LA 27ESIMA ORA – Genitori, dall’amore all’odio Perchè bisogna difendere i figli

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Genitori, dall’amore all’odio
Perchè bisogna difendere i figli

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La storia di Caterina, mamma separata, dopo il caso eclatante che ha visto protagonista Leonardo, il bambino conteso dai genitori e trascinato a forza dalla scuola. Perchè in una separazione è necessario salvare il bambino e la propria dignità di essere umano.

Sono una di quelle/i che ha sperimentato la conflittualità esacerbata dei genitori che si separano e l’inevitabile conflitto di lealtà che ne deriva (con chi ti allei?). Una forma di alienazione. Veramente allora, agli inizi degli anni 70, non si chiamava così. Anzi, non si chiamava affatto. Era una condizione e basta. Genitori in separazione crudele e tempestosa, con la legge sul divorzio appena approvata (1° dicembre 1970), madre massacrata dall’abbandono, padre di colpo latitante, figli (3) nel pallone. La più piccola, io, appena diciottenne (si era maggiorenni a ventun’anni, allora, ed è stato così fino a marzo del 1975), l’unica a vivere ancora in casa, con mammà. L’odio della madre è così ricaduto sulla figlia: salve le apparenze («sì sì,vai pure a cena con papà una volta ogni quindici giorni, devi vederlo. Ma lo sai che mi ha appena detto che ha venduto tutti i quadri che abbiamo alle pareti e che un mercante li verrà a prendere sabato…?»), la denigrazione del papà, la distruzione della sua immagine fu totale, l’allontanamento inevitabile. E per quasi trent’anni mio padre è stato una chimera, un fantasma, una mancanza. L’oggetto di tutto il mio risentimento.

Intanto ho avuto un figlio anch’io, da un matrimonio che speravo eterno e che invece è finito. Avevo giurato, alla sua nascita, che Dario non avrebbe mai vissuto una separazione. Per la sanità mentale di tutti sono diventata spergiura.

Ma la promessa di non fargli vivere l’inferno vissuto da me l’ho mantenuta. Ho rinunciato a molto, è vero, sul piano materiale. E Dario ha rinunciato con me. Ho ceduto su condizioni che hanno reso la mia vita pratica, e quella di Dario, più difficile.

Sono diventata più povera, un bel po’, e anche Dario. Però, con suo padre ho parlato sempre. Anche nei momenti più difficili, quando la rabbia e il dolore mi avrebbero spinto a fare la guerra. O quando, la pigrizia del padre faceva soffrire Dario, che si sentiva ignorato. Ho sempre cercato di spiegare a mio figlio com’era fatto il suo papà, perché a volte non lo vedeva quando avrebbe dovuto, e al papà ho spiegato le sofferenze del figlio.

Quando ci siamo trovati a vivere in luoghi differenti mi sono scapicollata su e giù per l’Italia per portare il bambino dov’era il genitore purché lo vedesse, per non spezzare quel filo prezioso che non è più “la” famiglia ma è un “altro tipo” di famiglia, alla quale i bambini hanno comunque diritto.

Adesso Dario ha 23 anni e con suo padre ha un rapporto bello e complicato, come (quasi) tutti. Non abbiamo mai parlato a fondo del «perché mamma tu difendi sempre papà». Ma credo che lui cominci a capirlo. Mi chiedo a volte se non sono stata per lui una mamma troppo “diplomatica”, quanto abbia odiato la mia perenne stanchezza (fisica e non solo), quanto sia stato difficile per lui capire perché i suoi genitori, che non litigavano mai, non stavano più insieme…

So però che ne è valsa la pena, che tutti i sacrifici, le lacrime nascoste, il lavoro fino a notte e anche la poca solidarietà (come se non essendoci conflitto non ci fosse diritto alla sofferenza) hanno portato Dario a non perdere il suo papà, a vivergli accanto il più possibile nonostante la separazione, a volergli bene comunque. A non maturare nessuna moderna alienazione, a non vivere quello che avevo vissuto io. E penso che le situazioni di conflitto, anche quelle che non portano alle estreme e controverse conseguenze che hanno colpito il piccolo Leonardo, hanno come vittime i bambini.

Ma vittima, pari merito, è pure la dignità degli adulti.

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Testata

fonte 27esimaora.corriere.it

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