Archivio | dicembre 22, 2012

DONNE & POLITICA – Un gioco da ragazze?


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Un gioco da ragazze?

Dall’ingresso delle donne in politica alla manifestazione delle sciarpe bianche, passando per le opinioni di scrittrici, filosofe e intellettuali: la centralità del rapporto tra donne e politica

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di Sandra D’Alessandro
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Foto: AFA

La prima a dirlo credo sia stata Valerie Solanas nel suo S.C.U.M. (Manifesto per l’eliminazione dei maschi, Ortica editrice, 2010), nel lontano 1967. Partendo da una considerazione genetica – il maschio è “un incidente biologico, una femmina mancata” (su questo punto cfr con Il cervello delle donne, di Louise Brizendine, Rizzoli, 2007), “un morto vivente, un vibratore ambulante”, che ha seminato distruzione e morte per millenni – Valerie propone di disfarcene, e di lasciare il governo del mondo in mano alle donne. Certo, milioni di loro hanno subito un lavaggio del cervello, ma “eliminate gli uomini e le donne prenderanno forma”. Il nuovo ordine sarà basato sull’automazione che abolirà tutti i lavori non creativi, e lascerà il tempo per la ricerca della felicità, che può trovarsi solo nella relazione con gli altri; ogni donna, infatti, sa per istinto che l’unico male è nuocere agli altri, e che il significato della vita è l’amore.
Oggi lo dicono tutti. Oggi che la nave sta affondando, ci vogliono tutti ai posti di comando: la situazione è disperata, dicono, solo voi potete salvarci. E noi? Eccoci qua, pronte come sempre a venire in vostro soccorso, a rimediare gli irreparabili danni che avete combinato. Crocerossine nel tempo, a curare le ferite del corpo e dell’anima che voi stessi procurate, sotto le bombe che voi lanciate, rifugiate in ruderi che una volta erano le nostre case che voi avevate demolito, in città e campagne dove seminate distruzione e morte. Vi diamo la vita, vi accudiamo, vi immettiamo adulti nel mondo e voi, dopo averne combinate di tutti i colori, tornate a piangere dalla mamma. E noi sempre a dire di sì. E che altro fare, se vogliamo continuare a vivere? Sembra che lo vogliano proprio tutte, con le stesse motivazioni e gli stessi obiettivi: siamo più brave, più esperte, la cura degli altri e l’amore per la vita e per la bellezza sono il nostro pane, stanno nel nostro DNA, peccato l’abbiate capito così tardi!
Ma. Ma c’è un problema: si può portare un cambiamento dentro questo sistema con gli strumenti attualmente a disposizione nel mondo occidentale, quelli della democrazia parlamentare? 45 anni fa Valerie Solanas diceva che no, non è possibile. Oggi la poeta afroamericana Audre Lorde dice “Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”. Mi piace questa frase, perché dice pane al pane e vino al vino: siete e siete sempre stati i nostri padroni, non riuscite a fare a meno di esserlo, perfino voi che siete i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri compagni, di viaggio e di vita; e quando non ci riuscite ci punite umiliandoci, costringendoci a negare il nostro valore, il nostro successo in cambio del vostro affetto e della vostra attenzione. (Chiedo scusa a quanti non si riconoscono in queste parole. Qualcuno si arrabbierà, ma la letteratura in sostegno alla mia affermazione è ampia e documentata; ho trovato particolarmente interessante Malamore, di Concita De Gregorio, Mondadori, 2008, dove si narra tra l’altro l’omicidio dell’attrice Marie Trintignant ad opera del suo compagno, anarchico, musicista trasgressivo amato dai giovani di sinistra).
Gli attrezzi del comando, si diceva, sono stati pensati e praticati per opprimere, umiliare, giustificare e perpetrare ingiustizie, quindi non vanno bene. Bisogna cambiarli.

Scindere la politica dai partiti

Simone Weil, nel suo Manifesto per la soppressione dei partiti politici (Castelvecchi 2008), afferma che “ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni, e il suo unico fine è la propria crescita”, e che “tutti i partiti sono ufficialmente costituiti per uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”.
Anche per Hannah Arendt la politica va scissa dai partiti: essa non è governo o rappresentanza, rapporto tra governanti e governati, men che meno rapporto di dominio, ma lo spazio pubblico dello stare insieme in quanto uguali e diversi, dove sperimentare la possibilità di essere protagonisti e la felicità pubblica che deriva dall’agire con gli altri, lo spirito pubblico che fa sì che ogni individuo possa essere visto, approvato, considerato e rispettato da coloro con cui vive e che lo conoscono. All’interno di questo spazio la sovranità è limitata dalla dialettica delle relazioni tra i molti e l’unico, e dalla distanza che impedisce il dominio dell’uno sull’altro. (Vedi Che cos’è la politica?, Edizioni comunità 1997, e Sulla rivoluzione, Milano 1983).
La necessità della distanza è ribadita da Luce Irigaray, la teorica della differenza sessuale, per cui autonomia e limite, libertà e responsabilità vanno insieme in quella che Luce chiama “etica della libertà”; la sovranità non è mai assoluta ma è limitata dalle relazioni nelle quali siamo immersi. Ed è questa la conditio sine qua non di una vera democrazia. La novità introdotta da Luce è che alla base di ogni relazione umana, e dunque anche quella politica, c’è il rapporto uomo donna, dove solo il riconoscimento e l’accettazione della diversità dell’altro possono avviare un dialogo costruttivo, senza il quale non solo non c’è amore, non c’è proprio nessuna relazione (La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri 1994).
C’è in Valerie, Simone, Hannah e Luce una forte matrice antiautoritaria e libertaria, che esclude gli strumenti della democrazia occidentale, attrezzi non ossidati dal tempo e dal cattivo uso, ma intrinsecamente oppressivi e autoritari.
Un interessante contributo è venuto recentemente da Luisa Muraro con Dio è violent (Nottetempo 2012, recensito sul numero 375 della rivista), che ha scatenato un putiferio tra le femministe, in quanto punta il dito contro quello che sembrava un punto fermo inossidabile e inattaccabile: la non violenza come scelta nel cammino della propria liberazione: “Che la violenza sia un mezzo (della politica o della giustizia) che si può usare così o colà, pro o contro il sistema di potere, questa è una presunzione errata e deleteria. La violenza non è a nostra disposizione, piuttosto viceversa. Vedere nella violenza il manifestarsi di una potenza che gli umani non governano, per lo più cieca e distruttiva, che talvolta però, a sprazzi, prende senso e si impone in chi ha il senso della giustizia, diventando violenza giusta, questa è una veduta più profonda”. E, riferendosi alla distinzione tra potere e politica elaborata in un libro della comunità filosofica di Diotima pubblicato nel 2009, afferma: “Politica è guadagnare esistenza libera e benessere condivisi, sottraendoci, donne e uomini, con astuzia e ingegno, in caso combattendo, allo schiacciamento dei rapporti di forza. C’è politica quando c’è movimento libero dell’anima e dei corpi, dove prima c’era cieca sottomissione ai più forti e al caso”.

Breve excursus storico

L’ingresso delle donne nel mondo della politica è tutto sommato molto recente, se pensiamo che ancora nella seconda metà dell’800 si ragionava (si fa per dire!) se le donne avessero o meno l’anima.
In Italia la posizione della donna è sempre stata particolarmente difficile, diciamo pure umiliante: il fascismo la declassò a “fattrice”, sottomessa a tutti i maschi della famiglia in quanto priva di capacità e intelligenza. Durante la guerra le “fattrici stupide e inette” presero in mano la produzione e sostituirono gli uomini in tutte le mansioni civili, e fecero la loro parte anche durante la Resistenza, dimostrandosi determinate e coraggiose.
Si illusero con questo di essersi guadagnate la parità con gli uomini, ma restarono profondamente deluse: vuoi per il maschilismo trasversale a tutti i partiti, vuoi per le interferenze della chiesa, dovettero ricominciare tutto da capo. All’Assemblea Costituente erano 21 su 556 membri; al loro ingresso in aula furono accolte dai commenti pesanti e volgari dei loro colleghi maschi, ai quali una di loro ripose con un lapidario “Peggio di voi non potremo fare”.
Verso la fine degli anni ’40 ci furono molti suicidi di donne che non sopportarono l’enorme passo indietro che fu tornare ad essere considerate inferiori e sottomesse ai maschi; ricordo che vigeva ancora il delitto d’onore, l’autorizzazione al marito di usare “mezzi di correzione” con le mogli, il carcere per la moglie adulterina, e molto altro ancora. Il tutto in un ambito in cui le donne tornavano ad essere “l’angelo del focolare”, sottopagate se lavoravano, escluse dalle cariche pubbliche, estromesse anche dal mondo della cultura, specie dagli incarichi più prestigiosi: insegnanti sì (è ancora considerato fare un po’ le mamme), direttori di giornali o rettori universitari mai. Eppure continuarono a lottare, nelle campagne e nelle industrie tessili, dove la loro presenza era molto forte, e nel Parlamento, le pochissime che riuscirono ad essere elette, strappando faticosamente una parità che oggi, almeno sulla carta, esiste. Fondamentali furono anche le lotte dei lavoratori e degli studenti negli anni sessanta e settanta e, quando le questioni di genere irruppero con la loro urgenza spaccando in due i movimenti, quelle delle donne.
Se in passato può avere avuto qualche senso – almeno alla nascita della Repubblica, quando si nutrivano grandi speranze – praticare le strade della rappresentanza, soprattutto per le donne che ne erano state sempre escluse, oggi nessuno può più illudersi di cambiare le cose e di salvare il salvabile. Forse qualcosa si può fare nei comuni; a Milano la piccola rivoluzione yin della giunta Pisapia qualche buon risultato lo sta producendo; ma le decisioni fondamentali, quelle che determinano la nostra vita, si prendono altrove. E allora, come suggerisce Luisa Muraro, bisogna voltare le spalle a tutto questo, non nel senso della fuga, ma di volgersi ad altro. Pensiamo alle otto R per la decrescita suggerite da Serge Latouche, che sono un modo di aggirare il sistema vigente, contrapponendogli comportamenti e nuovi modi di autogovernarsi e sostenersi economicamente, che un po’ per volta gli tolgano spazio. Pensiamo a Occupy Wall Street e movimenti analoghi, nati un po’ ovunque con lo scopo di delegittimare il sistema finanziario.

Foto: Roberto Gimmi

Rivolgersi ad altro

Non è poi così improbabile che ci si riesca; in fondo il capitalismo, le banche, sono costruzioni umane e quindi soggette a decadenza e morte. Il fatto è che nelle sinistre c’è, oltre all’illusione di poter cambiare le cose dall’interno, una vocazione alla sconfitta, una lamentela poco costruttiva che induce a pensare che niente cambierà mai. Anche molte donne hanno una tendenza a lamentarsi; eppure hanno sempre fatto tutto bene: negli anni del femminismo hanno costruito case di accoglienza per le donne maltrattate, centri antiviolenza, consultori e asili autogestiti. E poi hanno studiato se stesse e la propria storia, fondando riviste, librerie, case editrici, università, elaborando un pensiero di grande valore e di contenuti nuovi. E, a detta degli stessi uomini, sono professionalmente più brave. E allora perché si devono prestare a rimediare ai danni combinati dagli altri, incorrendo tra l’altro in patologie quali la sindrome glass cliff (precipizio di cristallo), che affligge le donne manager chiamate a salvare le imprese quando ormai sono alla bancarotta, per salvare un sistema che, appena ripresosi, le butterà fuori a calci, come ha sempre fatto? C’è una frase molto bella di Clarice Lispector, che dice: “Il mondo è indipendente da me; questo non potere coincide con la liberazione e con la libera azione… puoi fare tutto, una volta che sai questo, sei libera di trasformare ciò che è dato in un nuovo provvisto di senso” (i corsivi sono miei; da La passione secondo GH, citato da Marina Terragni in Un gioco da ragazze. Come le donne rifaranno l’Italia. Rizzoli 2012).
Nel febbraio 2011 le donne sono scese in piazza in tutt’Italia con lo slogan Se non ora quando?, per riprendersi la propria dignità, calpestata e vilipesa da una classe dirigente che ha portato nel Parlamento e nelle Regioni signorine che di fatto si sono prostituite per accedere a cariche prestigiose e redditizie e ha ridotto la figura delle donne a poco più che bambole gonfiabili. Un bel passo indietro, ma anche una riscossa: alle successive elezioni amministrative si sono presentate in tante, e molte sono state elette. Mai avuto tanti sindaci donna, soprattutto della Lega Nord, il che sembra strano (rimando chi volesse approfondire all’inchiesta di Cristina Giudici Leghiste, Marsilio 2011, che riserva non poche sorprese). Trovo un po’ preoccupante questa convergenza, anche se alla base ci sta una questione di genere che include tutte le donne. Mi sembra che questo voler entrare in massa nelle istituzioni e nei posti di comando non conservi nulla del pensiero femminile e femminista cui ho fatto un breve accenno sopra, e che la discriminante della cura e del fare le cose bene (comune anche a molti uomini, aliena a molte donne) non sia sufficiente a evitare il rischio di essere fagocitate e diventare oggetto dell’italico trasformismo: changer pour conserver. Staremo a vedere.

Sandra D’Alessandro

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fonte anarca-bolo.ch

I due marò ringraziano il popolo italiano. A me no

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I due marò ringraziano il popolo italiano. A me no

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DI RITA PANI (APOLIDE)
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L’aereo atterra a Ciampino in diretta TV, e l’unica differenza tra questi eroi e gli altri che ci hanno abituato a vedere, è solo il fatto che loro scendono dall’aereo sulle loro gambe; gli altri, in genere, dentro una scatola di legno avvolta dal tricolore.

No, non è vero. È diverso anche il fatto che a differenza degli eroi morti, questi hanno un palco sul quale salire, per ringraziare, per dirsi emozionati e grati per l’impegno dello stato che ha dato loro la possibilità di “respirare aria di casa”, di “avere questo permesso per passare il Natale a casa”.

I due marò ringraziano il popolo italiano. A me no La cronista ce li racconta, e sottolinea l’emozione dei marinai accolti in pompa magna dal capo della marina, dal ministro in persona. Loro possono fare quel che nessun altro eroe, tornato a casa morto per una guerra insulsa, che si ostinano a chiamare  guerra di pace, può fare: ringraziare tutto il popolo italiano.

E io mi disgusto. Io non voglio far parte di questo popolo italiano, io non voglio i vostri ringraziamenti, io non voglio essere complice di un abominevole assassinio. So che è solo una formula, una sorta di litania, quella cortese forma da protocollo che gronda emozione e gratitudine, ma io i vostri ringraziamenti non li voglio nemmeno pro forma.

Fortemente rifiuto.

Avevo già scritto ieri, di questo vortice contrario che ci inghiotte tutti quanti, di questo paese ormai servo, ed oggi – qualora ce ne fosse stato bisogno – ne abbiamo avuto una dimostrazione in più. Tollero poco e male quei figli di famiglia che tornano morti dalla guerra, perché l’Italia la guerra la ripudiava, e una guerra non si può chiamare pace, soprattutto quando si combatte in un paese illegalmente invaso al solo scopo di conquistarne il petrolio, o gli accessi al mare per gli oleodotti, ma almeno la farsa patriottica un senso l’avrebbe, se non altro per quei genitori che i figli non li abbracceranno più. Il tricolore potrebbe essere l’unico loro conforto, le autorità un modo per far sentire riconoscenza. Ma oggi?

Due marinai assoldati per scortare una petroliera privata … due marinai che devono essere processati per omicidio. Quale sarebbe l’eroismo? Cosa differenzia un assassino da un altro?

Due assassini son tornati a casa dopo aver ucciso dei pescatori, che faticando in mezzo al mare campavano le famiglie. Non dico che lo stato italiano avrebbe dovuto dimenticarseli in un Resort in India, ma avrebbe dovuto risparmiare a tanta gente che di ingiustizia soffre e muore, la farsa della vittoria delle diplomazie, lo spettacolo indegno di uno stato che sembra davvero aver scordato qualunque fondamento di civiltà. Lo stato italiano ha pagato in danaro, poteva farli arrivare in silenzio, magari facendo finta di avere almeno rispetto per le famiglie dei pescatori che i loro cari non li vedranno più.

Ma ormai non c’è più nemmeno la decenza.

Rita Pani (APOLIDE)
Fonte: http://r-esistenza-settimanale.blogspot.it/
22.12.2012

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fonte comedonchisciotte.org

L’ultimo regalo del governo Monti: è per un’azienda farmaceutica. Il ministro Balduzzi: “Salute pubblica in pericolo”


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L’ultimo regalo del governo Monti: è per un’azienda farmaceutica

Un emendamento inserito in extremis nella legge di stabilità libera dai controlli gli emoderivati provenienti da Stati Uniti e Canada, paesi nei quali il sangue si può vendere. Alla base il conflitto d’interessi di un senatore, Andrea Marcucci. Il ministro Balduzzi lancia l’allarme: “Salute pubblica in pericolo”

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“Si tratta di uno di quegli emendamenti sul finire, notturni, che creano dei problemi”. Renato Balduzzi è un ministro tecnico, ma evidentemente s’è accorto presto di come funzionano le cose in Parlamento. Il titolare della Salute si riferisce a una normetta spuntata in Senato, senza avere molta attinenza con la materia, nella legge di Stabilità che ieri è diventata legge. Cosa prevede? Semplicemente che sangue e prodotti emoderivati provenienti da Stati Uniti e Canada non avranno più bisogno dell’autorizzazione preventiva dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per essere importati nel nostro Paese: il che vuol dire che queste preparazioni – componenti del sangue che vengono separati attraverso un sofisticato sistema di centrifugazione del sangue – possono arrivare liberamente dal Nord America e non, per dire, dalla Francia. Col rischio che si incorre nel paradosso di rendere facile l’importazione di emoderivati da paesi – come molti Stati Usa – in cui il sangue si può vendere (e molti poveri lo fanno), mentre in Italia è vietato.

Ora Balduzzi, dopo le proteste di area Pd (Marino, Miotto e altri), è preoccupato e pensa addirittura a un “provvedimento d’urgenza” giustificato coi “pericoli per la salute pubblica”. Resta una domanda: com’è arrivato questo strano emendamento nel ddl stabilità? Ce lo ha messo Cesare Cursi, Pdl di rito aennino, già capo segretaria di Amintore Fanfani, ex sottosegretario alla Salute. Conosciuto l’esecutore, forse è il caso di chiedersi a chi interessa questo emendamento: quante sono le aziende interessate? La risposta si trova nelle parole di Ignazio Marino, chirurgo di fama mondiale e senatore del Pd: “Sugli emoderivati l’Italia è di fatto in un regime di monopolio: dal 1990 gli emoderivati sono prodotti da un’unica azienda farmaceutica, la Kedrion (di Castelvecchio Pascoli, Lucca, ndr). Nel 2011, Kedrion ha coperto circa il 65% del fabbisogno terapeutico italiano per questi prodotti, quindi solo il restante 35% è fornito al Paese in regime di concorrenza”.

In sostanza, grazie ad un monopolio paralegale, solo Kedrion può produrre e vendere in Italia alcune tipologie di questi preparati: per di più, la società toscana è assai attiva in Nord America, tanto in Canada quanto negli Stati Uniti, e particolarmente interessata dunque al’emendamento Cursi. Basti a provarlo un comunicato dell’azienda del luglio di quest’anno in cui si dà notizia dell’acquisto di un ramo d’azienda della società Ocd (Ortho Clinical Diagnostics), che andava ad aggiungersi ad un impianto di frazionamento a Melville (New York), alla controllata Kedrion Biopharma e ad otto centri di raccolta del plasma sparsi per gli States. Resta solo da chiarire chi siano i proprie-tari di Kedrion. Trattasi dei Marcucci, famiglia che fin dai tempi del capostipite Guelfo dà del tu al potere. Al comando ora c’è la generazione dei figli, tre: la primogenita Marialina fu azionista de l’Unità, il fratello Paolo guida la società, il più piccolo, Andrea, s’è dato alla politica. Liberale prima, sottosegretario con Prodi, Pd oggi. E pure senatore . Come Ignazio Marino, che da tempo prova a scardinare il monopolio di Kedrion senza successo.

La storia di questa battaglia è lunga e Giorgio Meletti l’ha raccontata nei dettagli su questo giornale a settembre. Ci provarono alcuni parlamentari con una legge nel 2005, seguiti per il governo dall’allora sottosegretario Cursi: in 7 anni, però, non è cambiato niente. A febbraio allora, facendosi forte della premiership dell’ex commissario alla Concorrenza Monti, Marino prova a liberalizzare il settore degli emoderivati con un emendamento al dl liberalizzazioni: il presidente della Commissione Industria del Senato, però, lo giudica “inammissibile per estraneità di materia”. Chi è? Cesare Cursi. Il chirurgo si rivolge allora al ministro Passera che, stupito, promette interventi. Se ne deve essere dimenticato, ma nel frattempo lo Stato ha trovato il modo di entrare nel capitale di Kedrion attraverso Cdp.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Napolitano scioglie le Camere


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Napolitano scioglie le Camere

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ultimo aggiornamento: 22 dicembre, ore 21:42
Roma – (Adnkronos) – Al voto il 24 e il 25 febbraio. La prima riunione delle nuove Camere il 15 marzo. Venerdì le dimissioni del premier. Conferenza domenica alle 11: ”Darò la mia visione sul Paese”. Pd: ”Ora fase nuova”. Pdl: ”Resti neutrale”. Casini: ”Con lui qualunque sia la scelta”. Ingroia: “Entro l’anno decido se candidarmi”. Berlusconi ‘a tutto video’, in tv anche la vigilia. Usigrai: fermatelo

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Roma 22 dic (Adnkronos) – Il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, ha annunciato che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha firmato il decreto di scioglimento delle Camere.

Il Presidente della Repubblica, si legge in una nota del Quirinale, dopo aver sentito i presidenti dei due rami del Parlamento, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione, ha firmato il decreto di scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.

“La strada era già segnata, non esisteva alcuno spazio per ulteriori sviluppi in sede parlamentare” ha sottolineato il presidente, incontrando brevemente la stampa al Quirinale.

“Era una strada già segnata, dunque, e percorsa con eccezionale impegno dalle Camere. Né esisteva spazio per sviluppi in sede parlamentare: avevamo solo il tempo per approvare la legge di stabilità e ci avviavamo verso elezioni a metà febbraio. Lo scioglimento della legislatura appariva inevitabile”. Il capo dello Stato si è augurato che la campagna elettorale “sia condotta con misura e spirito competitivo ma costruttivo, come la situazione esige”.

Napolitano ha firmato anche il decreto di convocazione dei comizi elettorali: si voterà il 24 e 25 febbraio per l’elezione di Camera e Senato. La prima riunione delle nuove Camere è fissata per il 15 marzo.

Il Capo dello Stato ha ricevuto alle 18 al Quirinale il presidente del Consiglio Mario Monti, accompagnato dal sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà. Monti ha controfirmato il decreto di scioglimento delle Camere e ha presentato a Napolitano per la firma il decreto di convocazione dei comizi elettorali, quello per la prima riunione del nuovo Parlamento, il decreto di assegnazione alle Regioni del territorio nazionale e alle ripartizioni della circoscrizione Estero del numero dei seggi spettanti per l’elezione del Senato; il decreto di assegnazione alle circoscrizioni elettorali del territorio nazionale e alle ripartizioni della circoscrizione Estero del numero dei seggi spettanti per l’elezione della Camera.

Si è così conclusa la giornata delle consultazioni con i gruppi parlamentari, iniziata questa mattina alle 10, seguite alle dimissioni del presidente del Consiglio Mario Monti. Nel pomeriggio, verso le 16:30, il presidente della Camera Gianfranco Fini è stato ricevuto da Napolitano. Prima di lui anche il presidente del Senato è stato a colloquio con il capo dello Stato per circa mezz’ora e poi è uscito senza rilasciare dichiarazioni alla stampa.

Per il Pdl Monti deve mantenere il profilo di neutralità e terzietà ”in una fase di confronto politico delicata e importante come quella attuale”, questa la richiesta avanzata a Giorgio Napolitano dai capigruppo Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri nei 20 minuti di colloquio con il Capo dello Stato. Cicchitto ha ricordato come non sia stato il Pdl a sfiduciare Monti: ”Da parte nostra – ha spiegato – sono stati mossi rilievi di merito, ma non abbiamo certo presentato una mozione di sfiducia”. Ora, ha sottolineato, ”andando verso le elezioni, il governo tecnico e Monti dovranno mantenere una collocazione al di fuori delle parti”. Stesso concetto espresso da Gasparri, secondio il quale ”è indispensabile che il governo mantenga un profilo tecnico, di terzietà e imparzialità, sopratutto in una fase in cui al centro deve esserci il confronto politico sui contenuti”.

Il Pd ringrazia il premier ma chiede una nuova fase. L’Italia ”dopo i sacrifici sostenuti merita una seconda fase con politiche progressiste e riformiste basate su un semplice principio: chi ha di più deve mettere di più a disposizione della comunità”, ha detto Dario Franceschini al termine del colloquio di circa venti minuti con Napolitano insieme ad Anna Finocchiaro. ”Vogliamo ringraziare il presidente Napolitano – ha scandito il capogruppo alla Camera – per il modo straordinario con cui ha esercitato l’ultimo anno del suo mandato, accompagnando il paese in un percorso difficile, in uno scenario inedito”. Franceschini ha voluto sottolineare come il Pd, fin dal primo giorno, sia stato leale nei confronti del governo: ”Abbiamo mantenuto l’impegno assunto il giorno dopo aver fatto cadere il governo Berlusconi. Avremmo potuto scegliere la strada comoda delle elezioni, ma invece abbiamo operato nell’interesse del Paese. Abbiamo sostenuto con lealtà l’esecutivo, correggendo ogni singola scelta in nome dell’equità e della giustizia sociale, cercando sempre di tutelare le fasce più deboli”.

L’Udc auspica il proseguimento del lavoro iniziato da Monti. Per non ”vanificare gli sforzi e le riforme che cominceranno ad avere effetti già dal 2013, occorre continuare con forza e decisione il lavoro svolto dal governo Monti”, ha detto al capo dello Stato Gian Luca Galletti ribadendo come per i centristi sia indispensabile insistere con l’agenda Monti. ”Abbiamo espresso al Capo dello Stato – ha spiegato – la nostra soddisfazione per il lavoro svolto n questo anno dal governo. Da parte nostra è giunto un contributo determinante per il lavoro dell’esecutivo che ora non dovrà essere interrotto”. Al Quirinale con Galletti, anche il capogruppo al Senato, Giampiero D’Alia, in rappresenza anche delle autonomie.

Anche il Terzo polo chiede di non tradire “l’impegno e i risultati ottenuti dal governo Monti”, qualunque sia quello che verrà dopo. A chiederlo a Napolitano è stato il leader di Api e presidente del Gruppo per il Terzo polo al Senato, Francesco Rutelli. ”Abbiamo espresso tutto il nostro apprezzamento – ha aggiunto Rutelli al termine del colloquio – per il comportamento ineccepibile del presidente della Repubblica, che ha mostrato saggezza, euquilibrio e rapidità nel percorso che sta portando il paese verso le elezioni”. Fli evidenzia un bilancio ”indiscutibilmente positivo” per l’anno di governo Monti. ”I sacrifici compiuti dagli italiani – ha sottolineato Benedetto Della Vedova – segnano comunque un bilancio positivo del lavoro dell’esecutivo, considerando dove era 12 mesi fa l’Italia e dove è oggi. Tutto questo non evapori ora in una campagna elettorale come quelle di 20 anni fa”. L’esponente finiano ha voluto inoltre ringraziare il presidente della Repubblica ”per come ha gestito questa crisi e gli ultimi, difficili, 12 mesi del paese”.

Per la Lega le dimissioni di Monti ”sono una buona notizia per tutti i cittadini, specialmente sotto Natale”, ha detto il capogruppo alla Camera Gianpaolo Dozzo esprimendo soddisfazione per la fine dell’esperienza del governo tecnico. ”Ringraziamo il presidente Napolitano per quello che ha fatto, ma soprattutto – ha aggiunto – siamo contenti che Monti abbia lasciato perché in un anno ha causato parecchi problemi al Paese”. Ora la Lega è pronta alla campagna elettorale, ha detto il capogruppo al Senato, Federico Bricolo: ”Se la data per andare a votare sarà quella del 24 febbraio, per noi va bene. Basta con le polemiche di palazzo, vogliamo andare sul territorio per presentare il nostro programma agli elettori”.

A chiedere che Mario Monti ”mantenga quel ruolo di terzietà che ha fin qui avuto alla guida del governo tecnico” sono stati invece Popolo e territorio e Coesione nazionale, rappresentati da Silvano Moffa e Pasquele Viespoli. ”Al Presidente abbiamo chiesto -ha riferito Moffa- che da parte di tutti vi sia un chiarimento, dovuto anche agli italiani. Se Monti manterrà il ruolo di terzietà fin qui avuto, può rimanere in carica per condurre con assoluta garanzia la fase elettorale”. Moffa e Viespoli hanno espresso ”grande apprezzamento per il lavoro svolto dal Presidente della Repubblica in una legislatura molto particolare. Un ruolo che sarà ancor più consistente e proficuo in questa fase. Al tempo stesso – ha detto Viespoli – il nostro apprezzamento va a Napolitano per avere, nel corso del settennato, profuso grande impegno per l’unità nazionale e per la dignità del Paese a livello internazionale”.

L’Idv ha chiesto invece a Giorgio Napolitano di ‘salvare’ le firme fin qui raccolte dai dipietristi sui referendum sul lavoro e sulla ”casta’, a rischio per la fine della legislatura. ”Abbiamo manifestato al Presidente – ha spiegato il capogruppo al Senato, Felice Belisario – la nostra preoccupazione per le firme sui nostri referendum, chiedendo di farle salve. Diversamente, il comitato promotore sarebbe costretto a ricorrere dinanzi alla Consulta. Il Presidente ci ha risposto che si sarebbe interessato della questione”. Quanto a Monti, ”avremmo preferito che avesse spiegato in Parlamento le ragioni delle sue dimissioni. Così purtroppo non è stato”, ha detto Belisario.

La mattinata di consultazioni si è conclusa con la delegazione del Gruppo misto di Camera e Senato secondo cui il nuovo governo dovrà operare “in continuità con l’azione di Monti”, hanno detto Giovanni Pistorio e Aurelio Misiti. “Il rigore e l’equità che hanno caratterizzato l’operato del governo Monti dovranno ispirare anche l’azione del nuovo esecutivo, con l’obiettivo di sviluppare ancora di più crescita e garantire giustizia sociale. Per questo -ha detto Pistorio- auspichiamo che si formi un’area politica che dia corpo a queste prospettive”.

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fonte adnkronos.com/IGN

ECONOMIA – L’allarme Tares per negozi e locali. La tassa sui rifiuti aumenta del 293%

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L’allarme Tares per negozi e locali
La tassa sui rifiuti aumenta del 293%

La denuncia di Confcommercio che dice: “L’aggravio avrà punte del 600%. Molte imprese in situazione di grave vulnerabilità”. Per le famiglie aumento medio di 80 euro l’anno

 

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di FILIPPO SANTELLI

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ROMAAi cittadini costerà più della famigerata Imu. Ma per molti negozi e piccole aziende la stangata sarà anche peggiore, “tanto pesante da porli in una situazione di grave vulnerabilità”. Cioè a forte rischio chiusura. La denuncia viene da Confcommercio e riguarda la Tares, la nuova imposta sui rifiuti che dal primo gennaio sostituirà Tarsu e Tia. E che secondo le simulazioni dell’associazione potrebbe portare un aggravio medio per le imprese del 293%, con punte di oltre il 600% per alcune tipologie di attività come ortofrutta, bancarelle alimentari e discoteche. “Tutto a causa di coefficenti che non rispecchiano la reale produzione di rifiuti”, sostiene Confcommercio. Che chiede al governo di rinviare l’entrata in vigore dell’imposta al 2014, in modo da elaborarne altri più fedeli. Ma finora l’unica concessione dell’esecutivo riguarda i tempi di pagamento: la legge di Stabilità ha fatto slittare i termini per versare la prima rata da gennaio ad aprile.

Due imposte in una. Per alcuni esercenti il rincaro è già a bilancio da un pezzo. Sono quelli situati nei 1.340 Comuni (il 17% del totale, soprattutto al Nord) passati negli ultimi anni dalla Tarsu alla Tia, con conseguente ritocco verso l’alto delle tariffe. La Tares, almeno per il 2013, applicherà gli stessi coefficenti, basati su quantità e qualità dei rifiuti prodotti, estendendoli a tutti i municipi del Paese. Ma dovrà rispettare due parametri ulteriori: coprire del tutto le spese di raccolta sostenute dai comuni e finanziare anche i servizi “indivisibili”, come illuminazione e manutenzione delle strade. Di base 30 centesimi al metro quadro, aumentabili a 40 a discrezione dei sindaci. Nel complesso una “maggiorazione enorme”, come mostrano le simulazioni di Confesercenti. Per un negozio di abbagliamento o un ferramenta di 200 metri quadrati in Provincia di Milano, il passaggio da Tarsu a Tares si traduce in un raddoppio dell’imposta: da 690 a 1.067 euro. Per una macelleria di 300 metri quadri la spesa triplica: da 1.204 a 3.567 euro. Ma ai ristoranti va ancora peggio: da 802 a 4.735 euro per uno spazio di 200 metri quadrati. Per finire con discoteche e night club, i più tartassati: da 558 a 4.435 euro.

Paga tutta Italia. Fin qui Milano. Ma il quadro è anche peggiore nel resto del Paese. Tra le sei Regioni monitorate da Confesercenti infatti Lombardia e Toscana sono quelle in cui l’aggravio medio è più basso, “solo” del 290%. In Piemonte, sfonda quota 300%, così come in Puglia e Sicilia. E l’impatto maggiore sarà proprio su negozi e imprese del Sud, visto che in Meridione la grande maggioranza dei Comuni applica ancora la vecchia Tarsu, più economica della Tia. Disparità geografiche e di settore che dimostrano, secondo Confesercenti, come gli attuali coefficenti per il calcolo dell’imposta vadano ridefiniti per non falsare la concorrenza. Aggregando i dati nazionali si notano alcuni comparti meno penalizzati, come negozi di abbigliamento (+50%), campeggi e distributori (+100%), edicole e tabaccai (+100%). E altri colpiti in modo pesante, come i ristoranti (+480%), pescherie e fiorerie (+650%), i banchi di generi alimentari nei mercati (+650%) e le discoteche (+680%).

Peggio dell’Imu.
Non va meglio alle famiglie. In termini assoluti pagheranno meno degli esercizi commerciali, ma sul bilancio domestico la Tares peserà addirittura più della tanto vituperata Imu, l’imposta sulla casa. Lo rivela uno studio della Uil: una famiglia “media”, per un’abitazione “di medie dimensioni”, finirà per sborsare 305 euro, contro i 225 della vecchia Tarsu. Nel dettaglio: 53 euro in più per la gestione dei rifiuti e 27 per gli altri servizi municipali. In totale 80 euro, con un aggravio medio del 37,5%. “Se con l’Imu la stangata è stata certa, la Tares del 2013 non sarà da meno”, commenta Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. Per i Comuni invece l’imposta si tradurrà in un gettito extra di 1,9 miliardi, da sommare ai 7,6 incassati per la gestione dei rifiuti nel corso del 2012.

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fonte repubblica.it

N.Y. – Sono lesbica. E allora?

Craig Warga/New York Daily News

City Council Speaker Christine Quinn

fonte immagine

Sono lesbica. E allora?

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dal blog di Andrea Visconti

Andrea Visconti

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Ci sono ottime probabilità che il 1 gennaio 2014 alla guida di New York, la più popolosa metropoli americana, ci sarà per la prima volta una donna. Non solo. Se Christine Quinn verrà eletta occuperà la residenza ufficiale del sindaco con sua moglie Kim Catullo.

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Dei quattro candidati in lizza la Quinn per il momento è la favorita, tanto da avere già raccolto quasi mezzo milione di dollari in contributi per la sua campagna elettorale che a un anno di distanza è già in pieno movimento.

Christine-QuinnI sondaggi più recenti vedono la lesbica irlandese-americana Quinn in testa col 23 per cento dei consensi, un grande stacco rispetto all’afro-americano Bill Thompson che è in seconda posizione col 15 percento. Parecchio indietro è il cinese-americano John Liu al 9 percento seguito dall’italo-americano Bill deBlasio con l’8.

In una città multirazziale e multiculturale come New York il background personale dei candidati alla poltrona di sindaco conta moltissimo. Christine Quinn – che è la pupilla ed erede naturale di Bloomberg – convolando a nozze con Kim ha aperto il libro sulla sua vita privata.

QuinnRingsISIl suo matrimonio con Kim – sua compagna da dieci anni – non è stato affatto tenuto riservato come se fosse uno sporco segreto. Anzi. Alle nozze dell’attuale presidente della giunta comunale di New York era presente tutto il gotha politico della città. C’erano il sindaco Michael Bloomberg e il governatore Andrew Cuomo fra i 275 ospiti che gremivano la sala del Highline Stages, uno degli spazi-eventi più trendy di New York nel Meatpacking District. Presenti anche la senatrice Kirsten Gillibrand e il senatore Chuck Schumer. Non avevano voluto mancare il commissario della polizia Raymond Kelly e il deputato Charlie Rangel. E poi il vicesindaco Patricia Harris, una dozzina di membri della giunta, e parecchi membri del Congresso statale.

image640x480Gli americani amano sapere tutto sulle figure pubbliche che li rappresentano e sono sensibili quando i politici proiettano un’immagine di normalità che li avvicina all’elettorato. Ecco allora che Christine e Kim hanno incominciato a parlare senza filtri di loro stesse  e della loro vita insieme.

“Mi piace molto cucinare torte ma detesto sparecchiare”, dice la Quinn rivelando di essere una pessima cuoca. Non è dotata ai fornelli ma ha scoperto comunque qual’è il segreto della loro relazione. “Sono le cuffiette per sentire la televisione che mi regalò il papà di Kim. Lei ama leggere, io mi rilasso davanti alla tivù e in questo modo non ci disturbiamo a vicenda”.

quinn-articleLarge-v2Vivono nel quartiere di Chelsea con due cagnolini, un sharpei di nome Sadie e un mezzo labrador chiamato Justin. Solitamente la cena non è mai prima delle 8 e mezzo, tardi per New York, e quando non hanno voglia di cucinare le si vede spesso da Moonstruck, un coffee-shop sulla Nona Avenue all’angolo della Ventitreesima prediletto dalle lesbiche del quartiere. Lì vanno a colpo sicuro: polpettone di tacchino. “Anche se però c’è un nuovo piatto a base di pollo e formaggio feta che mi attira spesso”, dice Christine confessando di essere a dieta in modo permanente. Negli ultimi tempi i suoi sforzi hanno dato buoni risultati: è riuscita a perdere dodici chili.

JERSEYGIRL1-articleLargeIl weekend è sacro. Hanno una casa al mare a Bradley Beach, in New Jersey, dove la Quinn si sente a casa anche se politicamente è un pesce fuor d’acqua. Infatti la villetta con quattro camere da letto e due bagni di questa politica democratica si trova nella contea Monmouth risaputamente repubblicana. Non viene qui per far politica. Viene per riposare e per essere vicina ai quattro fratelli di Kim che abitano a breve distanza. “Lo scopo di questa casa è essere un punto di riferimento per la famiglia e per i momenti quando ci ritroviamo tutti insieme. Vengo per rilassarmi e per lasciarmi alle spalle lo stress del mio lavoro a New York”.

image-1Ironicamente quando sono a casa loro a Bradley Beach Christine e Kim tecnicamente non sono più moglie e moglie. Il New Jersey infatti non riconosce il matrimonio gay e questo è sempre stato motivo di conflitto fra lei e il governatore Chris Christie. Quest’ultimo lo scorso febbraio aveva usato il suo potere di veto per bloccare la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso nel suo stato.

Nella corsa a Gracie Mansion la Quinn non si posiziona come candidata lesbica. Quella è semplicemente la realtà della sua vita affttiva e domestica. Tuttavia in una città come New York – dove la comunità gay conta più di mezzo milione di persone – essere un’omosessuale dichiarata  non è politicamente sconveniente.

20.2n.003.quinn.1.C--300x300“Sono quella che sono. Sono cattolica e gay. Non ci posso fare gran che. E’ così che mi vedo tutte le mattine quando mi guardo allo specchio”, dice la Speaker della giunta comunale. “Il fatto che la chiesa non mi accetta per quella che sono è un problema suo, non mio. E’ impossibile abbandonare la propria fede. E perchè mai dovrei lasciare la chiesa. E’ la mia chiesa e sono loro dalla parte del torto. Se dovessi andarmene darei ragione a loro. E invece no: vado in qualunque chiesa mi pare quando mi pare”.

Coerente con le sue posizioni ogni anno la Quinn si rifiuta di marciare nella parata più importante di New York, quella che si tiene il 17 marzo in onore di San Patrizio, il santo protettore dell’Irlanda. Una presa di posizione nei confronti del cardinale di New York Timothy Dolan che potrebbe costarle caro l’anno prossimo quando in piena campagna elettorale dovrà trovare il giusto equilibrio fra tendere la mano ai cattolici e non tradire i gay.

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B COME BUGIARDO – Berlusconi va anche a Domenica In, bufera sulla Rai. “Il Pd con le primarie ha occupato radio e televisioni”. Smentito

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Berlusconi va anche a Domenica In, bufera sulla Rai

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di Alberto Guarnieri

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ROMA – E’ una gara ad inseguimento. Silvio Berlusconi non rallenta, anzi intensifica, le proprie apparizioni televisive. Sergio Zavoli convoca la Vigilanza Rai che presiede a cavallo delle Feste, per accelerare la promulgazione delle nuove norme in materia di par condicio. E permettere magari in tempo utile qualche risarcimento alla sovraesposizione video del Cavaliere, visto che una sorta di par condicio è pur sempre valida tutto l’anno.

DOMENICA IN
Ieri Berlusconi ha collezionato una serie di interviste radiofoniche e televisive – sul circuito nazionale Canale Italia, davanti alle telecamere del Tg2 e di TeleJulie, ai microfoni di Gr Parlamento e su Radio Montecarlo – ma punta soprattutto ad apparire domani nell’Arena domenicale di Massimo Giletti su RaiUno. Il segmento più seguito di Domenica In. Malgrado il divieto alle apparizioni dei politici in periodo festivo deciso dal direttore generale Rai Luigi Gubitosi, Berlusconi vuole anche questa tribuna. Il periodo off limit inizierà infatti lunedì 24 dicembre, e dunque il 23 non ci sarebbero problemi.

Lo confermano fonti di viale Mazzini, che assicurano che altri politici saranno invitati da Giletti. Ma un intervento in extremis di Gubitosi, che già ha smentito i più confermando le date originarie del Festival di Sanremo, potrebbe arrivare all’ultimo minuto. Berlusconi mette le mani avanti e nega un eccesso di presenzialismo. «Hanno un bel coraggio a portarmi questa accusa – ha dichiarato al Tg2 – visto che il Pd con le primarie ha praticamente occupato radio e televisioni. È logico che essendo stato costretto a tornare in campo, io debba avere il modo di comunicare con i nostri elettori».

Replica del Pd con Roberto Zaccaria. Che cita i dati di novembre pubblicati sul sito dell’Agcom, da cui «emerge che il Pdl in tv continua a monopolizzare i tempi. Anche nel mese delle nostre primarie, che ci avrebbero, secondo Berlusconi, dato 123 ore di vantaggio, le reti Mediaset hanno continuato a dare una netta prevalenta al Pdl».

LA VIGILANZA
La Commissione che regolamenta la Rai è stata convocata d’urgenza dal presidente Sergio Zavoli per giovedì 27 dicembre. All’ordine del giorno l’audizione dei vertici dell’Agcom – che governa l’applicazione della par condicio nell’ambito dell’emittenza privata. «Tra i due organismi c’è piena intesa sui rispettivi adempimenti», anticipa Zavoli.

La Commissione tornerà quindi a riunirsi pare ancora entro l’anno per l’avvio della discussione generale sui regolamenti, regionali e nazionale, per la par condicio, cioè l’insieme delle norme alle quali la Rai dovrà attenersi nella comunicazione e nell’informazione durante il periodo elettorale in vista delle prossime consultazioni.

Sabato 22 Dicembre 2012 – 11:27
Ultimo aggiornamento: 12:22
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Svuotacarceri, stop definitivo. A rischio il taglia-firme. Via libera alla legge sulle liste pulite

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Svuotacarceri, stop alla legge
A rischio il taglia-firme

La riforma si insabbia definitivamente. Severino: lascio con amarezza

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di Ettore Colombo

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ROMA – Si chiude con una pagina nera (il “no” o al disegno di legge svuota carceri), una bianca (il via libera alla legge sulle liste pulite) e una grigia (il rinvio del decreto taglia firme), il bilancio finale delle leggi afine corsa.

PENE ALTERNATIVE
Ieri mattina il Senato ha affossato per sempre il ddl svuota carceri. La legge avrebbe dovuto alleggerire, con una serie di misure alternative al carcere, la pressione degli istituti di pena italiani: scoppiano di detenuti oltre ogni limite di decenza e vivono ogni giorno problemi drammatici. Lo storico leader radicale Marco Pannella protesta con uno sciopero della fame e della sete: dura da undici giorni, lo ha già portato in fin di vita e da oggi riprenderà «ad oltranza contro degrado delle carceri e inciviltà della giustizia». La patata bollente era del ministro della Giustizia Paola Severino: ha tentato l’impossibile, senza riuscirci. L’aula di palazzo Madama si è dimostrata sorda, grazie alla coriacea opposizione di cinque gruppi parlamentari. Ieri, infatti, Lega, Cn, Idv e il neonato Fratelli d’Italia di La Russa hanno bloccato l’iter dell’esame del testo, inscenando (la Lega) pure un’indegna gazzarra con tanto di cartelli e striscioni e un “match” tra Torri (Carroccio) e Della Seta (Pd). Il presidente del Senato, Renato Schifani, , con «sofferenza», rinvia di nuovo il ddl in commissione Giustizia, e cioè su un binario morto. La Severino esprime la sua «amarezza» per la bocciatura di un ddl che «poteva essere approvato in una mattina senza arrecar danno a nessuno». Il danno, in compenso, lo subiranno 2100 detenuti.

La buona notizia arriva sempre dal Senato. La commissione Bilancio dà un parere «non ostativo» alla legge delega sulle incandidabilità. L’ultimo Consiglio dei ministri del governo Monti, convocato ieri sera alle 19 prima che il premier salga al Colle per dimettersi, ara dunque il testo definitivo.

DECRETO ELETTORALE
Con la faticosa mediazione del ministro Piero Giarda, i partiti avevano, alla Camera, trovato un intesa sul dl elettorale, detto taglia-firme: riduce il numero di firme necessarie per presentare le liste alle prossime elezioni. Un emendamento concordato tra tutti i partiti riformulava la sforbiciata alle firme per chi sta fuori dal Parlamento dal 50% (60 mila) al 75% (30 mila) mentre restava la norma per cui solo i partiti presenti in entrambi i rami del Parlamento da inizio legislatura (Pd, Pdl, Lega e Idv) sono esentati dalla raccolta delle firme. Il decreto arriva nel pomeriggio al Senato e i leghisti lanciano la “bomba”: chiedono la verifica del numero legale, che ovviamente non c’è. Gli altri partiti provano a convincere il Carroccio a rinunciare all’ostruzionismo, ma la risposta è negativa. A quel punto il presidente Schifani riconvoca l’aula per il 28 dicembre. Se il provvedimento saltasse, tutti i partiti (ad eccezione di Pdl, Pd, Lega e Idv) per presentare una lista dovrebbero raccogliere 120 mila firme. L’altra ipotesi, ventilata dallo stesso Schifani, è quella di un nuovo decreto legge che superi il precedente provvedimento.

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fonte ilmessaggero.it

Gela, spara dal balcone sui passanti, disoccupato ucciso dalla polizia

Gela, spara dal balcone sui passanti  disoccupato ucciso dalla polizia
Giuseppe Licata

Gela, spara dal balcone sui passanti
disoccupato ucciso dalla polizia

Tragedia della follia nel centro del Nisseno: Giuseppe Licata di 42 anni si è barricato in casa e dal balcone ha sparato all’impazzata sui passanti con un fucile da caccia. E’ stato ucciso dagli agenti dopo cinque ore di inutili trattative per convincerlo a gettare l’arma. Ferito un poliziotto, rischia di perdere un occhio. Il racconto dei vicini sotto choc: “Aveva l’ossessione che gli sequestrassero la macchina”

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di LORENA SCIME’

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GELA – Un raptus della follia ha trasformato in tragedia i giorni che anticipano il Natale. Un uomo imbraccia il fucile da caccia legalmente detenuto e dà sfogo ad un’ira ispiegabile sparando contro chiunque si trovasse a passare nella zona.

Contrada Scavone la notte scorsa si è traformata in una zona blindata dalle forze di polizia, impegnate a mantenere la calma e a convincere l’autore della sparatoria, Giuseppe Licata, a desistere. Non ci sono riusciti. ha sparato contro il visto di un agente della Mobile di Caltanissetta. Il poliziotto, rischia di perdere un occhio. E’ stata una notte infernale.

MAPPA / Il luogo della tragedia

Il quarantaduenne gelese, di fatto disoccupato, lavorava saltuariamente come bracciante agricolo. Per 5 ore di fila ha sparato, ma quando gli agenti hanno risposto al fucoo, è rimasto ferito gravemente ed ha perso la vita. Un conflitto a fuoco che ha innescato il panico e che gli agenti del commissariato di Gela avrebbero voluto evitare, ma Licata, dalle 22 alle 3 della notte, non ha mai smesso di sparare.

Licata non era da solo in casa. Quando ha preso il fucile e ha cominciato a sparare, nell’appartamento di via Arica, al civico 19, c’erano anche gli anziani genitori. La madre è riuscita a scappare di casa, e con gli occhi terrorizzati ha chiesto aiuto e contattato la polizia. L’anziano genitore, invece, ha dovuto assistere al gesto inconsulto del figlio perché, secondo quanto accertato in seguito dagli agenti, le condizioni di salute lo costringerebbero a letto.

LEGGI / Anziana spara contro pub, arrestata

La madre del quarantaduenne temeva anche per le sorti del marito. Il figlio, imbracciata l’arma si è affacciato al balcone ed ha sparato per ore senza dire una parola. Barricatosi in casa, non ha permesso a nessuno di avvicinarsi. L’indagine è diretta dagli agenti del commissariato, guidati dal dirigente Gaetano Cravana, ed è coordinata dalla procura di Gela.

“Non ci risulta che l’uomo in passato abbia avuto problemi psichici – afferma Cravana – e pare non abbia mai fatto uso di farmaci e che non abbia mai compiuto gesti inconsulti prima della notte scorsa. Ci raccontanto che si era recato in ospedale perché non si sentiva bene, ma poi aveva preferito tornare a casa”.

Un gesto inspiegabile che gli è costata la vita. Resta in ospedale, invece, l’agente ferito. Si chiama  Fabio Matteo Vaccaro e ha 47 anni. I medici del presidio ospedaliero “Vittorio Emanuele” di Gela hanno disposto il suo trasferimento al “Garibaldi” di Catania. Rischia di perdere un occhio la prognosi è riservata.

L’agente, che è vigile e cosciente, in mattinata sarà sottoposto ad un intervento chirurgico. Il proiettile è entrato dallo zigomo destro ed é incastrato nella zona “tetto orbitaria del cranio”. L’operazione chirurgica servirà a evitare un’infezione alla parte più esterna e più spessa delle meningi. All’intervento assisterà anche un chirurgo oculista che dovrà decidere se riparare il globo oculare danneggiato o asportarlo.

I VICINI SOTTO CHOC. Aveva una strana ossessione Giuseppe Licata, l’uomo di 42 anni ucciso dalla polizia a Gela dopo che per 5 ore aveva sparato dal balcone di casa contro passanti e agenti. Era convinto che gli avrebbero sequestrato la macchina.

Lo raccontano alcuni vicini di casa, i quali dicono che ieri pomeriggio Licata era stato in ospedale, accompagnato dalla madre, perché si sentiva male. Ma una volta al pronto soccorso, avrebbe rifiutato le cure. Tornato a casa, l’uomo – che lavorava saltuariamente come bracciante o come manovale nell’edilizia – ha imbracciato il fucile da caccia tenendo in ostaggio il suo quartiere per 5 ore.

Licata abitava con i genitori – la madre Antonina, 70 anni, e il padre Antonio di 74, invalido – al primo piano di un palazzetto con quattro elevazioni. I vicini lo descrivono come un tipo taciturno, un pò irascibile ma non violento. Durante la sparatoria la madre è scappata da casa, mentre il padre, invalido, è rimasto nell’appartamento.

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fonte palermo.repubblica.it

GOVERNO – Consultazioni al Colle, Pd: grazie a Monti. Pdl: resti neutrale

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Consultazioni al Colle, Pd: grazie a Monti. Pdl: resti neutrale

Casini: rispetteremo la scelta del Professore qualunque essa sia. Il Pdl a Napolitano: il presidente del Consiglio resti neutrale. Il Pd: grazie a Monti ma ora serve una seconda fase progressita

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ROMA – Consultazioni in corso al Quirinale dopo che Mario Monti ha rassegnato venerdì sera le dimissioni da premier nelle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Il presidente della Repubblica ha dato inizio stamani alle 10 a un breve giro di consultazioni con i rappresentanti dei gruppi parlamentari ricevendo per primi i capigruppi del Pdl di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. Alle 10.30 è stato il turno di Anna Finocchiaro e Dario Franceschini del Pd, poi a seguire tutti gli altri. Lo scioglimento delle Camere è previsto per oggi. Si voterà il 24 febbraio.

SEGUI LA DIRETTA VIDEO DAL QUIRINALE

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Il Pdl a Napolitano: Monti resti neutrale. «Abbiamo sottolineato al presidente come andando a elezioni con un governo non eletto ma tecnico» Monti «dovrà tenere la sua collocazione fuori dalle parti» in questa campagna elettorale. Lo ha detto il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto, dopo le consultazioni con il capo dello Stato al Quirinale.

Casini.
«È chiaro che la candidatura di Monti darebbe una grande autorevolezza alla nostra proposta politica, ma noi rispetteremo le scelte del presidente del Consiglio qualunque esse siano», commenta il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. «Per non vanificare gli sforzi degli italiani e le riforme fatte bisogna continuare con forza il lavoro fatto dal governo Monti», ha detto il capogruppo dell’Udc alla Camera, Gian Luca Galletti, dopo il colloquio con Napolitano per le consultazioni. Galletti, accompagnato dal capogruppo al Senato di Udc, Svp e Autonomie, Gianpiero D’Alia, ha espresso al Capo dello Stato «soddisfazione per il lavoro del governo, che noi abbiamo contribuito in maniera determinante a sostenere».

Il Pd: ora serve una seconda fase progressista. «Si è chiusa la fase del governo tecnico, si va alle elezioni e la sovranità torna al popolo. Noi siamo consapevoli che l’Italia merita ora un seconda fase», fatta di «politiche progressiste e riformiste», ha detto Franceschini, al termine del colloquio con il presidente della Repubblica. Franceschini ha aggiunto che ora deve passare «un principio molto semplice: chi ha di più deve mettere di più; chi di meno deve mettere di meno». Monti va ringraziato per
aver messo a disposizione del paese la sua credibilità personale e un anno di lavoro proficuo, ma ora l’Italia «dopo i sacrifici sostenuti merita una seconda fase con politiche progressiste e riformiste basate su un semplice principio: chi ha di più deve mettere di più a disposizione della comunità», ha aggiunto Franceschini.

Crescono intanto i dubbi sulla candidatura di Monti alle prossime elezioni: si è rafforzata l’ipotesi che rinunci a correre per palazzo Chigi. Centristi spiazzati dai dubbi del premier. «Tredici mesi difficili, ma affascinanti – ha commentato ieri Monti -. La situazione dell’Europa e dell’euro è notevolmente migliorata, anche grazie all’Italia». È caos intanto sul decreto taglia-firme. Via libera invece alle liste pulite.

Si gira alla Farnesina venerdì, con una vera e propria standing ovation, l’ultimo atto del premier. Prima di salire al Colle per le dimissioni il Professore va alla Conferenza degli ambasciatori, ultimo appuntamento pubblico di un mandato «difficile ma affascinante», dice lasciando la sala mentre i diplomatici scattano in piedi in un lungo e calorosissimo applauso. Lui stringe le mani, saluta, ringrazia e non riesce a nascondere un’espressione se non commossa, turbata.

Non senza però lasciare il suo messaggio, una sorta di testamento morale alle feluche: ora tocca a loro portare nel mondo quella credibilità e affidabilità ritrovate grazie all’azione del suo governo. Azione che – ribadisce ancora una volta – «mi auguro possa continuare nella prossima legislatura. Abbiamo reso l’Italia più affidabile e attraente» con una politica di risanamento dei conti ma anche di crescita i «cui risultati iniziano a vedersi nonostante la strada sia lunga», torna a spiegare ricordando il punto di partenza, 13 mesi fa con un paese in bilico.

Monti ripercorre le sue tante missioni all’estero, nonostante gli impegni interni. Fatte per raccontare un paese che «ha la forza e le capacità di ripartire, grazie anche a uomini e donne in grado di essere in rapporto con contesti difficili», aggiunge rivolgendosi agli ambasciatori e parlando di un’Italia che grazie ad un’assenza di ambizioni egemoniche e una capacità di interloquire con culture diverse, possiede autorevolezza».

Napolitano. Sognava una fine naturale della legislatura, un’uscita di scena felpata – solo leggermente anticipata – con la quale avrebbe passato il testimone. Sarebbe stato così il suo successore, fresco di settennato, ad avere l’onere di conferire l’incarico al vincitore delle elezioni di aprile. Ma così non è stato e Napolitano è stato dunque costretto a rientrare in campo, seppure «a malincuore», come egli stesso ha voluto precisare.

Dopo le consultazioni, lo scioglimento delle Camere, probabilmente stasera. Sarà così ancora Napolitano di questa ennesima crisi extraparlamentare. Soprattutto, sarà lui a valutare il risultato di queste strane elezioni. Una punta di amarezza accompagna il presidente in queste vacanze di Natale. Il Professore è di fatto una sua creatura politica. Napolitano l’ha tirato fuori dal cilindro nel momento di massima difficoltà del Paese, quando Silvio Berlusconi era sotto il fuoco di sbarramento dell’Unione europea e la speculazione si avventava famelica sull’Italia. Non immaginava che il tecnico amato dalle cancellerie che contano avrebbe bruciato tutti sul tempo, dimettendosi ai primi segnali di battaglia di Berlusconi.

Cdm alle 16.
Il Consiglio dei ministri è convocato oggi alle 16 a Palazzo Chigi per l’esame dei provvedimenti iscritti all’ordine del giorno della riunione di ieri e non deliberati.

Sabato 22 Dicembre 2012 – 08:45
Ultimo aggiornamento: 12:00
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