Archive | dicembre 2012

BUON ANNO! – Lazio: Negli ospedali medici senza contratto “Stanotte non possiamo lavorare”

Negli ospedali medici senza contratto "Stanotte non possiamo lavorare"

Negli ospedali medici senza contratto
“Stanotte non possiamo lavorare”

Cresce la preoccupazione nelle strutture della sanità pubblica di Roma e del Lazio. Il decreto firmato dal commissario Bondi ancora non è arrivato. Al policlinico Umberto I, chirurghi, anestesisti e ortopedici non sanno se devono prendere servizio proprio durante il Capodanno. I sindacati sul piede di guerra

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di VALERIA FORGNONE

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Nell’incertezza fino all’ultimo. Più di 3400 precari, tra chirurghi, anestesisti, ortopedici di Roma e del Lazio non conoscono il destino del loro posto di lavoro. La proroga del loro contratto che scade stanotte, non è ancora arrivata nelle varie strutture sanitarie pubbliche dove si attende il decreto firmato lo scorso 29 dicembre dal commissario straordinario alla Sanità del Lazio, Enrico Bondi, che proroga i precari con contratto subordinato a tempo determinato e con incarico di collaborazione, in coerenza con la legge di stabilità approvata dal Parlamento. E tra i medici cresce l’apprensione. Il direttore del Dea del policlinico Umberto I, Claudio Modini, è stato rassicurato dall’amministrazione dell’ospedale che la Regione sta per inviare i contratti ma nelle strutture sanitarie non è arrivato nulla. “Se non firmiamo i nostri contratti non possiamo lavorare”, spiegano i medici del reparto d’emergenza del policlinico. Insomma: nessuna copertura assicurativa, niente turni e niente assistenza medica proprio nella notte di Capodanno quando il rischio incidenti è altissimo.

“Il problema potrebbe diventare molto serio – spiega Modini – Il direttore amministrativo, Marta Branca, mi ha accertato che tutti i contratti dei dipendenti del Dea sono stati rinnovati ma manca il decreto del commissario Bondi. C’è tensione fino all’ultimo. In tutto il policlinico sono 400 i precari che attendono notizie sul loro futuro, un centinaio fanno parte del reparto d’emergenza. Sono medici del pronto soccorso e delle strutture d’emergenza in cui lavora, da anni, un 50 per cento di precari. Si tratta di chirurghi e anestesisti, di guardia durante la notte e di altri che dovrebbero iniziare il turno domani – continua il direttore del Dea – Noi dottori lavoriamo anche 24 ore ma l’amministrazione ha degli orari da rispettare: se il decreto tarda ad arrivare negli uffici molti reparti dell’Umberto I si fermeranno”.

Tra i medici del policlinico c’è preoccupazione. L’anno scorso hanno avuto il contratto il 30 dicembre alle ore 16. Oggi ancora nulla. In molti preferiscono rimanere anonimi ma si sfogano. “Non sappiamo cosa fare. Con il nostro stipendio portiamo avanti la famiglia – racconta un chirurgo 38enne del pronto soccorso e del reparto di chirurgia d’emergenza da 6 anni precario, con un figlio – Io attacco domani alle 8 e stacco alle 20, non so se devo prendere servizio al policlinico. Per legge se non abbiamo un contratto non possiamo lavorare. La situazione poi si complica nella notte di Capodanno quando si registrano molti incidenti. I colleghi che devono attaccare alle 20 dovranno scegliere se lavorare o lasciare il turno scoperto. Non possono metterci in questa condizione, così rischiamo noi e i pazienti”.

I sindacati sul piede di guerra.
“Nonostante siano passate alcune settimane dalla nostra richiesta di incontro, il commissario Bondi continua ad agire senza tener conto delle condizioni reali dei lavoratori del comparto sanitario – che in alcuni casi pur garantendo il proprio servizio non vengono retribuiti – e senza considerare come la contrazione dei servizi stia facendo aumentare le spese delle famiglie e l’allungamento delle liste d’attesa, a discapito soprattutto delle persone anziane e delle fasce deboli”, incalza Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Tommaso Ausili, segretario generale della Cisl del Lazio e Luigi Scardaone, segretario generale della Uil di Roma e del Lazio. “E’ necessario vengano bloccati tutti i provvedimenti finora adottati dal commissario – continuano – e che le scelte in materia di sanità vengano consegnate alla nuova gestione regionale. Non servono tagli, lo ribadiamo, ma un’opera di riorganizzazione, di riqualificazione dell’intero settore e di stabilizzazione del personale”. “Se Bondi non cambierà registro, Cgil, Cisl e Uil del Lazio indiranno prossimamente uno sciopero che coinvolgerà anche tutti i lavoratori dell’indotto, senza escludere, come extrema ratio, una mobilitazione generale”.

Nei giorni scorsi l’allarme è arrivato dal Nidil, il sindacato dei lavoratori atipici della Cgil, che per l’occasione ha lanciato una campagna ad hoc: “Capodanno 2013. Non restare da solo”. L’invito, rivolto ai “collaboratori” in scadenza, è di recarsi nelle sedi Cgil per valutare il tipo di contratto e studiare le vie d’uscita possibili.

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fonte roma.repubblica.it

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In una Mediaset con i conti in rosso le donne sono in rivolta

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Mediaset, donne in rivolta

L’azienda di Berlusconi, con i conti in rosso, vuole trasferire decine di dipendenti da Roma a Milano. Quasi tutte impiegate con famiglia, per il quale il trasferimento è molto difficile. Così hanno organizzato un sit-in davanti alla sede romana del Biscione. Perché, come dicono: “Dopo gli anni dei contratti alle Olgettine e alle ‘solite’ società di produzione, ora l’azienda scarica la crisi su di noi”

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di Martino Villosio

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(28 dicembre 2012)

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La sintesi folgorante della protesta è tutta in uno slogan, brandito proprio in faccia al simbolo del Biscione che campeggia davanti alla sede della Direzione Fiction di Roma. “Mamme licenziate, mignotte assunte”, recita il cartello. Dietro, ci sono la rabbia e l’angoscia di una pattuglia quasi tutta al femminile, giovani donne e signore cinquantenni che dopo una carriera messa al servizio di un’azienda si trovano di colpo di fronte a un’alternativa: prendere o lasciare.

Prendere armi e bagagli e trasferirsi a Milano a partire dal primo marzo. Oppure rifiutare andando incontro al licenziamento sicuro. E’ questo il dilemma apparecchiato da Mediaset per settantasette dipendenti delle sue sedi di Roma che il 21 dicembre scorso, sulla soglia delle vacanze natalizie, hanno ricevuto dalla Direzione Risorse Umane RTI una lettera dal contenuto lapidario: dopo la rottura delle trattative con i sindacati, sarete convocati a breve per conoscere tempi e modalità del vostro trasferimento.

Una doccia ghiacciata, per decine di impiegati inquadrati nelle funzioni di staff, in larghissima parte (circa l’ottanta per cento) donne e madri di famiglia.
L’ultimo atto di una vicenda cominciata circa un mese fa, il 21 novembre, con l’annuncio del maxi-trasferimento coatto e l’apertura del tavolo tra azienda sindacati. E proseguita nelle scorse settimane, sottotraccia, mentre sulle reti aziendali andava in scena il forcing di Silvio Berlusconi e il titolo Mediaset rimbalzava in Borsa.

Per tutti i dipendenti amministrativi coinvolti nel trasloco di massa, il contratto collettivo nazionale di lavoro del settore televisivo parla chiaro: in base all’articolo 57 è possibile attuare un trasferimento collettivo di personale per “comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive”. Di conseguenza chi si oppone va incontro al licenziamento per giustificato motivo.

Eppure loro, i colletti bianchi Mediaset sotto il Cupolone, gli impiegati dell’ufficio stampa, di quello legale, della tesoreria come dei settori acquisti e controllo di gestione, non ci stanno.
Si sentono vittime di una scelta imposta con urgenza, prendere o lasciare, con forte retrogusto di ricatto. Soprattutto, sono convinti che l’azienda stia cercando in realtà di tagliare in maniera “soft”, riducendo il personale pur senza dichiarare ufficialmente lo stato di crisi. Per questo ieri, davanti alla sede della Direzione Fiction di Mediaset in via Aurelia Antica, hanno dato vita a un vero e proprio inedito nella storia del colosso berlusconiano: il sit-in di protesta, con tanto di volanti della polizia e dei carabinieri a sorvegliare e cartelli contro l’ex premier e l’azienda.

Una scena che si ripeterà anche oggi. “Dopo aver annunciato i trasferimenti un mese fa“ spiega angosciata una dipendente che chiede di restare anonima – l’azienda non ha mai voluto spiegare i presunti motivi organizzativi e le esigenze tecniche che stanno dietro a questa scelta. Non esiste un piano editoriale, vogliono solo spingere molte di noi – per la maggior parte donne con figli a carico – ad accettare la risoluzione del contratto vista l’impossibilità materiale di trasferirci a Milano”.

“Non esistono licenziamenti mascherati – ribattono dall’Ufficio Comunicazione di Mediaset – la parola licenziamento non è mai stata pronunciata e speriamo di non doverla pronunciare mai. Questa è solo un’operazione che ci permetterà di ridurre degli sprechi, è normale che i servizi di amministrazione vengano concentrati nella sede generale di un gruppo”.

E così, proprio nei giorni a cavallo tra Natale e Capodanno, è partita in gran sordina la consultazione individuale dei settantasette “prescelti”, con sistematica consegna delle lettere di trasferimento. I capi dell’ufficio del personale RTI sono scesi a Roma, per ascoltare una ventina di dipendenti convocati via telefono nella sede di Via Aurelia Antica nei loro giorni di ferie. I colloqui, cominciati ieri mattina, termineranno solo oggi.

“Mi hanno solo detto che dopo il fallimento della trattativa, per colpa dei sindacati, chi accetta di spostarsi a Milano prenderà solo due mensilità d’incentivo invece delle quattro offerte in principio dall’azienda” – spiega sconsolato un dipendente all’uscita dalla sede romana. Loro, i sindacati, avevano chiesto a Mediaset che ai dipendenti fosse offerta una terza alternativa tra esodo incentivato e trasloco coatto: un anno di aspettativa retribuita al termine del quale decidere il da farsi. Su questo si è consumata la rottura.

“L’azienda quest’anno chiuderà in rosso, capiamo alcune esigenze di riorganizzazione e intanto speriamo che si riapra uno spiraglio di accordo – spiega Riccardo Ferraro del Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL – ma da sei mesi chiediamo un piano industriale ed uno editoriale che non arrivano mai”.

Il tutto mentre da Milano arrivano voci di R.S.U. aziendali in subbuglio, nel timore che l’esodo da Roma possa preludere a degli esuberi tra i dipendenti meneghini del gruppo.

“Nonostante l’attività dei trasferiti sia strettamente legata all’ambiente romano dello spettacolo, nell’era di Internet e del telelavoro da casa – dicono i sindacati – Mediaset ‘ammucchierà’ centinaia di impiegati nelle sedi di Milano ben sapendo che ciò provocherà problemi di collocamento del personale”.

In un periodo di crisi che richiederebbe una politica di risparmi e di contenimento dei costi aziendali, è l’altra obiezione, Mediaset si prepara a sborsare centinaia di migliaia di euro per liquidare quei lavoratori che saranno costretti a trattare la risoluzione del rapporto di lavoro.

“I settantasette vengono per lavorare, sono persone che servono a Cologno Monzese – replicano ancora da Mediaset – gli stiamo già facendo posto negli uffici. L’azienda ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con un risultato netto negativo, in un momento così se non intervieni vanno in discussione i veri posti di lavoro”.

Gli interventi, per ora, non avevano mai inciso tanto brutalmente sui destini di un nucleo così ampio di dipendenti, in un gruppo che impiega circa 6.000 persone tra giornalisti, tecnici e personale amministrativo. Certo, è di poche settimane fa il licenziamento di 42 dirigenti, trenta dei quali manager di Publitalia, la concessionaria di pubblicità che quest’anno chiuderà in perdita. Mentre a luglio di quest’anno sono state scorporate le attività di ripresa in esterna delle sedi regionali: settantadue persone sono uscite da RTI per approdare alla “newco” DNG, cinque anni di contratto da esternalizzati e poi chissà.

Il timore di dipendenti e sindacati, che minacciano uno sciopero e si preparano all’incontro di metà gennaio in cui dovrebbe essere annunciato il nuovo piano industriale, è che il ridimensionamento sia appena incominciato. Tra i settantasette in rivolta c’è chi dice che presto partirà l’attacco alle news, chi traccia un paragone impietoso tra i manager del passato, i Franco Tatò e i Giorgio Gori, e l’attuale dirigenza. “Dopo gli anni dei contratti alle Olgettine e alle ‘solite’ società di produzione ?€“ mastica amaro una dipendente della sede di via Tiburtina ?€“ ora che manca l’ombrello di Berlusconi al governo l’azienda si scopre vulnerabile e non competitiva sul mercato. E invece d’investire nel rilancio scarica su di noi i costi di una crisi annunciata”.

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LEFT, SPECIALE CARCERI: Aprite quella porta!

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Speciale carceri. Aprite quella porta

È di nuovo emergenza per le carceri italiane. Sovraffollate. Disumane. Incapaci di assolvere il fine per cui sono state pensate. Ma la legislatura finisce senza affrontare il problema

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Dispiaciuta per la situazione, ma per nulla disposta a concedere un’amnistia e fondamentalmente scettica sull’indulto. Però si dice rammaricata per non essere riuscita a portare a casa risultati migliori in questi suoi 13 mesi a via Arenula. La ministra della Giustizia Paola Severino ha lacrime di coccodrillo mentre traccia un bilancio poco positivo del suo operato: del “pacchetto giustizia” presentato a inizio mandato non si è fatto granché, almeno per quello che riguarda le carceri, che pure aveva messo tra le sue priorità. C’è stato sì il decreto che consente di scontare ai domiciliari l’ultimo anno e mezzo di pena, allungando così di sei mesi il termine precedente: ma l’aveva presentato a suo tempo Alfano, e il governo tecnico sostanzialmente si è limitato a prenderne atto. L’unica cosa tentata direttamente dall’esecutivo Monti, e che la fine anticipata della legislatura ha fatto naufragare, è stata l’approvazione – ma solo alla Camera – del ddl sulle pene alternative alla detenzione: un provvedimento per poche centinaia di reclusi, eppure ha scandalizzato molti parlamentari seduti negli scranni di Montecitorio. «Non fate campagna elettorale sulla pelle dei detenuti», dice la Severino ora. Ma nei partiti quella della sicurezza è una carta importante del consenso, e più di 66mila persone in prigione sono un buon modo per conquistare voti.

Vite tagliate

«L’Italia deve essere un Paese ricco, se ha così tanti detenuti», dice ironico Nils Muižnieks, Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, ma non sbaglia nel denunciare l’alto costo che comporta il carcere, in termini di dignità umana e risorse economiche. Oggi si spende meno di un tempo per ogni recluso, ma solo perché la scure finanziaria si è abbattuta anche sul sistema penitenziario penalizzando ancora di più chi ci vive dentro. Tra il 2010 e il 2011, a parità di detenuti, il costo giornaliero è passato da 116,67 a 112,81 euro, e il “risparmio” ha riguardato quasi interamente i diritti dei reclusi: il costo del personale, infatti, è l’unico che abbia subìto un incremento; a crollare invece sono stati gli investimenti (da 6 a 3 euro/detenuto) e il mantenimento, cioè tutto quello che riguarda la vita di chi è in carcere (-1,30). Persino i soldi della Cassa delle ammende se ne sono andati via, destinati in gran parte, scrive il ministero di Giustizia nella sua relazione annuale, «al Piano carceri, facendo venir meno le opportunità di sviluppare progetti finalizzati al reinserimento sociale dei detenuti». Nella maggior parte delle carceri italiane non si applica l’articolo 27 della Costituzione, che prevede che la detenzione sia finalizzata alla “rieducazione” del condannato, e che in nessun caso debba «consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Sovraffollamento e assenza di risorse sono i due meccanismi che vanificano quanto previsto dalla legge penitenziaria del 1975, che Alessio Scandurra, curatore del Rapporto 2012 di Antigone, definisce “raffinata”. Non è un caso che il ministero di Giustizia, al Comitato europeo sui problemi criminali che chiedeva a che punto fosse l’implementazione delle regole penitenziarie europee nelle carceri italiane, risponda che «tutto quanto indicato dal Consiglio d’Europa è già previsto nel nostro ordinamento». Allegando, nella risposta scritta, anche una tavola di raffronto tra le due normative. Ma, articolo per articolo, non c’è nulla che sia davvero così. Cominciando dalla regola 18, che al comma 5 prevede che «ogni detenuto, di norma, deve poter disporre durante la notte di una cella individuale, tranne quando si consideri preferibile per lui che condivida la cella con altri detenuti». Come vorrebbe anche la legge 354/75 che però, e lo dicono i dati sulle presenze, è largamente disattesa. Soltanto poche settimane fa l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Gullo, rispondendo a una interrogazione sul carcere di Vicenza, sottolineava come nell’istituto ci fosse «una capienza regolamentare  di 146 posti, e tollerabile di 288», praticamente il doppio. Decisamente distante dalle regole europee. Eppure su questa materia l’Italia era stata condannata dalla Corte europea nel 2009, con la sentenza Sulejmanovic, per aver obbligato un detenuto in una cella di 16,20 metri quadri con altri 5 detenuti. In pratica, uno spazio di 2,7 mq a persona, quando la Commissione diritti umani del Consiglio prevede che ciascun carcerato abbia a disposizione 7 mq in cella singola, e almeno 4 in cella doppia. Lontanissime dagli standard europei. Lo scorso anno una corte tedesca ha stabilito che la pena può essere differita se il sovraffollamento carcerario impedisce di assicurare a un detenuto il rispetto dei principi umani garantiti dalle convenzioni internazionali. Nelle carceri italiane invece si svicola: basta far firmare ai detenuti un foglio in cui dicono di esser stati loro a richiedere la presenza di altri reclusi in cella. E così la coscienza è a posto, mentre un terzo materasso viene messo per terra in un locale di quattro metri per due.

Celle aperte, un miraggio 

«Ma dopo aver parlato di calcio e di galera, che ci possiamo dire per settimane, per mesi, per anni? Niente. Così ti ammutolisci, o sbrocchi». Negli istituti con le celle aperte – come previsto da un circolare del Dap del 28 maggio 2012 – la convivenza notturna è sgradevole, ma almeno limitata nel tempo. Il rischio di implosione del sistema arriva quando si impone la coabitazione forzata in prigioni che ancora attuano un regime di ore di aria limitata, contravvenendo alle disposizioni. Far aprire le celle è un’impresa ardua, significa far cambiare mentalità a chi gestisce il carcere: direttore, operatori, ma soprattutto polizia penitenziaria. «Quando è stata fatta la legge del 1975, c’erano molte cose positive rispetto al regime prima in vigore», dice Alessio Scandurra. «Sarebbe stato necessario assumere il personale e cambiare le strutture stesse, perché è inutile parlare di scuole, laboratori, se poi non ci sono gli spazi». Anche quando gli spazi ci sono, a decidere se verranno utilizzati davvero sono gli agenti carcerari. «Un direttore rischia di passare due terzi del proprio tempo a discutere coi sindacati penitenziari», spiega Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del Pd. «Per ogni cosa nuova c’è una contrattazione infinita tra le associazioni di categoria, che sono decine, e la direzione dell’istituto. Se vuoi qualcosa, devi concedere altro. E non sempre lo scambio riesce». Così accade che aree verdi destinate ai bambini restino inutilizzate perché, come spiega un agente «se non ci siamo noi, semplicemente non esistono. E noi non ci siamo». Restano ad arrugginire le panchine, il dondolo, le altalene che dovevano evitare ai bambini il trauma di un genitore rinchiuso. A poco serve dipingere con disegni la sala colloqui.

Lavoro, privilegio per pochi 

C’è poi il lavoro che non c’è: punto 26 delle Regole europee e art. 20 della legge 354. In Italia, nonostante sia obbligatorio per tutti i condannati in via definitiva, lavora appena il 20 per cento della popolazione carceraria, e quasi mai per più di due mesi l’anno. Con una retribuzione, dice Francesco Morelli, curatore della newsletter di Ristretti orizzonti, «tra i 60 euro mensili di un part time fino ai 200 di un tempo pieno, considerato che parte di quello che guadagni viene trattenuto per pagare le tue spese». Perché, va ricordato, i detenuti pagano il costo del loro mantenimento allo Stato, nella misura di 60 euro, per ogni mese di detenzione. Ma, aggiunge la direttrice di Ristretti, Ornella Favero, «i detenuti lavorerebbero pure gratis, perché stare anni senza far niente non è vita. E siccome di lavoro ce n’è poco, averlo diventa non più un diritto, ma un privilegio». Il tempo senza far niente non è immaginabile per chi lo ha vissuto solo come riposo; quasi nessuno, tra chi non ha provato il carcere, può capire cosa significhino migliaia di ore che passano uguali, scandite solo dai pasti e dal rumore delle chiavi nelle serrature. Così, pur di fare si fa di tutto, e pazienza ai diritti che pure le Regole europee riconoscono, come quelli sulla sicurezza o sull’equa mercede, il termine con cui in galera si indica il salario. Non c’è sindacalizzazione che tenga, quando si tratta di sopravvivenza. «Se il lavoro ci fosse per tutti, smetterebbe di essere un premio, non sarebbe sottoposto a ricatto. Ma così non è». E allora in carcere scatta la competizione tra gli ultimi, la guerra tra poveri combattuta davvero. «Oggi i detenuti non hanno coscienza di sé come soggetto sociale», spiega Morelli. «Le politiche premiali, che sono servite per la pacificazione delle carceri, fanno sì che, tranne qualche situazione di particolare eccellenza, ogni detenuto sia impegnato nella lotta personalissima per riuscire a uscire fuori dalle mura del carcere. Una scalata individuale per arrivare primi. E questo non aiuta le istanze collettive». Il nostro codice penale prevede 35mila diversi tipi di reato: la probabilità di finire in carcere è altissima non perché siamo una nazione particolarmente “delinquente”, ma perché il legislatore tende a creare motivi di illegalità, e da parte dei magistrati c’è una spinta a utilizzare lo strumento carcerario anche dove non è necessario. «Servirebbe la depenalizzazione di alcuni reati», conferma il senatore Pietro Marcenaro (Pd), presidente della Commissione diritti umani del Senato. «Basta pensare a quante persone sono oggi detenute in virtù della legge sull’immigrazione o quella sulle tossicodipendenze, o ancora per la ex Cirielli. C’è una tendenza a trasformare in fatti penali cose che invece devono essere affrontate con altri strumenti. E in vista di una nuova legislatura, chi vuole andare al governo per cambiare le cose dovrebbe mettere nella sua agenda anche questi problemi ». La ex Cirielli tiene in carcere migliaia di persone che non possono accedere ai benefici perché recidive; così anche il provvedimento della Severino sulle pene alternative diventa poca cosa, perché a oltre metà dei potenziali beneficiari è stato tolto il diritto di usufruirne. E i 168 magistrati di sorveglianza attualmente in servizio non bastano per ricevere le istanze di tutti i detenuti che magari avrebbero anche diritto ad alternative al carcere, ma la risposta del giudice arriva solo quando ormai hanno scontato tutta la pena in galera.

Il silenzio sulla tortura 

«Però non fanno l’unica cosa che avrebbe un senso per risolvere il sovraffollamento, cioè un’amnistia». Rita Bernardini lo dice con la consapevolezza di chi sa che davanti c’è un muro chiuso. Come Marco Pannella, anche lei ha fatto per 41 giorni lo sciopero della fame – ma non della sete – per ottenere un provvedimento di clemenza. «Non è una questione di principio, ma di legalità. Se lo Stato genera una situazione illegale, questa va combattuta. Non è solo il sovraffollamento, che resta un problema evidente a tutti. C’è la mancanza di personale, ci sono situazioni vessatorie, condizioni igieniche a volte terribili, scarsità di cibo. E ci sono casi di tortura, anche ripetuta. Non si può restare indifferenti». Nessuno ama parlare della tortura in carcere, in pochi si addentrano su questo terreno così spinoso. È entrato nella mentalità comune, favorito dagli elogi al 41bis, il concetto che si possano violare i diritti umani in nome della “sicurezza sociale”. Così non si racconta quello che succede negli istituti di pena, non si aprono dibattiti sulla violenza assunta a sistema in alcune carceri italiane, e non solo nelle regioni considerate a rischio. A Vicenza, racconta la Bernardini, «mi sono trovata davanti a un ragazzo con il naso fratturato. “Lo hanno picchiato gli agenti”, mi ha detto il suo compagno di cella, nigeriano, “e non è stato un episodio isolato”. Ho visto gente trattata come bestie». Ad Asti, e lo scrive la Commissione diritti umani del Senato, ci sono stati 5 agenti che hanno commesso violenze sistematiche sui detenuti: «Presi, portati in una cella di isolamento senza vetri alla finestra, costretti a stare nudi, maltrattati in tanti modi». Assolti dal magistrato che li ha giudicati, perché il reato di tortura in Italia non esiste, e non c’era nessun altro articolo del codice che potesse definire, e quantificare in pena, ciò che avevano fatto. Senza condanna, sono rimasti al loro posto. Violenze fisiche, ma anche psicologiche: «Ho fatto il medico a Badu ’e Carros per dieci anni», dice un altro dei senatori della Commissione, Ladu (Pdl). «Ho documentato pochissimi casi di tortura fisica, ma assai più frequentemente forme di torture non fisiche, altrettanto gravi». Gli stessi agenti di polizia penitenziaria raccontano, e ammettono, che casi di abusi e di trattamenti disumani ci sono, e non sono solo una minoranza. Lasciare la luce accesa in cella tutta la notte, proibire la corrispondenza anche a chi non è in regime di alta sicurezza, offendere e insultare chi è sotto custodia. Se è vero che si tende a raggruppare nello stesso istituto detenuti «simili per problematicità», lo stesso si fa anche per il personale carcerario. Chi potrebbe subire un provvedimento disciplinare per violenza viene mandato in posti dove quella violenza è tollerata, se non sottilmente incentivata. Il discorso è semplice: le carceri sono piene, gli agenti sono pochi. Visto che nessuno risolve il problema, la “pace sociale” si ottiene come si può, fosse anche a colpi di manganello. Non sarà certo lo Stato, che è in primis responsabile, a intervenire. Anzi: con la spending review, il governo pensa di diminuire il numero di direttori, accorpando più carceri sotto una unica guida, con il risultato, spiega Scandurra, «che a gestire il carcere saranno figure militari, e non amministrative».

Le pene alternative

«Se è vero che la tortura nelle carceri esiste, non possiamo però dire che tutti gli agenti siano degli aguzzini», specifica Francesco Morelli. «Il fatto che negli ultimi anni ci sia stata una maggiore presenza di persone esterne – dai giornalisti agli operatori sociali – ha fatto sì che ci si sentisse sotto osservazione, favorendo comportamenti più virtuosi». Però, aggiunge Alessio Scandurra, «occorre anche dire che questo è un problema storico di carenza di forma zione, di controllo, ma anche di prese di posizione nette da parte del datore di lavoro, che in questo caso è l’amministrazione penitenziaria. Se nessuno ti “riprende” quando succedono queste cose, significa che lo Stato sta dando un preciso segnale. I guai li passano se un detenuto evade, non se viene picchiato o maltrattato. Perché è lì che la stampa ti mette alla gogna». Con queste premesse diventa difficile parlare dell’eliminazione sia pure parziale del carcere, un dibattito che a livello europeo va avanti da anni, e che anche il nostro ordinamento a parole prevede. La detenzione è inutile ai fini rieducativi, secondo quanto dimostrato da tutte le statistiche, tanto che i tassi di recidiva per chi sconta tutta o parte della pena in strutture alternative sono del 30 per cento, contro l’oltre 60 per cento di chi vive recluso. Ma si insiste nell’utilizzare il carcere anche per piccoli reati, e soprattutto si ricorre in misura massiccia alla carcerazione preventiva: con quasi il 50 per cento di detenuti in attesa di giudizio, l’Italia è uno dei Paesi più disumani d’Europa, violando la sua stessa Costituzione che prevede che chiunque sia considerato innocente fino a condanna definitiva. Eppure, non mancano i magistrati che utilizzano il carcere come strumento intimidatorio e di pressione, per ottenere una collaborazione da parte degli imputati o per spaventare chi potenzialmente potrebbe commettere lo stesso reato. Siano essi mafiosi, pericolosi criminali o persone che si oppongono ad alcune politiche economiche e sociali. E in quest’ultimo caso, le responsabilità dei magistrati si sommano a quelle della politica, che piuttosto che ascoltare i motivi del conflitto inventa nuove leggi per pene più severe, e comminate con sempre più facilità. Fino al punto da affibbiare agli operai che occupano una fabbrica il reato di sequestro di persona.

Il doppio binario della giustizia 

Nel buco nero dei diritti che è oggi il carcere, che è da decenni il carcere, manca la voce del Capo dello Stato. Napolitano ha negato, anche lui, la possibilità di qualsiasi strumento di clemenza. «Quello delle carceri è un problema grave che va risolto», ha detto. Ma per lui, come per la ministra Severino, «non è tempo di indulto, né di amnistia». Solo di grazia, come quella che ha presentato il 20 dicembre per il giornalista Alessandro Sallusti, colpevole di diffamazione. Qualche settimana fa Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, chiedeva di non usare il doppio binario, di non avere clemenza per lui se non ci fosse stata per gli altri. Così non è stato. Perché, come osserva Gonnella, «abbiamo ancora la giustizia dei garantiti, mai quella degli esclusi».

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Poggioreale. Due detenuti nel posto di uno

Nel carcere di Napoli, per una capienza di 1.300 posti, gli ospiti sono 2.600. Spesso superano i 3mila. La conseguenza? Violenza e malattie. E per una visita dal medico possono passare anche 9 mesi  La signora Mena, seduta sul suo sgabello all’incrocio tra via Zara e via Nuova Poggioreale, di fronte al portone del carcere di Napoli, vende le buste di plastica alle persone in fila per i colloqui. Servono a confezionare “i pacchi” da portare ai detenuti. Prezzo: 20 centesimi l’una. Dentro ci finiscono indumenti, cibo, tutto a fil di grammo per non superare il limite di 20 chilogrammi, imposto dallo stringente regolamento carcerario, che indica cosa si può e non si può portare a chi  [Continua…]
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Badu ’e Carros. La vita dentro

Badu ’e Carros. La vita dentro

Mafiosi, assassini, sequestratori. Condannati all’ergastolo o a trent’anni. A Badu ’e Carros, in Sardegna, la reclusione dura a lungo. Studiare, lavorare, leggere, dipingere. È questa l’unica evasione dei detenuti. Ecco come si vive in un carcere di massima sicurezza  «Un anno e mezzo fa per la prima volta sono uscito in permesso. Ho provato un po’ di sbandamento: le automobili così diverse, i cellulari che squillavano da tutte le parti. Io non ero abituato a queste cose. È l’evoluzione del tempo». Il tempo si era fermato al 1995 per Giulio (i nome di tutti i detenuti sono di fantasia): ha 29 anni quando viene arrestato. È un ergastolano che adesso esce dalle mura del carcere di Nuoro per  [Continua…]
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Volterra. Liberare l'uomo

Volterra. Liberare l’uomo

Nel carcere di Volterra Armando Punzo, da 25 anni, fa il suo teatro.  Non è terapia e non è assistenza. Ma qui Otello non vuole più impazzire e Mercuzio non vuole morire. E i detenuti “riscrivono” la loro vita Ibrahima si alza e viene avanti. Interpreta il Moro. È Otello. E lo è a tal punto da aver cominciato a odiare la sua gelosia. Quel «mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre» non lo sopporta più. Vuole un altro destino, per Otello e per sé. Un destino nel quale lui a Iago non crede e Desdemona  [Continua…]
Un Piano Severino

Un Piano Severino

Un commissario straordinario con poteri ordinari. I tecnici confermano l’emergenza carceri istituita da Berlusconi. Per creare 11mila nuovi posti letto. Con meno risorse. Ma i lavori non partono e i bandi sono scaduti. Il bluff dei tecnici L’emergenza carceri è finita. Ma il commissario resta. O meglio, scade il 31 dicembre il mandato di Angelo Sinesio, commissario delegato che avrebbe dovuto risolvere il problema del sovraffollamento negli istituti costruendo nuovi penitenziari. Ma visto che il sovraffollamento è rimasto tale e quale e dei nuovi penitenziari non c’è traccia, i tecnici hanno pensato bene di normalizzare l’esperienza commissariale. Cambiando però la dicitura del mandato. A partire dal primo gennaio 2013, il prefetto Angelo Sinesio sarà commissario, non più delegato, ma «straordinario».  [Continua…]
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Reclusi dalla nascita

Reclusi dalla nascita

Sono 54 i bimbi tra 0 e 3 anni costretti a vivere dietro le sbarre perché la madre è detenuta. Per il meccanismo della recidiva, a vedersi negare le pene alternative sono soprattutto le mamme Rom Colori, giochi e sbarre alla finestra. Giorno dopo giorno vivono immersi nella stessa scena, circondati dagli stessi volti. La probabilità che insorgano danni psicofisici è elevata. Drammatico poi, quando accade, il distacco dalla madre con cui hanno vissuto in simbiosi fin dalla nascita. Nelle statistiche del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) figurano come “prole al seguito”: sono bambini da 0 a 3 anni (ma dal 1 gennaio 2014 scatta l’innalzamento fino a 6) che vivono  [Continua…]
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Cie. Il silenzio sugli innocenti

Cie. Il silenzio sugli innocenti

Si scrive Cie, si legge carcere per chi non ha commesso reati. Doveva essere un fermo in attesa dell’espulsione, invece è detenzione. Così la questione immigrazione è diventata caso umanitario Cancelli, telecamere di sorveglianza, celle con inferriate antievasione, agenti di sicurezza e forze di polizia che vigilano affinché nessuno degli ospiti si muova da lì. Benvenuti in un Cie. L’odissea dei Centri di identificazione ed espulsione – inizialmente chiamati Cpt – comincia nel 1998 con la legge Turco-Napolitano al fine di trattenere gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno, nei casi in cui non sia possibile «eseguire con immediatezza l’espulsione». A giustificare il “trattenimento” secondo il legislatore è la necessità di procedere «al soccorso dello straniero, ad accertamenti supplementari in ordine alla sua  [Continua…]

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fonte left.it

Don Gallo: “Berlusconi? Volontario in Africa. Bersani? Non stia coi banchieri”

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Don Gallo: “Berlusconi? Volontario in Africa. Bersani? Non stia coi banchieri”

Il prete di strada genovese dispensa penitenze e assoluzioni. Anche se i “rimandati” sono molti più dei “promossi”. Si parla di Monti, del Vaticano, di Grasso e Ingroia, della Fiom. Ma anche del comandante Schettino: “Lo condannerei a rifare la scuola nautica”

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Se sono pecorelle smarrite o solo furbe o anche diaboliche ce lo dirà don Andrea Gallo. E lui deciderà se riportare alcuni dei volti che hanno segnato questo 2012 nell’ovile oppure dirottarli altrove. Sono prevedibili molte penitenze e poche assoluzioni.

Don Gallo è stato un bravo marinaio e da Camogli guarda ogni mattina il mare e si fa il segno della croce. L’Italia è affondata quella notte al largo del Giglio.
Mamma mia che vergogna, umiliati nel mondo. Tutti i miei compagni a dirmi: ma hai visto che roba?

L’Italia come la Costa Concordia.
Se abbiamo comandanti come Schettino! Ma chi gli ha dato la patente?

Difficile redimerlo con gli esercizi spirituali.
Penso anch’io: al tribunale che lo giudica proporrei come pena accessoria la reiscrizione alla prima classe dell’istituto nautico di Piano di Sorrento, dove mi pare viva. Inizi dalle asticelle, e prosegua piano piano.

Vedo invece perfetto per gli esercizi spirituali il professor Monti.
Diamine! Sei mesi di esercizio a questo novello chierichetto del capitalismo. Tutto precisino, a modo, pieno di sé, bravo, buono. L’economista che rende poveri i poveri e ricchi i ricchi. Con l’aiuto del Vaticano, che nemmeno De Gasperi aveva ricevuto in forme così macroscopiche, avrà un buon convento dove ritrovare il silenzio come arma di speranza e fede. Lui sei mesi in assoluto silenzio, e sei mesi di corrida canora e feste e ogni altra felicità ai disperati che hanno perso il lavoro.

Nell’agenda al primo punto: la felicità per i poveri.
Stop. L’agenda è una parola diabolica. Adesso tutti con questa agenda: l’agenda Monti, l’agenda Ingroia, l’agenda Grasso. E perbacco, finitela.

Ah, Ingroia e Grasso, vero. I due magistrati conquistadores di voti.
Ma che diavolo combinano? Tu Grasso hai vissuto tutta la vita nel tribunale e adesso, sul più bello…. No no no. A me non garba molto di vederli candidati.

Dobbiamo però assolvere qualcuno, altrimenti solo penitenze e carboni nella calza della Befana.
Diamogli un’assoluzione con riserva. Con monito e buffetto.

Le inquadriamo nel grande cesto delle pecorelle smarrite.
Diciamo smarrite.

In effetti esistono anche le pecorelle senza speranza.
Quando la storia si ripete si trasforma quasi sempre in farsa. Berlusconi che ripete la campagna elettorale e non si accorge di essere divenuto un perdente.

L’ha visto in compagnia della bella giovanotta, quella Pascale…
Siamo alla farsa, la storia si ripete anche qui.

È pur sempre l’unto del Signore.
A lui chiederei non preghiere ma opere. Un giretto nell’Africa a fianco dei padri comboniani di Alex Zanotelli. Il giorno a trovare acqua, la sera a far sorridere i bimbi con spettacolini musicali, veda lui. Un anno di impegno e anche la sua faccia incartapecorita dal fard trarrebbe grande giovamento. Come si sa, il volontariato fa bene all’anima e al corpo.

Un po’ dei suoi soldi farebbero bene ai diseredati del mondo.
I fondi Mediaset li destinerei agli ospedali di Emergency. Anzi sa che ti dico? Per Berlusconi il migliore training sarebbe in un ospedale di Gino Strada. Reparto ortopedia, assistenza e cura dei feriti da cause belliche.

È tremendo, a lui fa impressione il sangue.
È vitale la rigenerazione.

Provi pietà almeno per Veronica, oramai la sua ex.
Resista all’idolatria del danaro. Scopra il Vangelo e guardi alla solidarietà. Stacchi un assegno pari almeno all’ottanta per cento di quel che riceve per le comunità di recupero, per i bisognosi e i cassintegrati. Prediletta dal Signore è colei che dona.

Solidarietà, anche a sinistra dovrebbero tenere a mente questa parola.
Urca! Cosa mi dici adesso, penso subito a Bersani. Uè Bersani, ma mica hai capito chi è Monti? Chiama i migliori economisti e fatti spiegare cos’è la crisi, perchè a me pare una grande fregatura che il capitalismo, con questa storia della recessione, dà ai ceti operai. Svegliati, non andare a braccetto con i banchieri.

E prega, e redimiti!
Pregare non è obbligatorio, ma redimersi sì. E faccia un po’ come Landini, guardi al bell’esempio Fiom.

La Fiom, la sua cocca.
Medaglia d’oro e assoluzione con lode alla Fiom. Grazie a loro il lavoro è entrato nelle case degli italiani come un valore prima che una necessità. Il lavoro significa anche dare attuazione al primo articolo della Costituzione. Dare lavoro, dare dignità all’uomo. Questo è il Vangelo.

Don Gallo, presto si scoprirà che lei è un prete finto, un comunista che ha rubato la tonaca in sagrestia.
Vuoi scherzare? Parli così solo perchè sono un presbitero che non fa parte della casta sacerdotale.

Presbitero comunista.
Un compagno mi chiama e mi fa…

Da Il Fatto Quotidano del 30 dicembre 2012

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fonte ilfattoquotidiano.it

Autostrade, non accolti tutti i rincari: bocciati in 4 tratte, calmierati in altre. Ecco le decisioni del Ministero


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Autostrade, non accolti tutti i rincari
bocciati in 4 tratte, calmierati in altre
Ecco le decisioni del Ministero

L’aumento delle tariffe scatterà il 1° gennaio, ma non sarà del 3,9% come richiesto dalle concessionarie, bensì del 2,91%

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ROMA – Scatterà il primo gennaio l’aumento delle tariffe autostradali: ma non sarà del 3,9%, come richiesto dalle concessionarie, bensì del 2,91%. Su quattro tratte, infatti, le richieste delle società non sono state accolte, mentre in altre gli incrementi sono inferiori. Resta, però, la mini-stangata però in arrivo sul passante di Mestre (+13,55%) e sulle autostrade aostane (-14,4%).

Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti e il ministro dell’Economia e finanze – è scritto in una nota diffusa dal ministero guidato da Corrado Passera – hanno firmato i decreti interministeriali che fissano gli adeguamenti dei pedaggi autostradali relativi all’anno 2013, con decorrenza primo gennaio. A partire dal 1° gennaio 2013 gli incrementi sulla rete autostradale in concessione subiranno una variazione media del 2,91%, calcolata sulla base della media ponderata tra la tariffa di base ed il consuntivo di traffico dell’anno precedente.

L’aumento non sarà uguale per tutti: sarà – per fare qualche esempio – del 3,47% sui tratti delle Autostrade per l’Italia (Milano-Roma-Napoli) del 3,70% sull’autostrada dei fiori e dell’1,21% su quella del Brennero. Ma sale, e di molto, per le autovie venete (+12,63%), sul Passante di Mestre (13,55%) e nel raccordo autostradale della Valle d’Aosta (+14,44%).

Gli incrementi concessi – precisa il ministero – sono in applicazione delle normative vigenti e sono funzionali ad assicurare l’effettiva realizzazione degli investimenti posti a carico di ciascuna società concessionaria e a garantire il mantenimento della rete autostradale in condizioni di efficienza e di sicurezza per gli utenti. «Per ogni concessione – spiega il ministero delle Infrastrutture – è stata svolta una puntuale attività di controllo e di verifica da parte dalla competente Struttura di vigilanza sulle concessionarie autostradali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, finalizzata all’accertamento del rispetto, da parte dei concessionari autostradali, dell’esecuzione degli investimenti infrastrutturali e degli interventi di manutenzione previsti dalle convenzioni vigenti». Cosi – viene spiegato – sono stati sospesi gli incrementi tariffari relativi a 4 concessioni (Brescia-Verona-Vicenza-Padova, SATAP A4 e SATAP A21 e SAT) e autorizzati incrementi inferiori a quelli richiesti per altre 3 (Autostrade per l’Italia, ATIVA e Milano – Serravalle). Una decisione – precisa il ministero – «assunta in via cautelativa, nell’attesa del perfezionamento delle procedure relative ai rispettivi piani economico-finanziari, attualmente in corso di definizione».

Ecco in sintesi tutti i provvedimenti del Ministero per le varie concessionarie validi dal 1° gennaio 2013.

Asti Cuneo S.p.a. +7,20
ATIVA – Autostrada Torino-Ivrea-Valle D’Aosta +0,82
Autocamionale della Cisa S.p.A. +7,39
Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova sospeso
Autostrada dei Fiori S.p.A +3,70
Autostrada del Brennero S.p.A. +1,21
Autostrade Centropadane S.p.A. +5,66
Autostrade per l’Italia S.p.a. +3,47
Autovie Venete S.p.A. +12,63
CAV S.p.A. – Passante Mestre +13,55
CAV S.p.A.- Tratte autostradali A4 +13,19
Consorzio Autostrade Siciliane 0,00
Milano Serravalle Milano Tangenziali S.p.A. +1,16
RAV – Raccordo Autostradale Valle D’Aosta S.p.A. +14,44
SALT – Autostrada Ligure – Toscana S.p.A. +3,93
SAM – Autostrade Meridionali S.p.A. 0,00
SAT – Autostrada Tirrenica S.p.A sospeso
SATAP S.p.a. A4 sospeso
SATAP S.p.a. A21 sospeso
SAV – Autostrade Valdostane S.p.A. +11,55
SITAF – barriera di Avigliana +6,65
SITAF – barriera di Bruere +4,90
SITAF – barriera di Salbertrand +6,15
Strada Dei Parchi S.p.a. +7,56
Tangenziale Napoli S.p.A. +3,59
Torino-Savona S.p.A. +2,24

Domenica 30 Dicembre 2012 – 20:29
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L’India chiede giustizia per la morte della studentessa – VIDEO

L’India chiede giustizia per la morte della studentessa

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Le fiamme di migliaia di candele illuminano la notte di New Delhi. Lo stesso avviene a Mumbai, a Bangalore e in altre città dell’India. Così, un paese sotto shock ha dato l’ultimo saluto alla ragazza ventitreenne stuprata dal branco 13 giorni fa e deceduta ieri in un ospedale di Singapore per le ferite subite.

La salma della studentessa di medicina, che al momento resta ancora senza nome, è stata rimpatriata e subito cremata nel corso di una cerimonia privata.

Nella capitale, non sono mancati momenti di tensione tra manifestanti e polizia. Migliaia di persone sono scese in strada per gridare la propria rabbia e chiedere giustizia. Lo stupro di Delhi ha provocato una reazione emotiva senza precedenti, portando l’attenzione sulla condizione femminile nel paese.

“Questi episodi di violenza misogina vanno condannati risolutamente. Siamo tutti uniti nel chiedere una pena esemplare. Siamo arrabbiati, molto arrabbiati per la posizione in cui sono relegate le donne nella nostra società”.

“La nostra protesta non si affievolirà, fino a quando i colpevoli non saranno processati e condannati alla pena di morte”.

La ragazza era stata stuprata e ridotta in fin di vita mentre era su un autobus in servizio nel centro di Delhi. Ora, sei persone sono accusate formalmente di omicidio.

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fonte it.euronews.com

La Chiesa tace sul ruolo della donna… da duemila anni!


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La Chiesa tace sul ruolo della donna… da duemila anni!

di | 30 dicembre 2012

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Quando Papa Giovanni XXIII nel 1959, dopo appena tre mesi dalla sua elezione, decise di indire il Concilio Vaticano II per rinnovare la Chiesa e aprirla alla società, molti influenti cardinali (su tutti Alfredo Ottaviani) non erano affatto favorevoli. L’idea che il papa fosse infallibile –dogma proclamato da Pio IX nel 1870- e la Chiesa dovesse porsi al di sopra alla società, e non nella società, continuava a trovare molti accoliti,  tant’è che la decisione di proclamare papa il cardinale Roncalli sembrava proprio rispondere a un compromesso tra rinnovatori e conservatori, con questi ultimi convinti che Angelo Roncalli, ormai anziano, non avesse la personalità per porsi a guida del rinnovamento.

La Chiesa alla fine degli anni Cinquanta era afflitta da una crisi di vocazioni e da una progressiva perdita di praticanti, sempre più distanti da una liturgia percepita come estranea e non rispondente alle esigenze dei tempi. L’Italia, viveva un profondo cambiamento: le vecchie deferenze del mondo contadino si stavano sgretolando, l’industrializzazione e l’urbanizzazione stavano creando altri tipi di comunità, nuovi stili di vita imponevano altre esigenze. I parroci di campagna che spesso erano paladini di un ordine economico che postulava un mondo immobile, apparivano retaggi di un passato sempre più inascoltato dove, non di rado, la fede si mescolava alla superstizione.

In città la capacità di attrazione della Chiesa era ancora più bassa. Quella Chiesa – e papa Giovanni l’aveva capito benissimo – faticava a portare il suo messaggio perché il suo contenuto era prescrittivo, giudicante e non invece una voce, una possibilità di cammino spirituale offerta all’uomo.

Serviva una Chiesa capace di dialogare con il mondo contemporaneo per conquistare autorevolezza parlando alla pari con gli altri soggetti, da qui anche l’abbandono di uno strumento, per sua natura intollerante, come la scomunica e una nuova attenzione, non più paternalistica, nei confronti degli ultimi.

Dal punto di vista del costume, delle relazioni tra uomo e donna e del ruolo della donna nella Chiesa e nella società l’impulso rinnovatore del Concilio è stato del tutto inadeguato. Un’ostinata fedeltà letterale alle Scritture ha impedito di vedere che quelle condizioni femminili erano il retaggio delle condizioni di 2000 anni fa e lo stesso divario tra uomo e donna è scontato anche nell’Islam, allo stesso modo bloccato alla fotografia sociale della sua nascita. Entrambe le religioni faticano a concepire un allineamento tra uomo e donna, per questa c’è rispetto, nel cattolicesimo anche la santificazione, ma la donna non è mai sullo stesso piano dell’uomo. Eppure il Concilio Vaticano II poteva essere un’occasione per rileggere una condizione femminile che il segno dei tempi mostrava mutata e quei segni andavano accolti, come incitano a fare alcuni passaggi del Vangelo (Luca 12, 54 e Matteo 16, 3) quest’ultimo, in particolare, era stato ripreso ai tempi del Concilio come esplicita spinta al rinnovamento.

Nel cammino verso l’emancipazione femminile la Chiesa non ha mai speso parole importanti che potessero sostenerla. Dopo la fine del fascismo la Chiesa non si è discostata dal modello propagandato dal Regime di donna angelo del focolare, madre e moglie esemplare. La donna lavoratrice rimandava a un’idea di promiscuità con l’uomo.

Anche sulla mercificazione del corpo e della vita delle donne, niente, nessuna parola sulle case di appuntamento tacitamente tollerate: le cattolicissime Italia (nel 1958) e Spagna sono state in Europa le ultime nazioni ad abolirle. Il tradimento è un peccato, certo, ma con una prostituta lo è un po’ meno: l’importante è non offendere la morale, si fa ma non si dice e nessuno deve vedere, da qui anche la formula delle “case chiuse”. La prostituta, più che una donna sfruttata, è una viziosa. Ancora nei “moderni” anni Sessanta e Settanta del Novecento era la salvaguardia del comune senso del pudore che interessava la Chiesa.

Ciò ha fatto sì che il principale retaggio culturale trascinatosi nel tempo ha portato nelle menti più retrograde a percepire la donna come un corpo (oggetto) e non come una persona (soggetto). In Italia per arrivare a una legge sulla violenza sessuale si è dovuto attendere il 1996, sino a quel momento lo stupro è stato considerato un reato contro la morale e non contro la persona. Prima di questa legge, i processi intentati contro i violentatori sono stati spesso ulteriore causa di umiliazione per le donne che avevano subito violenza. Non di rado alla donna veniva chiesto come era vestita e se aveva avuto un atteggiamento provocatorio, quasi che la vittima, alla fine, fosse stato lo stupratore.

Quello che in questi giorni ha scritto Bruno Volpe sul sito Pontifex (ripreso dal parroco di Lerici don Piero Corsi) sul femminicidio causato dalle donne che provocano, è figlio di una mentalità che ha albergato nella società italiana. Una mentalità diffusa, mai estirpata, che tra le altre cose ha prodotto l’abominio giuridico del delitto d’onore (abolito soltanto nel 1981) che consentiva l’uccisione del coniuge adultero con un notevole sconto di pena.

Viene da chiedersi: quale autorità morale può avere tra i fedeli un parroco che sostiene queste posizioni? A che prezzo la Chiesa può permettersi di soprassedere e  minimizzare? Su twitter il papa mostra tanto piglio contro i gay e i negatori di Dio (dov’è finito il dialogo?), ma quando si deve guardare in casa propria la prudenza fa rima con reticenza.

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fonte ilfattoquotidiano.it