Archivio | luglio 2012

Disoccupazione record, Consumatori: Italia diventerà Paese senza futuro


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Disoccupazione record, Consumatori: Italia diventerà Paese senza futuro

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La disoccupazione nel nostro Paese fa segnare un nuovo record: il tasso di disoccupazione a giugno é al 10,8%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su maggio e di 2,7 punti su base annua. E’ il tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Lo rileva l‘Istat (dati destagionalizzati, stime provvisorie). Guardando le serie trimestrali è il più alto dal III trimestre 1999. Il numero dei disoccupati a giugno è di 2 milioni 792 mila. Lo rileva l’Istat (dati provvisori). Si tratta di un record storico, il livello più alto dall’inizio delle serie mensili (gennaio 2004) e delle trimestrali (quarto trimestre 1992)Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a giugno è al 34,3%, in diminuzione di un punto percentuale su maggio. Lo rileva l’Istat (dati destagionalizzati e a stime provvisorie) aggiungendo che tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 608 mila. I giovani disoccupati rappresentano il 10,1% della popolazione di questa fascia d’età.

A giugno l’Istat registra un forte calo del numero di inattivi, ovvero di chi non ha un’occupazione e neppure la cerca: su base annua la diminuzione è di 752 mila unità (-5%), mentre su maggio il calo è pari a 52 mila unità (-0,4%). Quindi continua a salire la partecipazione al mercato del lavoro, ma spesso accade che la maggiore offerta si traduce in disoccupazione

“Il dato provvisorio registrato dall’Istat è già di per sé impressionante ma ad esso bisogna aggiungere il fatto che le famiglie sono anche costrette ad affrontare l’impennata dei prezzi, che spesso lievitano in seguito ad intollerabili fenomeni speculativi: come abbiamo già denunciato, nel mese di marzo è stata rilevata una contrazione dei prezzi agricoli pari al -2,3% ma i costi dei prodotti, secondo i dati Istat, stanno facendo registrare un aumento del 3,3% rispetto al 2011”. E’ quanto sostengono Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti Federconsumatori e Adusbef che aggiungono: “Considerando l’incremento di prezzi, tassazione e tariffe, quest’anno ogni famiglia subirà ricadute per +2.474 Euro”.

Se non si interviene immediatamente per rilanciare l’occupazione si rischia di trasformare l’Italia in un Paese senza futuro, che non offre ai giovani nessuna prospettiva” concludono i Presidenti.

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fonte helpconsumatori.it

Il garante per l’Infanzia: «No ai tagli lineari Il governo non ci riceve e i reparti chiudono»


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VINCENZO SPADAFORA, AL TIMONE DELLA (NUOVA) AUTHORITY: «DISINTERESSE PER QUESTI TEMI»

Il garante per l’Infanzia: «No ai tagli lineari
Il governo non ci riceve e i reparti chiudono»

«Siamo preoccupati per gli 1,8 milioni di bambini italiani in indigenza». E ora con la spending review…

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Vincenzo Spadafora, al timone da un anno dell'authority garante per l'Infanzia e l'AdolescenzaVincenzo Spadafora, al timone da un anno dell’authority garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
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Per ora è un’authority nel limbo. «Ostaggio della burocrazia», denuncia chi la guida (teoricamente) da più di otto mesi. Vincenzo Spadafora, 37 anni di Afragola, ex presidente del comitato italiano di Unicef, è il primo Garante per i diritti dell’Infanzia e Adolescenza, authority istituita ormai un anno fa. Spadafora è stato nominato d’intesa dai presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, per venire incontro ai desiderata dell’Unione Europea (e a una legge italiana vecchia ormai vent’anni) che auspicavano un organo di coordinamento per i diritti dei minori. Ecco, nonostante la moral suasion comunitaria, il regolamento attuativo che la rende (finalmente) operativa dovrebbe essere stato firmato in questi giorni dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, anche se la conferma ufficiale ancora non c’è stata.

I motivi di questo ritardo, Spadafora?
«Non è stata la priorità del governo, finora. Per carità capisco il momento estremamente complicato del Paese, ma scontiamo probabilmente un disinteresse verso l’infanzia e le problematiche dei minori (oltre 10,8milioni di “piccoli italiani”, dicono le statistiche Istat, ndr.). Se fosse l’authority del gas e delle comunicazioni la vacatio regolamentare sarebbe stata certo minore. Peccato, perché finora manca una visione complessiva su come il governo intende operare per assicurare servizi e assistenza. In tempi di spending review la sensazione è che avremmo potuto e che potremmo ancora fungere da coordinamento e da pungolo tra l’associazionismo del terzo settore, il vero incubatore di politiche necessarie in termini di welfare perché lo Stato riesce a garantire sempre meno».

Abbiamo appena firmato il Fiscal Compact europeo in cui ci impegniamo a ridurre della metà il debito pubblico nei prossimi anni, come conciliare questa urgenza con le politiche sociali destinate ai minori?
«Proprio per questo, cosciente che siamo nell’era delle riforme a costo zero per lo Stato, ritengo che l’Authority che ho l’onore di dirigere può svolgere anche un compito di consulenza per i tagli selettivi alla spesa pubblica sui temi legati all’infanzia. Ci sono tutta una serie di centri di spesa su cui si può agire, ma la sensazione è che l’esecutivo si stia muovendo in ordine sparso senza una visione di sistema».

In che senso, ci spieghi meglio?
«Ad esempio si è decisa l’abolizione dell’Osservatorio nazionale per l’Infanzia. Un ente sostanzialmente a costo zero, dato che la contabilità è di circa 8mila euro all’anno legati ai rimborsi spese di chi vi lavora. Sono tutti volontari legati al mondo dell’associazionismo no-profit, ora proprio per la spending review (da qui un appello controfirmato da 84 associazioni per tenerla in vita, ndr. ) si è decisa l’abolizione di tutta una serie di istituti senza capire quali sono quelli che costano di più e quelli di meno. Così sono tagli lineari, non certo selettivi».

Altro tema la sanità, preoccupazione per i nuovi tagli?
«Molta. L’ipotesi è la chiusura di diversi reparti di pediatria. Soprattutto nel Sud, con il trasferimento di bambini e adolescenti con malattie croniche nei reparti con adulti. In Calabria, nel Lazio, in Molise, in Campania, i tagli sono importanti e la contropartita è nulla. Attendiamo soprattutto di capire come verranno usati i fondi europei promessi dal ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca. Si è parlato di investimenti per gli asili nido nelle regioni depresse. Ecco, per ora, noi non ne sappiamo nulla. Non vorremmo che non fossero ancora stati utilizzati come annunciato. Abbiamo poi richiesto un incontro al ministro Fornero. Ha la delega alle Politiche sociali. Bene, non ci ha ricevuto. Come il premier Monti, peraltro. “Le priorità sono altre”, ci hanno risposto da Palazzo Chigi. Ma intanto gli ultimi studi Istat ci dicono che in Italia ci sono 1,8 milioni di bambini in condizioni di indigenza, 723mila in povertà assoluta. E un bambino povero ora, fa un adulto povero domani».

E sulla giustizia minorile a che punto siamo?
Eravamo un esempio per altri Paesi…
«Quando creammo il dipartimento per la Giustizia minorile venimmo individuati come una best-practice in tutto il mondo. Ora siamo in ritardo, soprattutto perché la tutela dei minori non è adeguata per coloro i quali sono coinvolti in processi penali e civili. E anche per quei piccoli “detenuti” insieme alle loro madri in carcere (sarebbero una sessantina in tutta Italia, ndr.) non sempre viene rispettata la legge che li tutela in modo stringente».

Fabio Savelli
twitter@FabioSavelli

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fonte corriere.it

Di Pietro: «Premier e Quirinale peggio del Cavaliere»


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«Premier e Quirinale peggio del Cavaliere»

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Ennesimo attacco di Antonio Di Pietro al premier e al presidente della Repubblica rivelatisi «peggio di Berlusconi» per «prepotenza» e «voglia di assolutismo». A scatenare l’ira del leader Idv la decisione del governo di blindare il decreto sulla spending review con la 30esima fiducia dell’era-Monti. In una nota di fuoco congiunta con il responsabile giustizia del partito, Luigi Li Gotti, Di Pietro scrive che «la nostra bella Costituzione per qualcuno è diventata una pastoia, un ostacolo» e preconizza il tramonto della «democrazia parlamentare».

Netta la condanna del Pd sempre più insofferente di fronte alle intemperanze dell’ormai ex alleato impegnato in una «frenetica rincorsa del grillismo». «Irresponsabile e stucchevole», gli ha mandato a dire Anna Finocchiaro che ha condannato quei paragoni «davvero indecorosi», che «offendono in modo squilibrato e irrispettoso il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio». Ironico Pier Ferdinando Casini: «Ho sempre pensato che Di Pietro fosse il più nostalgico di Berlusconi – ha scritto il leader dell’Udc su Twitter –. Oggi ne sono sicuro! Della serie: meglio Silvio di Monti e Napolitano».

Perplesso sugli attacchi al Colle Nichi Vendola: «Se continua, questa china diventa una deriva», ha detto il leader di Sel condannando quella mossa. «Di Pietro, all’assalto contro Napolitano e Monti, merita oggi la tripla I: Improvvisazione, Isteria, Irresponsabilità», è stato il commento via Twitter da Francesco Rutelli. L’Idv rintuzza le accuse puntando l’indice contro l’«ipocrisia» di Pd e Udc che, come ha affermato Felice Belisario, capogruppo al Senato, «non vogliono si disturbi il manovratore».

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fonte ilsole24ore.com

La lunga storia della trattativa Stato-mafia, una sentenza già ne conferma l’esistenza

La lunga storia della trattativa Stato-mafia una sentenza già ne conferma l'esistenza La strage di Capaci

La lunga storia della trattativa Stato-mafia
una sentenza già ne conferma l’esistenza

La corte d’assise di Firenze: “Ci fu una trattativa. L’iniziativa fu assunta da uomini delle istituzioni” e venne impostata su un “do ut des”. In un’informativa della Polizia del ’93 si legge: “Obiettivo delle bombe è giungere a una trattativa con lo Stato”

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di ATTILIO BOLZONI

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ROMA In quest’estate cosi carica di dibattito sul nostro passato, c’è un’Italia che ha improvvisamente scoperto la trattativa. Ma è davvero così inedito questo tema, è così nuova la notizia che un pezzo di Stato ha o avrebbe trattato con la mafia prima e dopo le stragi del 1992? Forse è opportuno fare un passo indietro per orientarci in questo complicato affaire, e ricostruire la storia di un negoziato che per qualcuno è solo un teorema giudiziario ancora tutto da dimostrare e per qualcun altro è addirittura palesemente infondato.

SPECIALE TRATTATIVA STATO-MAFIA
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Partiamo da un punto: su quel patto fra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra c’è già il bollo di una sentenza emessa in nome del popolo italiano.

Dunque – al di là dell’inchiesta dei magistrati siciliani e delle responsabilità che coinvolgeranno o meno i dodici indagati eccellenti per i quali è stato richiesto qualche giorno fa il rinvio a giudizio – la trattativa non è “supposta” o “ancora da verificare in sede processuale”, una corte di assise ha già detto che è stata “indubbiamente” avviata fra il 1992 e il 1994 (…)

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Boom in Germania dei furti di benzina. Record di fughe dopo il pieno

85 mila denunce nel 2011 85 mila denunce nel 2011

Record di fughe dopo il pieno

Boom in Germania dei furti di benzina

I forti aumenti registrati negli ultimi anni dal prezzo dei carburanti hanno fatto esplodere in Germania il fenomeno dei furti di benzina. Secondo la Criminalpol federale (Bka), nei 14.100 distributori di benzina tedeschi si e’ registrato un record di automobilisti che dopo il pieno hanno preso la fuga senza pagare

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Berlino, 30-07-2012

I forti aumenti registrati negli ultimi anni dal prezzo dei carburanti hanno fatto esplodere in Germania il fenomeno dei furti di benzina. Secondo la Criminalpol federale (Bka), nei 14.100 distributori di benzina tedeschi si e’ registrato un record di automobilisti che dopo il pieno hanno preso la fuga senza pagare.

Le denunce di furto presentate dai benzinai nel 2011 sono state oltre 85mila, mentre gia’ nell’anno precedente si era registrato un aumento del 10%, che aveva portato a 80mila il numero totale di furti.
Secondo le autorita’ di polizia solo il 20% dei furti vengono denunciati, mentre il numero reale sfiorerebbe i 500mila, con il risultato che il danno totale per gli esercenti nel 2011 non sarebbe stato di 5,75 milioni di euro, bensi’ di quasi 30 milioni.

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fonte rainews24.it

Ilva, posti sigilli agli impianti. Comune Taranto approva odg

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Ilva, posti sigilli agli impianti
Comune Taranto approva odg  

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TARANTO – Carabinieri del Noe (nucleo operativo ecologico) di Lecce hanno posto “sigilli virtuali” nei vari impianti dell’Ilva sottoposti al provvedimento di sequestro disposto nei giorni scorsi dal Gip di Taranto.
I militari hanno compiuto oggi un sopralluogo nello stabilimento in esecuzione del provvedimento di sequestro. Sugli impianti sottoposti a sequestro sono stati apposti cartelli con le indicazioni delle operazioni vietate e quelle consentite.

Durante una ispezione compiuta oggi nello stabilimento di Taranto, i militari del Noe accompagnati da ausiliari tecnici, su disposizione della Procura hanno acquisito la documentazione tecnica riguardante i vari impianti indicati nel provvedimento di sequestro.

Inoltre, è stato acquisito tutto quanto “ritenuto tecnicamente” necessario per avviare e perfezionare l’attuazione del provvedimento evitando comunque “ogni rischio di danno o di pericolo per l’incolumità delle persone e adottando le cautele e procedure necessarie per evitare – se tecnicamente possibile – la distruzione degli impianti e per ipoteticamente consentire la loro eventuale riutilizzazione nel caso di attuazione di misure tecniche tali da eliminare i fatti negativi riscontrati, ovvero per il caso di diverse decisioni giurisdizionali”.

I militari del Noe hanno anche acquisito informazioni tecniche per valutare, visti i tempi lunghi per l’attuazione delle misure di sequestro, “se sia possibile tecnicamente ridurre, in tutto o in parte, l’attività produttiva degli impianti in questione”.

Giorgio Napolitano, rispondendo agli operai dell’Ilva di Taranto, auspica che si trovino soluzioni “che garantiscano la continuità e lo sviluppo dell’attività” e che si proceda “senza ulteriore indugio” al pieno adeguamento alle norme per la protezione dell’ambiente e la tutela della salute dei cittadini.

Oggi con l’arrivo dei custodi nominati dal gip, sono di fatto cominciate le procedure per eseguire il sequestro di 6 impianti dell’area a caldo dell’Ilva disposto dalla magistratura giovedì scorso. I tecnici sono incaricati dal gip di “avviare le procedure tecniche per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento”. Alle opperazioni sovrintendono anche i carabinieri del Noe.

Intanto è stato rinviato l’incontro che il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, avrebbe dovuto avere questa mattina con il procuratore generale di Lecce, Giuseppe Vignola, in merito all’inchiesta. Dopo quattro ore di dibattito e qualche battibecco tra il sindaco Ippazio Stefano e gli ambientalisti, il Consiglio comunale di Taranto ha approvato un ordine del giorno riguardante la “preoccupante situazione ambientale e produttivo-occupazionale verificatasi in seguito alle vicende dell’Ilva”.

Nel documento si impegna il sindaco a compiere una serie di iniziative a tutela del lavoro e dell’ambiente, tra cui l’attivazione di una “cabina di regia per Taranto”. Nel documento, che è stato approvato con 23 voti a favore, due astenuti e tre contrari (gli ambientalisti chiedevano un documento più incisivo) si esprime solidarietà umana e istituzionale ai lavoratori dell’Ilva e alle famiglie delle vittime dell’inquinamento ambientale

ORE 13:30 – GIUNTI IN STABILIMENTO CUSTODI SEQUESTRO
Sono arrivati nello stabilimento di Taranto e sono a colloquio con il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, i custodi amministrativi nominati dal gip di Taranto nell’ambito delle procedure di sequestro del siderurgico. Si tratta di tre custodi incaricati del sequestro dell’impianto e di uno che si occuperà del personale. L’incontro con Ferrante è cominciato intorno a mezzogiorno ed è ancora in corso. I sindacati hanno chiesto di essere ricevuti dal presidente dell’Ilva a conclusione della riunione.

I custodi che dovranno sovrintendere alle operazioni di spegnimento degli impianti sono tre ingegneri. Si tratta di Barbara Valenzano, dirigente del servizio tecnologie della Sicurezza e Gestione dell’emergenza presso la direzione Scientifica dell’Arpa Puglia, nonchè componente del Comitato tecnico regionale prevenzione incendi, che sarà coadiuvata da Emanuela Laterza, funzionario presso lo stesso servizio e da Claudio Lofrumento, funzionario presso il servizio impiantistico e rischio industriale del Dipartimento provinciale ambientale di Bari.

Per gli aspetti amministrativi riguardanti la gestione degli impianti e il personale è stato nominato dal gip Patrizia Todisco il presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti di Taranto, Mario Tagarelli, che potrà essere coadiuvato da altri collaboratori.

DOMANI PRIMI INTERROGATORI
Sono stati fissati per domani mattina alle 11 i primi interrogatori di garanzia delle persone sottoposte agli arresti domiciliari dal gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento ambientale da parte dell’Ilva di Taranto. Si tratta di otto tra dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento siderurgico accusati, a vario titolo, di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico. Intanto i quattro custodi giudiziari nominati dal gip (due ingegneri dell’Arpa, un rappresentante del dipartimento di Prevenzione dell’Asl di bari e, per gli aspetti amministrativi, l’ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Taranto) hanno cominciato il loro lavoro. In queste ore è in corso un incontro con l’azienda. Questo pomeriggio era prevista alle 17 una conferenza stampa dei sindacati per illustrare le iniziative di mobilitazione di questi giorni, in particolare la manifestazione di giovedì 2 agosto alla vigilia dell’udienza del Tribunale del Riesame ma è stata annullata e rimandata probabilmente a domani.

S’INSEDIA GRUPPO STUDIO DANNO SANITARIO
Si è insediato oggi, alla Regione Puglia, il gruppo di lavoro che si occuperà di stilare il regolamento con i criteri per la valutazione del danno sanitario, previsto dalla legge recentemente approvata dal Consiglio regionale della Puglia per abbattere le emissioni inquinanti e procedere alla bonifica delle aree a rischio ambientale di Taranto, con lo stabilimento al centro dell’intervento, e anche di Brindisi.

L’assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, sottolinea in una nota che si dà «così corso operativamente alla recente legge approvata dal Consiglio regionale». Nicastro ha anche annunciato la programmazione, per giovedì prossimo, di un nuovo incontro delle professionalità coinvolte tra assessorato alla qualità dell’ambiente, assessorato alla salute, Arpa e direzioni delle Asl di Taranto e Brindisi.

«La legge sulla valutazione del danno sanitario – sottolinea l’assessore regionale alla Sanità, Ettore Attolini – costituisce un elemento di innovazione in un territorio, nel campo della connessione causa-effetto, del tutto inesplorato. E’ necessario, proprio per la delicatezza dei temi e per la novità del campo in cui ci si muove, di ponderare le scelte e lavorare entro una cornice metodologica ben definita, fissando obiettivi a breve termine ed immaginare anche scenari di breve e medio termine».

Tutti i partecipati all’incontro – è detto in una nota della Regione – hanno convenuto sulla «straordinaria urgenza ma anche sulla complessità del lavoro cui si va incontro visto che, in Italia e non solo, manca una case history: ciononostante è evidente che la valutazione del danno sanitario relativo a carichi ambientali da attività industriali ha una ricaduta forte in termini sociali e di servizi socio-assistenziali e costituisce, quindi, uno straordinario strumento al fine di ridistribuire i carichi del danno.

«La legge sulla valutazione del danno sanitario – conclude Nicastro – per la nostra regione è un fiore all’occhiello, sia in termini di innovazione della norma che di tutela della salute. Il lavoro delle strutture tecniche di assessorati, agenzie regionali e Asl sarà quello di fornire a quella legge gli elementi che ne permettano l’attuazione in tutti i suoi aspetti».

ORE 15:00 – AVVIATE PROCEDURE DI SEQUESTRO 
Con l’arrivo dei custodi nominati dal gip, sono di fatto cominciate le procedure per eseguire il sequestro di 6 impianti dell’area a caldo dell’Ilva disposto dalla magistratura giovedì scorso. I tecnici sono incaricati dal gip di «avviare le procedure tecniche per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento».

I quattro custodi sono giunti all’interno del siderurgico attorno a mezzogiorno e stanno incontrando la dirigenza dell’Ilva, per stabilire le procedure di chiusura degli impianti, che richiederanno tempi lunghi.

I custodi giudiziari sono stati incaricati di sovrintendere alle procedure, osservando “le prescrizioni a tutela della sicurezza e dell’incolumità pubblica e a tutela dell’integrità degli impianti”.

CUSTODI GIUDIZIARI ISPEZIONANO STABILIMENTO
I custodi nominati dal gip di Taranto per eseguire le procedure di sequestro dello stabilimento dell’Ilva stanno ispezionando gli impianti del siderurgico. I custodi sono giunti nello stabilimento in tarda mattinata e dopo avere incontrato la dirigenza aziendale per acquisire documentazione e programmare le procedure di arresto dei sei impianti a caldo sottoposti al provvedimento del gip, hanno chiesto di ispezionare la struttura.
Intanto sempre all’interno dello stabilimento i sindacati, che hanno chiesto di incontrare quanto prima la dirigenza aziendale, hanno convocato un consiglio di fabbrica che si è riunito in attesa degli sviluppi della situazione.

COMUNE TARANTO, ODG SU DIRITTO A LAVORO E SALUTE
Dopo quattro ore di dibattito e qualche battibecco tra il sindaco Ippazio Stefano e gli ambientalisti, il Consiglio comunale di Taranto ha approvato un ordine del giorno riguardante la “preoccupante situazione ambientale e produttivo-occupazionale verificatasi in seguito alle vicende dell’Ilva”.
Nel documento si impegna il sindaco a compiere tutti gli atti necessari, tra cui l’attivazione di una “cabina di regia per Taranto”, per il governo del territorio e quindi dell’ambiente in una visione equilibrata che coniughi il diritto al lavoro con quello alla salute entrambi costituzionalmente garantiti.

Nel documento, che è stato approvato con 23 voti a favore, due astenuti e tre contrari (gli ambientalisti chiedevano un documento più incisivo) si esprime solidarietà umana e istituzionale ai lavoratori dell’Ilva e alle famiglie delle vittime dell’inquinamento ambientale. Si impegna inoltre il sindaco a “vigilare sul pieno e puntuale rispetto degli accordi e degli impegni pubblici oltre a quello della parte privata informando costantemente il Consiglio comunale affinchè possa seguire gli sviluppi della questione Ilva”.

La delegazione dei dipendenti dell’Ilva, che era presente all’apertura dei lavori del consiglio comunale, ha lasciato l’aula dopo un paio di ore di dibattito. In apertura un operaio dell’Ilva, rappresentante sindacale, era intervenuto dinanzi ai consiglieri chiedendo all’amministrazione un impegno concreto in favore dei dipendenti dell’Ilva e una svolta decisa per tutelare alla stessa maniera il diritto alla salute e quello al lavoro che “sono entrambi – ha detto – garantiti dalla Costituzione”.

PRESIDENTE ILVA: VOGLIAMO LOTTARE E DIFENDERCI OVUNQUE
 “Non siamo stati colti di sorpresa dall’arrivo dei custodi amministrativi all’interno dello Stabilimento Ilva di Taranto anche se non ci aspettavamo questa tempistica. Vedremo quali saranno le loro decisioni nei prossimi giorni ma quanto successo non cambia la nostra voglia di lottare e difenderci in tutte le sedi istituzionali”. Così il presidente dell’Iva, Bruno Ferrante, commenta l’arrivo nello stabilimento di Taranto dei custodi nominati dal gip che ha disposto il sequestro degli impianti a caldo.
“Diremo chi siamo – aggiunge Ferrante cosa abbiamo fatto e rivendicheremo i successi in campo ambientale”.
“Non abbiamo nulla da nascondere, non abbiamo mai avuto comportamenti ambigui – continua Ferrante – e alla magistratura contesteremo i dati delle perizie perch‚ crediamo siano parziali, e illustreremo nel dettaglio come abbiamo speso più di un miliardo di euro per l’ambientalizzazione dello Stabilimento di Taranto e i risultati raggiunti”. “Siamo sempre disponibili a ragionare – conclude Ferrante – con il governo centrale e locale su soluzioni che possano coniugare ambiente e lavoro. Lo abbiamo fatto in questi giorni, lo faremo nei prossimi”.

MAGISTRATURA DEMOCRATICA, ADDEBITI IMPROPRI AI GIUDICI
Sono “impropri” gli addebiti rivolti ai magistrati di Taranto, titolari dell’inchiesta sull’Ilva. Lo sostiene Magistratura Democratica, la corrente di sinistra delle toghe.
“Assistiamo al ritorno nel dibattito pubblico di posizioni che addebitano ai magistrati di non seguire logiche di compatibilità economica” scrive in un corsivo sul sito della corrente il presidente Luigi Marini. E il fatto che “posizioni di tale tenore siano espresse da rappresentanti delle istituzioni rende la cosa ancora più rilevante e ci impone di ribadire che il diritto dei lavoratori e dei cittadini a vedere tutelate incolumità e salute trova riconoscimento anche in disposizioni penali, che i magistrati hanno l’obbligo di applicare”.
La ricerca di un equilibrio tra i valori in gioco, “quali salute, libertà d’impresa, interessi finanziari, ambiente, spetta alle istituzioni politiche, chiamate ad adottare, nel rispetto delle norme costituzionali, gli atti normativi e amministrativi di loro competenza. Tenere distinti i piani e rispettare le attribuzioni dei poteri dello Stato – conclude Marini – è compito di chiunque abbia responsabilità pubbliche e il fatto che lo si debba ricordare ancora una volta non è un segnale positivo”.

POSTI SIGILLI ‘VIRTUALI’ A IMPIANTI SEQUESTRATI

Carabinieri del Noe (nucleo operativo ecologico) di Lecce hanno posto “sigilli virtuali” nei vari impianti dell’Ilva sottoposti al provvedimento di sequestro disposto nei giorni scorsi dal Gip di Taranto.
I militari hanno compiuto oggi un sopralluogo nello stabilimento in esecuzione del provvedimento di sequestro. Sugli impianti sottoposti a sequestro sono stati apposti cartelli con le indicazioni delle operazioni vietate e quelle consentite. Durante una ispezione compiuta oggi nello stabilimento di Taranto, i militari del Noe accompagnati da ausiliari tecnici, su disposizione della Procura hanno acquisito la documentazione tecnica riguardante i vari impianti indicati nel provvedimento di sequestro.
Inoltre, è stato acquisito tutto quanto “ritenuto tecnicamente” necessario per avviare e perfezionare l’attuazione del provvedimento evitando comunque “ogni rischio di danno o di pericolo per l’incolumità delle persone e adottando le cautele e procedure necessarie per evitare – se tecnicamente possibile – la distruzione degli impianti e per ipoteticamente consentire la loro eventuale riutilizzazione nel caso di attuazione di misure tecniche tali da eliminare i fatti negativi riscontrati, ovvero per il caso di diverse decisioni giurisdizionali”.
I militari del Noe hanno anche acquisito informazioni tecniche per valutare, visti i tempi lunghi per l’attuazione delle misure di sequestro, “se sia possibile tecnicamente ridurre, in tutto o in parte, l’attività produttiva degli impianti in questione”.

CAMUSSO, BONANNI E ANGELETTI A TARANTO IL 2 AGOSTO

 I segretari confederali di Cgil, Cisl e UIl, con i segretari nazionali e locali dei metalmeccanici, parteciperanno giovedì prossimo 2 agosto all’assemblea pubblica convocata a Taranto alla vigilia della decisione che il Tribunale del Riesame dovrà prendere sul provvedimento di sequestro dello stabilimento siderurgico.
Insieme con Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti saranno in piazza anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, e gli altri rappresentanti nazionali dei metalmeccanici. Lo hanno deciso questa sera i sindacati che avevano annunciato già nei giorni scorsi iniziative per quella data.
Nel frattempo, domani e dopodomani si terranno assemblee di fabbrica di due ore, mentre per il 2 agosto è stato proclamato uno sciopero di quattro ore che coinvolgerà i lavoratori metalmeccanici di tutta Taranto e probabilmente anche delle altre sedi Ilva in Italia.

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fonte lagazzettadelmezzogiorno.it

La Diaz di Canterini

La Diaz di Canterini

La Diaz di Canterini

Il capo del “Settimo nucleo antisommossa” di polizia, condannato per le violenze del G8, ha scritto in un libro la sua versione di come andò

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La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti.

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L’ex comandante del Primo reparto Mobile della Polizia di Roma, Vincenzo Canterini, ha pubblicato un libro – “Diaz“, scritto assieme a Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo e pubblicato dall’editore Imprimatur del gruppo Aliberti – in cui ricostruisce la sua versione dell’azione di polizia contro la scuola Diaz al G8 di Genova del 2001. Per il tentativo di occultare le violenze compiute contro le persone che si trovavano ospitate nella scuola, la Corte di Cassazione ha di recente confermato le condanne nei confronti di alcuni importanti dirigenti di polizia tra cui lo stesso Canterini.  Nel libro Canterini ripete alcune delle cose che ha raccontato durante i processi, in particolare lasciando capire che l’azione sia stata voluta dai vertici della polizia per ritorsione sui problemi che le forze di polizia avevano avuto nel contenere le proteste del G8, e attribuendo le violenze peggiori ai molti agenti coinvolti disordinatamente nell’irruzione, scagionando con questo i suoi uomini del “Settimo nucleo” antisommossa: «È mia intenzione parlare di chi e perché ha voluto a tutti i costi la Diaz, di chi ha coperto i veri massacratori della scuola, di chi e perché ha depistato sulle responsabilità alte, chi e perché ha scientificamente gettato fango sul Settimo (…) Erano bestie vili, da rintracciare e rinchiudere in gabbia. A cui nessuno ha però dato la caccia. Dal 2001 sono libere e impunite grazie anche a chi c’era ma in effetti non c’era, a chi comandava senza comandare, a quanti si trovavano lì per caso, per volontà superiore, per depistare, per randellarne uno ed educarne cento».

Invece mi ritrovai nel più grosso casino degli ultimi cinquant’anni. Valle Giulia al confronto fu una passeggiata al centro benessere. Una massa multiforme di divise riuscì finalmente a entrare nel cortile andando in scia al Ducato. Fu un’immagine altamente scenografica. Sembrava studiata per la stampa, che infatti era già lì, prima di noi, allertata da qualche stratega della comunicazione. Sarebbero bastate un paio di tronchesi, ma vuoi mettere l’irruzione plateale e rumorosa? Un’operazione ad alto rischio, con terroristi asserragliati peggio dei fedayn palestinesi al villaggio olimpico di Monaco, avviata con arnesi da scasso e ferramenta?
Percepivo i prodromi drammatici di uno show studiato a tavolino, replicato l’indomani con la conferenza stampa organizzata dentro a un’aula della Diaz. I cronisti erano tutt’intorno a un tavolo rettangolare dov’erano esposte le armi sequestrate: mazze, picconi, sassi, caschi, coltelli, maschere antigas, magliette nere. E quelle due bottiglie di Chianti doc bevute alla salute dei Grandi del pianeta e successivamente riempite con il liquido infiammatorio tipico della guerriglia.

L’operazione era stata pensata, ideata, orchestrata e coordinata come dura risposta dello Stato che fino a quel momento s’era fatto trovare impreparato in occasione del summit mondiale. Come spiegare altrimenti la presenza trafelata nel cortile, prim’ancora di rendere noto il numero degli arrestati e delle armi sequestrate, dell’addetto alle pubbliche relazioni della polizia? Non so di chi fu l’idea di allertare anzitempo tv, radio e giornali per magnificare un intervento dalle conseguenze tutt’altro che scontate. Ma fu sbagliata. Mi fu detto – ma a me sembrava francamente una cosa fuori dalla grazia di Dio – che i ragazzi che uscivano ammaccati dalla scuola erano rimasti feriti negli scontri della mattina; insomma, si tentò di darla a bere a me e a qualcun altro facendoci credere che quello era il lazzaretto dei black bloc. Una puttanata…
Quelle migliaia di immagini girate fino a notte fonda, infatti, anziché servire a ridare lustro al Corpo oltraggiato dai black bloc, si rivelarono formidabili prove per la pubblica accusa che, nel fare il conto di chi c’era e di chi non c’era ai posti di comando, di chi incrociò l’uomo delle molotov, undici anni dopo otterrà dalla Cassazione l’annientamento dei vertici della Pubblica sicurezza realizzando in questo modo i sogni più nascosti di terroristi e mafiosi. È bastato solamente essere stati alla Diaz per essersi visti la carriera rovinata.

I miei uomini li rividi nuovamente insieme dopo l’inutile tour a tenaglia. S’erano accodati alle operazioni di sfondamento. Io ero un po’ più defilato, tanto che non riuscii ad assistere al momento dell’irruzione, cosa che spiegai anche al pm. Nel corso del processo dissi chiaro e tondo che non avevo avuto una visuale a trecentosessanta gradi, ma la magistratura si mostrava scettica. Mi guardavano tra l’indispettito e il perplesso. Non riuscivano a capacitarsi che, davvero, in quella circostanza, il comandante del Reparto mobile di Roma – che non aveva responsabilità operative ma solo di supervisione e di assistenza tecnica – potesse essersi perso qualche scena del “grande spettacolo”.
Invece, andò proprio così. Aspettai che entrassero i primi cinquanta-sessanta uomini che si occuparono di sfondare un’altra coppia di ante sbarrate e dopo, ma soltanto dopo, quando il flusso d’entrata stava ormai scemando, varcai l’entrata con indosso un casco che mi ero fatto prestare da Gian Luca, il mio autista. Ero disarmato, privo dello sfollagente e della pistola. Alcuni ragazzi del Settimo mi avevano aspettato e scortato con i loro scudi, sui quali avevo sentito infrangersi massi e bottiglioni. Un casino infernale. Gli anfibi degli agenti rimbombavano sordi inciampando sui contusi e slittando sopra vetri rotti, vestiti strappati, pozzanghere di sangue. Giuro, erano pozzanghere. Dietro la porta che dava sulla palestra notai i primi feriti, piangevano accasciati contro la parete. Urla disumane, terrificanti, sembravano provenire dall’aldilà. Vidi gente calpestata dalle scarpe dei poliziotti. Presi la via delle scale facendo lo slalom tra panche rovesciate e gli ultimi agenti che mi sorpassavano mentre salivo. Avevo deciso di fare un sopralluogo in tutti i piani, ma il proposito sarebbe rimasto tale, a causa di ciò che vidi non appena alzai il piede dall’ultimo gradino della rampa.

La mia vita andò in testacoda. Mi bloccai appena mi si presentò davanti agli occhi lo scannatoio al primo piano. Inizialmente pensai a un campo di battaglia dovuto a violente resistenze. Perché resistenze, checché se ne dica, a cominciare dalle cancellate sprangate e dagli oggetti lanciati dalla finestre, ve ne furono molte tra gli occupanti.
Gli abusi dei rappresentanti dello Stato ci furono e furono ingiustificabili. Ma alla Diaz non fu tutto bianco e nero, i manifestanti non erano tutti buoni e i poliziotti non erano tutti cattivi. I miei capisquadra, per dire, raccontarono di scontri cruenti.

Le relazioni e i referti al pronto soccorso parlavano chiaro. Molti componenti del Settimo erano stati fatti oggetto di aggressioni e lanci di oggetti non appena avevano varcato l’uscio della scuola. Rimasero feriti Marco Travascio e Gianluca Salvatori, detto il Drago. Chi aveva rotto loro una mano o un polso? Chi gli aveva spaccato il setto nasale a cazzotti? Ivo Gabriele, Fausto Rifezzo, Fabrizio Ledoti e Massimo Mancini sono stati accolti da sbarre di ferro e bastoni. Ad Alessandro Castagna è piovuta addosso una mazza da baseball. Domenico Pace, Giuseppe Vaccaro e Fabio Marra andarono invece incontro a una grandinata: di pietre. Luigi Parisi, appena mise piede nella Diaz fu preso a calci e pugni. L’agente Zaccaria l’ha raccontata così: «Nel salire le scale entravamo in colluttazione con alcuni facinorosi che ci buttavano contro sedie, tubi di ferro, pezzi di legno, colpendo, ferendo al volto l’agente Gianluca Salvatore».

Ma i veri demoni, quelli che hanno approfittato dell’impunità dopo aver goduto a percuotere anziani claudicanti e ragazze nei sacchi a pelo, erano vestiti in jeans e maglietta con il fratino “polizia”. Erano quelli che indossavano la divisa “atlantica”, i caschi lucidi e i cinturoni bianchi (i nostri U-Boot erano invece opachi, i cinturoni neri). Erano anche gli appartenenti, così si diceva nell’ambiente, a un misterioso gruppo operativo speciale ribattezzato Gos, da non confondere con i Gom della Penitenziaria, e di cui mi parlò con dovizia di particolari un noto sindacalista di polizia che a tanti guai andò incontro per aver avuto l’ardire di interrogare testualmente così il ministro dell’Interno e il capo della polizia: «Con la massima cortesia e urgenza si chiede di sapere» se per davvero esista «un qualche organismo della polizia denominato Gos, ovvero Gruppo operativo speciale, quando sia stato istituito, chi ne è a capo, chi lo componga, come sia stato selezionato il personale che ne fa parte, quali siano le sue competenze e se sia stato in qualche modo utilizzato durante l’ultimo G8 tenutosi a Genova e, nel caso, in quali occasioni».

Quel che più mi inquietò del suo racconto, riscritto poi in un linguaggio burocratico nella «richiesta urgente di spiegazioni» fu ciò che lessi nelle ultime due righe della nota protocollata il 10 gennaio 2002: «Si chiede infine di sapere se il suo personale (del Gos, nda) sia dotato di uno sfollagente metallico, modello “tonfa”, di passamontagna e di tuta di colore blu scuro o nero».
I fantasmi del Gos, come i mazzieri in abiti civili, diversi da noi per minimi dettagli cromatici su caschi e cinturoni, avevano un tratto distintivo comune: il volto irriconoscibile, coperto da foulard o mefisti. Solo per questo l’hanno scampata.
Salendo le scale sentii un grido potente, categorico: «Ora basta! Basta! Tutti fuori».
Feci qualche passo in più e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa. Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l’ambulanza era Fournier. Rimasi ipnotizzato da quella scena straziante, che mi fece pensare al Cristo sofferente tra le braccia delle Vergine. Sembrava la versione moderna della Pietà di Michelangelo. Era la pietà di Michelangelo Fournier.
«Comandante, questa ragazza è ridotta malissimo…»
Mi sincerai che i soccorsi fossero stati attivati e mi sentii interrompere. «Già fatto comandante». Fournier, madido di sudore e inferocito col destino che l’aveva trascinato in quel baratro, evitò di dire altro. Neanche mezza parola quando vide i ragazzi del Settimo risalire la corrente, poco prima richiamati via radio a riporre il tonfa nell’anello e guadagnare l’uscita per l’inquadramento in cortile.

Tutt’attorno sentivo risuonare lamenti e gemiti spettrali, ma davvero non riuscivo a non distogliere la vista da quella ragazza che lottava con la morte aiutata da un ragazzo che nella vita aveva come missione di servire e difendere lo Stato e che per l’emergenza aveva rispolverato i suoi vecchi rudimenti di pronto soccorso alpino.
Fino all’arrivo di un barelliere con la casacca arancione, dimenticai tutto. Di continuare il sopralluogo. Dei due miei poliziotti visti zoppicare malamente. Delle mazze, del maglio, dei bastoni disseminati un po’ ovunque. Pensavo esclusivamente alla giovane e quando scoprimmo che quei pezzettini di carne sparpagliati sul pavimento non provenivano dalla sua testa ma dalla cena che quella disgraziata doveva aver vomitato per le percosse, tirammo un sospiro di sollievo.
Con il convulso avvio della tanto attesa perquisizione preferii scendere e prendere aria.
Ogni tanto qualcuno annunciava di aver trovato qualcosa di interessante: un’arma, una pietra, un punteruolo, una maglietta nera. E la lista degli arrestati (e dei feriti) si ingrossava per la gioia di chi quell’irruzione l’aveva strenuamente difesa. Alla fine i fermati furono novantatré, ma nessuno di loro è mai stato condannato; quelli finiti in una barella furono ottantasette.

Nel cortile ritrovai l’assembramento di forze che aveva partecipato alla perquisizione e che lasciò quel camposanto di manganellati molto tempo oltre i quattro minuti di permanenza del Settimo nucleo. Venni a sapere poi che nella concitazione al primo piano Fournier aveva preso di petto un grasso collega impegnato a simulare un coito su una ragazza carponi, e aveva inveito contro altri quattro agenti. Non era stato il solo a ritrovarsi a sottrarre i feriti dalla furia bestiale di gente pagata per difendere lo Stato. E solo leggendo le relazioni dei capisquadra scoprii che altri, fra i miei, avevano rischiato di prenderle per sbaglio aiutando ragazzi feriti ad alzarsi e a ricevere cure. Lo avevano fatto anche prima, sia chiaro. Non era una compassione di facciata, quella della sera alla Diaz.

L’immagine di Pezzolla rimasto indietro in corso Torino andava e veniva.
Quella notte a comandare erano tutti, nessuno e centomila. Dalle riunioni in questura ai capannelli nella Diaz ognuno diceva la sua e anche la magistratura, alla fine, ci ha capito poco. Ogni tanto arrivavano ordini che non si sapeva da dove provenissero.
Il questore Francesco Colucci alla fine era stato messo da parte. Il prefetto Ansoino Andreassi, vicecapo della polizia, offeso e irritato dal commissariamento di fatto avvenuto con l’invio a Genova di Arnaldo La Barbera, si fece sempre più da parte. Non il suo uomo di fiducia, Lorenzo Murgolo, che alla scuola c’era e sembrava dirigesse i lavori indossando un’inconfondibile fascia tricolore. Nel piazzale c’era un giovane Francesco “Ciccio” Gratteri. C’era Gianni Luperi, una vita nella Digos, mio amico fraterno. C’era Spartaco Mortola, dirigente dell’antiterrorismo genovese. C’era pure Gilberto Caldarozzi, altro pezzo da novanta della polizia di Stato che al culmine della carriera, subito dopo aver scovato il bombarolo della scuola di Brindisi, verrà condannato in Cassazione e sospeso dal servizio insieme ai fiori all’occhiello della polizia. (…)

In quei momenti andò in scena la farsa delle molotov trovate altrove e piazzate all’interno della scuola a cose fatte. Non vidi niente e seppi quel che avevano combinato solo successivamente, dai giornali. Provarono a tirarci addosso pure quel fango poiché chi aveva partecipato materialmente al trasporto delle bottiglie in un sacchetto di plastica azzurro era una vecchia conoscenza del Reparto mobile di Roma: il vicequestore Pietro Troiani. Se ne era andato mesi prima per sue esigenze personali, e a Genova, per quanto ne sapevo, era alle dipendenze di Donnini.
Cosa sia successo con quelle bottiglie non lo so. Non l’ho mai saputo. E nessuno saprà mai com’è andata davvero perché il tempo per parlare è scaduto con la Cassazione.
In questa storia l’unico che ha portato la croce trovando la forza di rompere la consegna al segreto è stato Fournier. Non sto qui a giudicare, a dire se ha fatto bene, se ha fatto male, se doveva dirlo prima, se il segreto se lo doveva portare nella tomba perché siamo tutti una famiglia e i panni sporchi non si lavano all’aperto. Il riferimento alla “macelleria messicana” nella Diaz, nel verbale del 2002, e alle “colluttazioni unilaterali” raccontate durante il processo, con la descrizione di cinque poliziotti che menavano calci come asini su poveri cristi terrorizzati a terra, ha fatto il giro del mondo e per alcuni colleghi quel funzionario è diventato un Giuda. Ma non è un Giuda.
Mi chiedo, e chiedo a chi indossa la divisa e legge queste pagine: peggio lui o i Ponzio Pilato che nell’ombra hanno picchiato, tramato, depistato rovinando colleghi che sapevano innocenti?

 

fonte ilpost.it