Archivio | novembre 21, 2012

SU GAZA – Di guerra e di Pace. Di parole e di fatti; About war and Peace. About words and facts


A picture taken from the Israeli side of the border with the Gaza Strip shows a bomb dropped by an Israeli air force F-16 jet exploding in Beit Hanoun, north of the Gaza Strip, on January 3, 2009. (PATRICK BAZ/AFP/Getty Images) # – fonte immagine

Di guerra e di Pace. Di parole e di fatti

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di Elenina https://fbcdn-profile-a.akamaihd.net/hprofile-ak-ash4/186246_100001534664252_25631195_n.jpg
da Facebook

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1) English version below… more or less

2) tag libero – free tag

 

Sono profondamente addolorata e preoccupata per la nuova ondata di terrore scatenata dal governo israhelliano su Gaza e sulla Palestina. Sono disgustata dal cinismo e dall’indifferenza con cui vengono trattati gli “effetti collaterali” di questo sterminio sottaciuto, sono nauseata dall’atteggiamento servile dei media nostrani (cfr la vicenda Odifreddi-Repubblica, per dirne una), sempre pronti ad eseguire i diktat americani.

Detto questo, e visto quanto da me condiviso in bacheca in questi ultimi giorni, non credevo di dover spiegare da che parte sto… eppure.

Eppure, scorrendo le bacheche di tanti, leggo cose che mi fanno rabbrividire ed aumentano la mia preoccupazione: qualcuno saluta con gioia la presunta rinascita della fratelllanza islamica, quasi istigando una ripresa di guerra santa dal sapore prettamente religioso e qualcun altro si scaglia con odio contro tutti gli Ebrei indiscriminatamente…

NO. Io a questo gioco non ci voglio giocare, non mi ci presto.

E’ ovvio, almeno per me, che la mia solidarietà va tutta alla Palestina ed ai suoi massacrati abitanti, ma questo non mi impedisce di vedere che tanti, persino tra gli odiati israeliani, si scontrano con le aspirazioni di sterminio dei loro governanti – da soldati che obiettano a civili che finiscono in galera per difendere i diritti dei Palestinesi, da mamme che si oppongono ai soldati ai check-point a uomini di cultura del calibro di un Chomsky o di un Ovadia che sono sempre in prima fila contro i falchi israeliani – è di poco fa l’ultimo intervento di Ovadia sul blog di Grillo:

http://www.beppegrillo.it/2012/11/israele_verso_la_catastrofe_-_moni_ovadia/

e di tante altre persone, magari non così famose, che si espongono personalmente per addivenire finalmente ad una soluzione dignitosa e pacifica per tutti.

Non ho la verità in tasca e non ritengo di essere io quella che può dire cosa e come fare: credo nell’autodeterminazione dei popoli e dunque sono loro, i diretti interessati, che dovrebbero poter scegliere liberamente se vogliono due stati, uno stato, nessuno stato o cosa (anche perché quello che proporrei io sarebbe veramente un’utopia).

Un’ultima cosa: se la vostra “amicizia” è subordinata al mio schierarmi tout-court contro gli Ebrei, cancellatemi pure dalla vostra cerchia: non ho intenzione di generalizzare e/o contribuire a fomentare odio. Sono contro i violenti, i prevaricatori, gli assassini ed i potenti di ogni razza, colore e religione, ma, come dice sempre la mia mamma: “chi ha il cervello lo usi” e non ho alcuna voglia di farmi invischiare in diatribe di tipo religioso (mistificanti e riduttive, nella mia opinione di atea).

Sono un essere umano e tale voglio rimanere. Come diceva Vik.

English version: about war and Peace. About words and facts.

I am deeply sorry and worried about the new wave of terror the Israeli government is carrying out on Gaza and on Palestine. I am disgusted by the cynicism and indifference used to discuss the “side effects” of this omitted extermination, I am nauseated by the servile attitude of our own media, always ready to run U.S. diktats.

That said, and seen what I shared on my board in the last few days, I thought I did not have to explain where I stand … yet.

Yet, scrolling through the boards of many FB contacts, I read things that make me cringe and increase my concern: someone greets with joy the alleged revival of Islamic brotherhood, almost instigating a revival of a holy war and someone else rail, full of hate, against all Jews indiscriminately …

NO. I do not want to play this game, I don’t want to lend myself to it.

It is obvious, at least for me, that my sympathies go all to Palestine and its slaughtered inhabitants, but this does not prevent me to see that many, even among the hated Israeli people, come up against the aspirations of extermination of Palestinians their rulers have – from soldiers who object to civilians who end up in jail, from moms who oppone to soldiers at the checkpoints to men of culture, such as Noam Chomsky or Moni Ovadia, who are always in the front row against the Israeli hawks – Ovadia’s last speech on Grillo’s blog is very recent:

http://www.beppegrillo.it/2012/11/israele_verso_la_catastrofe_-_moni_ovadia/

and many other people, maybe not so famous, that constantly expose themselves to finally reach a decent and peaceful solution for everyone.

I do not have the truth and I do not think it’s me who has to say what and how to do: I believe in self-determination of peoples and thus they, the people involved, they should be free to choose whether they want two states, one state, no state or whatever (because what I’d suggest is actually utopia).

And now, one last thing: if your “friendship” depends on my taking sides against the Jews tout-court, don’t hesitate to erase my name from your list: I’m not going to generalize and / or contribute to foment hate. I am against prevaricators, murderers and “bigs” of any race, colour and religion, but as my mom always says, “who has the brain must use it” and I do not want to get me caught up in disputes of a religious nature (mystifying and reductive, in my atheist opinion).

I am a human being and this I want to stay. As Vik always said.

http://youtu.be/UYVO9imt6iU

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fonte http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=466635503380447

TORINO – Processo ai NOTAV: rinvio al gennaio – report / Non parlo di Barack, parlo di Maurizio


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Processo ai NOTAV: rinvio al  gennaio – report

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notav.info
movimento — 21 novembre 2012 at 14:45

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E’ iniziato il processo al movimento NOTAV, a seguito degli arresti del 26 Gennaio, che vede a giudizio 45 persone colpevoli di aver resistito, insieme ad altre migliaia di uomini e donne, allo sgombero della Libera  Repubblica della Maddalena e poi di aver assediato il cantiere di Chiomonte il 3 Luglio. Tutti a giudizio questa mattina per la prima udienza, con Maurizio e Juan ancora detenuti per il puntiglio (che denota l’accanimento) della procura di Torino.

All’esterno un presidio di solidarietà ha atteso i notav sotto giudizio e quelli entrati fino alla conclusione, bloccando il traffico.

Anche questa volta, l’informazione grida al lupo al lupo per uno scambio vivace di battute con un cameramen.

Di seguito il report a cura di Infoaut.org

L’inizio della mattinata si distingue per l’infelice scelta dell’aula da parte del Tribunale di Torino (probabilmente una vittoria delle grigia burocrazia piuttosto che del buonsenso): un’aula da 40 posti per ospitare 45 imputati, altrettanti avvocati e il numerosissimo pubblico presente per sostenere anche questa battaglia insieme ai NOTAV sotto giudizio.

L’inagibilità dell’aula sovraffollata e il rifiuto del giudice di utilizzare il microfono hanno portato a diverse proteste da parte dei presenti. Gli avvocati stessi si sono rifiutati di continuare l’udienza in quell’aula inagibile, minacciando di abbandonare l’aula.

Nel frattempo politicanti e giornalisti asserviti sono sempre pronti a far il loro solito circo di allarmi infondati e banalità di rito riguardo ad una presunta aggressione ad un giornalista avvenuta durante queste fasi confuse, la realtà è, come sempre, un’altra: un cameraman, che si era infilato furtivamente a fare riprese dentro l’aula stracolma, viene invitato ad uscire, lui si rifiuta quindi si crea una discussione lievemente più accesa del normale, ma nulla di più. Probabilmente giornalisti imbrattacarte  incapaci di dare un senso migliore al loro lavoro non possono che aspirare a pontificare condannando il nulla.

L’udienza viene quindi spostata in un’aula più capiente ma, dopo un breve appello, viene subito rinviata al 21 Gennaio per dei vizi di notifica ad alcuni imputati.

Durante l’intera mattinata ci sono state numerose manifestazioni di solidarietà nei confronti di Alessio e Maurizio (ancora detenuti in carcere); ricordiamo che Maurizio Ferrari a 10 mesi dagli arresti rimane in carcere, all’età di 67 anni, perché Caselli non sopporta la sua coerenza ed il suo ruolo di militante negli anni ’70.

Diversi cori sono stati scanditi a più riprese dal gran numero di persone presenti in aula, tra cui “Liberi Tutti!” e “Giù le mani dalla Valsusa!”. Nel frattempo si è radunato un folto presidio di NOTAV all’esterno del tribunale che ha effettuato un blocco stradale.

Qui il documento degli imputati notav

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fonte notav.info
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Paolo Maurizio Ferrari (SE Poligrafici|Salerno/newpress / NEWPRESS)
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di massimozucchetti
pubblicato il 7 novembre 2012
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Non parlo di Barack, parlo di Maurizio

Tutti parleranno delle elezioni americane, oggi, e magari ci si aspetta da me, dato che ora risiedo temporaneamente negli USA, che scriva un lungo e forbito elzeviro su Barack Obama ancora sul soglio per altri quattro anni. Niente affatto, io purtroppo – essendo borderline – sono rimasto abbastanza freddo davanti a questo avvenimento. E ho pensato ad altro.

Invece che di Barack, di cui parlan tutti, parlo di qualcun altro, di cui non parla nessuno o quasi. Parlo di Maurizio.

Paolo Maurizio Ferrari.

Nessuno – se non i compagni di lotta – si ricorda molto di lui, che è in galera dal 27 gennaio per la sua militanza NOTAV. Dopo averne fatti trenta, dal 1974 al 2004, senza aver commesso reati di sangue, solo per non essersi mai pentito né dissociato. “L’ultimo degli irriducibili”, così si permessa di etichettarlo la stampa di regime, in maniera che definirei banale e stucchevole.

Rileggendo le memorie di Alberto Franceschini, “Mara, Renato ed io”, in questi giorni, è riemerso il suo nome. Già nel 1974 i compagni volevano chiederne la liberazione, addirittura programmando un rapimento importante.

I tempi sono cambiati, tutto ciò sembra sepolto e pare siano passati dei secoli: eppure Maurizio è ancora lì, in galera, ed ha 67 anni.

Un amico mi ha raccontato di averlo conosciuto, Maurizio Ferrari, due anni fa a una cena di solidarietà, alla “Stamperia occupata”, centro sociale di Milano, dove c’era anche suo figlio e dove Maurizio si prodigava per questi ragazzi; mi dice che è una persona generosa e buona, che a quasi 70 anni non esita a salire sui tetti se c’è uno sgombero. La Stamperia è stata infatti sgombrata nel febbraio 2011.

Insieme a questo amico condividiamo un pensiero: l’arresto di Maurizio per gli scontri in Valsusa è umanamente sleale; al di là delle ragioni, il risultato è quello di associare, con il suo nome “ingombrante” di ex-brigatista, il movimento NOTAV con improbabili scenari terroristici degli anni ’70. Un “filo rosso”, lo stesso termine che usa Franceschini nel suo libro, quando parla del filo che avrebbe legato alcuni partigiani del  reggiano alle nascenti BR, teoria alla quale io non credo. Qui, ora,  la criminalizzazione subliminale del NOTAV è evidente.  Questa è anche la ragione che ha portato all’arresto di Antonio Ginetti, tra l’altro.

Fra i primi brigatisti ad entrare in galera, nel 1974, Maurizio è stato l’ultimo a uscirne, dopo trent’anni. Ha trascorso questi tre decenni, una vita, senza chiedere nessuno sconto, senza usufruire mai di un solo giorno di permesso premio, né di un beneficio.
Poi, a gennaio di quest’anno, di nuovo dentro, arrestato insieme ad altre decine di militanti, anch’essi quasi tutti usciti dal carcere, per fortuna, tranne lui e altri due.

Io però adesso mi sentirei di chiedere: BASTA.

Vorrei – sarebbe un sogno – che all’improvviso tutti mollassimo di parlare di Barack Obama, mollassimo le polemiche e a sorpresa ci sollevassimo per chiedere a gran voce: Maurizio libero. Maurizio libero senza se e senza ma. Maurizio fuori dal carcere anche se non tratta.
Non credo avrà piacere di questo mio articolo, se mai glielo faranno leggere, perché è uno che non chiede mai aiuto, ha fatto della coerenza la sua ragione di vita. Poi, si possono condividere o meno le sue idee, ma perlomeno va rispettata la sua coerenza. E io dico almeno: non dimentichiamolo.

E – che a lui importi o no – lo vogliamo fuori dal carcere.

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fonte blog.ilmanifesto.it

IN ITALIA SI FA COSI’ – Taranto, il ricatto dell’Ilva ai magistrati ‘Dissequestrate gli impianti o chiudiamo’


Notare la data… – fonte immagine

Taranto, l’Ilva chiede il dissequestro dello stabilimento: “Altrimenti lo chiudiamo”

L’azienda nell’istanza di revoca dei provvedimenti del tribunale scrive ai giudici che “l’ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell’attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo”

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Se non saranno dissequestrati gli impianti, l’Ilva chiuderà lo stabilimento di Taranto. E’ scritto nell’istanza di dissequestro: “L’ ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell’attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo”. ”L’unico modo per far fronte a tale impegno – scrive l’Ilva – consiste nell’attuazione effettiva del decreto di revisione dell’Aia: vale a dire l’attuazione non solo di quella parte delle novellate disposizioni, recante limiti e disposizioni più stringenti di quelle approvate nell’agosto 2011, bensì dell’autorizzazione all’esercizio nel suo pieno (e ovvio) significato giuridico, cui quelle disposizioni sono appunto strumentali”. A firmare l’istanza il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, e l’avvocato Marco De Luca di Milano nell’istanza di dissequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico presentata ieri alla Procura di Taranto.

Il dissequestro, per l’azienda, è funzionale all’attuazione di quanto l’Autorizzazione ambientale prescrive. Solo l’attività di impresa, dice l’Ilva, “può generare le risorse necessarie alla relativa ottemperanza” dell’Aia. L’Ilva fa altresì presente che l’assolvimento degli obblighi dell’Aia, che pone una serie di interventi ambientali e impiantistici, richiede necessariamente il ricorso al credito che “risulta impossibile in presenza di provvedimenti limitativi della proprietà e della gestione dello stabilimento”. Il vincolo sull’area a caldo “diviene, da subito, economicamente insostenibile”.

L’azienda punta su “due distinti elementi diriflessione”. Il primo: all’Ilva è stata rilasciata l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, e questa già dovrebbe bastare, secondo gli avvocati dell’azienda, per fare retromarcia. L’Aia da sola “è sufficiente – secondo l’Ilva – a inibire ogni ipotetico giudizio di permanenza del presunto pericolo di aggravamento o protrazione delle conseguenze dei reati contestati”. L’Aia, insomma, rende la fabbrica non più pericolosa “all’esito di una incisiva istruttoria e di una Conferenza di Servizi”. Non ci sarebbe stata alcuna concessione dell’Aia da parte del ministero “se l’intero iter non fosse saldamente fondato sulla consapevolezza dell’assenza di un pericolo per l’integrità dell’ambiente e della salute pubblica: consapevolezza appunto cristallizzata e confermata dagli elaborati scientifici offerti in questa sede”.

E qui è l’altro aspetto su cui si basa la richiesta di dissequestro. Cioè dieci documenti – controperizie e articoli scientifici – allegati alla richiesta che sarebbero “radicalmente contrastanti con tutti i rilievi e con tutte le conclusioni formulate dai periti del giudice per le indagini preliminari in sede di incidente probatorio, in relazione a ciascuno dei temi fattuali essenziali sia alla formulazione delle contestazioni elevate, sia in ogni caso alla pretesa sussistenza di un pericolo per l’integrità dell’ambiente e della salute pubblica”. Documenti di parte che “destituiscono di fondamento ogni presunta esigenza cautelare”, secondo gli avvocati dell’Ilva, ma affermano anche che se i periti del gip avessero utilizzato per la misurazione il limite ora in vigore di 40 microgrammi per metrocubo invece dei 20 microgrammi (considerato un valore obiettivo non raggiungibile a breve) “non vi sarebbe alcun eccesso di patologie e decessi a Taranto.

In ogni caso sarà negativo, secondo indiscrezioni, il parere della Procura della Repubblica di Taranto sull’istanza di dissequestro. Per questo motivo la decisione non sarà presa dalla Procura ma dal gip del Tribunale, al quale gli stessi pm “gireranno” l’istanza con il parere negativo motivato. Tutto questo dovrebbe avvenire domani, la decisione probabilmente in settimana.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Gaza-Israele,«firmato il cessate il fuoco». Hillary Clinton ringrazia l’Egitto

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Gaza-Israele,«firmato il cessate il fuoco»
Hillary Clinton ringrazia l’Egitto

La tregua a partire dalle 20. Bomba questa mattina su un bus sistemata in una borsa: decine di feriti. Non succedeva da sei anni. Due attacchi aerei nel nord della striscia: tre vittime

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TEL AVIV –L’Egitto ha annunciato il cessate il fuoco fra Israele e Hamas a partire dalle 21 locali, le 20 italiane. La notizia è stata data nel corso di una conferenza stampa al Cairo alla quale partecipa anche Hillary Clinton.Il segretario di Stato americano ha ringraziato l’Egitto per la sua mediazione nel raggiungimento dell’accordo e per avere assunto un ruolo di «leadership» e di «garanzia».

I raid su Gaza sono continuati stamane: almeno cinque persone sono rimaste uccise in due attacchi aerei separati condotti da Israele nel nord della striscia di Gaza.Nel primo attacco sono rimasti uccisi un padre con due figli (un maschio e una femmina). Nel secondo, nella località di Beit Hanun, è morta una persona finora non identificata. Un bambino di circa due anni è rimasto ucciso nel corso di un bombardamento israeliano in un edificio nel centro di Gaza. Il palazzo colpito a Gaza City è il grattacielo Naam, e ospita gli uffici dell’agenzia France Presse.

Esplosione a Tel Aviv. Un’esplosione si è verificata nel centro di Tel Aviv a bordo di un autobus. La deflagrazione è avvenuta nel frequentatissimo viale Shaul ha-Melech. Ci sarebbero una ventina di feriti, di cui almeno due in condizioni gravi. Secondo la polizia, l’esplosione è stata provocata da «un attacco terroristico». A pochi passi ci sono il Tribunale l’Asia House, un palazzo di uffici. Un ordigno sarebbe stato piazzato in una borsa all’interno dell’autobus della linea 67 della Dan, il cui parabrezza è andato completamente in frantumi. Era dal 2006 che non si verificava un attentato simile nel cuore di Tel Aviv.

Caccia all’attentatore. La polizia israeliana ha fermato e poi rilasciato un sospetto. Si dà la caccia a due sospetti. Alcuni testimoni oculari hanno riferito di avere visto un uomo collocare una bomba sul mezzo e poi fuggire via. Altri avrebbero visto una donna in possesso di un ordigno esplosivo. Lo riferisce il sito del Jerusalem Post. In precedenza, secondo quanto riferito dai media israeliani, la polizia ha arrestato un sospetto terrorista.

Hamas. «Se davvero si tratta di una operazione della nostra resistenza, ce ne felicitiamo»: è il primo commento a Gaza di una emittente di Hamas dopo aver appreso dell’esplosione. Secondo il sito della Bbc, alcuni altoparlanti nella città avrebbero attribuito la paternità dell’attentato proprio ad Hamas, i cui mezzi di comunicazione avevano avvertito gli israeliani della possibile ripresa degli attentati in Israele. Manca ancora, tuttavia, una rivendicazione ufficiale. L’attentato di Tel Aviv rappresenta «la naturale reazione all’aggressione israeliana di Gaza»: lo ha affermato Fawzi Barhum, un portavoce di Hamas, senza tuttavia rivendicare la paternità dell’attacco. «Avevamo avvertito nei giorni scorsi della eventualità di attentati in Israele, tanto più mentre i nostri civili continuano a morire» ha affermato Barhum. Fonti locali aggiungono che dal minareto di una moschea sarebbe giunta una rivendicazione dell’attentato: notizia che per ora non trova conferma.

L’Iran. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha ammesso che l’appoggio di Teheran a Gaza è anche «militare». Lo riferisce l’agenzia iraniana Fars. Lo stesso Larijani, secondo l’agenzia, ha inoltre esortato i Paesi arabi a fare altrettanto. «Sono onorato di poter affermare che il nostro sostegno alla Palestina ha un aspetto materiale e militare», ha dichiarato Larijani senza entrare in dettagli tecnici. Il presidente del Parlamento ha sostenuto che «per aiutare la nazione palestinese i Paesi arabi dovrebbero fornire assistenza militare».

L’Onu condanna. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon si dice «scioccato» per la notizia. Ban in una nota condanna l’attacco nei termini «più forti possibili». «Non ci sono circostanze che giustifichino il fatto di prendere di mira obiettivi civili», prosegue ancora il segretario generale, esprimendo allo stesso tempo solidarietà ai feriti.

Francia e Italia lanciano un forte appello affinché «tutti gli sforzi siano stati fatti per raggiungere una tregua indispensabile» in Medio Oriente: lo ha detto il presidente francese, Francois Hollande, nel corso di una conferenza stampa congiunta a Parigi con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La tregua sembra allontanarsi ancora di più, dopo lo stop di ieri sera. Fonti egiziane escludono a breve annunci di cessate il fuoco a Gaza. Israele, intanto, intensifica i raid sulla Striscia, mentre irazzi palestinesi uccidono un militare e un civile israeliani. Hillary Clinton spiega che si lavora per giungere a un tregua «nei prossimi giorni».

La città di Gaza è emersa oggi dopo quella che sembra essere stata la nottata di bombardamenti più pesanti dall’inizio dell’operazione israeliana “Colonna di nuvola”, otto giorni fa. Fonti mediche hanno aggiornato nelle ultime ore il bilancio delle vittime a 147. Il numero dei feriti supera il migliaio. I bombardamenti sono giunti dal cielo, dal mare e dalla artiglieria. Un importante edificio di governo di Hamas, il ministero della Sicurezza, è stato letteralmente raso al suolo. Colpite anche tubature di combustibile che passavano sotto al confine fra Egitto e Gaza. Per lunghe ore la Striscia è rimasta immersa in un’ oscurità totale.

Nell’infinito intreccio mediorientale, la speranza di una tregua a Gaza che nel pomeriggio di ieri sembrava a portata di mano è sfumata in serata quando si aspettava ormai solo l’annuncio ufficiale. «La tregua slitta a causa di Israele, dobbiamo aspettare fino a domani», aveva accusato un dirigente di Hamas. Una tregua che per la verità non aveva trovato nessuna conferma da parte israeliana, con il premier Benyamin Netanyahu che in serata ha accolto a Gerusalemme il segretario di Stato Hillary Clinton e che pretende garanzie stringenti per un cessate il fuoco.

Israele, che ovviamente diffida di Hamas, vuole “un garante della tregua”, individuato nell’Egitto di Mohamed Morsi, come emerso dalle indiscrezioni sulle condizioni circolate tra ieri e oggi sui media. «Israele non ha ancora dato una risposta alle proposte», ha fatto sapere in effetti Ezzat al-Rishq, uno dei dirigenti di Hamas troncando una ridda di voci e di mezze smentite che sono andate avanti per ore. Se il cessate il fuoco dovesse prevalere, l’obiettivo dell’offensiva diplomatica avviata sarebbe stato raggiunto. E l’Egitto del “nuovo” presidente Mohammed Morsi (che oggi ha avuto il terzo colloquio telefonico con Obama) potrebbe rivendicare il filo della mediazione, anche se nel pomeriggio si era esposto evidentemente troppo, annunciando entro stasera la fine della «assurda aggressione israeliana».

Netanyahu, dal canto suo, nell’incontro con Ban aveva ribadito che lo Stato ebraico è fermo sulla richiesta di «un accordo lungo» che non duri – come ha aggiunto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman – «una settimana o due». Netanyahu non ha esitato a ricordare che se i razzi continueranno a cadere, Israele non rinuncerà a «brandire la spada» in una delle sue due mani.

Mercoledì 21 Novembre 2012 – 08:59
Ultimo aggiornamento: 18:49
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Israele verso la catastrofe, di Moni Ovadia

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

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Intervento di Moni Ovadia:
“Un caro saluto a tutti gli amici del blog di Grillo. Sono già stato ospite del blog, con un filmato, e sono davvero contento di ritornare.
Naturalmente questa situazione in Medio Oriente, lo capiamo tutti, è una catastrofe. Ci sono due piani. Prima di tutto è il dramma dei civili innocenti. Io ho anche amici in questa questione: ho ricevuto proprio stamattina un messaggio da Israele, da un mio amico che diceva che un missile ha sfiorato la casa dove abita il suo nipotino piccino, di pochi anni, fortunatamente rimasto illeso. Ho avuto altri messaggi … Sotto i missili che ti cadono in testa deve essere veramente terribile. Ci sono state 5 vittime civili.

Quello che succede agli israeliani è spaventoso, perché i morti civili sono sempre spaventosi, però ai palestinesi succede 10, 100, 1000 volte di più.
Gli israeliani fondamentalmente hanno rifugi, hanno una cupola l’iron dome, che protegge, i palestinesi non hanno niente, hanno macerie su macerie. Subiscono a un livello spaventoso: intere famiglie vengono cancellate da un bombardamento, che dovrebbe essere un bombardamento mirato, ma non esistono i bombardamenti mirati. Alla fine le vittime vere sono i civili, soprattutto vecchi, donne e bambini.
È una catastrofe spaventosa ed è l’apice di un inferno in cui in generale i palestinesi di Gaza vivono ormai da decenni e non solo i palestinesi di Gaza. Per loro la tragedia è immane, ma anche nei territori occupati si vive in una prigione a cielo aperto.
Allora bisogna prendere in conto questo: avere uno sguardo umano, non lasciare mai cadere lo sguardo umano, altrimenti la catastrofe diventa assoluta e si precipita in un abisso.

Detto questo la situazione quale è? Non c’è una trattativa in corso, non si vuole accedere alla trattativa e c’è un governo in Israele, che secondo me è il peggiore della storia di Israele, che semplicemente non vuole uno Stato palestinese di fianco a Israele. Non lo vuole, e questa secondo me è la ragione principale di tutto il disastro.

C’è un uomo della trattativa in Palestina, che si chiama Abu Mazen. Lì le violenze si sono fermate da lungo tempo, lui è uomo di trattativa, ma Netanyhau dice che vuole la trattativa senza condizioni, solo per procrastinare sine die una possibilità di vera trattativa e non c’è trattativa che non preveda lo stabilimento di uno Stato palestinese sulla linea armistiziale del ’67, con Gerusalemme est come sua capitale. Se uno non accetta questa condizione di base vuole dire che la trattativa con i palestinesi non la vuole.

Nel contempo Netanyhau e Liberman sono riusciti a conferire dignità di interlocutore a Hamas, cioè i missili di Hamas hanno attratto la attenzione. 10 ministri degli esteri di Paesi arabi sono andati a Gaza per dare statuto importante di controparte a Hamas. Si dice che Hamas è terribile e poi allo stesso tempo con le azioni concrete gli si conferisce statuto di interlocutore. Quindi Hamas, ovviamente, prosegue nella sua linea. I morti civili dentro questo contesto per Hamas sono parte di quello che ha messo in conto e sta riuscendo a ottenere molto di più di quello che non può ottenere Abu Mazen, che è un uomo che pacificamente chiede che la Palestina venga ammessa all’Onu come Stato osservatore. Questo gesto di Abu Mazen, del tutto ragionevole, sensato, giusto, da ogni punto di vista, per Israele, con l’accordo degli Stati Uniti viene bloccato, e anche la Comunità Europea che è vile, è pavida, non alza la testa, non dice niente.
L’origine di questa catastrofe è la mancanza di ossigeno a una vera e autentica trattativa. Il governo Netanyhau / Lieberman non la vuole questa trattativa con lo stato Palestinese.

Poi naturalmente dicono “Hamas è terrorista“, però poi si deve trattare con Hamas terrorista. La trattativa si fa con il nemico no? E questo è un autentico disastro, non ci sarà pace fino a che i palestinesi non riceveranno la piena dignità, i palestinesi sono sottratti di ogni cosa, gli insediamenti in Cisgiordania aumentano a dismisura. Gaza è un autentico inferno, perché gli israeliani sì si sono ritirati ai tempi di Sharon, ma hanno sigillato il territorio. L’assedio, fino a prova contraria è un atto di guerra.

Poi non hanno lasciato neanche arrivare le Freedom Flotilla, che sono navi che portavano aiuti. Si sono alienati il governo turco, che è un Paese molto potente nell’area che svolge un ruolo molto importante. Allora siamo di fronte a una catastrofe, per una politica cieca, miope, che non ha orizzonte, che si limita solamente al mantenimento dello status quo, all’allargamento degli insediamenti e a dire retoricamente che “Hamas sono i terroristi cattivi“. Tutta questa retorica blocca il vero problema, e cioè la pace si fa intanto con i nemici, fino a prova contraria, e poi la pace va rischiata per aprire una nuova prospettiva, oltretutto lo scenario in tutto il Medio Oriente è cambiato radicalmente e invece Natanyhau / Lieberman e tutti quelli che sono con loro, sono incastrati in una visione vecchia, finita. Tutto si sta trasformando, anche gli equilibri di forza, non ci si può basare solo sulla propria forza militare in eterno facendo tutto il contrario di quello che serve alla pace. Ripeto, gli insediamenti non hanno fermato neanche la costruzione di un cesso! Allora io credo, e è una cosa ovviamente per me disperante, perché vedere questo macello di civili innocenti, vedere gente, quello che vediamo che succede dei Territori Palestinesi, che naturalmente le televisioni arabe ripetono, perché fanno il ruolo dei media, come tutti i media, le cose più spaventose, appunto una intera famiglia di 40 persone eradicata, cancellata completamente con i corpi sbranati, è ovvio che l’odio nel mondo arabo per Israele cresce Tutto questo è nell’interesse di Israele? E poi piovono i missili, muoiono anche i civili israeliani, ma dove si va con questa cosa? Ma Netanyhau e Lieberman non hanno la minima intenzione di cambiare la loro politica. Speriamo che ci sia un barlume di luce anche nella società israeliana perché alle prossime elezioni si liberino di questo governo la cui politica è nefasta, ovviamente per i palestinesi, che subiscono quello che subiscono, ormai è un calvario senza fine, ma anche per gli israeliani, perché in questo modo Israele non ha un vero futuro!” Moni Ovadia

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Il popolo dell’esilio di Moni Ovadia

Una lunga e intensa intervista, in cui l’artista esprime la sua posizione sulla questione mediorientale con la voce ironica e commossa di un ebreo che desidera la pace fra Israele e i palestinesi. – VAI AL LIBRO

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fonte beppegrillo.it

L’ITALIA DEI CIALTRONI – Export rifiuti, un primato avvilente

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RIFIUTI ALL’ESTERO, RICCHEZZA PER ALTRI

Un primato avvilente

In Germania finisce sotto terra meno del 3 per cento dei rifiuti urbani. In Italia oltre il 50 per cento

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Ultimi per crescita economica, occupazione e produttività, ci presentiamo in Europa con un avvilente primato: quello dell’export dei rifiuti. Da anni Napoli e la Campania spediscono la spazzatura ai termovalorizzatori sparsi per il continente. La più recente destinazione conosciuta è l’Olanda, che si offre di bruciarla al modico prezzo di 150 euro la tonnellata. E adesso tocca persino all’immondizia di Roma finire sul mercato. L’azienda municipalizzata del Comune ha indetto una gara europea per lo smaltimento di 1.200 tonnellate al giorno: andranno a chi pretenderà la cifra più bassa per trasformarle in energia elettrica. Da tre anni non si riesce a individuare il sito, dicono provvisorio, per i rifiuti che l’ormai satura discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, non può più accogliere. Così il Campidoglio si è arreso: la raccolta differenziata è stimata al 25 per cento, 40 punti in meno rispetto al valore da raggiungere in base alle norme europee entro dicembre, e mancano gli inceneritori.

A Parma, invece, l’impianto verrà completato ma non brucerà i rifiuti della città. Al massimo quelli degli altri Comuni del circondario. Il sindaco Federico Pizzarotti, del Movimento 5 Stelle, non può bloccare l’inceneritore, visto che la competenza è della Provincia, ma intende tener fede alla promessa elettorale. Sarà dunque per paradosso esportata anche la spazzatura dei parmigiani, magari insieme a quella della Valle D’Aosta che con un referendum votato dal 94 per cento dei cittadini domenica ha detto no al «pirogassificatore»?

Nessun altro Paese d’Europa ha una situazione come la nostra. In Germania finisce sotto terra meno del 3 per cento dei rifiuti urbani. In Italia oltre il 50 per cento, e poco importa che entro il 2020 le discariche (come pure gli inceneritori) dovranno essere bandite. Il territorio nazionale ne è disseminato, con devastazioni ambientali inimmaginabili e rischi gravissimi per la salute. Secondo i magistrati siciliani la discarica di Bellolampo, in cui per anni è stata sversata la spazzatura di Palermo, avrebbe inquinato le falde acquifere nei pressi della quinta città italiana nella più completa indifferenza degli amministratori.

Storie purtroppo tragicamente normali per questa Italia, incapace di affrontare e gestire anche problemi apparentemente semplici per qualunque Paese civile. Un’Italia dove i livelli decisionali sono troppi, confusi e perennemente in lotta tra di loro. Dove tutto diventa sempre emergenza, generando spinte emotive che la politica, prigioniera di veti incrociati che paralizzano ogni scelta, non è in grado di governare. E dove quindi cose altrove normalmente realizzabili si rivelano missioni impossibili.

La mediocrità della classe dirigente è insieme causa e conseguenza di questo stato di cose. Il ministro Corrado Passera ha parlato di una situazione causata a Roma da «anni e anni di non azione», durante i quali era molto più facile, e sul momento anche meno costoso, gettare i sacchetti dell’immondizia in discarica anziché affrontare seriamente il problema. Di volta in volta passando il cerino acceso ai successori. Bel modo di amministrare. Come è davvero una bella figura quella che ora facciamo davanti a tutto il continente chiedendo se qualcuno ci può aiutare a smaltire l’immondizia della capitale. Pensate un po’, proprio nel bel mezzo della «Settimana europea della riduzione dei rifiuti», una campagna sostenuta da Bruxelles per sensibilizzare al problema i cittadini dei 27 Paesi dell’Unione. Che tempismo…

21 novembre 2012 | 12:50

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fonte corriere.it

Legge stabilità, primo sì alla Camera. Ma i sindaci d’Italia minacciano le dimissioni


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Legge stabilità, primo sì alla Camera
ma i sindaci minacciano le dimissioni

Via libera alla fiducia con 426 voti favorevoli. Ma arriva l’ultimatum dell’Anci: o il provvedimento cambierà al Senato o lasceremo in massa. Il messaggio recapitato al ministro per i rapporti con il Parlamento Giarda

Legge stabilità, primo sì alla Camera ma i sindaci minacciano le dimissioni

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APPROFONDIMENTI

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ROMAPrimo sì alla fiducia per la legge di stabilità alla Camera, mentre insorgono i sindaci. In aula, a Montecitorio, i sì sono stati 426.  A votare contro – oltre ai deputati di Lega e Idv – quelli delle minoranze linguistiche, di Noi Sud ma anche Paolo Vella del Pdl. Al partito di Berlusconi ed Alfano, inoltre appartengono 18 dei 21 astenuti tra cui il coordinatore Ignazio La Russa. Ad essi si aggiungono Beppe Giulietti (Misto) e Giancarlo Lehner (Pt).

Ma intanto i sindaci annunciano che sono pronti a dare le dimissioni in massa se il provvedimento non cambierà. Una delegazione dell’Associazione dei Comuni lo ha annunciato oggi al ministro dei Rapporti con il Parlamento Giarda, in un faccia a faccia alla Prefettura di Milano. “Il ministro ha compreso la gravità della situazione – ha detto il presidente Anci, Graziano Delrio – ma non era autorizzato a dare risposte”. “A questo punto – ha continuato il sindaco di Reggio Emilia – attendiamo che il messaggio sia trasferito a Monti poi o arriveranno le risposte o si troveranno con un pezzo della repubblica che non riesce a svolgere le sue funzioni e andranno a governare le comunità locali con i prefetti”.

Dopo la manifestazione di questa mattina, e l’incontro con Piero Giarda, i sindaci incontreranno anche i segretari di partito: prima quello della Lega Roberto Maroni, domani quello del Pdl Angelino Alfano e del Pd Pier Luigi Bersani.

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fonte repubblica.it