Archivio | ottobre 21, 2012

La storia d’Italia in 15mila scatti: Online il grande archivio Alinari / Online historical photographic archive of the Fratelli Alinari of Florence

La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
In questa immagine: Esposizione di elettrodomestici e di una Fiat 600 in occasione della campagna di abbonamenti alla Rai nel 1957 in Toscana (Giuseppe Borra, raccolte museali Fratelli Alinari, archivio Betti Borra, Firenze)

La storia d’Italia in 15mila scatti
online il grande archivio Alinari

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La storia del nostro Paese dal 1861 a oggi raccontata attraverso 15mila immagini tratte dagli archivi fotografici Alinari, della Regione Lombardia e di numerose altre regioni italiane: www.150storiaditalia.it è il nuovo portale realizzato dall’università Iulm, dall’università Statale di Milano e da Fratelli Alinari Fondazione per la storia della fotografia in collaborazione con Fondazione Cariplo e Gruppo 24Ore Cultura. Il sito è suddiviso in quattro macroaree per rendere più agevole la consultazione del patrimonio fotografico, per la prima volta messo a disposizione del pubblico. Si va dalla cultura alla vita quotidiana, passando per la politica e il paesaggio italiani. “L’obiettivo è di offrire agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado uno strumento innovativo e veloce per ampliare le loro possibilità formative”, spiegano i promotori dell’iniziativa, presentata allo Iulm nell’ambito di una tavola rotonda sulla istruzione digitale (Lucia Landoni).

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La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
Due uomini su un tandem nel 1895 (Alinari, archivio Alinari, Firenze)

La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
Ritratto del poeta Giosuè Carducci (Fratelli Alinari, archivio Alinari, Firenze)

La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
Giuseppe Garibaldi (Fratelli Alinari, archivio Alinari, Firenze)

La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
Automobili in una rimessa di Milano, 1935-1940 (Alberto Lattuada, archivi Alinari, donazione Lattuada, Firenze)

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fonte repubblica.it

LA STRAGE – Bologna 1980 : la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crollano le menzogne…

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Mauro Di Vittorio – fonte immagine

Bologna 1980 : la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crollano le menzogne…

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di Paolo Persichetti

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L’inchiesta – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti il manifesto 18 ottobre 2012

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Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

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«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo».

Leggi il testo integrale :

http://insorgenze.wordpress.com/201…

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L’Europa in autostop

È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.

Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo

Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia. Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.

A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».

Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli, uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo

Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione.

Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

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Lotta Continua 21 Agosto 1980

Il mistero inesistente del diario

A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra

La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».

C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.

«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».

E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

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fonte bellaciao.org

IL PUNTO – ILVA, antimafia, Fornero, RAI…

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fonte immagine bellaciao.org

ILVA, antimafia, Fornero, RAI…

Dovunque ci si rigiri, la situazione italiana è a dir poco preoccupante. E i bocconiani al governo, aldilà delle grandi dichiarazioni, in effetti…

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di Antonio Cardella

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Vi sono reazioni a caldo ad eventi imprevisti che illustrano più di qualunque analisi critica la natura profonda, direi, la vocazione naturale di chi quella reazione manifesta.

L’emergenza ILVA ha svelato la natura berlusconiana della compagine montiana: a botta calda e in coro i ministri se la sono presa con i giudici, che, a sentir loro, hanno espropriato l’esecutivo della potestà di decidere sulla politica industriale. Naturalmente, nessuna voce dell’opposizione, nessun organo di stampa e nessun giornalista illuminato si è peritato di chiedere a questo punto agli impettiti ministri bocconiani di quale politica industriale parlassero visto che in Italia di politica industriale non si ragiona più dagli anni Sessanta del secolo passato, anni in cui le coalizioni a guida democristiana decisero di smantellare l’apparato industriale che conta (la chimica, l’energia, la cantieristica,il tecnologico avanzato) e di offrirlo a prezzi stracciati ai privati. Il risultato è che il nostro Paese è oggi privo di un polmone produttivo che costituisca l’asse portante di ogni possibile modello di sviluppo. La stessa ILVA (ex Finsider) fu venduta ai Riva nel 1995 per 1700 miliardi di vecchie lire, con la clausola vincolante che 700 di quei miliardi fossero destinati alla bonifica dei componenti inquinanti della fabbrica. Non se ne fece niente o solo molto poco se si considera che un rapporto del Ministero dell’Ambiente di due anni dopo (1997) denunciava danni all’ambiente e alle persone della stessa entità di quelli denunciati dal rapporto del Ministero della Sanità nell’agosto di quest’anno: nella popolazione che gravita intorno alla fabbrica si registra il 30% di tumori alle vie respiratorie in eccesso rispetto alle medie nazionali e il 15% in più delle malattie oncologiche in generale. Senza considerare i danni all’ambiente, alcuni dei quali pressoché irreversibili o reversibili in centinaia di anni se si smettesse subito di inquinare.

In questo quadro desolante, in cui è palese l’inerzia dei governi – di tutti i governi che dal dopoguerra avrebbero dovuto decidere e sorvegliare – adesso i sepolcri imbiancati della nomenclatura bocconiana rivendicano la primogenitura ad intervenire. Ma se sono loro a decidere, poiché nessuna politica industriale può prescindere dal dettato costituzionale che tutela in prima istanza la salute dei cittadini, ci dicano come intendono procedere e con quali risorse a Taranto ma non solo, perché l’Italia è piena di territori devastati da impianti che inquinano impunemente. Penso alle raffinerie, che hanno desertificato migliaia di chilometri di costa e che continuano a minare la salute di intere popolazioni. Nella mia Sicilia, Gela nel nisseno, Priolo ed Agusta nel siracusano: chilometri e chilometri di costa ormai impraticabile, sottratta alla fruizione dei cittadini. Terreni ormai incoltivabili, allevamenti impossibili. Ci dicano, questi soloni del rigor mortis quali sono i loro piani industriali, a parte le rivendicazioni verbali e gli insulti a giudici che hanno applicato la legge.

Ma è inutile attendersi una risposta da un governo il cui ministro dello sviluppo si è portato a casa le carte che gli consentano, nella pausa agostana, di preparare un disegno di legge (speriamo non un decreto) che liberalizzi quei pochi paletti che la legge vigente pone alle perforazioni petrolifere. Ci sono già oltre 150 richieste in attesa di evasione e riguardano la costa calabro-lucana e su sino alla costa emiliano-romagnola, un mare – l’Adriatico – che è un bacino praticamente chiuso e che con estreme difficoltà può smaltire l’ulteriore inquinamento di altre piattaforme petrolifere, specie se, come vorrebbe il ministro, fosse abolito il divieto di perforare entro 5 miglia marine dalla costa.

È inutile girarci intorno. Questi tecnici dal volto arcigno e acrimonioso considerano l’Italia una loro colonia, da offrire a poco prezzo al profitto di pochi e alla speculazione che tutt’ora li foraggia. Basti ricordare che, in maggioranza, sono l’espressione di quel sistema bancario che è il responsabile diretto e impunito della crisi attuale. Delle popolazioni che sono in grande sofferenza non gliene importa proprio nulla. Anzi, provano insofferenza e un certo malcelato disprezzo per la plebe che, al contrario di loro, è costretta ad una vita di sacrifici. Diretti discendenti di quell’aristocrazia nera dei tempi del potere temporale del Papa-Re, si ritengono in possesso di una indiscutibile verità rivelata: sono insofferenti verso chiunque li contraddica e considerano i cittadini loro sudditi da guardare dall’alto dei loro manieri.

Ci viene ripetuta ad ogni occasione la favola che il loro avvento al governo della nazione ha ridato credibilità internazionale al Paese. La verità è che con il loro mandato si è ricostituita la famiglia dei grand commis europei, turbati dalla presenza, per circa diciassette anni, di un plebeo arricchito che, in maniera certo confusa, la pensava come loro, ma che, stilisticamente, era impresentabile, con le corna esposte nelle rituali foto di gruppo e con gli irripetibili apprezzamenti sulla Merkel, per citare solo due esempi.

Un cumulo di macerie

Adesso, ogni mattina, questi incartapecoriti esponenti clerico-moderati dell’alta burocrazia italiana si azzimano, baciano la prole che sin dalla culla ha l’avvenire assicurato, abbracciano il partner ove esistente e, con il decalogo del perfetto liberista sotto il braccio, si recano al lavoro. Sempre più spesso si fanno accompagnare all’aeroporto per raggiungere a Bruxelles, Parigi o Berlino i loro omologhi europei egualmente azzimati. Espletati i preliminari di rito, gli inchini, i baciamano, le riprese che li immortalano mentre, a passo deciso e su corsie rosse, oltrepassano la soglia di porte che prontamente si chiudono alle loro spalle, fatte tutte queste cose edificanti, si seggono attorno a enormi tavoli ovali per declinare le solite liturgie. L’austerità, gli ammonimenti agli stati non obbedienti, o non abbastanza obbedienti, la necessità di difendere l’euro da una crisi da loro stessi innescata. Tutto questo in un deficit di democrazia anche soltanto apparente, che lascia ai margini i così detti poteri elettivi: il Consiglio d’Europa e le Commissioni.

A decidere tutto, in regime di autoreferenzialità, sono la Merkel (anche se negli ultimi tempi ondivaga per opportunità o necessità) e il gruppo di Francoforte, costituito dai titolari della Banca Centrale e del Fondo Monetario Internazionale, dal leader dell’Eurogruppo J.Claude Junker e dai due presidenti dell’Ue, Barroso e van Rompuy. Questi personaggi privi di qualsiasi legittimità elettiva, rappresentanti di un variegato mondo di interessi privati, emettono editti, elaborano trattati come quello di Lisbona che, tra l’altro, obbliga i governi nazionali, presenti e futuri – a prescindere dal loro colore e vocazione – a rispettare i vincoli di bilancio che si pretende vengano inseriti nelle singole Costituzioni: uno schiaffo all’autonomia politico-normativa degli Stati membri, che l’Italia dell’asse Monti-Napolitano ha subito recepito.

È evidente che il fatto che l’eurozona sia ridotta a un cumulo di macerie (con una disoccupazione soprattutto giovanile drammatica e drammaticamente in crescita, con la produzione di ricchezza reale in calo o in stagnazione – in Italia il Pil è stimato in diminuzione del 2,2% – con la produzione di beni e servizi in grande sofferenza ed i consumi interni in caduta verticale) non scalfisce questi esponenti delle passioni politico-narcisistiche vissute nel chiuso dei loro ghetti, non turba questi pallidi epigoni di un continente in rapido declino, che vede aumentare in progressione geometrica i livelli di povertà anche di categorie sociali (il ceto medio) sino a qualche anno fa risparmiate.

Nessuno disturbi i conduttori

Certo Monti non ha la sfrontatezza di un Berlusconi, che, sino alla fine, ha negato la crisi (i ristoranti sono pieni – diceva – e gli aerei volano completi di viaggiatori), ma, nella sostanza, la differenza si ferma lì. Ancora alla fine di agosto, mentre tutti gli analisti e gli indicatori statistici, pubblici e privati, riportavano dati sconvolgenti sull’andamento dell’economia e sulle condizioni sociali del Paese, il duo Monti-Passera, dal pulpito a loro assai congeniale di Comunione e Liberazione, affermavano che intravedevano prossima l’uscita dal tunnel della crisi. Se gli accreditassimo la buonafede potrebbe trattarsi di un abbaglio, ma di buonafede in questo governo ce n’è davvero poca. Basti accennare alle cose che ha in programma di fare o di non fare. Ne citiamo solo alcune che sono in perfetta continuità con il governo precedente, di cui Monti stesso ha spesso rivendicato l’eredità.

La ministra Fornero, nel suo attacco puramente simbolico all’art.18, ha ripetutamente affermato che gli investitori italiani e stranieri sono scoraggiati nell’impegnare i loro capitali in Italia dall’alto costo del lavoro e dalla legislazione troppo restrittiva che ne protegge i diritti.

Questo approccio ideologico ai problemi della produzione e dell’occupazione nasconde il disegno di indicare un falso obiettivo che riesca a distrarre gli allocchi da una realtà alla quale, in armonia con il disegno berlusconiano, non vogliono mettere mano: ed è il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata, con la complicità di ampi settori della politica e dei poteri pubblici. È evidente che con questa drammatica anomalia italiana la compagine governativa Napolitano-Monti-Passera intende convivere e prosperare. Non si spiegherebbe altrimenti come si possa abolire il reato di appoggio esterno all’organizzazione mafiosa; oppure intervenire pesantemente nel settore delle intercettazioni telefoniche e ambientali, che sono sempre state il cavallo di battaglia di Berlusconi, a tutela della sua impunità e dell’impunità dei suoi sodali collusi con la malavita. In questo senso è significativo l’affondo di Monti contro la procura di Palermo, mentre il tema del conflitto di attribuzione, sollevato da Napolitano, è all’attenzione della Corte Costituzionale. Se non fosse un nervo scoperto del sodalizio Monti-Berlusconi, il primo ministro avrebbe dovuto, per opportunità (e decenza), astenersi dall’intervenire sull’argomento.

E, a proposito della procura di Palermo, tranne una sola eccezione (Il Fatto quotidiano) è passato in un silenzio tombale lo smantellamento del pool investigativo antimafia dei carabinieri, in blocco destinato ad altri incarichi. Dubitiamo che questo avvicendamento assolutamente anomalo e senza precedenti, sia opera esclusiva dei vertici dell’Arma: è assai probabile, invece, che, su input governativo, si sia voluto smantellare il gruppo investigativo che faceva capo al sostituto procuratore Ingroia, destinato dall’ONU a combattere per un anno il cartello della droga in Guatemala. Come non immaginare la segreta speranza di tutto l’apparato di governo e del suo suggeritore Berlusconi, che quella criminalità riservi al giudice italiano la sorte che la mano mafiosa e i suoi occulti suggeritori riservarono al generale Dalla Chiesa a Palermo, nel 1982? In connessione diretta o indiretta con il settore sin qui accennato delle collusioni tra potere statale e malavita, si inscrivono la depenalizzazione del reato di concussione, per la parte che riguarda direttamente il Berlusconi del processo Ruby, il mancato ripristino del reato di falso in bilancio e il blocco della legge anticorruzione.

C’è poi la necessità che nessuno disturbi i conduttori e così ci sono in prospettiva l’approvazione di una legge-bavaglio sull’informazione, la riconsegna della Rai ad una governance di forte impronta berlusconiana e l’annunciata e mai attuata messa all’asta delle frequenze televisive, alla quale Berlusconi si oppone decisamente minacciando di togliere l’appoggio al governo.

E ancora: l’avversione di Berlusconi alla tassazione delle transazioni finanziarie e ad ogni forma di patrimoniale è ostentatamente patrimonio dell’attuale governo. Alla fine di agosto, il Grilli-parlante, titolare delle finanze, ha rassicurato gli italiani che non vi è all’orizzonte nessun progetto per la tassazione dei patrimoni: evidentemente la rassicurazione era per gli italiani ricchi e non per la stragrande maggioranza degli italiani che non hanno patrimoni da proteggere.
Resta la domanda che, purtroppo, non trova ancora risposta: come fa un intero popolo, in gran parte evoluto ed informato, ad accettare con rassegnazione questa melma istituzionale che minaccia di sommergerlo irreversibilmente?

Antonio Cardella

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fonte anarca-bolo.ch

Vendola a Renzi: «Dietro di te c’è il vecchio che si ricicla»

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Vendola a Renzi: «Dietro di te c’è il vecchio che si ricicla»

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Nichi Vendola scalza Renzi dal cavallo di battaglia del rinnovamento: «I tuoi sponsor sono il mondo vecchio che si affida a te per riciclarsi». Il leader di Sel si rivolge al sindaco di Firenze parlando del bisogno di coraggio della sinistra: «Caro Matteo, il coraggio di cui c’è bisogno è quello dei ragazzi e delle ragazze che lottano per difendere la scuola pubblica. Quello di chi vuole rompere la gabbia della precarietà. I tuoi sponsor sono il mondo vecchio che si affida a te per riciclarsi».

Vendola a l’Unità: «Con la finanza si parla, ma a porte aperte» di N. Andriolo

Fotostoria di  Vendola

FOTOGALLERY: #OppureVendola, tutte le parodie sul web | Nichi Vendola, la sua vita in immagini

La lista dei finanziatori di Renzi

Renzi vuole chiudere l’Unità? Non gli fa onore: ecco perché di Claudio Sardo

VENDOLA: “FACCIAMO CONFRONTO A TRE ALL’AMERICANA”
Vendola propone anche confronti all’americana a tre con il sindaco e il segretario del Pd. «Leggo che Renzi accetta confronti pubblici solo con Bersani. Il fatto che Renzi non si voglia confrontare con me è persino ovvio. Un dibattito a due, chiuso nel recinto del Pd, permetterebbe di non parlare di molti argomenti scomodi, molti temi economici su cui i programmi di Bersani e Renzi sostanzialmente coincidono», scrive Vendola su facebook. «Abbiamo bisogno di parlare dei problemi del Paese – aggiunge – e dunque chiedo non un confronto, ma tre. All’americana, come piace a Renzi. E con la fondamentale presenza dell’unica donna candidata, Laura Puppato».

«Faccio un esempio: se ci fosse un confronto a due nessuno parlerebbe del fatto che il Pd – aggiunge Vendola – ha approvato in parlamento il Fiscal Compact, che è una misura che porterà l’Italia a dover rinunciare a investimenti nella sanità, nella sicurezza, nella scuola, nei trasporti, nei servizi essenziali. Solo nel 2013 bisognerà rinunciare a 45 miliardi di euro in questi settori e ogni anno, a seconda dell’andamento del debito e del Pil, dovremo affrontare una questione simile. Se la crisi continuerà a far abbassare il Pil e fa aumentare il debito come sta accadendo nel 2012 – sottolinea Vendola – il Parlamento (Pd, Pdl, Udc ha sostanzialmente firmato la condanna a morte dell’Italia. In un confronto a due voi non sentirete mai parlare di questo genere di cose.

VENDOLA: “INCONCEPIBILE SINCACO CHE VUOLE TENER FUORI LA PUPPATO
«Quello che davvero trovo inconcepibile, però, non è tanto la volontà di tenermi fuori dal dibattito per paura di perdere voti, quanto piuttosto che Renzi tenga fuori una donna e un’esponente del suo partito come Laura Puppato. Non esiste un centrosinistra credibile senza le donne, senza il loro protagonismo», conclude Vendola.

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fonte unita.it

Parla il prete “richiamato” dal prefetto: “Infastidito non da me, ma dall’amianto”

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Parla il prete “richiamato” dal prefetto
“Infastidito non da me, ma dall’amianto”

Il sacerdote anticamorra: gli dava fastidio che parlassi davanti alle istituzioni di quel veleno che uccide in questa zona maledetta. “Lo ringrazio, con quel che ha fatto ha attirato l’attenzione sul cancro di cui qui si muore”

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APPROFONDIMENTI

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“Il prefetto era infastidito dal fatto che si parlasse di amianto davanti a tutte le istituzioni, credo che fosse infastidito dalla mia presenza come volontario impegnato e non come prete”. Don Maurizio Patriciello, il prete anticamorra reo di aver chiamato “signora” il prefetto donna di Caserta e per questo motivo ripreso con veemenza da quello di Napoli, De Martino, dà la sua interpretazione dell’episodio che sta facendo il giro del web.

Prete umiliato, prefetto sotto accusa
“Non può chiamarci solo signori”
Bolzoni: “Falcone diceva che non è un’offesa”

“Io non ho mai litigato con il prefetto. Ha perfino sbagliato i congiuntivi e ha dato la colpa a me”, afferma don Maurizio. “Non ho mai sentito che chiamare signora una signora può offendere qualcuno – dice il sacerdote a Tgcom24 -. La chiave di lettura vera è quando mi ha invitato ad andarmene. Io stavo parlando dell’amianto abbandonato nelle nostre campagne e loro lo sanno – aggiunge -. Il prefetto non voleva che si parlasse di amianto davanti a tutte le istituzioni. In questa zona maledetta si muore di cancro e noi ci battiamo per migliorare questa condizione”.

Secondo don Maurizio, il prefetto non voleva mortificare un prete: “Non credo, il prefetto era infastidito dal volontario impegnato contro i roghi tossici”. I due però hanno avuto occasione di rivedersi: “Io il prefetto l’ho incontrato al funerale di Lino Romano nel mezzo della folla. Ci siamo stretti la mano. Io colgo l’occasione – conclude il prete – per ringraziare il prefetto perché con quello che ha detto a me ha attirato l’attenzione su quello che accade in questa zona dove si muore di cancro”.

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fonte repubblica.it

Legge stabilità, Bersani avverte Monti: così non la votiamo

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Legge stabilità, Bersani avverte Monti: così non la votiamo

«Norme sulla scuola invotabili. Servono modifiche significative». Domani il premier vede Casini, martedì Berlusconi e Alfano

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ROMA – «Voglio dirlo con chiarezza: noi non saremo in grado di votare così come sono le norme sulla scuola». Pier Luigi Bersani avverte il governo: così com’è la legge di stabilità non va,«servono modifiche significative».

Bersani.
Quelle sulla scuola sono norme al di fuori di ogni contesto di riflessione sull’organizzazione scolastica e finirebbero per dare un colpo ulteriore alla qualità dell’offerta formativa», spiega il segretario del Pd. Tutti i partiti sono in pressing sul governo per cambiare la legge di stabilità. Domani il premier incontrerà Casini e martedì sarà la volta di Berlusconi e Alfano. Ma a Palazzo Chigi sale la preoccupazione per toni sempre più da campagna elettorale.

«Servono modifiche significative». «In questi giorni – sostiene il segretario Pd – continueremo con i dipartimenti del Pd e con i gruppi parlamentari nell’approfondimento della legge di stabilità e discuteremo con altri gruppi di maggioranza cercando il massimo di convergenza». Nel rispetto dei saldi, «chiediamo al Governo di rendersi disponibile a modifiche significative. Noi metteremo attenzione alla questione fiscale cercando una soluzione più equa e più adatta ad incoraggiare la domanda interna». Il Pd, aggiunge Bersani, «metterà attenzione al tema ancora aperto degli esodati». Ma le norme sulla scuola, per il segretario Pd, «così come sono non saremo in grado di votarle». «Voglio credere – conclude Bersani in un comunicato – che ciò sarà ben compreso dal governo. Diversamente saremmo di fronte ad un problema davvero serio».

Domenica 21 Ottobre 2012 – 15:35
Ultimo aggiornamento: 18:03
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FREEDOM FLOTILLA – Estelle, arrivato a Fiumicino l’italiano espulso da Israele

BREAKING NEWS: Israeli NAVY SEIZES Palestinian Activist AID ship heading to GAZA

Estelle, arrivato a Fiumicino l’italiano espulso da Israele

Atterrato il volo che da Tel Aviv ha riportato in Italia Marco Ramazzotti Stockel. La nave con a bordo attivisti filopalestinesi di diversi Paesi, diretta a Gaza, è stata abbordata ieri dalla marina israeliana per impedire la violazione del blocco navale imposto dallo Stato ebraico

Estelle, arrivato a Fiumicino l'italiano espulso da Israele La nave Estelle (ansa)

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APPROFONDIMENTI

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ROMA E’ atterrato all’aeroporto di Fiumicino l’aereo che ha riportato in Italia l’attivista Marco Ramazzotti Stockel, espulso da Israele. Il 65enne viaggiava sulla nave Estelle bloccata ieri dai soldati israeliani 1 mentre si dirigeva a Gaza con l’intenzione di forzare il blocco navale imposto dallo Stato ebraico.

LA TESTIMONIANZA 2

Ramazzotti è stato espulso con un volo partito da Tel Aviv, dopo essere stato trattenuto ad Ashdod. “Questa mattina alle 6 l’unità di crisi della Farnesina ha contattato la moglie di Marco Ramazzotti Stockel, sequestrato ieri mattina dalla marina israeliana in acque internazionali mentre navigava a bordo di Estelle”, si legge in un comunicato pubblicato dal coordinamento di Flottilla Italia sul proprio sito web. “Israele, dopo aver ‘rapito’ Marco, non ha mai comunicato notizie dirette al console italiano, ai familiari o alla nostra organizzazione per rassicurare sullo suo stato di salute”, prosegue il comunicato.

“Sto bene, anche se non ho dormito. La nostra ambasciata ad Atene è stata bravissima: ringrazio il primo segretario che mi ha prelevato e mi ha permesso di evitare il carcere. Tutti i membri dell’operazione Estelle sono salvi e salvi”. Sono le prime parole di Marco Ramazzotti Stockel, “Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo politico – spiega, appena rientrato in Italia- che era quello di parlare e far parlare della situazione di Gaza e della Palestina, perchè Gaza e Palestina sono centro di tensione internazionale gravissima per tutta l’Europa e l’Italia”.

“Dobbiamo difendere i diritti umani dei palestinesi: non è possibile che in questo momento siano trattati malissimo. Devono essere aiutati. Il mio privilegio -continua Ramazzotti Stockel- è che posso parlare, i palestinesi no. Sono chiusi in un ghetto terribile. Da questo viaggio viene un messaggio forte: aiutateci a parlare di Palestina e di Gaza”.

“In questa missione – prosegue Ramazzotti Stockel – con noi c’erano 30 persone tra partecipanti ed equipaggio della nave: tra questi, 2 ebrei europei e tre israeliani, perchè questa è una battaglia che coinvolge profondamente il mondo ebraico. Contro di noi sono arrivate 4 navi da guerra, un elicottero e motoscafi. Ridicola e gigantesca prova di forza militare”.

“Alcune delle persone a bordo sono state trattate molto male. Io per fortuna me la sono cavata, forse perchè avevo la giacca con la Croce Rossa. Continueremo la nostra battaglia di diritti umani – conclude – e per la pace nel Mediterraneo”.

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fonte repubblica.it

SARA’ VERO? – Tumore al seno: inventato lo Smart Bra, reggiseno prodigioso in grado di scovarlo / Smart Bra Detects Breast Cancer Earlier

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Tumore al seno: inventato lo Smart Bra, reggiseno prodigioso in grado di scovarlo

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Importante scoperta nell’ambito della lotta al tumore al seno. Un’azienda del Nevada, negli Usa, la First Warning Systems, ha creato lo Smart Bra, un reggiseno che è in grado di individuare anticipatamente  una neoplasia. Il reggiseno intelligente riesce a fare ciò mediante  numerosi sensori integrati nel tessuto che captano le variazioni di temperatura delle mammelle, tipico indizio dell’insorgenza del tumore.

Gli scienziati americani hanno affermato che  il portentoso reggiseno ha la capacità di scovare  il cancro al seno ben 6 anni prima che una mammografia possa identificarlo. In base ai test preliminari svolti dall’azienda, il tasso di efficacia è vicino al 90%.

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fonte capannorinews.info

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First Warning Systems BSE Bra

Smart Bra Detects Breast Cancer Earlier

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nic halverson
Analysis by Nic Halverson
Fri Oct 12, 2012 12:55 PM ET

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Breast cancer is leading cause of cancer-related deaths among females in both developed and developing nations. It’s also the most frequently diagnosed cancer, but early detection is vital — there is 5-year survival rates at approximately 80 percent, if detected it’s in the early stages.

Helping to make early detection even earlier is First Warning Systems, a Nevada-based company that’s developed a BSE (breast self-exam) bra with sensors integrated into the cups. The sensors detect slight variations in breast surface temperature that could indicate tumor growth.

BLOG: Immortality For Humans By 2045

These variations in temperature are caused by the growth of blood vessels that develop in the breast to supply cancerous tissue with blood. The company explains that a distinct heat signature is given off by these blood vessels, allowing a tumor to be detected years before it is visible on a mammogram or MRI.

In three clinical trials involving 650 participants of all ages, the bra had an accuracy rate of over 90 percent and offered far greater an accuracy level than a traditional mammogram.

BLOG: Facebook More Tantalizing Than Sex

Sensor data from the non-invasive monitoring system is wirelessly transferred to a computer or mobile device and can be uploaded to the Internet for analysis.

First Warning Systems has been granted a number of patents and plans to put the BSE bra on the market next year in Europe and, pending FDA approval, the United States in 2014. Cost details have yet to be determined.

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fonte news.discovery.com

IN RICORDO DI TUTTI I ‘PASQUALE ROMANO’ – Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia


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Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia

Pasquale Romano, detto Lino, era innocente. È stato massacrato dai clan e ignorato dal governo, che non si è presentato ai suoi funerali, in un’Italia che non si indigna più

Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia La madre di Pasquale Romano (ansa)

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di ROBERTO SAVIANO

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MI CHIEDO che Paese siamo diventati. Che Paese è quello in cui un ragazzo va a salutare la propria fidanzata prima di una partita a calcetto, scende di casa e viene massacrato da una sventagliata di mitra. Che Paese è quello in cui i media considerano questa, tutto sommato, una notizia che può esser data in coda alle altre, e non la notizia principale, da dare per prima. Una delle tante. Quel ragazzo si chiamava Pasquale Romano: lo chiamavano Lino, ma nessuno ricorda già più il suo nome.

Come è stato possibile assuefarsi a tutto questo? Forse si pensa che se accade lì, in terre di clan, è “normale”? È così? La democrazia nel mezzogiorno italiano è morta il 15 ottobre 2012, insieme a Lino Romano, e insieme a lui è stata seppellita ieri, dopo i funerali. Ed è morta non solo perché Lino è caduto innocente, ma perché per urlare che si trattava dell’ennesimo ragazzo innocente ucciso a sangue freddo e senza motivo, si è aspettato di capire a che famiglia appartenesse, chi fossero i suoi parenti. Ma perché – mi domando – se avesse avuto un lontano parente affiliato o coinvolto in fatti di camorra, sarebbe stato forse meno innocente?

Ma è così che vincono le mafie: facendo credere che nessuno è innocente. Il messaggio che i clan vogliono far passare è che tutto appartiene a loro in maniera diretta o indiretta. Tutti fanno parte della loro logica, nessuno può dirsi immacolato. Tutti hanno un parente, un concittadino, un vicino di casa, tutti hanno fatto un lavoro per loro o hanno un amico che fa parte del Sistema. E allora magari nascere a Cardito, crescere a Secondigliano, andare a casa della propria fidanzata a Marianella, tutto sommato, diventa, nella coscienza nazionale, una sorta di colpa. Il retropensiero è: “Beh, però è normale che se vivi lì queste cose possano accadere”.

E invece non è così, non è naturale ed è un’aberrazione ragionare in questo modo. Lino Romano era una persona per bene. Era un lavoratore e veniva da una famiglia per bene. La maggior parte delle persone che vivono in questi territori sono persone per bene. Per bene potrà sembrare un’espressione superficiale, fin troppo semplice, ma non lo è. Per bene significa che si tratta di persone che lavorano duramente, che vivono con disciplina e soprattutto che resistono in territori dove è molto facile poter cedere a corruzioni e illegalità. Quindi per bene, lavorare per il bene, è l’espressione più appropriata per queste famiglie che si credono normali, ma che in realtà hanno una singolare tempra.

Che Paese è quello che non ha sentito il bisogno di andare in massa alla fiaccolata per Lino Romano? E il governo, perché non è andato ai funerali? Avrebbe dato un segnale fondamentale. In questi territori manca giustizia, istruzione, ordine pubblico, lavoro, impresa, l’ambiente è a pezzi: tutti i ministri avrebbero trovato cose da dire e, soprattutto, avrebbero avuto molto, moltissimo da ascoltare. Non si trattava di fare visita o di ricevere i genitori di Lino Romano, si trattava di essere lì presenti perché in quelle terre, dalla prima grande faida che ha fatto centinaia di morti, nulla è cambiato. Nelle piazze di spaccio si sparava otto anni fa, nelle stesse piazze di spaccio si torna a sparare ora. Clan Di Lauro contro “scissionisti” otto anni fa, “scissionisti” contro i “girati” alleati ai Di Lauro ora.

Quattro governi dalla prima faida a oggi e nessuno ha avviato alcun tipo di riflessione sul mercato delle droghe, sul narcotraffico, su come strapparlo ai cartelli criminali. Tutti si sono sottratti sino a ora anche ai dibattiti avviati in altri Paesi. L’Italia in questo è latitante. Al massimo c’è stata militarizzazione, che nulla ha risolto. Bisogna esserci, invece, su quel territorio che sembra totalmente abbandonato. La crisi sta regalando ai cartelli criminali l’intero mezzogiorno italiano e si affaccia sulla totalità del paese. E non si può demandare tutto solo al coraggio e alla creatività delle associazioni di volontari.

Ripeto: che Paese siamo diventati? Che Paese è un Paese che non riesce nemmeno più a esprimere indignazione collettiva? Qualche mese fa, giugno, era successo lo stesso. A Casoria, un barista pulisce la strada davanti al suo bar. C’è una sparatoria e un proiettile lo colpisce. L’intero paese scende in piazza per dire che Andrea Nollino era una brava persona, che non c’entrava nulla. Un intero paese di lavoratori, disoccupati, persone normali, persone umili scende in piazza. C’era “Libera”, l’associazione di Don Ciotti, ma non politici, nessuno che si assumesse la responsabilità di dire: “Mai più”. Così come c’era “Libera” a fianco della famiglia Romano.

Come per Andrea Nollino, ora per Lino Romano valgono le stesse considerazioni. Nulla di più forte contro la crisi, per arginarla, esiste che ridare fiducia a un territorio e a chi lo abita. Nulla di peggio può essere fatto in tempo di crisi che nutrire la sensazione, che diventa certezza, che tutto sia inutile o per dirla con Corrado Alvaro, che “vivere onestamente sia inutile”.

Mi sono trovato a scrivere queste parole molte volte. Quando hanno ucciso Attilio Romanò, quando hanno ucciso Dario Scherillo, quando hanno ucciso Andrea Nollino e adesso che hanno ucciso Lino Romano. Quei territori sono di nuovo in guerra, la faida è riesplosa e terribili possono essere le conseguenze. Flussi di coca, eroina, hashish si stanno riassestando e diffondendo come sempre da Scampia, ma ce ne accorgeremo quando i morti cadranno a decine, come la prima volta. È facile in Italia essere profetici quando dici cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno (o quasi) vuole vedere.

Dalla prima faida a oggi si sono inserite le associazioni di volontariato uniche a denunciare negli anni cosa stava ancora accadendo ma nulla di davvero nuovo è iniziato. Quindi che si inizi ad ascoltare chi in quelle zone ci lavora e ne conosce i problemi. Tutti, ma proprio tutti, parlano della necessità di ripartire dalla scuola; sarebbe importante capire cosa è stato realmente fatto, e con quali fondi. L’attuale sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria è stato il fondatore della Onlus “Maestri di strada”, chi più di lui in questo momento può fare da ponte tra la periferie di Napoli e questo governo in tema di istruzione?

Ma soprattutto, com’è possibile che a distanza di otto anni dalla faida in alcun modo si sia affrontato il discorso sul proibizionismo in materia di droghe? Scampia è il più grande mercato a cielo aperto del mondo occidentale. Camorra e ‘ndrangheta si spartiscono il bottino del narcotraffico divenendo interlocutrici dei più importanti cartelli sudamericani, ma nel corso di questi anni non è stato fatto nulla per affrontare il problema dello spaccio, sperando, cinicamente, che la pax tra cartelli continuasse. O pensando, ancora più cinicamente, davanti alle stragi: bene che si ammazzino tra loro.

Pensieri banali e qualunquisti. La pax mafiosa li rende più forti. E anche la guerra li rende più forti: per ogni morto di mafia se ne affilieranno altrettanti. Uno Stato che offre solo repressione favorisce, ignorandone le cause, situazioni che portano, come in questo caso, alla morte di un innocente. L’omicidio di Lino Romano ha degli esecutori materiali che devono esse trovati, processati e se ritenuti colpevoli condannati; ma il responsabile occulto di questo omicidio è una tirannica indifferenza sul sud e sul potere criminale. Il sud è il problema principale della nostra democrazia ma è anche la grande occasione e risorsa del nostro paese.

Gli uffici del Comune di Napoli dovrebbero essere spostati a Scampia. Le sedi attuali, eleganti, centrali, pompose, non rispecchiano più l’anima della città. Il cuore di Napoli ora è nelle sue periferie, è lì che la città pulsa e muore.

Anni fa uccisero un ragazzo innocente vicino Napoli. Portarono via il corpo, rimase il sangue a terra. Ricordo che un uomo, forse un prete, si inginocchiò dinanzi a quel sangue, mischiato alla segatura. Come a cercare di chiedere scusa a quella vita che voleva scorrere e che invece era stata costretta a seccarsi nei trucioli. Poi arrivò un’auto. Diede un colpo di clacson. L’uomo fu costretto ad alzarsi. L’auto parcheggiò lì, sul sangue. Tutto finito. (21 ottobre 2012)

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fonte repubblica.it