Archive | ottobre 2012

Idv nella bufera, Di Pietro: tolgo il mio nome dal simbolo. De Magistris: «Se le mele marce sono tante, diventano un frutteto»

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Idv nella bufera, Di Pietro: tolgo il mio nome dal simbolo

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di Ettore Colombo

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ROMA – Niente congresso straordinario. Neppure un’assemblea nazionale, pure straordinaria. Donadi chiede, propone, incalza. Di Pietro è fermo, tetragono, recalcitra. Del resto l’ufficio di presidenza (dieci membri: mancava solo il sindaco di Palermo, Orlando) è tutto con lui, come un solo uomo. Donadi, almeno lì dentro, è solo e isolato. Di Pietro concede solo un vago «apriremo una fase costituente, supereremo l’Idv, apriremo il partito agli esterni». «Alle elezioni toglierò il nome dal simbolo», annuncia. «Comunque – aggiunge – se il Pd ci vuole, bene, altrimenti andremo da soli. Il 5% lo facciamo». Donadi scuote la testa più volte. Non è convinto. Soprattutto è deluso, amareggiato.

Poi lancia l’affondo, micidiale: «Tonino, ma te l’immagini un dibattito sulla legalità in campagna elettorale in cui un giornalista si alza e ti chiede dei rapporti tra il tuo ex avvocato (Vincenzo Maruccio, consigliere regionale del Lazio per l’Idv, oggi dimissionario perché indagato per peculato in merito ai rimborsi elettorali sottratti al suo stesso gruppo, ndr.) e la ‘ndrangheta?».

Donadi vuole dimostrare a Di Pietro che non solo la sua strada di separazione (forzata) dal Pd è profondamente sbagliata, ma anche che Tonino non può pensare di rilanciare il suo partito e la sua immagine personale, dopo gli ultimi, pesanti, scandali che hanno colpito l’Idv e dopo l’inchiesta-macigno di Report andata in onda domenica scorsa, con il solito tocco di bacchetta magica. Del resto, come ha detto ieri il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, a latere di una seduta straordinaria del consiglio comunale partenopeo davanti a palazzo Chigi per protestare contro i tagli del governo agli enti locali, all’indirizzo proprio di Di Pietro: «La favola delle mele marce non regge più. Se le mele marce sono tante, diventano un frutteto».

Insomma, dentro l’Idv è scoppiata la questione morale, il paradosso è che, stavolta, rischia di ritorcersi contro l’ex pm di Mani pulite e fondatore del partito che, della legalità, aveva fatto la sua bandiera. La differenza, però, tra i due accusatori di Tonino è che le parole di De Magistris sono pubbliche, quelle di Donadi sono private. Sono state pronunciate, appunto, nel corso di una lunga, tesa e a tratti drammatica riunione fiume dell’ufficio di presidenza dell’Idv. E’ durata quasi nove ore e si è tenuta che nella sede nazionale del’Idv, a Santa Maria in Via, dietro la galleria Sordi. Lì i dieci membri dell’ufficio di presidenza (oltre a Di Pietro e Donadi, ne fanno parte Mura, Belisario, Rinaldi, Rota, Costantini, Messina, Zipponi, l’assente Orlando) si sono chiusi a discutere, lontani da occhi indiscreti.

La riunione, formalmente, è stata riaggiornata a oggi, verso le 13, e si sarebbe conclusa – sempre formalmente – in modo interlocutorio con un nulla di fatto, ma il nulla di fatto preannuncia tempesta. All’esterno non trapela nulla. Ufficialmente, il capogruppo non parla, si limita solo a un laconico tweet: «Congresso straordinario per rinnovare e non morire». Anche Di Pietro, quando si presenta nel Transatlantico di Montecitorio per votare, si trincera davanti ai cronisti dietro un mutismo impenetrabile e per lui molto insolito.

La verità è che l’Idv è un partito entrato in piena sofferenza, altro che fibrillazioni. Il risultato in Sicilia è stato disastroso, il sondaggio Ipr-Marketing lo dà fermo al 5%, il Pd non ha nessuna intenzione di aprire l’alleanza dei progressisti all’Idv di Tonino. Potrebbe farlo, invece, a De Magistris e alla sua nascente lista arancione aperta a sindaci, movimenti, società civile.

Lì potrebbero confluire i dipietristi delusi e stanchi della dittatura che, a loro dire, Tonino gli impone. Del resto, fa notare qualcuno, «Letta, il più a destra del Pd, ha detto che con De Magistris lui l’alleanza la farebbe». Nel frattempo, dai territori sale l’ansia e la voglia di recuperare l’alleanza con il Pd e il responsabile Sud Nello Formisano azzarda: «Si può governare anche con l’Udc».

Mercoledì 31 Ottobre 2012 – 10:43
Ultimo aggiornamento: 18:16
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L’arma del ‘silenzio mediatico’ e la ‘Voce del Padrone’

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L’arma del silenzio mediatico

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DI MANLIO DINUCCI
ilmanifesto.it

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Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media.

Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza.

Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico.

Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni.

Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid.
Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico.

Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat.

Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

Manlio Dinucci
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
30.10.2012

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fonte comedonchisciotte.org

Il figlio dottorando si suicidò, Zarcone querela la Fornero per il suo «choosy» rivolto ai giovani

Caro Ministro Fornero,
sono una delle pochissime laureate italiane ad avere la fortuna di svolgere il lavoro per cui ha studiato e che ama, con un bel contratto (da aprile, finalmente) e anche con una buona retribuzione. Ho avuto l’enorme fortuna, dopo la laurea, di essere scelta per uno stage e di avere un padre che in quel momento ha potuto mantenermi a Bologna. Lei non ha idea di quante porte …
mi abbia aperto quello stage, nonostante, si fidi, abbia dovuto cambiare lavoro 5 volte da allora. Mi piace pensare di aver anche avuto del merito, per carità.
Credo però, o almeno per me è stato così, che il primo impiego indirizzi in maniera significativa il curriculum di un lavoratore. Ora Lei dice ai miei colleghi di non essere schizzinosi, di accontentarsi di un lavoro qualunque e di cercarne un altro dall’interno: a) questi discorsi li accetto al bar, non da un Ministro b) lo so che alla Bocconi vi insegnano la fede cieca nel “Mercato”, ma Le assicuro che il suo Mercato non è il nostro e non è mobile e spetta a Lei renderlo migliore (ne avevamo già parlato… era il 1946, si ricorda? Quel libretto, la Costituzione..) c) Io sono stata fortunata, quanti altri non lo sono? Ecco, Ministro, io vorrei che le nostre sorti dipendessero meno dalla fortuna e più da un sistema equo, formativo, funzionante e meritevole….che ci vuole fare, sono di sinistra, io. – fonte

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Palermo, nel settembre 2010 il gesto fatale di Norman contro le «baronie universitarie»

Il figlio dottorando si suicidò, Zarcone querela la Fornero per il suo «choosy»

Per il padre del giovane che si è tolto la vita a 27 anni il termine usato dal ministro offende «un’intera generazione»

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PALERMO – Il padre di Norman Zarcone, il giovane palermitano di 27 anni che si tolse la vita poco più di due anni fa buttandosi dal terrazzo del settimo piano della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo per protestare contro le «baronie universitarie», ha presentato un esposto alla procura contro il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Claudio Zarcone, 55 anni, dipendente regionale in pensione, si è scagliato contro la dichiarazione di poche settimane fa nella quale il ministro ha usato l’aggettivo «choosy» – schizzinosi, difficili da accontentare – riferendosi ai giovani. «Non è più concepibile – dice Zarcone – che esponenti del governo continuino ad usare tale terminologia riferendosi ai nostri giovani, poiché viene offeso il percorso individuale, umano e professionale di un’intera generazione di talenti che non godono di particolari garanzie o di un nome altisonante». «In questo modo – continua – mio figlio viene ucciso ripetutamente. Tutta la sua generazione viene delegittimata, frustrata e mortificata».

LA STORIA – Il figlio Norman si era laureato in Filosofia della conoscenza e della comunicazione con il massimo dei voti presso la facoltà di Lettere a Palermo e stava per conseguire anche il dottorato in filosofia del Linguaggio. Il padre subito dopo la morte del figlio aveva parlato senza mezzi termini di «omicidio di Stato», perché il figlio non vedeva nessuna certezza nel mondo del lavoro. Al giovane Zarcone, un anno fa, è stata intitolata un’aula della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo.

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fonte corriere.it

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Scuola. Omicidio di stato. Il caso Norman Zarcone

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(pubblicato da Mauro Meazza) – Ho fatto non poca fatica a trovare la notizia. L’ho cercata su invito di Paolo Carnevale, che me l’ha segnalata ieri pomeriggio. E’ che la scuola non la fa neanche più, notizia. La scuola e tutti quelli che ci lavorano o che sperano di continuare a lavorarci. La storia da raccontare è molto triste. Peggio. E’ devastante. Riguarda il giovane che vedete nella foto. Si chiamava Norman Zarcone. Di Palermo. Era un brillantissimo ricercatore universitario. 27 anni e tanti ma tanti attestati a certificare uno spirito brillante e meritorio. La notizia è questa. Si è messo sul davanzale di una finestra. Ha fumato la sua ultima sigaretta. E si è lanciato giù. Altri dettagli li potete trovare sul Giornale di Sicilia. E’ il padre del povero Norman che parla di omicidio di stato. I responsabili li conoscete bene. Sono i due assassini ufficiali della scuola pubblica. Il signor Tremonti e la signorina Gelmini. Pensateci. Tutti voi che, giustamente, lottate contro la cassa integrazione dei 50 lavoratori asburgici. Voi che, giustamente, pagate le tasse universitarie dei vostri figli. Li accompagnate alla stazione quando non è a disposizione la navetta. Li vedete angosciarsi per anni sopra i libri. Voi che, giustamente, sognate per loro un futuro migliore del vostro. Ma che non potete fare altro che vedere i vostri figli diventare adulti senza sogni. Senza speranze. Una valigia piena di cultura, di buoni propositi, di grandi sacrifici che non porta in nessuna stazione.
Ecco. Quando pensate alla scuola, ogni tanto. Per sbaglio. Pensate pure a Norman.
[Ave]

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fonte anagnicaputmundi.blogspot.it

LAVORATORI? NO, CARNE DA MACELLO – “Signorina, il mio badge non funziona” I licenziamenti brutali di Ubs a Londra / Being Redundant

Being Redundant

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Arlington, Virginia, United States

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This is page one of a brief note to UBS employees who showed up this morning in London….to find out that they’d been let go, terminated, fired, or laid-off.

It’s a nice letter….basically saying that you will not be required to attend the office anymore.  Yes, you are on “special leave”.  You have become…. redundant.

You can imagine yourself…..looking at this letter on the big door to the building.  You check you email via your cellphone, and find this nifty note there.  You figure…what the heck….and go over for a number of ales at lunch, and spend the day with the other redundant chaps.

I sat and pondered over the note.  It’s almost Shakespearean in nature.  You wanted to convey some awful harsh situation, but in a nice polite British way.  There are ten thousand UBS employees who will be made redundant.  I’m certain that few will find themselves back in the banking business.  There’s just not a need for that many folks to fall back into a job.

The British have a way about things like this.  Stiff upper lip.  Hardy men.  Never give up the ship.  Being redundant…..is better than being laid-off, at least in my book.  Men might aspire to such a lofty position…such as this.  I could see a Peter Sellers movie being made out of this…..if he were still alive.  Maybe bring back Chauncey….to be made redundant.

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“Signorina, il mio badge non funziona”
I licenziamenti brutali di Ubs a Londra

Un centinaio di dipendenti del colosso bancario svizzero hanno scoperto di essere stati tagliati quando ieri, cercando di entrare al lavoro, si sono accorti che i loro tesserini non funzionavano più. L’istituto di credito si accinge a eliminare 10 mila posti, di cui 3mila soltanto nella capitale britannica

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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LONDRA “Scusi, signorina, non capisco perché ma il mio tesserino non funziona”. Uno dopo l’altro, un centinaio di dipendenti della Ubs, banca svizzera e uno dei giganti della finanza mondiale, si sono rivolti con queste parole, martedì mattina, alla receptionist all’ingresso della sede londinese della società. L’impiegata ha fatto una telefonata, un addetto alla sicurezza è apparso dal nulla e ha accompagnato uno alla volta i perplessi dipendenti della banca a un anonimo ufficio al quarto piano, dove ciascuno di loro ha appreso di essere diventato un ex-dipendente. Ad attenderli c’erano infatti uno scatolone con i loro effetti personali e una lettera che diceva più o meno: “Gentile collega, la tua presenza non è più richiesta. In attesa di ulteriori comunicazioni, ti preghiamo di non venire più in ufficio”. I licenziati, perché di questo in sostanza si tratta, sono andati al pub, cercando di annegare nella birra la brutta notizia.

E’ il ritorno della brutalità nella City, commenta il Times di Londra. Scene simili non si vedevano dal collasso della Lehman Brothers nel 2008, all’apice del crack finanziario globale che sconvolse il mondo. E forse una durezza simile non si era vista nemmeno allora: perlomeno ai dipendenti della Lehman licenziati in tronco fu permesso di riempirseli da soli, gli scatoloni con gli effetti personali da portare via per sgomberare l’ufficio. Il centinaio di banchieri e bancari che hanno perso l’impiego nel quartier generale della Ubs a Londra, del resto, sono solo l’avanguardia di un ben più ampio “bagno di sangue”, come lo definisce metaforicamente il Guardian: la banca svizzera si accinge infatti a tagliare 10 mila posti di lavoro, di cui 3 mila soltanto nella capitale britannica, riducendo entro il 2015 da 64 mila a 54 mila il suo staff nel mondo.

“E’ una decisione difficile”, afferma Sergio Ermotti, il 52enne banchiere nato a Lugano diventato l’anno scorso amministratore delegato della Ubs con il compito di portare l’istituto di credito svizzero fuori dalla tempesta. Impresa non facile: la banca ha registrato perdite pari a oltre 1 miliardo e mezzo di euro nel trimestre terminato a settembre, è invischiata nello scandalo Libor dei tassi d’interesse truccati e uno dei suoi (ormai ex) broker dell’ufficio di Londra, il giovane Kweku Adoboli, è sotto processo per avere sottratto fraudolentemente un miliardo e 400 milioni di sterline sotto il naso dei suoi presunti controllori. “Tornano i giorni cupi” nella City, commenta un operatore della cittadella finanziaria londinese, che sperava di avere superato il peggio e voltato pagina, ma evidentemente non ha ancora finito di soffrire. Come hanno scoperto all’improvviso recandosi al lavoro un centinaio di dipendenti della Ubs, accorgendosi che il “pass” per superare i tornelli all’ingresso, per qualche strana ragione, non funzionava più. L’equivalente di un colpo alla schiena: così si “muore” oggi nel Miglio Quadrato più ricco della terra, prima ti sparano e poi ti spiegano perché.

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fonte repubblica.it

Caso Mastrogiovanni, morì legato al letto: medici condannati

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LEGGI ANCHE Da l’Espresso Mastrogiovanni, ecco le condanne

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Caso Mastrogiovanni, morì legato al letto: medici condannati

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di Andrea Spinelli Barrile

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Il caso clamoroso di Francesco Mastrogiovanni ha oggi una verità, almeno giuridica, sui fatti di quei maledetti giorni: sei medici del Reparto Psichiatria dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Sa) sono stati condannati in primo grado ad omicidio colposo, sequestro di persona e falso ideologico; le pene comminate vanno dai due ai quattro anni, tutti assolti  invece gli infermieri del nosocomio.

La morte di Mastrogiovanni, il 4 agosto 2009, era giunta in seguito ad un ‘Trattamento sanitario obbligatorio’; legato mani e piedi ad un letto di contenzione per quattro giorni dopo aver subito il Tso, il maestro elemenatre morì in modo disumano, violento: una vera condanna a morte inflittagli dai suoi carcerieri.

La sorella Caterina, che da quel giorno conduce una guerra quasi in solitaria per la verità sulla morte del fratello, ha spiegato: “La nostra è una battaglia perché non accadano più cose del genere, c’è troppa disumanità in questa storia, non si riesce a capire come si può trattare un essere umano in questo modo, legato mani e piedi, senza acqua, senza essere lavato, senza avere l’affetto dei suoi familiari. Una persona è assistita durante la morte e mio fratello lo hanno fatto morire come una bestia. Come si fa a portare da mangiare ad una persona legata e poi riprendersi quel vassoio dopo quattro ore? Al capezzale si sono avvicendate 18 persone, nessuno ha avuto un gesto di umanità”.

Una fine barbarica, quella di Mastrogiovanni, una “persona particolare, ma buono, molto buono” come viene ricordato da chi lo conosceva; il caso era balzato alle cronache nazionali grazie ad un video pubblicato dall’associazione ‘A Buon Diritto’ su L’Espresso che mostra le immagini integrali del “ricovero” dell’uomo all’ospedale San Luca.

Un anno e mezzo di dibattimento che non ha disdegnato qualche colpo di scena, come il trasferimento del primo pm Francesco Rotondo a Salerno, le cui accuse sono state riconosciute in giudizio: ora è necessaria l’apertura di un dibattito pubblico che ponga fine al vuoto legislativo sui metodi di contenzione applicati nei reparti psichiatrici e sui Tso; un vuoto che ha negli Ospedali psichiatrici giudiziari la sua cartina tornasole ancora sbiadita da una riforma incompiuta.

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fonte agenziaradicale.com

Vendetta Fiat. A Pomigliano, in mobilità 19 operai per riassumere i licenziati Fiom

Fiat Pomigliano, in mobilità 19 operai per riassumere i licenziati Fiom

Marchionne risponde indirettamente all’ordinanza della Corte d’Appello di Roma che obbliga l’azienda ad assumere i dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alle tute blu della Cgil che avevano presentato ricorso per presunta discriminazione

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La Fiat metterà in mobilità 19 dipendenti della fabbrica di Pomigliano. Questa la risposta del Lingotto all’ordinanza della Corte d’Appello di Roma che obbliga l’azienda ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom che hanno presentato ricorso per presunta discriminazione.  ”E’ proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando”, ha commentato a caldo Mario Di Costanzo, iscritto Fiom che dovrebbe essere assunto entro il 28 novembre.

La casa di Torino “ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre”, ha detto la società di Sergio Marchionne in una nota precisando di essere “consapevole della situazione di forte disagio che si è determinata all’interno dello stabilimento, sfociata in una raccolta di firme con la quale moltissimi lavoratori hanno manifestato la propria comprensibile preoccupazione”.

Il riferimento è alla petizione firmata nei giorni scorsi dall’81% dei i 2.143 lavoratori dello stabilimento, anche se secondo gli stessi organizzatori della raccolta, il documento ”non è finalizzato a tenere fuori i colleghi della Fiom”, ma a “non far uscire nessuno degli assunti”. Non l’ha letta così la Fiat che nella nota con cui ha annunciato il provvedimento sottolinea che “l’impegno dell’azienda è quello di individuare la soluzione che consenta di eseguire l’ordinanza creando il minor disagio possibile a tutti quei dipendenti che hanno condiviso il progetto e, con grande entusiasmo e spirito di collaborazione, sono stati protagonisti del lancio della Nuova Panda”.

Lancio che però non ha avuto il successo sperato, tanto che nello stabilimento che avrebbe dovuto essere il modello per Fabbrica Italia, le ore di cassa integrazione si susseguono l’un l’altra da tempo. Ma per il gruppo di Marchionne il punto è un altro. “FIP non può esimersi dall’eseguire quanto disposto dall’ordinanza e, non essendoci spazi per l’inserimento di ulteriori lavoratori, è costretta a predisporre nel rispetto dei tempi tecnici gli strumenti necessari per provvedere alla riduzione di altrettanti lavoratori operanti in azienda. A tale fine oggi è stata avviata una procedura di mobilità per riduzione di personale di 19 unità ai sensi della Legge 223/91″.

Potrebbero però non esserci i requisiti per avere la mobilità per i 19 lavoratori. La legge prevede infatti che per ottenere l’indennità si sia in possesso di almeno 12 mesi di anzianità aziendale di cui almeno sei di effettivo lavoro. E nella newco di Pomigliano, come ha ricordato il segretario nazionale Uilm, Giovanni Sgambati, le prime assunzioni sono state effettuate a novembre 2011.

Requisiti o meno, “si tratta di una procedura chiaramente ritorsiva, chiaramente antisindacale e chiaramente illegittima, perché i motivi addotti nella nota resa pubblica dalla Fiat non giustificano nessun licenziamento, anche in considerazione del fatto che l’Azienda ha firmato un accordo nel quale assumeva l’impegno a riassumere tutti i lavoratori del Gian Battista Vico in Fabbrica Italia Pomigliano”, ha detto Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom responsabile del settore auto. “La Fiom”, conclude Airaudo, “respinge con forza ogni licenziamento poiché tutti i lavoratori devono rientrare al lavoro e invita tutti i sindacati a respingere questo ulteriore tentativo di dividere i lavoratori”.

”Siamo di fronte ad un ennesimo inaccettabile ricatto”, hanno fatto eco i segretari generali Cgil di Campania e Napoli, Franco Tavella e Federico Libertino. “Solo ieri la Fiat aveva dichiarato che non avrebbe chiuso nessuno stabilimento. Oggi mette in campo un palese ricatto a danno di tutti i lavoratori, pur di non accettare e delegittimare una sentenza del Tribunale del nostro Paese. Auspichiamo che tale miserevole comportamento venga rispedito al mittente anche dalle altre organizzazioni sindacali”, hanno ricordato. “Questa posizione evidenzia che il gruppo Fiat non ha alcuna intenzione di dare risposta alle centinaia di lavoratori ancora fuori dal ciclo produttivo”.

A fare da sponda all’azienda è stata invece la Cisl. “Da due o tre anni dura un gioco al massacro prodotto dalla Fiom, in combutta con i poteri della finanza, che non perdonano alla Fiat di approvvigionarsi finanziariamente fuori dall’Italia”, ha detto il segretario generale, Raffaele Bonanni. “In Europa il mercato dell’auto si è dimezzato e questo ha avuto ripercussioni fortissime sulla produzione”, ha aggiunto precisando che di fronte a ciò “noi abbiamo fatto il nostro dovere: Pomigliano era chiusa da anni, ora la metà dei dipendenti è tornata lavorare per un prodotto che non si costruiva più in Italia ma in Polonia”. Il sindacalista rivendica anche l’accordo fatto a Grugliasco “per un’azienda che da 6 anni non aveva un’ora di lavoro, e ora siamo lì a costruire la nuova Maserati”. Nonostante questo, afferma, “siamo stati contrastati in tutti i modi”. Per Bonanni, “l’accusa che si è fatta alla Fiat è di non aver mantenuto la parola di raddoppiare la produzione” ma, continua, “il progetto si è dovuto fermare per un restringimento della base di mercato. Chiunque abbia buon senso non poteva che ritenere possibile un riposizionamento”.

Intanto più che su Pomigliano, Fiat sarebbe concentrata sul Kazakhstan. Lo ha reso noto, secondo quanto riporta l’agenzia Interfax, il ministero degli Affari esteri kazako, al termine di un incontro tra l’ambasciatore di Astana in Italia, Andrian Elemesov, e alcuni manager del gruppo secondo i quali dei rappresentanti della casa automobilistica “hanno espresso il loro interesse a costruire un impianto di assemblaggio e a lanciare servizi di post-produzione delle auto Fiat e dei veicoli industriali Iveco” in Kazakhstan.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Tagliate le Province, questa volta si fa: ne restano 51

Il nuovo mosaico delle Province italianeIl nuovo mosaico delle Province italiane
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Il Cdm vara il riordino a partire dal 2014

Tagliate le Province, questa volta si fa: ne restano 51

Dal 1 gennaio prossimo le Giunte delle Province italiane saranno soppresse e il Presidente potrà delegare l’esercizio di funzioni a non più di 3 Consiglieri provinciali. Il numero delle province delle Regioni a statuto ordinario si ridurrà da 86 a 51 (comprese le città metropolitane)

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Roma, 31-10-2012

“Ovviamente ogni atto in questo Paese è soggetto ad un sindacato giudiziario. Noi andiamo avanti con il nostro timing”. Così il ministro della PA Patroni Griffi commenta la notizia dei ricorsi che promuoverebbero alcune Province contro il riordino approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Che taglia le Province da 86 a 51.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge che completa il percorso avviato nel mese di luglio, finalizzato al riordino delle province e all’istituzione delle citta’ metropolitane. La riforma – spiega una nota di Palazzo Chigi – si ispira ai modelli di governo europei. In tutti i principali Paesi Ue, infatti, ci sono tre livelli di governo. Il provvedimento consente inoltre una razionalizzazione delle competenze, in particolare nelle materie precipuamente “provinciali” come la gestione delle strade o delle scuole. Con il decreto approvato le province sono state ampiamente ridotte.

Dal 1 gennaio prossimo le Giunte delle Province italiane saranno soppresse e il Presidente potra’ delegare l’esercizio di funzioni a non più di 3 Consiglieri provinciali. Il numero delle province delle Regioni a statuto ordinario si ridurrà da 86 a 51 (ivi comprese le città metropolitane).

Il riordino delle province è stata l’occasione che ha spinto numerosi Comuni a chiedere lo spostamento in un’altra provincia, confinante con quella di appartenenza, per ragioni di maggiore affinita’ territoriale e socio-economica.

“Sempre dal 1 gennaio 2014 diventeranno operative le città metropolitane, che sostituiscono le Province nei maggiori poli urbani del Paese realizzando, finalmente, il disegno riformatore voluto fin dal 1990, successivamente fatto proprio dal testo costituzionale e, tuttavia, finora incompiuto”.

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