flight.

L’incredibile vicenda in Polonia

Lasciano la figlia di due anni in aeroporto e partono per le vacanze

Il passaporto della piccola era scaduto, i genitori se ne vanno con il figlio maggiore. La coppia rischia 5 anni di prigione

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MILANO – Quello che è accaduto qualche giorno fa all’aeroporto di Katowice, nella Polonia meridionale, sta indignando non solo l’opinione pubblica polacca. Una telecamera di sorveglianza ha documentato una coppia che lascia la figlia di due anni davanti allo sportello informazioni prima di partire per le vacanze. A quanto riferiscono i media del Paese, il passaporto della piccola sarebbe stato scaduto. I genitori, tuttavia, non volevano perdere l’aereo.

FERIE – Sono saliti sull’aereo per le vacanze assieme al fratello maggiore della piccola. Questa è dovuta rimanere a terra perché il suo passaporto non era più valido. Papà e mamma le hanno detto di aspettare l’arrivo dei parenti e l’hanno consegnata agli (increduli) dipendenti dell’aeroporto. La polizia è stata allertata qualche tempo dopo, hanno verificato l’identità della bimba e le circostanze per le quali era rimasta completamente sola nello scalo. La decisione dei genitori potrebbe avere ora delle serie conseguenze. Una portavoce del procuratore distrettuale ha spiegato di aver aperto un’inchiesta: verranno sentiti i testimoni, analizzate le immagini video e interrogati i genitori, non appena questi ritorneranno dalle vacanze di due settimane. Rischiano fino a cinque anni di prigione.

Elmar Burchia

29 luglio 2012 | 16:35

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fonte corriere.it

Libia, retate della polizia contro richiedenti asilo. Le galere di Gheddafi ci sono ancora a difesa della “Fortezza-Europa”

Libia, retate della polizia  contro richiedenti asilo

Libia, retate della polizia contro richiedenti asilo

L’ennesima denuncia dell’agenzia umanitaria Habeshia 1 che riceve testimonianze dirette dalle carceri della “nuova” Libia di persone costrette ad indicibili sofferenze e che hanno l’unico torto di aver tentato di arrivare in Europa per fuggire dagli orrori dei propri paesi. Le galere di Gheddafi ci sono ancora a difesa della “Fortezza-Europa”

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ROMALa “nuova” Libia continua ad infliggere sofferenze a centinaia di profughi, per “accontentare” i suoi partner europei. L’Agenzia umanitaria eritrea Habeshia 2 – diretta da padre Moses Zerai – continua a ricevere testimonianze terribili di perosne sottoposte a prove indicibili, tra maltrattamenti, condizioni di vita degradanti, violazione totale dei diritti fondamentali di queste persone. “L’Europa è responsabile di quanto la Libia sta facendo, violando gravemente i fondamentali diritti umani – si legge in un documento diffuso da Habeshia – in quanto, tra l’altro, alcuni stati membri europei hanno finanziato la costruzione di questi veri e propri lager in terra libica, dove vengono rinchiusi centinaia di profughi provenienti dal Corno d’Africa e dalle regioni sub-sahariane.

“Il silenzio dell’UNHCR 3“. Sì, padre Zerai parla proprio di “silenzio” da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite che tutela i diritti dei rifugiati. “Di fronte alle violenze perpetrate a danno dei richiedenti asilo in questi ultimi mesi in Libia – dice Habeshia – l’Ufficio del UNHCR di Tripoli si deve assumere le sue responsabilita e denunciare al mondo ogni forma di discriminazioni e tortura che viene inflitta ai profughi. Chiedere l’intervento della cosiddetta comunità internazionale, perché faccia tutte le pressioni neccessari per il rispetto dei diritti dei profughi e dei richiedenti asilo politico”.

“I carcerieri libici difendono la fortezza-Europa”. Appare dunque sempre più intellorabile il fatto che centinaia di persone rischino la vita nelle galere in Libia, solo perché le autorita di quel Paese si sentono vincolate ad un accordo con l’Europa, per proteggere la sua “fortezza” dall’arrivo dei disperati che chiedono protezione. “Chiediamo a tutte le ONG umanitarie – aggiunge padre Zerai – che prestino maggior attenzione a quanto sta succedendo in Libia a danno dei profughi. Denunciare gli effetti degli accordi bilaterali di certi Paesi senza garanzie per il rispetto dei diritti umani, mettendo così in pericolo la vita di molte persone e favorendo solo i trafficanti di esseri umani”.

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fonte repubblica.it

Voleva un posto fisso, si impicca nel Pisano

Voleva un posto fisso,  si impicca nel Pisano

Voleva un posto fisso, si impicca nel Pisano

La tragedia davanti al municipio di Terriciola. L’uomo, un imbianchino di 49 anni, a marzo era stato licenziato. Aveva due figli

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Un uomo di 49 anni si è impiccato davanti al municipio di Terricciola, in provincia di Pisa: a marzo era stato licenziato dall’azienda dove lavorava come imbianchino. Adesso aveva un contratto a progetto per il comune, come spazzino del centro storico. Si è tolto la vita nel giardino tra la strada e l’ingresso del comune di Terricciola, vicino a una tensostruttura.

Il corpo, dopo molte ore, è stato scoperto da una pattuglia dei carabinieri, che conoscevano l’uomo, padre di due figli. Poco prima, si era sfogato con il sindaco, Maria Antonietta Fais, cui aveva raccontato tutte le proprie difficoltà: voleva un posto fisso.

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fonte firenze.repubblica.it

Catena umana contro il nucleare a Tokyo / VIDEO: Anti-nuclear Protest in Shibuya, Tokyo

Anti-nuclear Protest in Shibuya, Tokyo

Pubblicato in data 28/lug/2012 da

While hanging out around Shibuya, Tokyo, we saw this protest against nuclear energy.

Catena umana contro il nucleare a Tokyo

Migliaia di persone si sono unite alla protesta che è solo l’ultima di una serie di manifestazioni indette per chiedere l’abbandono del nucleare in un paese ancora traumatizzato dalla catastrofe della centrale di Fukushima

Manifestazione contro il nucleare in Giappone

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Tokyo, 29-07-2012

Una catena umana per protestare contro la decisione del governo di riattivare due reattori nucleari è stata organizzata a Tokyo.

Migliaia di persone si sono unite alla protesta che è solo l’ultima di una serie di manifestazioni indette per chiedere l’abbandono del nucleare in un paese ancora traumatizzato dalla catastrofe della centrale di Fukushima.

E manifestanti sono attesi da tutto il paese. Il movimento anti-nucleare è cresciuto notevolmente dopo l’annuncio del giugno scorso del ripristino dei due reattori e ha raggiunto il suo picco dieci giorni fa quando tra le 75mila e le 170mila persone si sono riunite in un parco della capitale dando vita alla più grande manifestazione mai organizzata dalla tragedia di Fukushima nel marzo del 2011.

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fonte rainews24.it

SCANDALOSO A ROMA – Roma, ex della banda della Magliana, ex Nar, consulente per le politiche sociali in Campidoglio


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Roma, ex della banda della Magliana
consulente per le politiche sociali

“Era il braccio destro di De Pedis”. Nel passato di Lattarulo anche la militanza nei Nar. Bufera su Alemanno, isorgono le opposizioni

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di FEDERICA ANGELI

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ROMA Dalla banda della Magliana al Campidoglio. Tra gli uomini di fiducia che il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha voluto nella sua avventura, c’è anche Maurizio Lattarulo, ex Nar, già braccio destro del boss De Pedis e luogotenente dell’estremista nero Massimo Carminati. Condannato con sentenza definitiva il 6 ottobre del 2000 “in quanto membro dell’associazione a delinquere banda della Magliana», ‘Provolino’, così lo chiamavano gli altri della gang, nel luglio del 2008 viene arruolato dal primo cittadino della Capitale come consulente esterno per le Politiche Sociali. «Sarebbe curioso capire con quali competenze in materia”, si domanda Giovanni Barbera, presidente del consiglio del XVII Municipio di Roma, che domani invierà alla commissione trasparenza del Comune un’interrogazione urgente.

Prima ancora di nominare nel 2009 l’amico Stefano Andrini, pure lui estremista di destra, come ad di Ama Servizi, e di sistemare con l’infornata di Parentopoli, nel 2010, il Nar Francesco Bianco come operaio all’Atac, Lattarulo ottiene un posticino nel cuore del potere. Con delibera della giunta comunale entra nello staff dell’assessorato alle Politiche sociali. Contratto a termine, articolo 90, che con “riserva di accertamento dei requisiti per l’accesso allo stesso” inizia il 23 luglio 2008 e cessa con la fine del mandato di Alemanno. Da luglio a dicembre 2008 riceve dal Comune 13mila euro e rotti, nei due anni successivi 30.670 euro e 65 centesimi. E oggi è segretario particolare dell’attuale presidente della Commissione politiche sociali, Giordano Tredicine.

“Non sappiamo con quale tipo di contratto sia rimasto », dicono fonti interne del Campidoglio. Ma nella seduta in consiglio comunale di fine giugno, in cui si discuteva del bilancio Acea, lui c’era. Nell’ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal giudice Otello Lupacchini, il magistrato che istruì il processo contro i componenti della Banda della Magliana, viene citato novanta volte il suo nome. “Provolino” è in prima linea al fianco di personaggi del calibro di De Pedis, Massimo Carminati, del cassiere della banda Nicoletti, di Paolo Frau e di Giuseppe de Tomasi. «Stava con i ‘testaccini’ — ricorda Lupacchini, oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello — e le riunioni per decidere gli affari della banda avvenivano in via di Villa Celimontana 38». Insomma non era un personaggio di poco spessore Maurizio Lattarulo, tanto che nell’ordinanza di rinvio a giudizio viene indicato più volte come “braccio destro di De Pedis” e ‘tirapiedi’ di Carminati. Il suo ruolo, raccontano le carte, insieme agli altri boss, era quello di gestire i circoli scommesse e le sale giochi della città, “aperti dalla banda per riciclare il denaro sporco provento di usura e spaccio”.

Racket e gioco d’azzardo erano il suo settore di competenza, fino al salto di qualità: l’usura. C’è un passaggio dell’ordinanza in cui Enrico Boldrini, pentito della gang e negli anni ‘80 gestore di un negozio di noleggio di videogiochi finito nelle maglie della Banda, sostiene che Lattarulo (con Carminati e Maragnoli) andava da lui a riscuotere il pizzo (20 milioni di lire ogni fine mese) per conto di De Pedis. Ridotto in miseria, Boldrini si diede alla latitanza e quando tornò, per ricominciare bussò alla porta di Provolino: «Mi rivolsi a Lattarulo, il quale, in più occasioni, mi erogò finanziamenti per qualche decina di milioni di lire, al tasso del 4 o 5% mensile». E ancora: “Confermo di aver indirizzato al Lattarulo dei gestori di circoli in difficoltà economiche: si trattava di persone che versavano nelle mie stesse situazioni di vessazione”. Forse tutto questo deve essere sfuggito ad Alemanno quando ha deciso di affidargli la consulenza per le Politiche sociali.

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fonte repubblica.it

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Sig. MAURIZIO LATTARULO, € 30.670,65 lordi annui dal 01/01/2009 al 31/12/2010 DIP. I

La nuova amministrazione del Comune di Roma non può non ripartire dalla valorizzazione dei dipendenti e dei dirigenti comunali assunti per concorso e non può non offrire una chiara prospettiva di stabilizzazione alle centinaia di lavoratori precari che si sono accumulati in questi anni nell’Amministrazione comunale. Cancelleremo le consulenze, le nomine e le integrazioni economiche dettate da logiche politiche e ridimensioneremo il peso e le funzioni della holding Comune di Roma. Da questa radicale opera di disboscamento trarremo le risorse necessarie per valorizzare i dipendenti pubblici comunali e per stabilizzare il precariato attraverso un apposito concorso, così come anche per i vigili urbani occorre un’iniziativa forte che ridia alla polizia locale l’orgoglio di rappresentare l’amministrazione capitolina. Il cambiamento profondo che noi dobbiamo innescare nel Comune di Roma si vedrà innanzitutto nel cambio di rotta che daremo al rapporto tra la Giunta comunale e i dipendenti, in cui il rispetto dei diritti, della professionalità e della dignità dei lavoratori sarà il punto di riferimento per ogni scelta.”

   (G.Alemanno – 24/05/2006)

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fonte liberthalia.wordpress.com

Il Piano di Obama in sei punti per la Guerra Globale

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Il Piano di Obama in sei punti per la Guerra Globale

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DI NICK TURSE
asiatimes.com

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Sembra una scena da film di Hollywood. Nel buio pesto, uomini in tenuta da combattimento, dotati di armi automatiche e di occhiali per la visione notturna, afferravano un grosso cavo intrecciato che pendeva da un elicottero Chinook MH-47. Poi, in un lampo, ognuno di loro “velocemente-legato” si calava in una nave che era giù. Successivamente, “Mike”, un componente della Navy SEAL (flotta americana, ndt) che ha preferito non rivelare il suo cognome, si vantava con un sergente per gli affari pubblici dell’esercito che, quando erano nel loro gioco, la flotta avrebbe potuto condurre 15 uomini sulla nave in questo modo, in 30 secondi o anche meno.

Una volta sul ponte di poppa, le truppe per le operazioni speciali irruppero in squadre e perquisirono metodicamente la nave che ondeggiava nella baia di Jinhae, Corea del Sud. Sottocoperta e sul ponte, i commandos collocarono diversi uomini e provarono le armi su di loro, ma nessuno sparò un colpo. Dopotutto si trattava di un esercizio di addestramento.

Tutti coloro che perquisirono la nave erano dei SEAL – la flotta navale americana di mare, aria, terra, parte della comunità Navale Speciale di Guerra – ma non tutti erano americani. Alcuni erano del Gruppo 1 della flotta Navale Speciale di Guerra di Coronado, California; altri provenivano dalla Brigata Navale Speciale della Corea del Sud. L’addestramento era parte del Foal Eagle 2012, un’esercitazione multinazionale congiunta. Era anche un modello – in minima parte – per pubblicizzare “il perno” dell’armata americana dal Grande Medio Oriente all’Asia, una mossa che include l’invio di un contingente iniziale di 250 Marines a Darwin, Australia, la creazioni di basi per navi da combattimento a Singapore, il rafforzamento dei legami militari con Vietnam e India, la messa in scena di giochi di guerra nelle Filippine (anche la prova di droni), e lo spostamento della maggior parte delle navi della flotta verso il Pacifico per la fine del decennio.

Il modesto esercizio di addestramento ha messo in rilievo inoltre un altro tipo di perno. La facciata dello stile americano di condurre una guerra sta cambiando ancora una volta. Dimentichiamo pure le invasioni a vasta scala e occupazioni di grande impronta sui territori dell’Eurasia; pensiamo invece a forze di operazione che lavorano per se stesse ma che addestrano o che combattono a fianco di alleati militari (se non veri e propri eserciti delegati) in punti caldi nel mondo. E con queste operazioni speciali i consiglieri, gli addestratori, i commandos si aspettano sempre più fondi e sforzi per confluire nella militarizzazione dello spionaggio e dell’intelligence, nell’uso di aerei-droni, nel lancio di attacchi cibernetici e operazioni congiunte con il Pentagono, con le agency “civili” di governo sempre più militarizzate.

Molto di questo è stato notato dai media, ma come si combini insieme in ciò che potremmo chiamare nuovo volto globale dell’impero è sfuggito alla loro attenzione. E tuttavia questo rappresenta niente di meno che una nuova dottrina del Presidente Barack Obama, un programma articolato in 6 punti per una guerra del XXI secolo, in stile americano, che l’amministrazione sta cautamente sviluppando e mettendo a punto.

La sua portata globale è già mozzafiato, se poco riconosciuta, e come l’esercito-leggero dell’ex segretario della difesa Donald Rumsfeld e le operazioni anti-insurrezionali di David Petraeus, avrà evidentemente il suo giorno al sole – e come loro, senza dubbio deluderà in modalità da sorprendere i suoi stessi creatori.

Lavorare nell’ombra

Per molti anni, l’esercito americano ha parlato e promosso il concetto di “comunanza”. Un elicottero dell’esercito della Navy SEAL che atterra su una nave coreana raccoglie alcuni aspetti a livello tattico. Ma il futuro, almeno sembra, ha qualcos’altro in serbo. Pensiamolo come una “confusione” (blur-ness), una sorta di versione organizzativa di combattimento nella quale il Pentagono dominante fonde le sue forze con altre agency di governo – specialmente la CIA, il Dipartimento di Stato, e il Drug Enforcement Administration – nel complesso, sovrapponendosi a missioni in tutto il mondo.

Nel 2001 Rumsfeld iniziò la sua “rivoluzione negli affari militari”, guidando il Pentagono verso un esercito-leggero modello high-tech, di forze agili. L’idea venne con la triste distruzione delle città irachene assediate. Un decennio dopo, le ultime vestigia dei suoi numerosi fallimenti continuano ad avere conseguenze nella stagnante guerra in Afghanistan contro una disparata insorgenza minoritaria che non può essere sconfitta. Negli anni successivi, due segretari della difesa, un nuovo presidente hanno dato vita ad una nuova trasformazione – questa orientata a evitare rovinose guerre su vasta scala in territori in cui gli USA hanno dato costantemente prova di essere incapaci di vincere.

Con Obama, gli Stati Uniti hanno allargato o lanciato numerose campagne militari – utilizzando per la maggior parte di queste un mix di 6 elementi della guerra americana del XXI secolo. Prendiamo ad esempio la guerra americana in Pakistan – un primo manifesto di quella che potrebbe essere chiamata la formula di Obama, se non la dottrina.

Iniziando con la campagna altamente circoscritta di assassinii con droni sostenuta da limitate incursioni di commando attraverso i confini sotto l’amministrazione Bush, le operazioni americane in Pakistan si sono allargate in qualcosa simile ad una guerra aerea robotica su vasta scala, accompagnata da attacchi da elicotteri transfrontalieri, dal “kill team” di forze delegate afghane della CIA, come anche la missione boots-on-the-ground delle forze di operazioni speciali, tra cui il raid SEAL che ha ucciso Osama bin Laden.

La CIA ha condotto missioni clandestine di intelligence e spionaggio in Pakistan, anche se il suo ruolo, in un futuro, potrebbe diventare meno importante, grazie alla insinuante missione del Pentagono. Ad Aprile, infatti, il Segretario della Difesa Leon Panetta ha annunciato la creazione di una nuova agency di spionaggio interna al Pentagono come la CIA chiamata Servizio di Difesa Clandestino. Secondo il Washington Post, il suo scopo è ampliare “gli sforzi di spionaggio militare al di là delle zone di guerra.”

Nell’ultimo decennio, la nozione stessa di zona di guerra è diventata molto confusa, rispecchiando la sfocatura delle missioni e delle attività della CIA e del Pentagono. Analizzando la nuova agency e “il trend di una più ampia convergenza” tra Dipartimento della Difesa e le missioni della CIA, il Post ha evidenziato che “la sfocatura è evidente anche nei ranghi alti delle organizzazioni. Panetta precedentemente è stato direttore della CIA, posto attualmente occupato dal Generale dell’esercito David H. Petraeus.

Per non essere da meno, lo scorso anno il Dipartimento di Stato, una volta sede della diplomazia, ha continuato la sua lunga marcia verso la militarizzazione (e marginalizzazione), quando si è deciso di unire alcune delle sue risorse al Pentagono e creare il Fondo per il Contingente di Sicurezza Globale. Questo programma concederà al Dipartimento della Difesa più voce in capitolo su come gli aiuti da Washington confluiranno alle forze delegate in posti come lo Yemen e il Corno d’Africa.

Una cosa è certa: il modo americano di far guerra (insieme alle sue spie e ai suoi diplomatici) si sta dirigendo sempre più profondamente “nell’ombra”. Aspettiamoci più operazioni clandestine in molti altri luoghi con, naturalmente, sempre più possibilità di un ritorno di fiamma negli anni a venire.

Fare luce sul “Continente Nero”

Una parte del mondo che nei prossimi anni rischia di vedere un afflusso di spie del Pentagono è l’Africa. Sotto la presidenza Obama, le operazioni sul continente sono aumentate, molte di più rispetto agli interventi degli anni di Bush:

• La guerra dello scorso anno in Libia: una campagna regionale di droni con missioni dall’aeroporto e dalle basi in Gibuti, Etiopia e l’arcipelago delle Seychelles nell’Oceano Indiano;
• Una flottiglia di 30 navi nell’oceano a supporto delle operazioni regionali;
• Un esercito ramificato e la campagna della CIA contro i militanti in Somalia, incluse le operazioni di intelligence, addestramento per gli agenti somali, prigioni segrete, attacchi da elicotteri, e raid del commando americano;
• Cospicuo influsso di soldi per le operazioni di contro-terrorismo attraverso l’East Africa;
• Una possibile guerra aerea in vecchio stile, effettuata di nascosto nella regione, utilizzando aerei con equipaggio;
• Decine di milioni di dollari in armi per i mercenari alleati e le truppe africane;
• Una forza speciale per operazioni straordinarie (sostenute da esperti del Dipartimento di Stato) inviate per aiutare a catturare o uccidere il leader dell’Esercito della Resistenza Joseph Kony e i suoi alti comandanti, che operano in Uganda, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centroafricana (dove le Forze Speciali americani hanno ora una nuova base) – comincia solo a graffiare la superficie dei piani in rapida espansione di Washington e le sue attività nella regione.

Ancora meno noti sono gli altri sforzi militari statunitensi designati per addestrare le forze africane per le operazioni ora considerate parti integranti degli interessi americani sul continente. Queste includono, per esempio, una missione delle Forze di Ricognizione dei Marines dallo Special Purpose Marine Air Ground Task Force 12 (SPMAGTF-12) per addestrare i soldati delle Forze di Difesa ugandesi, che forniscono la maggioranza delle truppe alla missione dell’Unione Africana in Somalia.

All’inizio di quest’anno, i Marines dello SPMAGTF-12 hanno addestrato anche i soldati della Forza di Difesa Nazionale del Burundi, il secondo contingente per grandezza in Somalia; hanno inviato addestratori dal Gibuti (dove gli americani mantengono la più grande base nel Corno d’Africa a Campo Lemonier); si sono diretti in Liberia dove si sono focalizzati sull’insegnamento di tecniche di controllo delle insurrezioni all’esercito della Liberia come parte d’altronde di uno sforzo guidato dal Dipartimento di Stato di ricostruzione di quella forza.

Gli USA stanno inoltre conducendo un addestramento al contro-terrorismo e mettendo a punto delle milizie in Algeria, Burkina Faso, Chad, Mauritania, Niger e Tunisia. In più l’Africom (Commando USA-Africa) ha programmato 14 piani per esercizi di addestramento congiunto per il 2012, incluse le operazioni in Marocco, Cameroon, Gabon, Botswana, South Africa, Lesotho, Senegal, e quello che potrebbe diventare il Pakistan dell’Africa, la Nigeria.

Anche questo, tuttavia, non comprende l’intera gamma delle missioni di addestramento e preparazione in Africa. Per fare un esempio di paesi che non rientrano nella lista dell’Africom, questa primavera gli USA hanno riunito 11 nazioni, inclusa la Costa d’Avorio, Gambia, Liberia, Mauritania e Sierra Leone, per prendere parte ad una esercitazione marittima, il cui nome in codice è Saharan Express 2012.

Tornare nel cortile di casa

Sin dalla loro fondazione, gli USA hanno spesso interferito nel vicinato, trattando i Caraibi come il proprio lago privato e intervenendo a piacimento in tutta l’America Latina. Durante l’amministrazione Bush Jr, con alcune eccezioni, l’interesse di Washington nel “cortile di casa” americano è andato in secondo piano rispetto alle guerre intraprese lontano da casa.

Recentemente, tuttavia, l’amministrazione Obama ha ampliato le operazioni a sud del confine usando una nuova formula. Questo ha significato che il Pentagono potesse andare in profondità all’interno del Messico con missioni-droni per aiutare la battaglia del paese contro i cartelli della droga, mentre gli agenti della CIA e gli operatori civili del Dipartimento della Difesa sono stati spediti nelle basi militari messicane per prendere parte alla guerra della droga nel paese.

Nel 2012 il Pentagono ha potenziato le operazioni anti-droga anche in Honduras. Mettendo in funzione il Forward Operating Base Mocoron e altri campi remoti, l’esercito americano sta sostenendo le operazioni honduregne attraverso i metodi affinati in Iraq e Afghanistan.
Inoltre, le forze statunitensi hanno preso parte ad operazioni congiunte con le truppe honduregne per una missione di addestramento chiamata Beyond the Horizon 2012; i Berretti Verdi hanno assistito le forze per le Operazioni Speciali Honduregne contro il contrabbando; e la Drug Enforcement Administration ha messo a disposizione l’Advisory Support Team, originariamente creato per distruggere il commercio di papaveri in Afghanistan, che ha unito le sue forze al Tactical Respose Team Honduregno, l’unità antidroga più elitaria del paese.

Un GLIMPSE di queste operazioni ha fatto notizia recentemente quando gli agenti DEA, che volavano su un elicottero americano, stati coinvolti in un attacco aereo su civili che ha ucciso due uomini e due donne incinte nella remota regione della Costa di Mosquito.
Meno visibili sono stati gli sforzi americani in Guyana, dove le Forze di Operazione Speciali degli USA hanno addestrato truppe locali in tecniche d’assalto con aerei Heliborn.
“È la prima volta che coinvolgiamo in questo tipo di esercizi le Forze di Operazioni Speciali americane in vasta scala,” il colonnello Bruce Lovell della Forza di Difesa del Guyana ha dichiarato quest’anno agli ufficiali per gli affari pubblici americani. “È un’opportunità per testare noi stessi, per constatare a che punto siamo, quali sono i nostri punti deboli.”

L’esercito americano è stato attivo in modo simile anche in altre zone dell’America Latina, concludendo esercizi di addestramento in Guatemala, sponsorizzando missioni di “partnership-building” nella Repubblica Domenicana, El Salvador, Perù e Panama, raggiungendo un accordo per portare avanti 19 “attività” con l’esercito colombiano entro il prossimo anno, inclusi esercizi militari congiunti.

Fermi al centro del Medio Oriente

Nonostante la fine della guerra in Iraq e in Libia, il declino in Afghanistan, e le copiose dichiarazioni pubbliche riguardo al fulcro per la sicurezza in Asia, Washington si sta senz’altro ritirando dal Grande Medio Oriente. Oltre alle operazioni che continuano in Afghanistan, gli USA stanno lavorando in maniere consistente per addestrare truppe alleate, per costruire basi militari e per l‘intermediazione della vendita di armi e il trasferimento di armi in depositi della regione dal Bahrain allo Yemen.

Infatti, lo Yemen, come la vicina Somalia, attraverso il Golfo di Aden, ha dato inizio ad un laboratorio per le guerre di Obama. Lì, gli USA stanno portando avanti una nuova modalità di fare guerra che porta la loro firma con le truppe “black ops” (operazioni nere, ndt) come le SEALs e l’Esercito delle Forze del Delta che senza dubbio conducono missioni di uccisioni/catture, mentre le “white forces” (le forze bianche, ndt) come i Berretti Verdi e i Rangers stanno addestrando truppe locali e pianificano l’uccisione di membri di al-Qaeda e suoi affiliati, possibilmente assistiti da un contingente ancora più segreto di MANNED AIRCRAFT.

Il Medio Oriente è anche diventato il luogo per un altro emergente aspetto della dottrina di Obama: sforzi per una guerra cibernetica. Nel discorso di engagement di impegno , il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presenziato alla recente Conferenza sulle Forze Speciali di Operazione in Florida, dove ha tenuto un discorso parlando del desiderio del suo dipartimento di partecipare alla nuova modalità di guerra americana.

“Abbiamo bisogno di Forze per le Operazioni Speciali che siano a loro agio nel bere te con i leader tribali come a razziare un compound di terroristi” ha detto all’uditorio, la Clinton.
“Abbiamo anche bisogno di diplomatici ed esperti dello sviluppo che siano all’altezza del compito di essere vostri partner.”

Clinton ha colto l’opportunità per pubblicizzare gli sforzi della sua agency online, rivolti ai siti web utilizzati dagli affiliati di al-Qaeda in Yemen. Quando i messaggi di reclutamento di al-Qaeda sono apparsi su questi siti, “il nostro team ha tappezzato gli stessi siti con versioni modificate… che hanno mostrato il numero di attacchi che al-Qaeda ha sferrato contro la popolazione yemenita.” Ha inoltre osservato che questa missione di informazione-guerra è stata effettuata da esperti del Centro di Stato per le Comunicazioni Strategiche e Anti-terrorismo con l’assistenza, non a caso, da parte dell’esercito e della Comunità di Intelligence americano. Questi modesti sforzi si aggiungono ai più potenti metodi di guerra cibernetica del Pentagono e la CIA, tra cui il recentemente rivelato “Olympic Games”, un programma di attacchi sofisticati a computer degli impianti iraniani di arricchimento nucleare progettati e messi in atto dall’Agency di Sicurezza Nazionale (NSA) e dall’Unità 8200, l’equivalente israeliano della NSA.

Come per altri aspetti delle nuove modalità di guerra, questi sforzi sono stati avviati dall’amministrazione Bush, ma hanno subito una forte accelerazione con l’attuale presidente, che è diventato il primo comandante in capo americano ad ordinare attacchi cibernetici prolungati destinati a paralizzare le infrastrutture dell’altro paese.

Da focolaio a incendio incontrollato

In tutto il pianeta, dall’America Centrale e Meridionale all’Africa, al Medio Oriente e all’Asia, l’amministrazione Obama sta lavorando ad una formula per una nuova modalità di guerra americana. Nella sua ricerca, il Pentagono e i suoi partner di governo sempre più militarizzati, stanno pianificando tutto, dai classici canoni della guerra coloniale alle ultime tecnologie.

Gli USA sono una potenza imperiale castigati da più di 10 anni di guerre fallite e che hanno lasciato una forte impronta. Sono stati paralizzati da un’economia che svuota, e inondati da centinaia di migliaia di recenti veterani – uno sbalorditivo 45% delle truppe che hanno combattuto in Afghanistan e Iraq – che soffrono di disabilità cui servizi richiedono di cure sempre più costose.
Nessuna meraviglia che l’attuale combinazione di operazioni speciali, spy games, droni, militari civili, guerra cibernetica, combattenti per procura, suoni come un più sicuro, più lucido modo di combattere una guerra. A prima vista, potrebbe anche sembrare una panacea per i mali che affliggono la sicurezza nazionale americana. In realtà potrebbe essere tutt’altro che questo.

La chiara impronta della nuova dottrina di Obama in effetti sembra che fare la guerra sia ancora più attraente e apparentemente facile – un punto sottolineato recentemente dall’ex-presidente dei capi congiunti dello staff del Generale Peter Pace.
“Mi preoccupo della velocità che rende troppo facile impiegare la forza”, ha dichiarato Pace quando gli è stato chiesto riguardo ai recenti sforzi di rendere più semplice dispiegare le Forze di Operazioni Speciali all’estero. “Mi preoccupo della velocità che rende troppo facile di rendere una semplice risposta – andiamo a colpire con operazioni speciali – al contrario forse di una più articolata risposta per una soluzione migliore e a lungo termine, probabilmente.

Di conseguenza, la nuova guerra americana ha un grande potenziale per coinvolgimenti imprevisti e ritorno periodico. Iniziando o aizzando focolai di guerre su diversi continenti potrebbe portare ad incendi di grande portata che si diffondono in modo imprevedibile e si rivelano difficili, se non impossibili, da placare.

Per la loro stessa natura, piccoli impegni militari tendono ad allargarsi, e le guerre tendono ad espandersi attraverso i confini. Per definizione, l’azione militare tende ad avere conseguenze impreviste. Coloro che mettono in dubbio questo devono guardare al 2001, quando tre attacchi low-tech in un solo giorno hanno scatenato più di un decennio di guerra che si è diffusa in tutto il globo. La risposta a quel giorno è iniziata con la guerra in Afghanistan, si è diffusa in Pakistan, poi in Iraq, per passare in Somalia e Yemen, e così via. Oggi i veterani di questi interventi si ritrovano a cercare di replicare i loro dubbi successi in posti come Messico e Honduras, Repubblica Centrafricana e Congo.

La storia dimostra che gli USA non sono bravi a vincere le guerre, non avendo riscontrato vittorie in nessuno dei maggiori conflitti dal 1945. Interventi più piccoli sono stati un misto di buono e di cattivo, con vittorie modesti in posti come Panama e Grenada, ed ignominiosi esiti in Libano (anni Ottanta) e Somalia (anni Novanta), per citarne alcuni.

La preoccupazione è che è difficile stabilire in che modo l’intervento andrà a finire – fino a quando non è troppo tardi. Mentre seguono strade differenti, Vietnam, Afghanistan e Iraq tutti questi interventi iniziano con l’essere circoscritti per poi allargarsi e diventare rovinosi. Già le prospettive della nuova dottrina Obama sembrano tutt’altro che rosee, nonostante la buona stampa che si sta facendo nella Beltway di Washington.

Ciò che oggi appare come una formula per la proiezione di un potere facile che favorirà gli interessi imperiali americani a buon mercato potrebbe presto rivelarsi un vero e proprio disastro – che probabilmente non sarà chiaro fino quando non sarà troppo tardi.

Nick Turse è editore associato della TomDispatch.com. Giornalista vincitore di diversi premi, il suo lavoro è apparso sul Los Angeles Times, Nation e regolarmente su TomDispatch.com.

È autore/editore di diversi libri, incluso Terminator Planet: The First History of Drone Warfare, 2001-2050 (con Tom Engelhardt), appena pubblicato. Questo pezzo è l’ultimo articolo della sua nuova serie sul cambiamento del volto dell’impero americano, che è stato sottoscritto dalla Lennan Foundation. Potete seguirlo su Twitter @NickTurse, su Tumblr e su Facebook.

Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/NF16Dj03.html
16.06.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA MERCONE

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fonte comedonchisciotte.org

Sullo sfondo delle elezioni torna l’incubo del Porcellum


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Sullo sfondo delle elezioni torna l’incubo del Porcellum

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L’alternativa è cambiare legge a maggioranza, ma sfasciando tutto

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di Fabio Martini
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roma

Lo stallo perfetto. Nell’ultimo sabato di luglio, dopo ben sei mesi di trattative – sei mesi di stop and go, di accordi e retromarce -, i due principali partiti della maggioranza sono arrivati ad una plateale rottura sulla riforma elettorale. Il vice capo del Pdl Angelino Alfano ha annunciato un progetto targato Pdl e il leader del Pd Pier Luigi Bersani che gli ha risposto, minacciando una rottura irreversibile. Uno stallo perfetto che corona sei mesi di «commedia degli equivoci», nel corso della quale Pdl, Pd e anche l’Udc hanno costantemente dichiarato di volere una riforma elettorale «nell’interesse del Paese», ma costantemente coltivando il calcolo per loro più proficuo. Osserva il professor Paolo Armaroli, un costituzionalista che ha avuto un’esperienza politica nel primo centrodestra: «Uno stallo sconfortante: quando si era formato il governo Monti, si era concordata una riserva di competenze, con i partiti chiamati a dedicarsi alle riforme istituzionali-elettorali. Mentre Monti, piaccia o no, ha fatto il suo, nell’orticello partitocratico purtroppo non è cresciuto un filo d’erba, dimostrando l’incapacità di legiferare col velo dell’ignoranza, avendo cioè un’idea di Paese che prescinda dagli interessi particolari dei partiti».

Ma è vera rottura? Così come cinque mesi fa era vero accordo, quello che annunciarono assieme Alfano, Bersani e Casini? Insomma, ci fanno o ci sono? Per capire l’enigma elettorale bisogna tornare al gennaio 2012. Dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del referendum anti-Porcellum, i tre leader di maggioranza si trovano davanti al problema di correggere una legge considerata indigeribile dalla montante ondata anti-politica. Il 17 febbraio, il trio Abc annuncia il lieto evento: c’è l’accordo su un pacchetto di riforme istituzionali e sulla legge elettorale. Un compromesso che tiene conto degli interessi dei due partiti medio-grandi (Pdl e Pd) e del meno piccolo dei piccoli, l’Udc: una legge ad impianto proporzionale (debole premio per il primo partito, ma anche per il secondo classificato), ma soprattutto una riforma che – per mettere tutti d’accordo – contiene un piccolo «vizio»: il giorno dopo le elezioni non garantirebbe né una maggioranza certa, né un premier. Quello che sembra l’uovo di Colombo per il trio si rompe dopo tre turni elettorali: quello greco-francese dimostra (soprattutto a Bersani) che ogni soluzione troppo proporzionale rischierebbe di portare l’Italia dritta verso lo stallo greco e il Pd lontano da Palazzo Chigi, mentre le comunali misurano il potenziale del grillismo, mettendo il dubbio (a Berlusconi) che il secondo partito (e quindi il premietto) vada al Pdl.

Eccoci ai giorni nostri. In una sorta di fregolismo partitico con pochi precedenti, il Pd, da sempre sostenitore del doppio turno alla francese, viene preso in contropiede dal Pdl che in Senato senza preventivo accordo col Pd porta una riforma istituzionale impegnativa come il semipresidenzialismo. La reazione della presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro è irrituale: i democratici escono dall’aula. Un mini-Aventino: siamo davanti ad una gravissima forzatura parlamentare. La forzatura in realtà è politica: il Pdl fa finta di dimenticarsi di stare in maggioranza con Pd e Udc. La commedia degli equivoci, con tanto di scambio dei ruoli, ieri è diventata frenetica. Alfano annuncia che a giorni presenterà un progetto di riforma e Bersani denuncia il pericolo di un «colpo di mano».Ma in Senato l’iter della riforma è agli inizi e nulla lascia immaginare che si possa arrivare al «dunque» nel giro di pochi giorni. Spiega Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari Costituzionali: «Siamo in Comitato ristretto, dopodiché si passerà in Commissione e, dopo il nostro esame, si andrà in aula». Come dire: se ne riparlerà a settembre. Vizzini, ma non solo lui, sa che Pdl e Pd non hanno alcuna intenzione di andare ad elezioni anticipare e dunque «il colpo di mano» non sembra alle porte. Come finirà la partita della legge elettorale? In Parlamento pochi, come il professor Parisi, hanno la competenza e l’equidistanza per azzardare una previsione: «Ormai siamo a meno di cento giorni di lavoro parlamentare e assieme al nervosismo dei partiti appare sempre più debole la loro determinazione a cambiare la legge e a cambiarla assieme. Perciò l’alternativa diventa sempre più tra il lasciar tutto immutato, accusandosi reciprocamente, o il cambiamento unilaterale della legge da parte di chi ha i numeri per imporlo agli altri».

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fonte lastampa.it

IL PUNTO – L’estate calda della scuola fra tagli di spesa e disservizi

L'estate calda della scuola fra tagli di spesa e disservizi

L’estate calda della scuola fra tagli di spesa e disservizi

La diminuzione dei fondi, le province che parlano di avvio delle lezioni a rischio, la confusione intorno ai corsi per l’abilitazione. Uniche buone notizie le oltre 26 mila assunzioni annunciate a partire da settembre e la possibilità che il governo faccia retromarcia sulla riduzione dei finanziamenti alla ricerca

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Tagli alla scuola, aumento delle tasse universitarie 1, caos nei test 2 per accedere ai corsi per l’abilitazione all’insegnamento, ferie dei supplenti “cancellate” per calmare lo spread e allarme delle province 3 per l’avvio dell’anno scolastico. Per trovare un’estate più calda, non solo dal punto di vista meteorologico, di quella che il mondo della formazione sta vivendo in questi giorni occorre andare indietro di qualche anno: quando il governo Berlusconi nel 2008 annunciò una serie di interventi su scuola e università. Questa volta la revisione della spesa riguarda anche la ricerca scientifica, motore per l’economia di qualsiasi Paese. Le due uniche buone notizie sembrano le oltre 26 mila assunzioni 4 a tempo indeterminato nella scuola a partire da settembre e il possibile dietrofront del governo sui tagli alla ricerca.

Aumento delle tasse universitarie. A dare l’allarme, dopo l’approvazione del decreto-legge sulla Spending review è stata l’Unione degli universitari. Rivedendo il meccanismo di calcolo del cosiddetto 20 per cento – la quota di pressione fiscale universitaria che, secondo una legge del 1999, gli atenei non possono superare rispetto al finanziamento statale – il Fondo di finanziamento ordinario – le università avrebbero avuto la possibilità di aumentare le tasse, sia per gli studenti in corso sia per i fuori corso. Ma, dopo le proteste degli studenti, in sede di conversione in legge, è arrivata una mezza marcia indietro che alimenta le polemiche. Gli atenei, potranno aumentare le tasse fino al 100 per cento, in base al reddito, soltanto ai fuori corso. E col gettito aggiuntivo incrementare il welfare studentesco. Ma, secondo Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, “l’idea che si possano recuperare i fuori corso attraverso l’aumento delle tasse universitarie è semplicemente assurda e pericolosa”. “Dietro i fuori corso – continua Pantaleo – ci sono molteplici ragioni non sempre documentabili. Il rischio è di penalizzare sempre i più deboli, perché chi è ricco potrà tranquillamente continuare a frequentare l’università anche con l’aumento delle tasse”.

Tagli alla scuola. Dopo la cura da cavallo imposta dal governo Berlusconi, la revisione della spesa interviene ancora sul personale docente e Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). A settembre saranno 15 mila, secondo le prime stime dei sindacati, i supplenti che non troveranno più un posto e uno stipendio. Il perché è presto detto. I 10 mila docenti in soprannumero saranno costretti a settembre a fare da tappabuchi nelle scuole anche per piccole supplenze, quelle che erano appannaggio dei precari. A questi, occorre aggiungere 3.565 insegnanti inidonei all’insegnamento per ragioni di salute che, questa volta, verranno spediti nelle segreterie scolastiche, come assistenti amministrativi, o nei laboratori, come assistenti tecnici. Ci sono poi altri 430 insegnanti all’estero che saranno costretti a rientrare in Italia e 900, tra ex docenti tecnico pratici della C555 e coloro che sono transitati dagli enti locali allo Stato con una qualifica che non trovava corrispondenza nella pianta organica statale (C999), che diventeranno assistenti amministrativi o collaboratori scolastici. In tutto, 14.905 posti che fra un mese verranno meno ai supplenti.

L’odissea dei Tfa. Doveva lanciare l’era dell’insegnamento a numero chiuso, ma si sta trasformando in un vero pasticcio. Nell’occhio del ciclone, ancora una volta, i test di ammissione ai Tirocini formativi attivi, che dovrebbero consentire a laureati non in possesso di abilitazione di conseguirla dopo un anno di esperienza sul campo. La nuova formazione iniziale per gli insegnanti, lanciata dalla Gelmini, prevede un corso universitario quinquennale e un anno di tirocinio attivo che si conclude con un esame abilitante. In questa prima fase di transizione tra il vecchio e il nuovo ordinamento, per coloro che sono già in possesso di una laurea, è possibile partecipare al solo tirocinio, che però è a numero chiuso. A gestire la selezione e i corsi ci pensano gli atenei italiani. Ed ecco i test messi a punto dal ministero dell’Istruzione per individuare i 20 mila fortunati che potranno conseguire l’abilitazione all’insegnamento. I primi esiti pubblicati dal Cineca (il consorzio universitario che gestisce il test) e le prime proteste degli interessati, tuttavia, non sono affatto incoraggianti. Per insegnare francese alla media e al superiore sono riusciti a superare il quizzone soltanto in 96, i posti disponibili erano ben 765. I partecipanti lamentano l’eccessivo nozionismo e l’ambiguità di alcune domande. Una circostanza confermata dallo stesso Cineca, che comunica agli interessati il “bonus” di tre domande, considerate a tutti corrette, a prescindere dalla risposta data. Una ammissione di “colpevolezza” abbastanza esplicita che si ripete per sette delle 11 graduatorie pubblicate. Ma anche quando non vengono riscontrati “errori” ufficiali restano parecchi dubbi che daranno vita a migliaia di ricorsi. Nella classe di concorso A047 – matematica – per il ministero è andato tutto bene, ma l’Umi – l’Unione matematica italiana – non sembra essere d’accordo. E segna con la matita blu errori in ben cinque domande: quelle contrassegnate con in numeri 12, 24, 38, 39 e 47.

Le province protestano. E’ sempre la revisione della spesa al centro della polemica, questa volta con le province. E non per il taglio delle stesse ma per la riduzione dei trasferimenti dallo Stato. Secondo il presidente dell’Upi (l’Unione delle province d’Italia), Giuseppe Castiglione, i tagli ai bilanci delle province metteranno a rischio l’avvio dell’anno scolastico al superiore. Le province assicurano il pagamento delle bollette telefoniche, della luce e dell’acqua, ma anche la sicurezza e la manutenzione degli edifici scolastici. Ma con i tagli, di 500 milioni per il 2012 e un miliardo per il 2013, gli enti locali non potranno più, secondo Castiglione, garantire tutti i servizi. “Il governo – spiega – considera come spesa corrente anche una serie di servizi che eroghiamo ai cittadini che, a nostro parere, non possono essere contratti. Tra questi quelli scolastici”.

Le ferie dei supplenti. Il ministero dell’Economia, in questi giorni, ha invitato le segreterie scolastiche a sospendere il pagamento delle cosiddette ferie non godute al personale docente fino al termine delle lezioni. Una norma del decreto legge 95 stabilisce che le ferie non sono più monetizzabili. Ma ai 90 mila supplenti fino al termine delle lezioni, finora, non potendole fruire in estate, sono state sempre pagate. E intervenendo in estate il decreto non potranno neppure fruirle durante le lezioni. La prospettiva, anche adombrata dai sindacati, è una palese lesione del diritto alle ferie e si intravedono altri ricorsi all’orizzonte.

Il taglio delle presidenze. A settembre saranno 2.221 le presidenze in meno in Italia. La cura dimagrante è frutto del dimensionamento scolastico – meno 1.080 istituzioni scolastiche – e del decreto sulla stabilità emanato dal governo Berlusconi poco prima di passare la mano a Mario Monti, che prevede solo un “reggente” – un preside che è già titolare in un’altra scuola – per i 1.141 istituti sottodimensionati: cioè con meno di 600 alunni o 400 nelle piccole isole e nei comuni montani. Gli addetti ai lavori, per questa ragione, intravedono un ulteriore calo della qualità del servizio. A queste si aggiungono le difficoltà che sta incontrando il ministero a portare a termine il concorso per 2.386 per nuovi dirigenti scolastici. E lo stop imposto dal Tar in Lombardia, a pochi giorni dalla nomina dei vincitori di concorso, perché le buste dove sono stati conservati i compiti erano semitrasparenti e non garantivano l’anonimato durante la correzione.

Immissioni in ruolo nella scuola. E’ una delle poche buone notizie di questa estate rovente della scuola. Il ministero ha avanzato al dicastero dell’Economia la richiesta per assumere entro settembre 26.448 unità di personale scolastico (21.112 unità di personale docente e  5.336 di personale Ata). La comunicazione è stata data alla Camera, pochi giorni fa, durante un’interrogazione parlamentare dei deputati del Pd, Maria Coscia e Tonino Russo, che chiedevano lumi sul piano triennale di assunzioni varato dal precedente esecutivo. Nei prossimi giorni, il ministro Francesco Profumo dovrà emanare il relativo decreto con i posti per provincia e i provveditorati saranno costretti a un tour de force per garantire tutti i docenti in cattedra per l’avvio delle lezioni.

I tagli alla ricerca. La Spending reviw non ha risparmiato neppure gli enti di ricerca italiani. L’allegato 3 del decreto declina tutti i tagli imposti nel triennio 2012/2014 agli enti di ricerca, compreso quello imposto all’Infn (l’Istituto nazionale di fisica nucleare) che ha contribuito alle ricerche sul bosone di Higgs, una scoperta che se confermata può aprire scenari rivoluzionari nello studio della fisica delle particelle. E dopo le ennesime proteste il governo ha fatto una mezza marcia indietro: il taglio del 2012, pari a 19 milioni spalmati su tutti gli istituti che dipendono dal Miur, è stato cancellato. Ma il colpo di scure è soltanto rinviato: per il 2013 e per il 2014 resta un taglio di 51 milioni per anno.

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fonte repubblica.it

di SALVO INTRAVAIA