Archivio | ottobre 8, 2012

:-) – Il cattivo esempio di Hugo Chávez (‘il negraccio dell’Orinoco’)

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Il cattivo esempio di Hugo Chávez

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DI GENNARO CAROTENUTO
gennarocarotenuto.it

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L’immagine che non troverete commentata sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora.
Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.

Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.

In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.

Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino QUI) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.

Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!

Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.

Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.

Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

Gennaro Carotenuto
Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it
Link: http://www.gennarocarotenuto.it/21813-hugo-chavez-venezuela/#more-21813
8.10.2012

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fonte comedonchisciotte.org 

Siria: ancora bombe in Turchia, Ankara si prepara alla guerra


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Siria: ancora bombe in Turchia, Ankara si prepara guerra

Ban Ki-Moon, ‘si va verso catastrofe’. Gul, ‘peggiore scenario’

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di Francesco Cerri

08 ottobre, 19:48

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(ANSAmed) – ANKARA, 8 OTT – Per il sesto giorno consecutivo colpi di mortaio e cannonate sono volati sopra la frontiera fra Siria e Turchia avvicinando pericolosamente i due paesi a un possibile conflitto dalle conseguenze probabilmente disastrose per tutto il Medio Oriente, e il presidente turco Abdullah Gul ha avvertito che si stava registrando lo ”scenario peggiore”.

Il caso e la fortuna hanno impedito pure oggi che il colpo di mortaio siriano caduto in un campo a poche centinaia di metri dal confine nella provincia turca di Antiochia (Hatay) facesse vittime. L’artiglieria turca ha subito riposto sparando alcune cannonate verso le postazioni siriane. Da mercoledi, quando un proiettile e’ esploso nella cittadina di Akcakale uccidendo cinque civili, non ci sono state altre vittime. Questo malgrado i colpi di mortaio ‘troppo lunghi’ sparati dai militari siriani contro i ribelli sunniti che operano lungo la linea di confine continuino a piovere ogni giorno a pochi metri in territorio turco. Il ‘miracolo’ quotidiano potrebbe pero’ finire da un momento all’altro, magari anche per una provocazione dei ribelli.

In caso di nuova strage la guerra potrebbe essere inevitabile.

Il premier islamico nazionalista Recep Tayyip Erdogan ha detto venerdi che la guerra potrebbe ”non essere lontana”. Ieri ha avvertito che la Turchia ”deve essere pronta”: ”bisogna essere pronti alla guerra in qualsiasi momento, se diventasse necessaria”. Oggi Gul ha ammonito che si sta andando verso ”lo scenario peggiore”. Anche il segretario Onu Ban Ki Moon si e’ detto molto preoccupato dalla bomba a orologeria che sta ticchettando sul confine fra i due paesi. ”L’escalation alla frontiera fra Siria e Turchia e l’impatto della crisi sul Libano sono estremamente pericolosi” ha detto a Strasburgo davanti al Consiglio d’Europa: ”si va verso una catastrofe”.

Sul terreno in Siria l’esercito ha lanciato una forte offensiva per riprendere il controllo dei quartieri in mano ai ribelli a Homs e di Qusseir. Secondo i ribelli nei combattimenti oggi ci sono stati oggi almeno 76 morti.

Secondo la stampa turca Ankara fa la voce grossa ma non ha in realta’ interesse a andare da sola a un conflitto diretto.

Questo malgrado la retorica muscolare di Erdogan e dei suoi ministri, come il responsabile per l’Europa Egemen Bagis, convinto che ”con la sua potenza militare la Turchia potrebbe devastare la Siria in poche ore”. Il premier islamico sa che i sondaggi indicano che una maggioranza della popolazione e’ contro un coinvolgimento militare in Siria. E che una guerra innescherebbe forti tensioni interne. Ieri sera 150mila alawiti turchi (una comunita’ che rappresenta il 10% della popolazione e simpatizza per Assad) sono scesi in piazza ad Ankara contro la guerra e contro le disciminazioni che subiscono da parte della maggioranza sunnita. Nel Kurdistan turco l’esercito e’ gia’ impegnato in un sanguinoso conglitto con i ribelli separatisti cdel Pkk, che ha fatto da febbraio 550 morti. E la gente non vuole vedere altre bare di ‘Mehmet’ (come vengono sprannominati i coscritti in Turchia) tornare anche dalla Siria.(ANSAmed).

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fonte ansamed.ansa.it

La Salerno-Reggio finisce in prima sul Nyt: «Simbolo del fallimento dell’Italia»

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La Salerno-Reggio finisce in prima sul Nyt: «Simbolo del fallimento dell’Italia»

«Simbolo» delle preoccupazioni di molti Paesi del Nord Europa per la corruzione che dilaga in gran parte del Sud

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«Nulla incarna i fallimenti dello Stato italiano più nettamente di quanto non faccia l’autostrada Salerno-Reggio Calabria». Lo dice un articolo sulla prima pagina del New York Times di lunedì che sottolinea come il tratto autostradale iniziato negli anni 1960 – e non ancora terminato – rappresenti «il frutto malato della cultura del lavoro-per-voti» alimentata nel sud Italia dalla criminalità organizzata.

LA GRANDE INCOMPIUTA – L’autostrada A3, i cui lavori di costruzione sono stati avviati mezzo secolo fa ma sono ancora incompleti, parte nella periferia di Napoli nella città collinare di Salerno e termina 300 miglia più a sud nel centro di Reggio Calabria. Oggi questo tratto tristemente noto è finito in prima pagina sul New York Times: «Il simbolo di ciò che alcuni Paesi del nord Europa dicono di temere di più dell’Eurozona: il suo sviluppo in un sistema assistenziale nel quale ci si aspetti che essi sostengano una pigra Europa del sud, dove sovvenzioni e sussidi troppo spesso scompaiono in corruzioni che i governi sembrano incapaci – o non vogliono – di prevenire». Facendo un rapida storia dei fondi europei spesi nell’infrastruttura, l’articolo a firma dalla corrispondente da Roma, Rachel Donadio, evidenzia come per molti versi la regione Calabria sia un emblema della crisi di fiducia che serpeggia nell’Unione Europea.

I FALLIMENTI DELL’ITALIA – Una strada, spiega la testata statunitense che «spesso si restringe a due corsie, con un percorso a ostacoli di cantieri che hanno indugiato per decenni», ma anche «pericolosa». Ciò detto, «niente incarna i fallimenti dello Stato italiano più nettamente» della Salerno-Reggio Calabria, con i critici che la vedono come «il frutto avvelenato della cultura dello scambio “voto per lavoro” che, nutrita dal crimine organizzato che è endemico nell’Italia meridionale, ha sistematicamente defraudato lo Stato nell’assenza dei suoi cittadini, e lasciando la Calabria geograficamente ed economicamente isolata».

I TRENI DELLA SPAGNA – Dal 2000 al 2011, ricorda il Nyt, «l’Italia ha ricevuto dall’Unione europea più di 60 miliardi di dollari (46,2 miliardi euro, ndr) per il finanziamento di una vasta gamma di programmi, in settori come l’agricoltura e le infrastrutture, la maggior parte diretti a sud». Però ora «a dimostrarlo c’è giusto una mezza autostrada completata». Ingeneroso il confronto con la Spagna, alla quale «è stato dato poco più di 100 miliardi di dollari, ma che almeno ha una rete ferroviaria ad alta velocità di prima categoria», mentre la Grecia «ha ricevuto 50 miliardi di dollari, una somma enorme in termini pro capite, ma anch’essa con esito poco chiaro».

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fonte corriere.it

‘NO’ DELLA FORNERO – Tensione governo-maggioranza “A rischio la riforma delle pensioni”

Scusate l’ingenuità… Ma il Governo non dovrebbe essere l’espressione del Parlamento?

mauro

Tensione governo-maggioranza
“A rischio la riforma delle pensioni”

Il governo si prepara a bocciare il ddl Damiano, condiviso da Pd, Pdl, Udc e opposizioni, che introduce una serie di scalini per permettere ai lavoratori di 58 anni di andare in pensione con 35 anni di contributi fino al 2017. E spunta una lettera appello ai partiti del ministro Fornero per non smontare la riforma

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ROMA Il governo si prepara a bocciare il ddl proposto dall’ex ministro Damiano e condiviso da Pd, Pdl, Udc e opposizioni, che introduce una serie di scalini per consentire ai lavoratori di 58 anni di andare in pensione con 35 anni di contributi fino al 2017. E spunta una lettera-appello del ministro Elsa Fornero ai partiti, perché la riforma delle pensioni non venga smontata. Intanto la coalizione guidata da Monti ha convocato le parti sociali, imprese e sindacati, per un incontro sulla Legge di Stabilità, domani alle 16,30 nella sala verde di Palazzo Chigi.

Il provvedimento Damiano, che amplia la platea degli esodati e modifica la riforma delle pensioni targata Fornero, contenuta nel Salva-italia, è arrivata in Aula alla Camera. La proposta di legge è stata approvata con un voto bipartisan in commissione Lavoro ma richiede una copertura di 5 miliardi, come ha spiegato all’assemblea Cesare Damiano (Pd), su cui per ora non c’è il via libera della commissione bilancio: manca il parere della commissione presieduta dal leghista Giancarlo Giorgetti che sta attendendo la relazione tecnica della ragioneria generale.

Damiano si è detto incredulo e “stupito”: non c’è la copertura? “E allora il governo ne trovi un’altra”. Nel salva-Italia è previsto un risparmio di 12 miliardi con la riforma delle pensioni, attacca, “ne sono stati spesi 9 per gli esodati, quindi ce ne sono almeno 3”.

“Non vogliamo smontare la riforma del ministro Fornero” ha spiegato Damiano. “Vogliamo fare delle correzioni, addolcire il salto”. E continua: “Se la copertura dei cinque miliardi non ci fosse sarebbe molto grave. C’è la spending review, c’è la legge di stabilità, questi soldi non devono essere destinati solo ad una diminuzione del debito, ma anche per correggere l’errore fatto”.

Il governo sta cercando di evitare di arrivare allo scontro con il Parlamento. La relazione della ragioneria generale che stoppa il provvedimento non è ancora stata inviata e oggi l’esecutivo, probabilmente, inviterà i deputati a far tornare il provvedimento in Commissione per cercare insieme una intesa sugli esodati senza compromettere “la stabilità finanziaria”.

Ma per quanto riguarda l’ipotesi di scalini per i lavoratori di 58-59 anni, il ministro Fornero  avrebbe alzato un muro invalicabile. Accettare una modifica del genere, è il suo ragionamento, smonterebbe la riforma. Negli ultimi tempi il ministro si è lasciato andare anche pubblicamente, appellandosi alle forze politiche affinchè non facciano “campagna elettorale” su eventuali passi indietro della riforma delle pensioni.

E, non a caso, oggi è stata diffusa dall’Ansa una lettera dello scorso 7 agosto, in cui Fornero scriveva al presidente della commissione Lavoro della Camera in merito alle modifiche della riforma delle pensioni. Invitando a compiere “ogni sforzo” per evitare il rischio di misure che, “se non adeguatamente comprese in sede internazionale”, compromettessero gli sforzi di stabilizzazione finanziaria.

Nel testo, diffuso dall’Ansa, il ministro invita ad evitare anche il solo rischio di adottare misure che, “se non adeguatamente comprese anche in sede internazionale, potrebbero avere l’effetto di compromettere gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui profusi dal governo e dal Parlamento”. Fornero riconosce il “vasto consenso” da parte delle forze politiche che si registra sul testo ma sottolinea come se da un lato il Governo debba dare atto della “notevole importanza sistematica e sociale delle questioni” poste dal ddl, dall’altro chiede che venga riconosciuto il “grande sforzo sin qui profuso per affrontare con misure concrete i problemi sul campo, anche attraverso l’utilizzo di ingentissime risorse economiche, nell’ordine di svariati miliardi di euro”.

Fornero evidenzia poi come sia “sconsigliata” l’adozione, in questa fase, di scelte “non adeguatamente ponderate” e come vi sia al contempo la necessità di un lavoro collegiale da parte dei vari ministeri coinvolti (in primis: il Ministero dell’economia e delle finanze) nonchè “l’opportunità di calare le ulteriori misure che dovranno essere adottate in materia pensionistica nel delicato quadro congiunturale che attualmente interessa l’Italia”.

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fonte repubblica.it

Pagheremo anche l’email? Le tlc vogliono soldi dai Big

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Pagheremo anche l’email?
Le tlc vogliono soldi dai Big

La battaglia tra le telecom e i cosiddetti Over The Top (Google, Facebook, etc), si infiamma e rischia di stritolare gli utenti. Al centro c’è la regolamentazione del traffico Internet e tutto quello che ne consegue in termini di qualità del servizio, tariffazione e diritti degli utenti. E, sopratutto, la Net Neutrality, principio grazie al quale finora la rete ha innovato e permesso di innovare. A tutti

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di ARTURO DI CORINTO

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IMMAGINATE di dover pagare le email che spedite. Immaginate che un sito come Repubblica.it debba pagare l’utilizzo di Internet in base al numero dei suoi visitatori. Immaginate che la Rai debba farlo in relazione al numero di utenti connessi in streaming. E’ uno scenario tutt’altro che trascurabile se passeranno le proposte di nuovi modelli di tariffazione del traffico Internet giustificate dai promotori con la necessità di recuperare denari per rendere la rete più performante. Con costi che ricadrebbero inevitabilmente sugli utenti finali.

INTERATTIVO: COSI’ INTERNET COLLEGA IL MONDO 1

Tutto parte dalla considerazione che le infrastrutture attuali non sono più sufficienti a reggere il carico esponenziale del traffico di Internet. E’ quindi necessario ammodernare le reti e fare nuovi investimenti per garantire l’efficienza di quelle attuali. Bene bene, ma chi paga? Visto che i soldi pubblici sono pochi e non possono essere spesi per aziende in larga parte privatizzate, le telecom premono affinché siano gli Over The Top (Google, Facebook, Netflix) a farlo. E come? Misurando il consumo di banda e assicurando a chi lo paga delle corsie preferenziali. Gli altri s’arrangino. Vecchia storia. Ma così verrebbe meno la net neutrality, il principio di non discriminazione del traffico che è la vera forza di Internet. E allora lo scontro s’infiamma creando schieramenti contrapposti. L’ultima puntata di questo vicenda è rappresentata dalla proposta Etno.

Etno, associazione che riunisce gli attori europei delle telecomunicazioni ha elaborato una propria proposta di revisione dei trattati ITU (gli ITRs) del funzionamento di Internet da portare alla Conferenza Mondiale delle Telecomunicazioni (WCIT2012) di Dubai a dicembre e prima ancora alla “preparatoria” del prossimo 22 ottobre a Montreal. Ma la loro proposta ha incontrato critiche e riserve da parte di soggetti associativi e imprenditoriali: Digital Europe, British Telecom, Internet Society 2, Center for Democracy & Technology 3, Nokia, ICANN, diversi parlamentari europei e la stessa EBU. Il motivo? Dietro gli slogan accattivanti della proposta Etno di “creare un nuovo ecosistema per Internet”, “un modello più sostenibile di rete per favorire gli investimenti”, “facilitare accordi commerciali attraverso una governance multilivello”, si nasconderebbe secondo i suoi oppositori l’intenzione di regolamentare Internet in senso censitario: se hai i soldi la usi, altrimenti no. Servizio universale e accesso pubblico vanno a farsi benedire. Insieme a tutta l’agenda digitale per l’Europa.

Il testo proposto dalle telecom europee, mira ad introdurre, per via normativa, una differenziazione cruciale, nell’ambito dell’accesso a Internet, tra best effort e quality based-services con l’applicazione a Internet del principio del sending party network pays (SPNP), cioè la tradizionale tariffazione telefonica. In base a questo modello chi manda una mail paga, se il tuo sito viene contattato da molti utenti, paghi, se produci e distribuisci molti contenuti, paghi di più.

Il problema è di metodo e di merito. Come dovrebbero essere implementati questi modelli di commercializzazione e tariffazione diversi dagli attuali? Attraverso negoziati o regolamenti? E visto che i pacchetti IP viaggiano con modalità differenti dalle telefonate tradizionali come verrebbero conteggiati? E la privacy? E che succederà ai piccoli provider che non sono in grado di negoziare accordi con le grandi telco? Quanto pagherebbero le televisioni del servizio pubblico che fanno streaming? Google e Facebook forse potrebbero pagare, ma che dire di un blogger o di un’associazione?

Secondo Innocenzo Genna, esperto di Internet e telco basato a Bruxelles 4, la proposta Etno mira a costringere gli OTT a pagare alle telco somme supplementari rispetto a quelle che gli stessi pagano per l’accesso e il transito nell’ambito dei sistemi attuali di peering, con la possibilità di fare discriminazioni della banda Internet basate su mere considerazioni commerciali. Con quali implicazioni non è difficile capire. I servizi in concorrenza come Skype e Whatsupp, verrebbero tassati, mettendoli fuori mercato con l’effetto perverso di permettere alle telco di selezionare i servizi e i contenuti fruibili dagli utenti, un vero attentato alla neutralità della rete. Insomma, quello che non è successo con il Telecom Package, diventerebbe realtà adesso.

Non è d’accordo Luigi Gambardella, portavoce di Etno che ci ha detto: “Vogliamo Internet libera e neutrale, ma è tempo che tutti concorrano allo sviluppo delle sue infrastrutture”. E ancora: “Quello che chiediamo è un modello di tariffazione che garantisca le revenue degli operatori e consenta ai fornitori di contenuti di competere meglio sul mercato”.

La proposta Etno, già rifiutata dagli stakeholders americani che “proteggono” i loro campioni nazionali, pare non trovare d’accordo neanche la Commissione Europea – e troverà serie difficoltà in paesi come l’Olanda, che proibisce per legge le discriminazioni di banda commerciali – ma potrebbe essere sostenuta dai paesi emergenti che nel passaggio dalla telefonia a Internet non recuperano più i profitti del roaming dei servizi telefonici. Per questo la società civile è al lavoro e a Torino, nell’ambito dell’Internet Governance Forum italiano, il 18 ottobre si terrà un evento organizzato da ISOC Italia intitolato non a caso “La reazione della comunità Internet alle proposte di revisione del trattato internazionale delle telecomunicazioni”. Stefano Trumpy, presidente di Isoc e nome storico del policy making italiano della rete, la mette così: “Non abbiamo pregiudizi, ma questa cosa va discussa per capire quali sono per davvero le condizioni di un migliore trasporto Internet garantendo libertà di mercato e prezzi convenienti per gli utenti. E’ un fatto di democrazia”.

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fonte repubblica.it

Venezuela, Chavez rieletto presidente; è il quarto mandato, durerà fino al 2019

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Venezuela, Chavez rieletto presidente
è il quarto mandato, durerà fino al 2019

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CARACAS – Il capo dello Stato uscente del Venezuela, Hugo Chavez, è stato rieletto alla presidenza con il 54,4%, pari a 7.444.082 milioni di voti, mentrelo sfidante Henrique Capriles ha avuto il 44,4% delle preferenze, equivalenti a 6.151.544 milioni di voti.

Quarto mandato consecutivo. Il più ammirato e detestato dei leader dell’America Latina ha ottenuto la vittoria nella più rischiosa delle scommesse della sua lunga carriera politica: l’ufficiale dei paracadutisti che nel 1992 si arrese dopo aver partecipato in un golpe fallito, è stato rieletto ieri dai venezuelani per un quarto mandato presidenziale consecutivo, che lo conferma al palazzo di Miraflores, sede del capo di Stato a Caracas, fino al 2019. La vittoria dell’ex militare diventato paladino bolivariano è stata chiara e senza possibili obiezioni: con quasi 10 punti di distanza dal suo rivale dell’opposizione, Henrique Capriles, Chavez può considerare del tutto confermato l’appoggio del Paese al suo modello di società, che punta a sconfiggere definitivamente quelli che definisce i due nemici mortali del «socialismo del secolo XXI»: la «borghesia oligarchica» all’interno, e il suo referente esterno, cioè «l’imperialismo» degli Stati Uniti.

La campagna elettorale. Per Chavez, provato dalla stanchezza e indebolito dalla sua lotta contro il cancro – sulla sua malattia le informazioni sono sempre state parziali e opache – la vittoria contro un candidato di quasi vent’anni più giovane e che per prima volta in un decennio era riuscito a riunire intorno alla sua piattaforma una alleanza di partiti dell’opposizione costituisce senza alcun dubbio un traguardo importante. Malgrado il suo stato fisico gli abbia impedito di condurre anche questa volta una campagna tanto intensa quanto le precedenti, l’irrefrenabile candidato-presidente ha sfoggiato ancora una volta la sua capacità oratoria -un po’ anatema ideologico, un po’ tono familiare, un po’ enfasi epico e messianico – sulle tribune elettorali, chiudendo con una performance impareggiabile a Caracas sotto una pioggia battente, che ha subito interpretato come una benedizione di Dio.

L’avversario. Capriles, il candidato «majunche» (mediocre) – come lo ha sempre chiamato durante l’intera campagna – ha dato in fin dei conti meno filo da torcere a Chavez di quanto non avessero previsto molti analisti politici. Certo il candidato oppositore era partito in salita, con 20 punti di differenza dal candidato-presidente, ma la rimonta non gli è bastata per concludere la corsa segnando una distanza che potesse essere letta come un’incrinatura seria al successo del leader bolivariano.

I due principali problemi del futuro governo. Il futuro di Capriles resta comunque tutto da vedere, mentre invece Chavez, passata l’euforia della vittoria, dovrà fare seriamente i conti, per fare quadrare l’annunciato «consolidamento del socialismo» nel suo quarto mandato consecutivo alla presidenza con una serie di problemi che preoccupano l’opinione pubblica venezuelana, e un panorama internazionale che presenta nuove sfide da superare se vuole adempiere la sua vocazione di leadership regionale e perfino mondiale. I due principali problemi del futuro governo venezuelano sono l’inflazione, fra le più alte nel mondo, e l’insicurezza: lo stesso Chavez ha ammesso che la serie di «piani nazionali»che ha lanciato negli ultimi anni per debellare la criminalità, soprattutto la piccola criminalità urbana, non hanno avuto l’effetto previsto. Dovrà trovare un’altra formula.

Sullo scenario internazionale, la cosiddetta primavera araba ha spazzato via un governo come quello di Ghedafi, con il quale manteneva rapporti fraterni, e minaccia ora quello di Bashar el Assad – dipinto dai media governativi di Caracas come la vittima di un complotto internazionale – mentre la pressione internazionale su Teheran ha avvicinato ancora di più il Venezuela all’Iran degli Ayatollah. A livello regionale, Chavez è riuscito ad approfittare dell’impeachment del presidente paraguayano Fernando Lugo – che ha denunciato come un «golpe parlamentare» – per fare entrare il suo paese nel Mercosur, e l’arrivo di Juan Manuel Santos alla presidenza colombiana ha portato a un riavvicinamento con Bogotà, dopo le distanze accumulate durante l’epoca di Alvaro Uribe. Rafforzato nella sua legittimità, il presidente venezuelano cercherà dunque di rafforzare la sua alleanza con governi come quello del boliviano Evo Morales, l’ecuadoregno Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner e il nicaraguense Daniel Ortega, promovendo le strutture di integrazione regionale che ha ideato per competere con Washington, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasud) e l’Alleanza Bolivariana (Alba).

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fonte ilmessaggero.it

LA PROTESTA – Il digiuno anti-Porcellum di Giachetti “Ho perso 16 chili, ma non mollo”

Il digiuno anti-Porcellum di Giachetti "Ho perso 16 chili, ma non mollo" Roberto Giachetti, prima e dopo lo sciopero della fame

Il digiuno anti-Porcellum di Giachetti
“Ho perso 16 chili, ma non mollo”

Il deputato del Pd è da 36 giorni in sciopero della fame per la nuova legge elettorale. Ma è pessimista: “Resta il 30 per cento di chance che possa essere approvata”

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di CONCETTO VECCHIO

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Quanto pensa di resistere ancora?
“Non lo so, però mi sono dato questo obiettivo: cessare lo sciopero della fame nel momento in cui il Porcellum sarà abolito almeno al Senato”.

Il democratico Roberto Giachetti da 36 giorni di fila non tocca cibo, si nutre con tre cappuccini al giorno, un paio di caffè, bicchieroni di Ace, quattro litri di acqua. Ha perso 16 chili. È al secondo sciopero, dopo i 35 giorni tra il 4 luglio al 9 agosto nel quale perse 13 chili. Negli ultimi tre mesi ha mangiato solo per venti giorni. Stringe letteralmente la cinghia dei pantaloni. I colleghi in Transatlantico lo alluvionano di battute, con un misto di ammirazione e sconcerto. Nel frattempo la nuova legge elettorale non ha fatto un passo avanti. “Resta il 30 per cento di chance che possa venir approvata”.

I suoi colleghi la prendono in giro: sei l’emblema di Messegué.

“Io le diete non le ho mai rette, ma questa è una battaglia politica, è diverso. Devi avere una cultura non violenta. Grandi motivazioni. E porti un obiettivo nel quale credere, una causa giusta. Certo, poi ci sono i momenti di fragilità, di sconforto”.

Mai sgarrato?
“Mai, nemmeno una nocciolina. Però dopo un po’ hai delle allucinazioni, e cominci a battagliare con te stesso. Potrei cedere, mai prenderei in giro me stesso”.

I momenti più difficili?
“La notte. Ho sempre dormito poco, ma ormai non supero le 3-4 ore: l’iperattivismo della giornata si riverbera anche durante il riposo. Quando è montata l’indignazione per il caso Fiorito, quando  dicevano che la politica è solo un magna magna, lì m’è venuta voglia di mandare tutti a quel paese”.

I suoi cosa dicono?
“Vivo solo, ma cucino per i miei figli, di 19 e 17 anni. L’altro giorno un amico mi hanno visto al supermercato ed era convinto che avessi mollato, ma stavo facendo la spesa per i ragazzi. Mi sazio con gli occhi. Quel che ti pesa, passata la boa della prima settimana, non è tanto la fame, ma il venir meno delle energie: la mattina quando ti alzi dal letto hai la pressione sotto zero”.

Che regole si è dato?

“Ad esempio è sbagliato pensare di ingozzarsi di cibo prima, perché si dilata lo stomaco e i crampi dopo un po’ non ti danno tregua. Io sono partito mangiando pochissimo cinque giorni prima”.

E’ lo sciopero più duro?
“No, per la nascita del Pd scioperai per 47 giorni di fila, con Pannella una volta facemmo lo sciopero della sete di 5 giorni per protestare contro la mancata elezione dei giudici costituzionali, in quel caso si rischia seriamente il blocco renale, la pelle si comincia a staccare, hai le labbra spappolate”.

Chi vuole tenersi il Porcellum?
“In primis Berlusconi, specie se fa il suo nuovo partito da 70-80 deputati fedelissimi. Il Porcellum gli garantisce che non ci sarà una maggioranza nelle due Camere, e quindi potrà dire la sua nel nuovo governo, e in più potrà nominare personalmente chi fare eleggere”.

Ma il Porcellum favorisce anche Bersani
“Bersani l’ha sempre voluto abolire, gli va riconosciuto. Ci sono pezzi di partito che invece preferirebbero tenerselo stretto, ormai disabituati a raccogliere il consenso. Dopodiché il Pd non ha la maggioranza in Parlamento, dovrà per forza trovare una mediazione”.

Ora i due relatori della legge al Senato, Bianco e Malan, promettono il testo base per mercoledì.
“La sintesi resta difficile. Il Pd  insiste per un premio alla coalizione, il Pdl per per un bonus al primo partito e vuole le preferenze. Se va bene sarà un testo di mediazione pieno di mal di pancia, se va male sarà ribaltato alla Camera, perché i più sono contrari alle preferenze. A quel punto bisognerà poi tornare al Senato. I tempi sono stretti, considerando che a metà febbraio Napolitano scioglie le Camere”.

Alfano la settimana scorsa aveva detto che il 10 ottobre ci sarebbe stata la legge.

“Schifani un mese fa aveva detto che si sarebbe andati in aula con un testo anche senza accordo in commissione, e siamo ancora al carissimo amico. Enrico Letta ad agosto annunciò la legge con un tweet. Il paradosso di questa incredibile politica degli annunci è data da Calderoli: l’artefice della porcata a cui si sffida il mandato di superarla con una porcata al cubo”.

Il Porcellum è lo specchio dell’incapacità di fare le riforme?
“Abdicando le riforma economiche a Monti, la politica aveva il compito di riformare se stessa, ma non ha fatto né le riforme costituzionali né quella dei regolamenti parlamentari, né la riforma dei partiti, con l’abolizione delle Province siamo al carissimo amico, quella sul finanziamento pubblico andrà rifatta”.

Sia sincero: chi glielo fa fare?
“Sono un deputato, in fondo non ho molti strumenti, fare lo sciopero della fame è uno di questi. Vado avanti finché posso”.

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fonte repubblica.it