Archivio | dicembre 8, 2012

Monti va da Napolitano e si dimette


fonte immagine

Monti va da Napolitano e si dimette

Berlusconi: “Abbiamo cercato un altro leader e non l’abbiamo trovato”. Il capo dello Stato cerca di garantire la legge di stabilità. Elezioni il 10 marzo

.

di Angelo Angeli

.

Berlusconi ha davvero staccato la spina al governo Monti, con due obbiettivi: andare al più presto alle urne e presentarsi come il candidato del centro-destra, travolgendo le primarie e il suo stesso partito che pensava si fosse deciso a ritirarsi dal centro della contesa, dopo aver governato – quasi ininterrottamente – per 18 anni l’Italia.
Invece ci sarà il duello Bersani-Berlusconi, con l’ex premier del bunga bunga che pensa di poter evocare ancora il “pericolo comunista”.
“Il re Sole si è allontanato da me”: ha commentato con la sua nota ironia Mario Monti, ieri a Milano per la prima della Scala.

L’incontro Napolitano-Monti

Alle 19 Monti è salito al Quirinale, atteso da Napolitano. La conclusione del colloquio non era stata, probabilmente, prevista dal presidente della Repubblica.
Il presidente del Consiglio gli ha, infatti, annunciato che intende presentare le dimisisoni. A questo punto l’esito della crisi è diventato drammatico.
L’annuncio è arrivato in una nota ufficiale: “Monti intende rassegnare le dimissioni, dopo l’approvazione della legge di stabilità. Impossibile proseguire dopo la sfiducia del Pdl”. E poi la spiegazione: “Il Presidente del Consiglio accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l’esercizio provvisorio – rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo – siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio. Subito dopo il Presidente del Consiglio provvederà, sentito il Consiglio dei ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Capo dello Stato”.
Si può dire che le dichiarazioni di Berlusconi a Milanello sono state ritenute un’offesa insopportabile dal presidente del Consiglio.

Berlusconi: “In campo per vincere”

Silvio Berlusconi ha ripreso la parola anche nella giornata festiva dell’8 dicembre, approfttando dell’ormai consueta visita a Milanello.
Ha assicurato che “scende in campo per vincere” (e conoscendolo nessuno ne dubitava), poi ha mandato un’altra stoccata al povero Angelino Alfano “Senza di me il Pdl destinato alla sconfitta”. Infine ha respinto l’accusa di giocare irresponsabilmente con la politica italiana: “Irresponsabile io? Ma se mi ero fatto da parte”.

Abbiamo cercato un leader, senza trovarlo

“L’opinione di tutti – ha continua Berlusconi – era che ci volesse un leader come un Berlusconi del 1994 ma non c’era. E non è che non l’abbiamo cercato. L’abbiamo cercato. Ci eravamo dati – ha spiegato – una nuova dirigenza con il fantastico Angelino Alfano ma ci vuole tempo per imporsi come leader. Tutti i sondaggi davano il Pdl a un livello che non basta per contrastare la sinistra”.
Infine l’ex presidente del Consiglio ha detto (bluffando) che c’è ancora tempo per cambiare la legge elettorale e che gli sta bene la data del 10 marzo per le elezioni.

La stoccata di Monti

Si è fatto sentire anche Mario Monti, prima di salire al Quirinale da Napolitano, invitando gli italiani a respingere le sirene del populismo. E chi doveva intendere, avrà inteso.

Ieri l’annuncio di Alfano

L’annuncio della conclusione dell’esperienza Monti l’ha dato ieri Angelino Alfano alla Camera.
Ma anche tra i vicinissimi al Cav c’è chi contesta la sua scelta, come Giuliano Ferrara, che sul Foglio di oggi titola “Dispuesto a morir matando” il suo editoriale.

La nota di Napolitano

Napolitano, in questa tempesta provocata dal centro-destra, sta cercando di assicurare almeno una conclusione “ordinata” della legislatura.
In una nota il presidnete della Repubblica “confida – nel rispetto delle diverse sensibilità e posizioni politiche – che risulti possibile un percorso costruttivo e corretto sul piano istituzionale, nell’interesse del paese e della sua immagine internazionale”.

Fini: “Grave scelta del Pdl”

Stamattina anche il presidente della Camera ha fatto sentire la sua voce, trattando Berlusconi come un dinosauro. Ma pericoloso.
“La decisione assunta dal Pdl è molto grave perchè fa correre, ancora ulteriori rischi all’Italia. Adesso, come ha ricordato il nostro presidente della Repubblica – ha detto Fini -, si tratta di arrivare alla fine della legislatura approvando alcuni provvedimenti a partire dalla legge di stabilità, che sono indispensabili”.
E poi mi auguro – ha concluso il presidente di Montecitorio – una campagna elettorale civile in cui sia possibile un’alternativa credibile, tanto ad un berlusconismo quasi disperato quanto a una sinistra che non convince una buona parte degli italiani”.
.
LINK CORRELATI

CRISI APERTA: ALFANO L’ANNUNCIA ALLA CAMERA
BEPPE GRILLO: “SILVIO, ANCORA TU?”

.

CRISI – Il re di viti e bulloni tedesco: “Stop vendite in Italia. Bloccate le forniture a oltre 60mila aziende perché non pagano”


Fortuna che torna Lui… – fonte immagine

Crisi, il re di viti e bulloni tedesco: “Stop vendite in Italia, non pagano”

La denuncia di Reinhold Wuerth: fatture arretrate in 60mila aziende

Il re tedesco del bullone Reinhold Wuerth

 .

Niente più viti, bulloni ed altre componenti meccaniche di montaggio per l’Italia, fino a quando le 60mila aziende che ricevevano questo ed altro materiale non pagheranno le fatture arretrate. Lo annuncia in un’intervista al quotidiano `Handelszeitung´ Reinhold Wuerth, il re tedesco del bullone e delle viti, secondo il quale la Germania farebbe bene a pagare per mantenere nell’euro i Paesi in crisi del Sudeuropa. Wuerth spiega che il suo giro d’affari in Italia, Spagna e Portogallo si è praticamente ridotto «quasi a zero», poiché «mancano i soldi ed i clienti non sono più in grado di pagare. Solo in Italia abbiamo bloccato le forniture a 60mila clienti. Riceveranno nuova merce solo quando avranno pagato le vecchie fatture».

Il titolare dell’azienda tedesca spiega che i tre Paesi mediterranei gli sono costati due punti percentuali di crescita del fatturato. «Dall’inizio dell’anno il gruppo Wuerth ha aumentato del 4,5% il suo giro d’affari, senza la crisi nel Sudeuropa saremmo arrivati al 7%». Reinhold Wuerth mette in evidenza che in Germania è accettata da decenni la prassi che i Laender più ricchi contribuiscano con i loro finanziamenti a tenere a galla quelli più indebitati ed auspica un procedimento analogo anche per l’Eurozona. «Assia, Amburgo, Baviera e Baden-Wuerttemberg pagano miliardi di euro agli altri Laender», sottolinea il manager, per il quale «un meccanismo analogo di compensazione all’interno della Germania si realizzerà anche in Europa. Ne vale la pena, se vogliamo vivere in libertà e in pace». Wuerth si rallegra che le vendite del suo gruppo in Cina e India crescono tra il 50 ed il 60% all’anno, anche se ciò non riesce a compensare del tutto il calo delle vendite in Europa «dove realizziamo il 70% del nostro fatturato». Attualmente l’azienda tedesca è presente in 80 Paesi con un totale di 65mila dipendenti, realizzando un fatturato di oltre 10 miliardi di euro nel 2012.

.

fonte lastampa.it

GAZA – Mesha’al: la politica non avrebbe alcun senso senza la resistenza / VIDEO: Khaled Meshaal addresses Hamas rally

Khaled Meshaal addresses Hamas rally

Pubblicato in data 08/dic/2012

Hamas leader Khaled Meshaal addresses a 25th anniversary rally on his return from exile and tells the crowd, “Palestine is ours”.

Mesha’al: la politica non avrebbe alcun senso senza la resistenza

.

Gaza-InfoPal. Khaled Mesha’al ha concluso il primo giorno di visita a Gaza recandosi nella casa della famiglia ad-Dalu, di cui 12 membri sono stati uccisi da un bombardamento israeliano nella recente operazione Colonna di Nuvole.

Mesha’al ha raggiunto l’abitazione della famiglia martire nel quartiere di al-Nasser, nella zona ovest di Gaza, per esprimere le condoglianze, mentre migliaia di palestinesi si sono radunati intorno alla casa distrutta dall’aviazione militare israeliana.

Egli ha affermato che le imprese di Israele sono rappresentate da eccidi come quello della famiglia ad-Dalu, e altre famiglie sterminate durante la recente aggressione contro Gaza. “La differenza tra noi e gli israeliani è che loro uccidono i bambini e le famiglie, mentre noi uccidiamo i soldati e prendiamo di mira le postazioni militari”, ha aggiunto il leader di Hamas.

Khaled Mesha’al ha ribadito l’attaccamento alle costanti palestinesi – il diritto al ritorno nella propria patria e Gerusalemme in testa -, assicurando che ogni palestinese tornerà nella sua terra natia.

La casa di al-Ja’abari. Mesha’al, accompagnato dal primo ministro di Gaza Isma’il Haniyah, si è recato nel quartiere al-Shuja’iya di Gaza, nella casa di Ahmed al-Ja’abari, vice comandante generale delle Brigate ‘Ezz id-Din al Qassam (ala militare di Hamas), assassinato da Israele lo scorso mese di novembre.

Dall’abitazione del comandante martire, Mesha’al ha assicurato che il popolo palestinese sì unirà intorno ai suoi principi nazionali, così come si era unito nel campo di battaglia, durante l’ultima aggressione israeliana contro Gaza, ribadendo che la politica non avrebbe nessun senso senza resistenza.

Mesha’al ha anche lodato al-Ja’abari, sottolineando i buoni rapporti che intercorrevano tra i due leader, e aggiungendo: ”Egli non era un semplice comandante, era anche leale, e questa qualità gli ha permesso di umiliare Netanyahu”.

Il leader di Hamas ha affermato che il merito dell’ultima vittoria palestinese è da attribuire ad al-Ja’abari, elogiando, allo stesso tempo, tutte le fazioni e le brigate della resistenza palestinese. “La dipartita di Abu Mohammed (al-Ja’abari) è una grande perdita, egli era una delle persone più vicine a me, ma Dio ha decretato il suo martirio”, ha dichiarato il capo dell’ufficio politico di Hamas.

Mesha’al ha sottolineato che la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e i territori del ’48 rimarranno una spina nel fianco dell’occupazione, aggiungendo che quelli trascorsi a Gaza saranno i giorni più belli della sua vita. E rivolgendosi al popolo d Gaza, egli ha dichiarato: “Siamo con i martiri, e sulla via del martirio e la resistenza. Tenete le vostri mani sui fucili, amatevi a vicenda e sappiate che i vostri fratelli nei paesi della diaspora, e in tutta la nazione sono con voi”.

Ha poi aggiunto: “Noi non siamo dei leader tradizionali, siamo la servitù del popolo palestinese, e ci siamo dedicati alla resistenza, fare politica senza resistenza non ha alcun senso”.

La casa dello shaikh Yassin. In un breve discorso tenuto nella casa dello shaikh Yassin, la prima tappa della visita di Mesha’al a Gaza, iniziata nel pomeriggio di venerdì 7 dicembre, egli ha affermato che shaikh Ahmed Yassin “era il simbolo della riconciliazione nazionale e della resistenza, e da questa casa, se Dio vuole, noi di Hamas, sia in patria che in esilio promettiamo di proseguire sulla via della riconciliazione e del rafforzamento dell’unità nazionale, tutti coesi di fronte all’occupante”.

Egli ha sottolineato che dalla casa di shaikh Yassin, Hamas e la resistenza hanno visto la luce, affermando: “Questa modesta casa per noi equivale ai grandi palazzi”.

Ha poi aggiunto: “le imprese eroiche del nostro grande popolo sono culminate con la vittoria, così, i figli dello shaikh Yassin sono tornati ad al-Jura (la terra natia dello shaikh nei pressi di Ashkelon). Oggi ci incontriamo a Gaza, domani a Ramallah, Hebron, Gerusalemme e Safed, passando per al-Jura, Hamama e Yibna”.

Durante la sua visita alla casa dello shaikh Ahmed Yassin, fondatore di Hamas, Khaled Mesha’al ha ribadito che il suo movimento seguirà i passi del suo fondatore, dedicandosi alla resistenza e alla riconciliazione, e sottolineando che lo shaikh martire era il simbolo dell’unità nazionale.

.

fonte infopal.it

CLIMA – Onu, c’è l’accordo: esteso il protocollo di Kyoto


fonte immagine

L’ACCORDO DI DOHA

Onu, c’è l’accordo: esteso il protocollo di Kyoto

Clima, 200 Paesi firmano l’intesa per ritardare i cambiamenti

.

Quasi 200 Paesi hanno trovato un accordo per estendere il protocollo di Kyoto per ritardare i cambiamenti climatici fino al 2020. Il patto siglato nel 1997 per il controllo delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi sviluppati sarebbe altrimenti scaduto quest’anno. La seconda fase, tuttavia, copre soltanto il 15% delle emissioni globali dopo che Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Russia si sono ritirate. L’obiettivo ora è l’adozione nel 2015 di un trattato più ampio, che si applichi a tutti i Paesi e entri in vigore quando anche la nuova estensione dell’accordo arriverà al termine nel 2020.

LA PROROGA – L’estensione del protocollo di altri 8 anni mantiene in vita e giuridicamente vincolante l’unico patto tra governi per la lotta contro il surriscaldamento globale; ma è stato indebolito dal ritiro di Russia, Giappone e Canada, e così adesso i Paesi firmatari risultano essere responsabili solo del 15 per cento delle emissioni di gas inquinanti (del resto, gli Usa non hanno mai firmato Kyoto). La Russia, che a Doha si è tirata indietro, voleva limiti meno stringenti. Rinviato anche il cosiddetto Doha Climate Gateway, ovvero la decisione sul pacchetto di aiuti ai Paesi in via di sviluppo perchè potessero affrontare le conseguenze derivanti dal cambiamento climatico. Su un punto tutti si sono trovati d’accordo: l’accordo di Doha è ben lontano da quello che gli scienziati chiedevano per scongiurare le tragedie climatiche sempre più frequenti (ondate di caldo incessante, tempeste violente, inondazioni, trombe d’aria, siccità devastanti e l’aumento costante dei livelli del mare).

.

fonte corriere.it

Cgil, “caccia alle streghe” nelle basi Usa “L’amministrazione non riconosce il sindacato”

Cgil, "caccia alle streghe" nelle basi Usa  "l'amministrazione non riconosce il sindacato"

Cgil, “caccia alle streghe” nelle basi Usa “L’amministrazione non riconosce il sindacato”

Parte da Sigonella la campagna contro il mancato riconoscimento della sigla da parte dell’amministrazione americana: “Ammesse solo Cisl e Uil, agli altri lavoratori è impedita la rappresentanza”. Preoccupazione per i tagli e i licenziamenti in vista: “Adesso serve una rappresentanza forte e capillare”

.

di GERALDINE PEDROTTI

.

PALERMO – La “caccia alle streghe” del maccartismo è ormai un pezzo di storia passata, ma sembra continuare dentro le basi Usa in Italia. Il “nemico rosso” in questo caso è la Cgil, sindacato che non viene riconosciuto dagli accordi firmati dal governo degli Stati Uniti con i cinquemila lavoratori dei cinque aeroporti militari sparsi sul territorio nazionale. Ad accendere i riflettori su un problema che va avanti da mezzo secolo sono gli 800 lavoratori dello scalo di Sigonella, che oggi a Catania hanno avviato una campagna nazionale per denunciare quella che definiscono “una situazione anomala che viola il dettato costituzionale e impedisce ai dipendenti di scegliere liberamente da chi farsi rappresentare”.
“L’amministrazione americana  –  spiega Angelo Villari, segretario della Cgil di Catania  –  riconosce come interlocutori unicamente Cisl e Uil, rifiutandosi di ammettere alle trattative sindacali la Cgil e le altre organizzazioni. Del resto, il contratto vigente che regola i rapporti tra governo Usa e lavoratori, all’articolo 2 comma 1 recita testualmente che “i comandi intrattengono rapporti sindacali solo con Fisascat Cisl e Uiltucs Uil”. Di fatto impediscono ai dipendenti iscriversi liberamente sia alla Cgil che agli altri sindacati, che non siano Cisl e Uil. Sia chiaro che noi difendiamo la libertà di scelta e chiediamo che siano ammessi tutti i sindacati, non solo il nostro”.

“La nostra è una condizione poco chiara  –  racconta Rosario Pellegrino, che da 38 anni lavora dentro la base militare siciliana  –  siamo tutti cittadini italiani, ma appena varchiamo il cancello del sito perdiamo i principali diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Paghiamo le tasse allo Stato italiano, ma non godiamo dei diritti riconosciuti ai suoi cittadini. Siamo stati dimenticati, questa è una vera e propria anomalia democratica”. A preoccupare gli 800 dipendenti di Sigonella è soprattutto il contesto di spending review che si respira da qualche mese dentro le basi statunitensi in Italia. “A Livorno  –  spiegano i lavoratori  –  hanno già licenziato 41 persone e tutti e cinque gli aeroporti sono in una situazione finanziaria critica. Si prospetta un futuro di tagli al personale, per questo è necessario avere una rappresentanza sindacale forte e capillare”.

Quello che Cgil catanese e lavoratori chiedono, anche attraverso la raccolta firme tra i colleghi delle altre basi, è il libero accesso alle organizzazioni sindacali e la modifica dell’articolo 2 del contratto di lavoro. “Chiediamo alla Cgil nazionale  –  aggiungono dalla segreteria di Catania  –  di avanzare formale richiesta di sedere al tavolo per il rinnovo del Ccnl attualmente in corso, e giriamo il caso al governo regionale e nazionale. Facciamo appello anche a Cisl e Uil affinché ci sostengano in questa battaglia. I muri sono caduti da un pezzo, è inconcepibile avere ancora di questi problemi”.

.

fonte palermo.repubblica.it