Archivio | novembre 25, 2012

#25 NOVEMBRE – Violenza: le donne non sono stupide

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Giudica i violentatori. Non le donne.

Violenza: le donne non sono stupide

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di Luisa Betti

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Mi ricordo il 25 novembre di due anni fa quando scrissi un pezzo dal titolo emablematico: “Violenza sulle donne, mattanza silenziosa”, dopo che i centri antiviolenza mi chiamarono disperati perché le donne continuavano a morire e non sapevano come fare perché nessuno si filava la notizia. Oggi la situazione invece è fortunatamente ribaltata: di femmincidio ne parlano tutti e la stampa e la tv è piena di storie su questo fenomeno. Eppure bisogna stare attente perché oltre ai tantissimi eventi e manifestazioni che nel Paese si accavallano, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne rischia di essere un boomerang all’italiana, perché senza decisioni serie, dirette, e senza una risposta istituzionale con politiche concrete per contrastare il femmincidio, potrebbe essere che dopo la valanga mediatica tutto poi rimanga com’era.

Per fermare il femmincidio le deputate Bongiorno (Fli) e Carfagna (Pdl) sostengono un ddl che è la proposta di modifica di alcuni articoli del codice penale per dare l’ergastolo a chi uccide “in reazione a un’offesa all’onore proprio o della famiglia” (onore? Il delitto d’onore da noi è stato cancellato nel 1981), chiedendo di introdurre l’aggravante negli omicidi a seguito di maltrattamenti (già c’è, ed è stato introdotto a ottobre con la ratifica della Convezione di Lanzarote) e introducendo il matrimonio forzato (un grosso problema per l’Italia). Cioè: nulla. La senatrice Anna Serafini, che sta costruendo un ddl per il contrasto al femminicidio, pur con tutta la buona volontà, non ha ancora chiaro quali siano i punti nodali per affrontare il problema e continua a girare in tondo con un documentone che andrebbe snellito e rivisto attentamente prima di portarlo in giro; mentre il suo partito, il Pd, lancia l’iniziativa “scarpette rosse” perché sia mai che poi si dica che loro non hanno fatto nulla sulla violenza (alcune deputate del Pd indosseranno scarpe rosse con lo slogan: Scarpe rosse eppur bisogna andar). Alla ribalta è tornata anche Isabella Rauti che invece su questi temi sa il fatto suo, e che per questo ha lanciato due giorni fa una campagna ben finanziata con l’associazione “Hands off Women-How”, che parte dal fatto che le violenze di genere “non possono essere considerate fatti individuali e privati, ma devono essere affrontate e contrastate come responsabilità collettive”: proprio lei che ha appoggiato alla Regione Lazio la Legge Tarzia contro i consultori cercando di affossare la legge 194 sull’interruzione di gravidanza? Non lo sa che la lotta alla violenza comincia dall’autodeterminazione a partire dalle scelte che riguardano il proprio corpo? Anche il Vaticano è degno di nota perché preannuncia scenari di interessanti alleanze: “la donna – si legge sull’Osservatorio Romano nel suo editoriale – conquistati i diritti, è diventata cittadina a pieno titolo, ed è un giro di boa troppo grande da accettare nei rapporti domestici di ogni giorno”, frasi che echeggiano nelle mie orecchie perché già sentite da una parte di Snoq (Se non ora quando) quando sono stata al grande convegno sulla violenza di genere “Mai più complici” a Torino (metà ottobre) e in cui più volte ho sentito dire che in realtà la violenza sulle donne è scatenata dalla non accettazione dell’emancipazione da parte dei maschi che, poverini, non sanno da che parte girarsi (magari fosse così semplice).

Nel mondo 140 milioni di donne hanno subito qualche forma di violenza (una su tre), che è anche la prima causa di morte o invalidità tra i 16 e i 44 anni, e ogni anno vengono stuprate 150 milioni di bambine, mentre in Italia 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito nella vita almeno un tipo di violenza. Eppure una delle emergenze più forti rimane, qui da noi, la violenza domestica che compone l’85% della violenza nel suo totale. E allora passiamo al governo, che sui femmincidi non è stato capace di dare neanche un riconoscimento pubblico dicendo: sì, è vero, queste donne sono vittime di femmincidio perché uccise con movente di genere. Un governo che, ripreso più volte dalle Nazioni Unite – con le raccomandazioni Cedaw (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e quelle della special rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo – non ha alzato un dito neanche a fronte di scadenze (entro fine dicembre 2012) che riguardano le richieste urgenti dell’Onu e che sono: “trovare il modo di finanziare stabilmente i centri antiviolenza, monitorare l’applicazione della 154/2001 (provvedimento che dispone l’allontanamento con cui il giudice prescrive all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ndr), aprire un’inchiesta per verificare se sussista una responsabilità in tutti quei casi in cui la donna è stata uccisa da una persona nei cui confronti aveva già sporto una o più denunce” – come dice Barbara Spinelli, avvocata Piattaforma Cedaw.

E quindi poniamo alcune domande, e diamo alcune risposte.

Il ministro degli affari esteri, Giulio Terzi, ieri ha detto sul 25 novembre che: “Non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia di fronte ai casi di violenza, di abuso e di maltrattamenti sulle donne. Istituzioni, parti sociali, mondo dell’associazionismo, magistratura, forze dell’ordine: tutti insieme dobbiamo fare di più”. Risposta: mai abbassata la guardia, l’associazionismo si è preso la responsabilità dello Stato creando servizi a supporto delle donne che subiscono violenza e mantenendo a stento, e con finanziamenti a singhiozzo, un lavoro altamente professionale; mentre le forze dell’ordine spesso tendono ancora oggi a rimandare a casa le donne che subiscono violenza domestica, accanto a una Giustizia che non sempre è in grado di difendere queste donne.

La ministra del Lavoro e delle Pari Opportunità, Elsa Fornero, sempre ieri sulla violenza, ha detto: “Ho avuto modo di incontrare molte donne, di sentire ancora fortissima la violenza, la pressione e la distanza nei confronti delle donne in molti ambiti, anche all’interno della famiglia, nei posti di lavoro: quindi il tema è più che mai attuale. Molte ricerche dimostrano che laddove il lavoro è sia della donna che dell’uomo nella famiglia i bambini vivono meglio, non solo in termini materiali ma anche di benessere psicologico. Quindi c’è una maggiore sicurezza”. Risposta: mi viene da ridere, proprio lei, ministra, che ha ridotto questo paese sul lastrico in un contesto in cui le donne sono le prime ad uscire dal mondo del lavoro e a rimanere, come si dice: con le pezze in quel posto? Le donne, per merito suo, sono le prime a essere disoccupate, e in momenti di crisi sono costrette anche a prendersi il carico di un welfare ridotto all’osso, tutto gratis, un regalino che la cultura fa passare come “lavoro di cura adatto a una donna-madre-moglie-schiava”. Un panorama in cui le donne che subiscono violenza domestica rimangono a casa a farsi massacrare dal marito, perché non hanno un’indipendenza economica e non sanno dove andare.

La ministra di Giustizia Paola Severino, ha invece riconosciuto ieri la natura culturale della violenza sulla donne, riconoscendolo come fenomeno trasversale che avviene sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri: “Il problema sociologico della violenza sulle donne – ha osservato Severino – non riguarda le donne, visto che tutte le fasce di donne sono colpite, ma riguarda la cultura degli uomini, una cultura che si radica nel senso del possesso. Mariti, padri, fratelli, amanti che ritengono di dover possedere la loro donna, le creano attorno una specie di cerchio di fuoco, la allontanano dal resto della famiglia, la isolano, la amano in modo folle, malato, la picchiano. E la donna non reagisce, perché non è supportata, è isolata, si vergogna e ritiene che l’amore possa vincere tutto e questo è un grande errore. Invece bisogna creare una cultura dell’antiviolenza”. In più ha ribadito la necessità della ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza domestica, e ha riconosciuto che come lo stalking possa sfociare nel femmincidio, mentre sull’inasprimento delle pene ha detto che “può essere un segnale importante, ma fondamentale è l’applicazione della pena esistente”.

Ebbene, la mia risposta alla ministra Severino sarà molto articolata.

Ieri sono stata a Napoli a moderare un Convegno dal titolo “Adultocentrismo, separazioni conflittuali, nuove forme di violenza su donne e bambini. La terapia della minaccia e l’allontanamento coatto nelle c..d. case famiglia”, un evento nato dalla campagna della piattaforma “30 anni di Cedaw: Lavori in corsa” e promosso da un felice connubio tra napoletane, come Elena Coccia  (Vice Presidente del Consiglio comunale  di Napoli) e toscane come Sara Vatteroni (membro ELWN European Liberal Women’s Network e responsabile nazionale del dipartimento Democrazia Paritaria di IDV). Un convegno che è durato 6 ore con una sala (al Maschio Angioino di Napoli) strapiena e vivace, fatto da interventi di alto livello e testimonianze forti. Qui ho sentito storie di ordinaria violenza fatta su donne e bambini prigionieri in casa, torurati e costretti a una vita umiliante e senza via di uscita. Ho visto donne con il viso provato da una sofferenza immane confessare come si siano dovute difendere prima dai mariti che le massacravano in casa e poi nei Tribunali italiani perché non credute e trasformate da vittime a imputate della loro stessa pena. Ho ascoltato psicologhe che faticavano a raccontarci come perizie di abusi sessuali su minori da parte di familiari fossero travisate e manipolate da Ctu (Consulenze d’ufficio) e da servizi sociali pronti a ridare in mano bambini ai loro abusanti tra le mura domestiche, con madri disperate perché non riuscivano a difendere né se stesse, né soprattutto i loro figli, dalle violenze. Ho appreso che due gemelle di 4 anni che subivano lavaggi intrusivi dal padre ogni volta che lui tornava a casa, non sono state credute malgrado nei colloqui fosse chiara la violenza subita, con una madre disperata e non creduta in sede di giudizio, dove è stato detto che il padre era solo “maldestro” nei lavaggi. Ho sentito il racconto di una signora che dopo la nascita della figlia è dovuta fuggire in ciabatte dalla sua casa con la piccola in braccio, e che dopo essersi messa in salvo in casa dei genitori, si è vista tornare il marito  “accasato con un’altra” pretendendo l’affido della bambina con richiesta di decadenza della potestà materna. Tutte donne che subiscono violenza in casa e che cercano di difendere se stesse e i loro figli da abusi e maltrattamenti, subiti o assistiti, e che quando chiedono aiuto alla giustizia, non solo non sono credute, ma rischiano anche di perdere i loro bambini che sono considerati “malati” perché se denunciano violenze è solo perché sono manipolati dalla madre.

Ho appreso che la famigerata Pas (sindrome di alienazione parentale) viene automaticamente richiesta nella maggior parte dei casi di violenza denunciata o accertata da parte del partner, e che una volta “certificata” da una Ctu il giudice non chiede prove, non verifica testimonianze, ma rinchiude il minore nelle case famiglia dove ormai vivono in Italia, circa 40.000 minori. A Napoli medici, psichiatri, avvocati hanno ribadito che sebbene anche il ministero della salute abbia messo nero su bianco che questa sindrome non esiste, viene ancora applicata nei tribunali italiani. Maria Serenella Pignotti, neonatologa, pediatra, medico-legale del Meyer di Firenze, ha detto che il ministero della Sanità conferma che l’80% dei bambini è in ottima salute e vorrebbe vedere dove sono tutti questi piccoli malati di Pas. Annamaria Raimondi, di D.i.re (Donne in rete contro la violenza) e Elvira Reale, psicologa del Presidio Ospedaliero S. Paolo (Sportello Antiviolenza donne e minori) hanno detto che le perizie psicologiche nei casi di maltrattamento e violenza, sottostanno spesso “a un pregiudizio in cui è forte il dislivello di potere esistente tra uomini e donne”, e dove la donna che denuncia, magari dopo anni di maltrattamenti e in uno stato mentale di forte disagio psicologico, viene trattata come una poveraccia non credibile nel racconto delle violenze sia se sono state subite da lei che dai minori in casa. Flora Antinolfi, dell’associazione Giuristi Democratici, ha detto che i minori sono ormai come un “pacco” da affidare all’uno o all’altro da parte dei giudici, e pochi si chiedono seriamente perché un bambino non vuole vedere un genitore; mentre per Sara Vatteroni (Idv) “se il bambino rifiuta di vedere il padre e se viene denunciato un abuso, un atto di pedofilia o di molestia sessuale, il padre ricorrerà alla Pas per dire sempre e comunque che si tratta di condizionamento della volontà del minore da parte della madre”.

Tutto questo, ministra Severino, succede nei tribunali civili e nei tribunali dei minori di tutt’Italia, e succede per superficialità, per incompetenza, e per un pregiudizio radicato, per quella cultura di cui parla anche lei e che sta rovinando la vita di tantissime donne compresi i figli. Ma non basta dirlo, bisogna evitare che succeda, e non dicendo cosa devono fare le donne ma rendendo più competente quella magistratura, quelle forze dell’ordine e tutto il personale che istituzionalmente dovrebbe difendere e creare un muro tra la violenza e le sue vittime. Le donne non denunciano perché sanno che non saranno credute, che saranno umiliate, che le loro parole sarannno sottovalutate, e rimangono in casa e subire violenza, fino anche a morirne, perché non vogliono subire sulla loro pelle un altro tipo di violenza, che è ancora più degradante: quella istituzionale. Le donne non sono stupide.

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fonte blog.ilmanifesto.it

MA CHE BELLE PRIMARIE !, di Carlo Bertani

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MA CHE BELLE PRIMARIE !

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DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.it

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Ringraziamo Carlo per darci la possibilità di pubblicarlo nuovamente su comedonchisciotte
La redazione

La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla parola “primarie” è “primati”, ossia scimmie un po’ evolute, ma sempre scimmioni con poco cervello.

Così, Domenica prossima (oggi, ndr) andranno in onda (è il caso d’usare questa locuzione) le tanto strombazzate primarie del PD, nelle quali il partito conterà gli equilibri interni prima della scissione: quelle del PdL non meritano nemmeno che si sprechi carta per una buffonata.

E’ un fatto che vincerà Bersani – l’apparato è pronto ed oliato solo per questa evenienza – qualora dovesse vincere Vendola l’accelerazione centrifuga verso la scissione dei pro-Monti nei confronti dei contro-Monti subirebbe un incremento imprevisto, ma non cambierebbe niente del loro futuro.

Renzi sarà rottamato: vedremo se Monti e Berlusconi offriranno di più per ritirare il rottame, oppure la città di Firenze se lo dovrà tenere a vita.

Ciò che mi fa pensare ad un’operazione di facciata e senza senso – roba da primati, appunto – è che le primarie non contano nulla: hanno un senso nel sistema elettorale statunitense, che è radicalmente diverso da quello italiano. Pensate: hanno ancora i “grandi elettori”, roba che da noi ricorda imperatori e vassalli.

E’, però, roba “ammericana” come il chewing-gum e la Coca-Cola: prendi ‘sta roba dall’America e buttala nella politica italiana. Già che c’erano, potevano fare le primarie per eleggere il Politburo del Partito: sarebbe stato veramente grandioso.

Perché non contano nulla?

Perché ogni tornata elettorale – sia essa politica oppure amministrativa o, ancora, un referendum – nel sistema legislativo italiano deve essere emanata da un’autorità neutrale (ne esistessero ancora…) come la Presidenza della Repubblica. Inoltre, i risultati vanno al vaglio delle Corti d’Appello: non sarà tanto – ricordiamo “Il portaborse” di Nanni Moretti e le a dir poco “fumose” elezioni del 2006 – ma qualcosa è.

Invece, le cosiddette primarie sono soltanto delle consultazioni interne, ma senza nessuna garanzia che il voto per quel candidato sia dato da un elettore non tanto del PD, quanto almeno dell’area di centro sinistra che vorrebbe rappresentare.

Poi, l’aggiunta dei due euro sa di “tassa occulta” per il partito: due milioni d’elettori – ha detto Bersani – quattro milioni di euro che entrano. Che ne faranno? Mah…

Quelli di Casa Pound hanno dichiarato che voteranno Bersani: per carità, liberi di votare chiunque, ma mi sembra un po’ un assurdo. Oppure un gioco politico. Chissà quanti di destra andranno a votare – dietro suggerimento del Partito – per Renzi, oppure per Vendola…insomma, scusate il termine: una cagata.

E veniamo ai programmi.

Veramente, dopo la riga sopra, potremmo lasciare un lungo spazio bianco – a mo’ d’Apollinaire e della sua “pittoscrittura” – perché si sente solo parlare di “dopo-Monti” uguale al prima, oppure di qualcuno che prenderà il posto di Monti per fare le stesse cose. O quasi.

Bersani ha rilasciato un’intervista sulla scuola (1) a Massimo Giannini ed è stato chiaro come l’acqua, nel senso di limpido, inodore ed insapore com’è il liquido più comune. Cambiare? Certo, sicuro. Cosa? Qui inizia la furbizia contadina del segretario del PD: ci sono cose che non ci piacciono…la scuola va lasciata “tranquilla” (ma cosa vuol dire!?!)…minacce no, per carità noi non minacciamo crisi di governo, pensiamo che si possa “ragionare”…

A forza di ragionamenti, siamo finiti per pagare per i giorni di malattia, per andare in pensione quasi a 70 anni, a non avere più un aumento di stipendio da anni, ad avere tagli all’organico che costringono ai salti mortali, decurtazioni ai fondi per le quali, in una scuola, spendere 100 euro è già un problema…lasciarla “tranquilla”?!? Voleva forse dire che, loro, smetteranno di tassarci e di tagliare? Beh, su questo posso quasi essere d’accordo, nel senso che c’è più poco da sciacallare.

Insomma, da tutta la filippica (vedetela in nota) non si ricava un provvedimento concreto, un fatto certo, una legge da cambiare: nulla.

Vorremmo ricordare all’arzillo segretario del PD una frase di Mao: “Il potere nasce dalla canna del fucile”. Per chi non prende nemmeno in considerazione un voto contrario, nasce dalla canna del gas.

Non soddisfatto dalla bella performance sulla scuola – con vicino un Massimo Giannini del quale lodiamo l’intelligenza, un po’ meno il servilismo di vedersi (è un bravo giornalista) relegato a pappagallo ripetente di domande già concordate – ha dissertato sulle pensioni(2).

Anche qui il solito panorama, anche se qualcosa di concreto c’è: l’idea (lo ripete 50 volte) non è quello di cambiare la riforma Fornero, bensì di migliorarla, renderla “perfettibile”. Come?

Agendo sulla flessibilità in uscita, nel senso che – se vuoi andare in pensione “giovane”, diciamo a 62 anni – ti “riduciamo” la pensione, altrimenti vai da “meno giovane”, ossia a 70. Insomma, a 62 anni 800 euro, a 70 1.400: come aveva già dichiarato all’insediamento del governo Monti(3).

Dobbiamo scaldarci e venirti a votare, dandoti 2 euro, per tutto questo? Neanche una parola sulle scandalose pensioni dei parlamentari e dei manager, sulle liquidazioni stellari, sui finanziamenti in chiaro ed occulti ai partiti: ma per chi ci prendi?

Il bello è che l’avvocato nato a Bettola – nomen omen… – non s’accorge nemmeno della trappola nella quale sta per finire oppure, se lo sa, sta tradendo tutti gli elettori della cosiddetta “sinistra” italiana. Cosa sta tramando il commensale del tavolo appresso?

La novità si chiama Montezemolo.

Il bel Lucherino – “libera e bella” per gli amici, dalla nota pubblicità dello shampoo (per il ciuffo) – è stato obbligato a “scendere in campo” quando s’è visto che un altro “bello” – Casini – non tirava fuori un ragno dal buco: nonostante tutti gli sforzi per dimostrare che “Monti è bello”, mettendogli pure insieme Fini e l’altro bello – Cicciobbello-Rutelli – non riuscivano nemmeno a mettere insieme un misero 8% per arrivare al Senato. Cavoli amari, anzi, amarissimi con Grillo intorno al 20%.

La mossa Montezemolo qualcosa frutterà: senz’altro richiamerà voti dalla corazzata in demolizione del PdL – ma quanti? Dove c’è Berlusconi di mezzo non ci si può mai fidare – e allora, allora…che dire dell’ala “cattolica” del PD?

Quanto valga oggi, prima delle elezioni, la ex Margherita è difficile dirlo ma, se si presentasse con l’appoggio incondizionato a Monti, non crediamo che andrebbe oltre un 5%, ad essere ottimisti (per loro).

Allora, si va alla contrattazione interna (le primarie, appunto) – dove, ricordiamo, basta pagare due euro e può votare anche Berlusconi in maschera – per spuntare nei posti in lista il massimo numero di collegi sicuri, in fin dei conti dei nominati.

L’obiettivo al quale puntano i vari Fioroni, Letta (nipote), Tabacci…è raggiungere almeno il 20% di nominati, facendo forza sull’altra “ala” democristiana della Bindi e di Franceschini: insomma, portare via più posti che è possibile all’ala bersaniana. Poi, quando mancheranno una manciata di voti per una maggioranza (questo è il lavoro occulto di Napolitano) di centro (Monti) che va da gruppi ex PdL (la Bertolini, ad esempio), reduci di AN, passa per il centro di Montezemolo, Casini, Fini e Rutelli e termina con Fioroni alla testa di un partito che, nella realtà dei voti, conta circa il 5% (o meno) dei voti del PD – un 2% a livello nazionale – e che si troverà, invece, una quota di parlamentari più alta.

Ci sembra impossibile che Bersani non ci sia arrivato: lo vedremo dopo l’investitura, se farà oppure no i conti all’interno. Chi resterà e chi se ne andrà prima delle elezioni? No…i democristiani sono troppo furbi per fare mosse azzardate e resteranno buoni buonini, come gatti sul cuscino fino alle elezioni.

Perché, Bersani, non li metti alla prova con un’altra proposta di legge sui matrimoni gay?

Non lo farà: ha troppo paura delle scissioni, vorrà dire che tutto il partito diverrà “montiano” e i democristiani, col loro manipolo, continueranno a controllare quello che un tempo era il grande partito della sinistra.

Tutto ciò, che in realtà segue una progressione costante da anni, ha privato il PD del suo elettorato tradizionale: a forza di “correre al centro”, hanno regalato un quinto dell’elettorato a Grillo. Si tratta di un elettorato che il PD non potrà più utilizzare per un progetto comune della sinistra (qualcuno, all’interno del PD, strizza l’occhio), giacché le posizioni sono diventate troppo distanti.

Così, dalla vittoria in tasca che aveva un anno fa, Bersani si troverà in una posizione ambigua: forte sì di un 35% (con Vendola), ma dall’altra parte i giochi sono più vari e possono, all’occorrenza, mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. Basta sostenere Monti.

Facile no?

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.it
Link: http://carlobertani.blogspot.it/2012/11/ma-che-belle-primarie-la-prima-cosa-che.html
23.11.2012

(1) Fonte: http://www.partitodemocratico.it/doc/244978/bersani-scuola-le-nuove-misure-sono-inaccettabili.htm
(2) Fonte: http://video.repubblica.it/dossier/primarie-pd-2012/bersani-perfezioneremo-la-riforma-delle-pensioni/107939/106319
(3) Fonte: http://qn.quotidiano.net/politica/2011/10/28/609224-bersani_pensioni_volontarie.shtml

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fonte comedonchisciotte.org

NOINO.ORG – Uomini contro la violenza sulle donne

noino: uomini contro la violenza sulle donne

Uomini contro la violenza sulle donne

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Noi siamo uomini e siamo contro tutte le violenze sulle donne. Perché per sentirci uomini non abbiamo bisogno di essere violenti. Ma per fermare la violenza abbiamo bisogno di te. Entra a far parte di noino.org. Aderisci alla campagna, condividila su Facebook, mandaci parole, video e immagini. Chi minaccia e umilia le donne conta sul silenzio, noi contiamo sulla tua partecipazione. I violenti sembrano uomini come noi? Noi non siamo uomini come loro. Gli strumenti per dimostrarlo sono sul web e in città. Usiamoli per dire NO alla cultura del possesso e del controllo, alla disinformazione, alle giustificazioni. La fine delle violenze maschili contro le donne inizia da noi. NoiNo.org è una campagna promossa da Fondazione del Monte in collaborazione con l’associazione Orlando.
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Campagna di comunicazione a cura di Comunicattive

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fonte noino.org

Imu, nuove regole per le esenzioni. Istituti cattolici in rivolta: chiuderemo


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Imu, nuove regole per le esenzioni
Istituti cattolici in rivolta: chiuderemo

Scuole e cliniche esenti solo se la retta è simbolica. Sanità e alberghi, vale il criterio della metà dei prezzi di mercato

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di Luca Cifoni

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ROMA – Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del regolamento, corretto in base alle indicazioni del Consiglio di Stato, si avvia forse a conclusione lavicenda dell’Imu (già Ici) per la Chiesa cattolica e per le organizzazioni no profit. Qualche dubbio però rimane, visto che ora toccherà ai Comuni applicare concretamente criteri non semplici, dato l’obiettivo di separare le attività commerciali da quelle che tali non sono. E le scuole cattoliche sono già in rivolta: «Nessuna scuola è gratuita, i docenti chi li paga? Con quali soldi? Tutte le scuole sono in fallimento, le chiuderemo in un anno, licenzieremo 200 mila persone, così tutti quanti saranno contenti», ha affermato padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Agidae che raggruppa le scuole gestite dall’autorità ecclesiastica.

Il problema è noto: la legge istitutiva dell’Ici, confermata su questo specifico punto quando il tributo comunale è stato trasformato in Imu, prevedeva l’esenzione per gli edifici di culto. Ma nel corso degli anni sono rimasti incerti i criteri con cui il beneficio doveva essere applicato alla generalità dei soggetti no profit (compresi sindacati, partiti e altre associazioni). Nel 2004 una sentenza della Cassazione ha precisato che le attività assistenziali, sanitarie, didattiche culturali o di altro tipo, per quanto esercitate da enti no profit, dovessero comunque avere un carattere non commerciale. Sono seguite diverse interpretazioni dei governi che si sono succeduti, fino all’avvio di varie procedure di infrazione a livello europeo, l’ultima delle quali a fine 2010: l’obiezione di Bruxelles è che l’esenzione dal tributo rappresenta un indebito vantaggio rispetto alle altre imprese.

Il regolamento appena pubblicato arriva dopo il provvedimento legislativo con cui a inizio anno il governo Monti aveva affrontato la materia.Per prima cosa vengono definiti i requisiti generali che un’attività deve possedere per essere definita non commerciale: c’è il divieto di distribuire utili, l’obbligo di reinvestire gli avanzi di gestione nell’attività di solidarietà, e ancora l’obbligo, in caso di scioglimento dell’ente non commerciale, di devolvere il patrimonio ad un altro ente analogo. Ma ci sono anche requisiti più specifici relativi alle diverse attività. Così per quelle sanitarie si richiede la gratuità delle prestazioni in convenzione con il servizio sanitario nazionale oppure, se la convenzione non c’è, il versamento al massimo di corrispettivi simbolici, ossia pari a non più di metà dei prezzi di mercato praticati nello stesso ambito territoriale.
Il criterio della metà del prezzo di mercato come tetto massimo vale anche per la attività ricettive (alberghi) e per quelle culturali e sportive. Per le scuole, devono essere garantiti la non discriminazione al momento di accettare gli alunni, il rispetto dei contratti di lavoro; si parla poi di nuovo di rette simboliche, che coprano «solo una frazione del costo effettivo del servizio».

Infine c’è il problema di distinguere attività svolte in modo misto all’interno dello stesso immobile. L’esenzione sarà applicata in modo proporzionale, distinguendo prima le superfici destinate alle due diverse finalità, poi il numero di utenti coinvolti ed infine anche gli eventuali periodi di utilizzo nel corso dell’anno.

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fonte ilmessaggero.it

Nuova giornata di scontri in Egitto. Piazza Tahrir “blindata” con un muro

Egitto, manifestazioni contro Morsi
Manifestazioni e scontri in Egitto contro la decisione del presidente Morsi di attribuirsi maggiori poteri

Nuova giornata di scontri in Egitto
Piazza Tahrir “blindata” con un muro

Manifestanti contro Morsi e il partito dei “Fratelli musulmani”. Magistrati in sciopero ad oltranza contro il decreto che stabilise “inappellabili e definitive” le decisioni del presidente. Un muro eretto dalla polizia per proteggere il parlamento

Nuova giornata di scontri in Egitto Piazza Tahrir "blindata" con un muro Gli incidenti a piazza Tahrir (corbis)

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IL CAIROGli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti dell’opposizione laica e liberale continuano anche oggi al Cairo, vicino piazza Tahrir. Lo rende noto l’agenzia di notizie statale, Mena.

fotovideo

Gli scontri avvengono all’inizio della via Qasr al Aini, di fronte all’università americana del Cairo, dove i manifestanti hanno lanciato pietre contro gli agenti che hanno risposto con gas lacrimogeni. Tra gli slogan, ‘Abbasso il regime’, ‘Abbasso il potere della guida spirituale’, in riferimento al leader dei fratelli Musulmani, Mohammed Badia, l’organizzazione in cui militava Mohammed Morsi prima di diventare presidente. Oltre 57 persone sono rimaste ferite, al Cairo e a Damanhour, secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità.

Nel frattempo oltre 20 organizzazione non governative hanno firmato una lettera aperta a Morsi in cui lo sollecitano a ritirare la riforma che gli garantisce ulteriori poteri e che “infierisce un colpo letale al sistema giudiziario” egiziano.

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Video Scarpate contro il poster di Morsi
BLOG Il tiranno sapiente di ALBERTO STABILE

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Gli oppositori mantengono a piazza Tahrir un presidio di protesta per la decisione di Morsi di blindare i suoi poteri di fronte alla giustizia, grazie a un decreto costituzionale promulgato giovedì che ha definito le sue risoluzioni “inappellabili e definitive”. Sabato, tutti i giudici egiziani hanno indetto uno sciopero a livello nazionale contro il decreto.

Le forze di polizia hanno eretto un muro in blocchi di cemento su una delle principali arterie, nei pressi del parlamento e del Consiglio dei ministri per tenere lontano i manifestanti. La Borsa egiziana è stata sospesa per mezz’ora dopo una perdita del 5% in apertura di seduta. Nel corso della giornata, poi, i listini egiziani hanno subito un nuovo tracollo, segnando un – 9 %.

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fonte repubblica.it

VIOLENZA SULLE DONNE – Il 25 novembre e il ballo della quadriglia

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foto di Lola

Il 25 novembre e il ballo della quadriglia

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DI suddegenere

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Scritto per scirocconews :

«Certo che il centro-sinistra, come attestazione dell’esistenza di un enorme problema culturale e come segno di riconoscimento dello sforzo di tante di donne per contrastarlo, avrebbe potuto evitare di fare le primarie proprio il 25 di novembre».

«E perché? Che cos’è il 25?».

«Ah» … (pausa) «È la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne».

«Beh, sì … in effetti ho sentito che vicino casa proiettano un film, per l’occasione».

Scambio di battute tra amiche. Non c’è speranza, penso fra me e me. Non m’appassiona questo 25 novembre, sempre più folcloristico ballo di corteo, simile alla quadriglia; tanta facciata dietro alla quale non mi pare ci sia sostanza.

E se finalmente, con un certo ritardo, il Governo italiano ha firmato la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, e c’è chi – in Parlamento – presenta un disegno di legge per contrastare il femminicidio o chi chiede modifiche agli articoli del codice penale per inasprimenti della pena, come se la galera fosse il giusto deterrente; se il termine femminicido è (tristemente) alla ribalta delle cronache nazionali, così tanto da far esporre pubblicamente i misogini sdoganatori (perché non è corretto parlare di violenza di genere, visto che anche le donne sono violente); se – insomma – il mondo politico (e non) pare finalmente accorgersi che, in Italia, si sta consumando una strage di donne – uccise, stuprate e vittime di violenze di vario tipo – mi chiedo se la maggior parte delle reazioni al problema non sia ascrivibile a mere parate mediatiche, dove “femminicidio e violenza domestica” vengono trattate con modalità convegnistiche ed autoreferenziali, e dove non si arriva ad incidere sulla comunità e sul modus operandi delle Istituzioni, ma quasi a strumentalizzare un dramma.

Cosa ce ne facciamo di tutte le convenzioni internazionali (e non) di questo mondo sulla violenza di genere, se – ad esempio – all’Europarlamento, come Commissario alla salute, viene eletto un crociato antiabortista? Non è forse violenza sulle donne quella dei no choise, che apostrofano come assassine le donne che, in accordo con una Legge nazionale, scelgono di abortire? Non è forse violenza sulle donne la circostanza che – di fatto – in Italia, grazie allo stratosferico numero di obiettori assunti negli ospedali pubblici, alle donne è quasi impedita la libera scelta in materia di interruzione di gravidanza?
E cosa dire della pillola del giorno dopo, che i farmacisti obiettori negano alle donne? Nel frattempo, però, si tagliano i fondi ai centri antiviolenza, chiudono i nidi pubblici a favore di quelli privati, chiudono i servizi mensa e quelli di vigilanza nelle scuole, giusto per dare una mano alle mamme lavoratrici.

La violenza maschile sulle donne sia un fatto sociale e culturale, che trascende la dimensione privata, e che ha radici nella disparità di potere tra i sessi.

Quanto alla Calabria, si può dire senz’altro che la situazione è tutt’altro che rosea.

A parte tutte quelle amministrazioni e Istituzioni locali troppo impegnate ad occultare gli ingenti danni erariali procurati o i brogli elettorali, in generale la valutazione di rilevanza sociale della violenza di genere è bassissima a tutti i livelli.

Fa arrabbiare la noncuranza e l’indifferenza con la quale la società civile rimuove le precise responsabilità e le omissioni di Istituzioni regionali che, dopo aver finalmente ammesso ai finanziamenti una serie di soggetti che operano nel territorio, non erogano i fondi nel nome di un patto di stabilità e di un patto sociale dal quale – con ogni evidenza- le donne, e la loro incolumità psico-fisica, sono tagliate fuori; disgustano le tifoserie da stadio con le quali moltissimi cittadini calabresi apostrofano la suora che ha avuto il coraggio di denunciare un (ex) prete, perché è ovvio (!): non può che mentire; preoccupano i dati sull’utilizzo della ru486 e che rasentano l’embargo; avvilisce che nessuno si prenda la briga di dichiarare apertamente che il lavoro è un sostegno irrinunciabile alla libertà femminile, soprattutto alla libertà di chi, avendo magari figli a carico, deve fuggire lontano dalla propria casa, dalla violenza.

Non basta più tenere alta l’attenzione mediatica sulla violenza di genere, perché le donne continuano ad essere uccise e i numeri di violenza in famiglia non diminuiscono affatto, mentre si continuano a spendere milioni in presunti eventi culturali, dove i soldi non si capisce bene dove vadano a finire.

 

Oggi a Borgo Panigale verrà intitolato un giardino alle sorelle Mirabal, rivoluzionarie dominicane impegnate nel contrastare il regime del dittatore Trujillo e per le quali è stato scelto proprio il 25 novembre come data per ricordare l’importanza del contrasto alla violenza di genere.  A Milano verrà piantato “Un albero per Lea” nel Parco Sempione, e al Conservatorio G. Verdi la musica sfiderà la ‘ndrangheta, per “Ricostruire armonie distrutte per ridare corpo a Lea”.

Lea Garofalo, uccisa nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. Come dimenticarla? Ricordiamola, Lea. “Ridiamole corpo”, simbolicamente, anche noi. Magari piantando – anziché alberi – i semi di buone pratiche di cittadinanza, quotidianamente. Ripartendo proprio da quel diritto di cittadinanza al quale ha fatto più volte richiamo, dal valore che la parola testimonianza per Lea ha avuto. Facciamolo per sua figlia Denise, facciamolo per i nostri figli, facciamolo perché possa non accadere mai più niente di simile. Diamo sostanza a quanto diciamo: NON UNA DI PIÙ.

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suddegenere scrive:

” …Sono dunque una militante politica dell’impossibile, il che non significa che io sia un’utopista: voglio piuttosto cio’ che ancora non è, come la sola possibilità di futuro…” (Luce Irigaray)

Questo blog è dedicato alle donne, in particolare a quelle del Sud, che vivono in un sud degenere.

Doriana Righini

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fonte suddegenere.wordpress.com

ANCHE QUESTA E’ VIOLENZA ALLE DONNE – Contro la chiusura del Valdese in trecento a seno nudo

https://i2.wp.com/lastampa.it/rw/Pub/p3/2012/11/24/Cronaca/Foto/RitagliWeb/FLDWHJ483788--640x360.jpg

Torino, la protesta davanti all’ospedale di via Silvio pellico

Contro la chiusura del Valdese in trecento a seno nudo

In una fotografia la provocazione delle pazienti della Senologia

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di Paola Italiano
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Madri e figlie a seno nudo, unite nella protesta per salvare l’ospedale Valdese dal drastico ridimensionamento previsto dal piano sanitario regionale. Che cancellerà la Senologia, una delle migliori in Piemonte e in Italia.

Più di 300 le donne di ogni età hanno aderito all’appello «Mettiamoci le tette», ultima di decine di iniziative a difesa del presidio. Dietro una tenda nera allestita davanti all’ospedale, in via Silvio Pellico, hanno slacciato il reggiseno per offrire la loro intimità all’obiettivo di fotografi rispettosi che telecomandavano il click dall’esterno.

Dopo innumerevoli richieste di ascolto cadute nel nulla, l’ultima testimonianza su quello che il Valdese rappresenta per tanti pazienti sarà affidata agli scatti – circoscritti al seno – che saranno proiettati durante la manifestazione del primo dicembre. «Sono immagini forti – spiega uno dei fotografi, Fabrizio Esposito – tante donne venute oggi hanno subito interventi chirurgici, ora vedremo come organizzare la proiezione nel rispetto di tutti».

Il messaggio che vogliono mandare lo spiega una delle ideatrici della mobilitazione, Carla Diamanti, giornalista e paziente al Valdese: «Non è solo questione di bravura e sensibilità dei medici, di quantità di interventi e di tempi brevi. È la rete che c’è all’interno di quest’ospedale che non ho mai trovato altrove: qui, in ogni reparto, conoscono ogni caso. Sei seguita in tutto, non ti senti mai sola».

«Un’iniziativa splendida – commenta il primario Roberto Dosio – che testimonia quanto sia ingiusto il destino che attende l’ospedale, che dal 2 gennaio sarà vuoto al 70%, nonostante 10 milioni di euro spesi per ristrutturarlo». «Dubito – dice Mauro Drogo, medico in Senologia – che le altre strutture siano in grado di riassorbire le 700 pazienti in cura da noi e in attesa di essere reindirizzate».

C’erano anche tanti uomini solidali in via Silvio Pellico. Mentre le donne «ci mettevano le tette», loro hanno per lo meno voluto metterci la faccia. Anche con una punta polemica sull’altra protesta in corso nelle stesse ore, ben sintetizzata dal musicista Matteo Negrin: «Mentre alcuni miei amici sono ai Murazzi a celebrare un finto funerale, queste ragazze vanno a farsi fotografare le tette per protestare contro la chiusura del Valdese. Anche nella liturgia della protesta le donne sono un passo avanti».

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fonte lastampa.it

Bangladesh: inferno a Dacca, brucia una fabbrica tessile, oltre 120 morti / VIDEO: Dhaka Bangladesh clothes factory fire kills more than 100 – 11/25/2012

Dhaka Bangladesh clothes factory fire kills more than 100 – 11/25/2012

Pubblicato in data 25/nov/2012 da

Bangladesh Factory Fire 100 Bodies Found in Clothing Factory Fire in Bangladesh 20121

More than 100 people are now known to have died in a fire that swept through a clothes factory in Bangladesh, local officials say.

The blaze broke out late on Saturday in the multi-floor Tazreen Fashion factory in the Ashulia district on the outskirts of the capital Dhaka.

Some people died after jumping from the building to escape the flames.

It is unclear what caused the fire, which started on the ground floor trapping many victims in the factory.

Firefighters managed to contain the blaze on Sunday morning, and officials suspect an electrical short circuit might have caused the disaster.

Fatal fires are common in Bangladesh’s large garment manufacturing sector, and the BBC’s Anbarasan Ethirajan in Dhaka says Western companies are likely to renew pressure on the local businesses to improve safety.

Anxious wait

Relatives of the factory’s workers gathered at the scene – desperate for news about their loved ones
Initial reports said eight people had been killed, but the scale of the disaster became clear when rescue workers entered the building on Sunday.

“We resumed our search this morning and found the bodies lying on different floors of the factory building,” Brigadier General Abu Nayeem Mohammad Shahidullah of the Dhaka fire brigade told AFP news agency.

Later reports said that 120 people had died, but the number of fatalities was then lowered to at least 112. A number of people are believed to be missing.

The fire started on the ground floor – which was reportedly used as a warehouse – and quickly spread through the building.

Senior fire department official Mohammad Mahbub told the Associated Press news agency that the factory had no fire exit on the outside of the building.

“Had there been at least one emergency exit through outside the factory, the casualties would have been much lower,” he said.

The factory owner denied the allegations that the building was unsafe to work in.

“It is a huge loss for my staff and my factory. This is the first time we have ever had a fire at one of my seven factories,” Delwar Hossain told AFP.

Police and soldiers were deployed to keep the situation under control as thousands of anxious relatives of factory employees gathered at the scene.

“Where’s my son?” cried Sabina Yasmine. She said she saw the body of her daughter-in-law, who died in the fire, but her son was missing, AP reports.

She expressed fury at the factory owners, who she blamed for the fire.

Fatal fires are common in Bangladesh’s large garment manufacturing sector.

Lax safety standards, poor wiring and overcrowding are blamed for causing several deadly factory fires every year.

In December 2010, a wiring problem led to a fire in another clothes factory in the same industrial zone, leaving at least 25 people dead.

There are around 4,500 factories in Bangladesh, employing more than two million people.

Clothes account for up to 80% of Bangladesh’s $24bn (£15bn) annual exports.

Are you in Dhaka? Have you been affected? Send us your comments using the form below.

Send your pictures and videos to yourpics@bbc.co.uk or text them to 61124 (UK) or +44 7624 800 100 (International).

https://i0.wp.com/www.agi.it/uploads/newson/Sq/_R/Sq_Rvc_0vAfdFv102z4rmw/thumb1024-700_dettaglio2_INCENDIO-BANGADLESH.jpg

Bangladesh: inferno a Dacca, brucia una fabbrica tessile, oltre 120 morti

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(AGI) – Dacca, 25 nov. – Inferno di fuoco in una fabbrica tessile alle porte di Dacca: oltre 120 i morti con scene di panico e molti operai che si sono gettati dalle finestre per sfuggire al fumo e alle fiamme. L’incendio e’ scoppiato al piano terra di un edificio di nove piani, si e’ rapidamente propagato ed e’ stato domato dopo oltre diverse ore di sforzi.

Intrappolati dalle fiamme, molti operai, in gran parte donne, hanno disperatamente cercato la fuga gettandosi dalle finestre.

Grazie alla manodopera a basso costo, il Bangladesh e’ uno dei motori della produzione mondiale di abiti, utilizzato da brand molto popolari per la produzione di articoli che poi vengono esportati verso i mercati occidentali; ma le condizioni di lavoro sono spesso al limite e prive degli standard di sicurezza elementari.

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fonte agi.it