Archivio | gennaio 3, 2013

‘DIE ZEIT’, L’INTERVISTA – Camusso: ‘Monti, non sai dove vivi’


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Camusso: ‘Monti, non sai dove vivi’

Parla la leader della Cgil, intervistata per ‘L’Espresso’ dal direttore del ‘Die Zeit’. Dura replica al premier che accusa il sindacato di rallentare la modernizzazione dell’Italia: ‘Lui ce l’ha con il lavoro’. E attacca: sulle pensioni, sul calo continuo delle retribuzioni, sull’irresponsabilità del nostro sistema d’impresa

(03 gennaio 2013)

Susanna Camusso Susanna Camusso
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di Giovanni di Lorenzo
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Susanna Camusso è stata tra gli oppositori più duri del governo Monti e oggi dà un giudizio molto critico sulla cosiddetta Agenda del premier, attorno alla quale si stanno coagulando le forze più centriste del Paese in vista delle elezioni di fine febbraio. Al Professore della Bocconi hanno già garantito l’appoggio molti imprenditori e il Vaticano. In questa intervista rilasciata per “l’Espresso” a Giovanni di Lorenzo, direttore del settimanale tedesco “Die Zeit”, il segretario nazionale della Cgil spiega da un lato le sue diffidenze verso questa alleanza, ma dall’altro affronta temi di più ampio respiro in chiave europea. Dalla crisi dell’industria al lavoro che c’è sempre meno. Risponde anche alla richiesta di fare un parallelo tra la realtà italiana e quella tedesca, per esempio sulla cogestione, un pilastro del sistema economico in Germania che in Italia non ha mai attecchito soprattutto per la diversa struttura delle imprese. Ci tiene anche a fare qualche distinguo tra i sindacati dei due paesi.

Signora Camusso, chi è oggi il nemico principale del lavoratore ed impiegato italiano?
«Il nemico principale è la mancanza di lavoro! L’Italia è un paese ormai fermo da tre anni e mezzo o quattro, e con una disoccupazione crescente. In particolare tra i giovani che per questo si trascinano dietro un senso di colpa collettivo. Ma i sensi di colpa non risolvono certo i problemi, semmai sono un alimentatore di precarietà, del sommerso, del degrado progressivo della condizione lavoro».

I dati ufficiali infatti registrano una disoccupazione giovanile sul 36 per cento…
«Sì, ma i giovani senza lavoro sono anche di più. Nelle statistiche non compaiono quelli che rinunciano a cercare lavoro, il che vale soprattutto per le donne e in particolare nel Mezzogiorno. Ci sono poi non solo i rassegnati, ma nei dati non si tiene conto neanche di quel 25 per cento di sommerso difficile da tradurre. Una cifra molto alta che oggi corrisponde, probabilmente, a un paio di milioni di posti di lavoro sommersi».

Qualunque tedesco passi le vacanze in Italia, nota come tanti posti siano oggi occupati da stranieri. Gli italiani non li vogliono fare più certi lavori?
«In parte, sì è così. D’altra parte, dire che gli italiani “non vogliono” resta molto difficile. Proprio in questi giorni i quotidiani riportano statistiche sulle donne italiane che tornano a fare le collaboratrici domestiche o, come putroppo si dice da noi, le “badanti”».

Perché “purtroppo”?
«Perché è un termine inventato e connesso soprattutto agli immigrati nel settore. Abbiamo notoriamente tutta una fascia di lavori più umili, faticosi e meno retribuiti in parte occupata da stranieri. Ed ora queste aree dalle quali il lavoro italiano era uscito, tornano nella crisi a essere realtà. Comunque è indubbio che in Italia domini una gerarchia del lavoro che non ha analogie, credo, altrove. Qui certi lavori qualificati sono ritenuti umili. Ad esempio, il campo dell’assistenza alle persone è del tutto sottovalutato nel nostro paese, come ciò che un tempo rientrava nel lavoro domestico tradizionalmente svolto dalle donne».

Il nemico del lavoratore è la disoccupazione? Un tempo un sindacalista avrebbe individuato il vero nemico nel padrone della fabbrica…
«In un paese di piccole e piccolissime imprese come il nostro la figura del “padrone” è progressivamente scomparsa. Non c’è dubbio che il nostro sistema d’impresa sia irresponsabile e che non si interessi affatto del continuo degrado dell’industria italiana. Da 18-20 anni non vediamo veri investimenti in Italia. Vediamo solo il massiccio trasferimento dei profitti in altri paesi».

Già, ma non solo manager ed industriali dicono che una delle cause primarie della mancanza d’investimenti siate proprio voi sindacalisti…

«Il solito ritornello! La realtà è che gli anni Ottanta, stagione di grandi trasformazioni industriali e tecnologiche – la cosiddetta prima rivoluzione digitale – hanno significato per l’Italia una forte svalutazione competitiva. Mentre cioè il mondo si rinnovava tecnologicamente e affrontava svolte decisive, il nostro paese reagiva collocandosi su una fascia più bassa ed usando la svalutazione della lira come leva competitiva. Nel momento in cui poi si è scelto d’entrare nell’euro – e fu l’ultimo obiettivo condiviso collettivamente dal paese – non si poteva più far ricorso a questo strumento. Da allora, sul piano dei diritti e delle retribuzioni, in Italia si è puntato esclusivamente sulla riduzione del valore del lavoro: non è un caso se siamo il penultimo paese europeo per valore delle retribuzioni lavorative».

Quanto guadagna un lavoratore Fiat?
«Un lavoratore Fiat che faccia due turni, cioè che rientri nella media dei vecchi stabilimenti, non arriva a 1200 euro».

Come può in Italia una famiglia vivere di questo salario?
«E’ uno dei famosi misteri di questo paese! Conseguenza diretta di questo sviluppo negativo del mercato del lavoro è, tra l’altro, la riduzione progressiva del tasso di natalità: in Italia occupiamo, ancora dopo la Germania, l’ultimo posto in Europa».

Come fa una famiglia italiana a tenersi a galla?
«Un elemento molto importante è che il nostro paese ha – anche se il governo Monti ha cercato di disfarlo pezzo dopo pezzo – un sistema sociale funzionante. Negli ultimi anni abbiamo registrato una crescita progressiva dell’occupazione femminile: nella famiglia degli operai Fiat di Torino sono almeno in due a lavorare. L’aumento degli occupati ha consentito di reggere le basse retribuzioni. In realtà, gli italiani hanno mostrato una notevole capacità di far fronte ai sacrifici, una resistenza davvero alta ai rischi. E poi c’è il fatto che nella famiglia italiana ci si sostiene: dal punto di vista del reddito almeno, siamo tornati ad una dinamica di famiglia allargata».

Diversamente che in Germania poi, qui in Italia le case sono spesso di proprietà…
«In questo deteniamo il record mondiale, l’85 per cento degli italiani ha case di proprietà. Ciò rispecchia, da un lato, una tradizione contadina. Dall’altra, una reazione al mercato degli affitti insopportabilmente alti».

Ciò che dice suona molto moderato. Il ruolo del sindacato è ancora di tipo conflittuale?
«Sì, il nostro è un sindacato conflittuale».

All’opposto quindi delle grandi confederazioni sindacali tedesche...
«Non saprei. C’è stata una fase in cui la Ig-Metall (il sindacato tedesco dei metalmeccanici, NdR) era spesso citata nel nostro dibattito. Adesso vedo che prevale menzionare Verdi (sindacato del pubblico impiego), ma i tempi cambiano. Comunque, una differenza fondamentale tra sindacati tedeschi e noi resta, in Germania, il meccanismo della Mitbestimmung, della partecipazione alle decisioni aziendali, che da noi non esiste».

Soprattutto a questo si deve in Germania la forte coesione sociale. Perché in Italia non esistono modelli di cogestione?
«Abbiamo provato a introdurla. Ma qui, a differenza che in Germania, il 95 per cento delle imprese contano meno di dieci dipendenti. E’ proprio questo nostro sistema capitalista familiare che rende le cose tanto complicate».

Anche in Germania le grandi imprese erano familiari ed hanno introdotto solo dopo il ’45 la cogestione…
«L’Italia invece ha mantenuto un’idea molto familiare dell’impresa. Gli scioperi d’altra parte hanno qui un valore molto più importante che in Germania, visto che gli scioperi nazionali fanno parte della liberazione del nostro paese».

Se alla Fiat scoppia una vertenza, a trattare siete in cinque sindacati. Non sarete mai uniti contro i datori di lavoro?

«No, credo di no. E le probabilità di esserlo non sono mai state tanto basse quanto oggi». In cosa siete divisi? «Be’, praticamente in tutto: nel 2009 ci siamo divisi sul modello contrattuale, oggi sull’idea della Cisl di sostenere un governo Monti-bis».

Per lei è un complimento o un’accusa se qualcuno la considera il più fiero avversario di Mario Monti?
«Né un’accusa né un complimento, lo ritengo un dato oggettivo».

Perché combatte Monti?
«Ma chi parla di combattere? Nessuno qui combatte, visto che il Signor Monti – persona stimabile, per carità, e cortese – ha avuto il merito di riportare un linguaggio istituzionale: lo ritengo un grande valore. Perché poi penso che il suo governo, sul piano delle politiche realizzate, ha sbagliato tutto. Io penso che ce l’abbia con il lavoro, che lui non abbia l’idea di com’è fatto il nostro paese; né della condizione dei lavoratori e della necessità di non fare ulteriori politiche che favoriscano chi già sta bene, mentre il mondo reale dei lavoratori sta sempre peggio».

Ma Monti ha avviato un processo di riforme inevitabili per i paesi in crisi, così come sono state realizzate anche in Germania…
«Certo, ci sono delle riforme che andavano fatte, su questo non c’è dubbio».

Quali non avrebbe dovuto fare?
«L’innalzamento dell’età lavorativa. Se le capita d’incontrare un poliziotto, gli chieda che ne pensa di dover inseguire, a 65 anni, ragazzi alle manifestazioni, ladri o mafiosi. Non tutto è eguale o neutro. O lei si affiderebbe in ospedale alle cure di un infermiere di settant’anni?».

Ma dobbiamo confrontarci col fatto che le nostre società diventano più vecchie…
«Certo, è necessario e urgente farlo, ma dando giuste risposte. Ovviamente puoi pensarla come l’amministratore delegato della Fiat che continua a tagliare i tempi per incrementare competitività. Si immagini ciò che significa per un lavoratore Fiat con 35 anni di catena di montaggio! Sì, viviamo più a lungo, ma questo non vuol dire che restiamo trentenni più a lungo. Occorre immaginare un sistema in cui, ad esempio, il poliziotto settantenne stia dietro la scrivania, e non corra in pattuglia per strada».

Ma è vero anche che gli investimenti stranieri in Italia sono i più bassi della zona Euro.
«Certo. Ma questa è una delle ragioni delle mie più forti arrabbiature contro una logica delle riforme tagliate tutte e solo sul criterio della riduzione dei costi del lavoro».

Le riforme sono o no il presupposto necessario per gli investimenti?
«Esatto. Infatti questo è uno degli argomenti su cui noi sindacati abbiamo insistito, anche bruscamente. Non è possibile cambiare la vita pensionistica d’un intero paese in 14 giorni, e non riuscire a fare in un anno né una legge sulla corruzione degna di questo nome, né a reintrodurre il falso in bilancio! Certo, le riforme hanno un prezzo. Ma non si tratta di costi sul bilancio dello Stato, anzi. Le vere riforme sono il meccanismo d’ingresso per gli investimenti».

Gli investitori temono che qui in Italia sia quasi impossibile licenziare un lavoratore. E qui rientra in gioco, mi pare, la Cgil…
(ride) «Certo! Sull’articolo 18 noi ci siamo fieramente opposti e continueremo ad opporci! Dopodiché vorrei specificare che in Italia abbiamo un sistema di protezione sul licenziamento meno forte di quello tedesco».

In compenso, in Italia i procedimenti giudiziari in caso di licenziamenti durano molto a lungo…
«Nel frattempo qualcosa è cambiato. L’imprenditore straniero può contare, per quanto concerne licenziamenti, su procedure più veloci. Ma alla fine non so cosa conti di più nella sua scelta pro o contro il sistema Italia. Ogni tanto vengono a trovarmi aziende che vorrebbero investire, ma che si ritrovano da un anno e mezzo in attesa di autorizzazione. Di recente, imprenditori svizzeri sono venuti a dirmi: ce ne andiamo, da due anni non abbiamo una risposta».

Che c’entra il sindacato in tutto ciò?
«Assolutamente nulla. Anzi, siamo tra i promotori della riforma di una pubblica amministrazione che oggi penalizza, procedura su procedura, i lavoratori e che non porta vanti il paese».

Come giudica la produttività delle aziende italiane?
«La produttività è molto variabile. C’è una fascia di imprese – quelle cosiddette “Quarto Capitalismo” – ad alta retribuzione, tanta contrattazione e forte produttività. Queste aziende investono molto».

In alcuni stabilimenti Fiat però i dati di assenteismo sono tra i più alti in Europa…
«In quanto ai dati, disponiamo solo di quelli che ci fornisce l’impresa. Mi ha molto colpito che tutto il mondo ha parlato di grandi assenteismi a Pomigliano d’Arco, quando invece lì c’è un tasso inferiore che in altri impianti Fiat. Certo, c’è il famoso casus belli: quando gioca la nazionale, tutti a vedere la partita!».

Questo come lo giudica?

(ride) «Be’, dipendesse da me, lo abolirei il calcio! Scherzi a parte, un altro tema che Fiat ci ha proposto è, specie a Melfi, l’alto tasso di lavoratori scrutatori o presidenti di seggio a cui, per legge, è concesso un giorno libero. E’ vero, in Italia si vota molto, e l’election day non va di moda».

Riconosce almeno al governo Monti il fatto d’aver ridato ai creditori la fiducia?
«Sì, assolutamente sì».

E questo non le pare un ottimo capitale per far ripartire il paese?
«Sì, questa fiducia è un capitale molto importante. Ma il vero dramma è capire perché all’estero se ne sia persa tanta di fiducia nei nostri confronti. Il nostro paese non meritava questa perdita di credibilità».

Nemmeno dopo 19 anni di berlusconismo?
«Certo che no! E’ il berlusconismo che ha determinato questo crollo di fiducia, sicuramente non il popolo di questo paese!».

Ma sono stati gli italiani a eleggere Berlusconi, più di una volta.
«Questo sì, ma penso che occorra differenziare, soprattutto per rispetto al mondo del lavoro e di chi in questo paese ha continuato a tirare avanti la carretta».

Il lavoratore italiano è ancora di sinistra?
«No, il lavoratore italiano è tante cose, e da tempo. Anche perché, sin dagli anni ?90, i grandi partiti si sono distrutti. Se dà un’occhiata ai sondaggi, vedrà che è quasi impossibile assegnare un’identità politica collettiva al lavoratore italiano. Tra ciò che si vota e il sindacato a cui si appartiene, da tempo non c’è più corrispondenza”.

Quindi non è corretto dire che quelli del PD siano membri della Cgil?
«No, non è più vero».

Nemmeno che la Cgil sia vicina al PD?

«Non c’è dubbio che la Cgil ha molti militanti che sono anche militanti del Pd».

Darà una raccomandazione di voto per le prossime elezioni?
«Noi promuoviamo sempre, e lo faremo anche stavolta, un’iniziativa che punti sulle necessità di governo del paese, stimolando un confronto aperto con i candidati del centro-sinistra. Ma si tratta più di appelli al voto che di vere e proprie indicazioni. Qualche volta facciamo iniziative di sostegno, ma si tratta sempre di temi, non di partiti».

Cosa ha spinto la giovane Camusso, studente di lettere, ad entrare nei sindacati: la sua è una famiglia borghese, no?
« Ha a che fare con il periodo storico di allora. La formazione culturale della mia famiglia era di sinistra. E già da studente volevo impegnarmi nel sociale, porre dei segnali. Resta in ogni caso la mia profonda convinzione che è il lavoro a muovere tutto. E’ la condizione dei lavoratori ciò che davvero modifica la società presente e futura».

A quei tempi lei era comunista?
«No, non sono mai stata comunista. Per una stagione sono stata iscritta al Psi. Sino a quando non ne uscii dichiarando che avrei voluto iscrivermi alla Spd».

Vede la crisi nel senso di Gramsci, come il momento in cui il vecchio sistema crolla e il nuovo lotta per emergere?
«Questa immagine resta affascinante. Ma non credo che serva a descrivere l’attuale situazione, anzi. Poiché più questa crisi si sviluppa più nettamente ho l’impressione che chi l’ha creata e determinata stia facendo di tutto per risorgere dalla crisi stessa».

Allude a Berlusconi?
«No, alludo al liberismo. Inteso come sistema economico, da non confondere con l’idea liberale e democratica, ma come un modello basato sulla disuguaglianza sociale e sull’arricchimento di pochi».

Ma chi lo rappresenta questo ? C’è un modello’?

«Be’, il grande Monti che sinora è stato presidente del Consiglio! La realtà è che ciò che ci viene presentato come il nuovo modello di impresa, è oggi determinato dalle agenzie di rating e dalle operazioni del sistema finanziario. Queste trasformazioni non hanno nulla a che fare con Berlusconi, che comunque non è stato un liberista».

Cosa è stato invece?
«Statalista, almeno per tutto quello che gli conveniva».

Un egoista, quindi?

«Anche, e sempre e solo per quel che gli conveniva. Lui è stato soprattutto un altissimo utilizzatore del pubblico finanziamento. Insomma, Berlusconi è stato uno dei principali artefici del degrado del rapporto con le istituzioni nel nostro paese».

In Germania non abbiamo donne al vertice dei sindacati. Anche in Italia lei è una novità assoluta. E’ stato difficile per i “compagni” abituarsi a una donna alla guida della Cgil?
(ride) «Alcuni ancora fanno fatica…».

E perché?
«Provi a pensare a com’è l’idea della donna e della famiglia in Italia. Per molti uomini non c’è nulla di più grave che una moglie o compagna che guadagni più di lui. L’era del berlusconismo ha alimentato, e di molto, tutti questi pregiudizi».

Chi andrà al potere alle prossime elezioni?
«Spero il centro-sinistra. E’ come se il resto d’Europa ci guardasse e ci dicesse: non avete Berlusconi solo perché c’è Monti. In realtà, sono stati gli italiani che, in mezzo a una crisi più grave di quello che si immaginasse, si sono liberati di Berlusconi!».

Se ne sono liberati anche culturalmente?
«No, culturalmente non del tutto. Ma alcuni fenomeni culturali non sono riconducibili al solo Berlusconi. La diseguaglianza e l’egoismo sociale c’erano anche prima di lui, e non sono solo figli di Berlusconi. Ora c’è un pressing del mondo che sembra dire: speriamo che Monti resti, sennò l’Italia va indietro! Ma ciò non corrisponde alla realtà del paese. Poi è vero che abbiamo una quota di Anti-politica molto alta, e che va da De Magistris a Grillo, da Di Pietro a Berlusconi sino alla Lega che, in fondo, è la stessa cosa”.

Uno dei fenomeni che più spaventa nell’Italia di oggi è tanta sfiducia politica della gente…
«Esatto. Se si misura l’anno appena passato, non si può dire che il governo Monti abbia particolarmente rafforzato la fiducia della gente nelle istituzioni e nella politica. Non mi riferisco tanto alle riforme che Monti ha fatto, quanto ai toni che usa sulla politica e sulla ricostruzione. Non si può dire: quanto siete bravi in parlamento, se la maggioranza approva i suoi provvedimenti e dall’altra, quando si discute del futuro, dire che la politica dell’Italia fa schifo e che tutto va cancellato».

Ha detto che l’italiano è paziente e sopporta. Ma non c’è pericolo di sommosse quando è troppo, una prospettiva rivoluzionaria a lungo andare?
«No, penso invece che in Italia è avvenuta una grande rivoluzione silenziosa e pacifica. Una rivoluzione delle donne, ed è qualcosa di più grande di quel che si pensi. A parte ciò, l’Italia è un paese che ha avuto stagioni di povertà molto intense, ma che è riuscito ad autoricostruirsi. Un paese che non si è mai tirato indietro e sì, è meno diviso e spezzato di quel che non appaia. E per questo oggi affronta la crisi senza sprofondare in tumulti e sommosse. Certo, i tanti drammi individuali non si contano. E purtroppo è vero che una parte del paese continua a fare quel che vuole e che le diseguaglianze crescono. E’ questa la miscela esplosiva in cui ora ci troviamo».

In Germania non c’è più un ufficio in cui si possa fumare. In Italia, visto che lei ne fuma una dopo l’altra, le cose stanno diversamente. Sotto questo aspetto, almeno, i lavoratori italiani stanno meglio che altrove?
(ride) «No, anche da noi è vietato fumare. Ma qui siamo in un ufficio privato…».

Ha collaborato Stefano Vastano

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Vendola: Monti fa danza della morte attorno a Bersani. Casini? produce ilarità

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Il leader del Sel: le primarie hanno fondato una coalzione

Vendola: Monti fa danza della morte attorno a Bersani. Casini? produce ilarità

“C’è qualcuno talmente in alto, di elite, di etnia speciale, spiega Vendola, che pensa che la democrazia sia un imbarazzante fardello nella corsa alla conquista del potere” e che “probabilmente fa fatica a capire quanto la democrazia sia davvero importante”

Nichi VendolaNichi Vendola

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Roma, 03-01-2013

“Monti esprime il piacere del comando tipico di una certa borghesia. Per questo avremo il piacere di sconfiggerlo alle elezioni”. Lo ha detto il leader di Sel, Nichi Vendola. Ed ha aggiunto:”Monti sta girando attorno a Pier Luigi Bersani e sta facendo la danza della morte”.  Il senatore – prosegue il leader del Sel –  considera conservatorismo tutto ciò che ha che fare con la civiltà del lavoro e con le conquiste di un secolo di lotte”.

“Mi dimetterò quando sarò tranquillo di aver fatto il mio dovere fino in fondo come amministratore di una grande Regione” – ha proseguito il Governatore della Puglia – Per me – ha spiegato – la Regione Puglia è l’amore della mia vita. Resterò fino all’ultimo secondo utile a mettere in sicurezza tutto ciò che posso mettere in sicurezza”.

“Ho partecipato alle primarie per la premiership – ha sottolineato – uscendo dalla Puglia complessivamente per 18 o 19 giorni”, spiegando che aveva importanti scadenze da governatore, come la rendicontazione delle spese comunitarie a fine anno. Ora c’è la scadenza, ha continuato, al 31 maggio per la definizione del target della spesa comunitaria. Un tema, quello della spesa comunitaria, sul quale la sua Regione particolarmente forte: “Il richiamo di Napolitano – ha sottolineato – sull’uso dei fondi comunitari non vale per la Puglia”.

“Ho trovato comico un Casini che ammonisce Bersani dicendo che se non vince in tutte e due le Camere non puo’ fare il premier” – ha detto ancora il leader di Sel. “Produce tenerezza e ilarita’”, ha aggiunto Vendola, “soprattutto detto da chi fa lo sponsor di uno che sponsorizza una forza politica che difficilmente vincera’ anche in una sola delle Camere”.

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fonte rainews24.it

Il leader Pd replica a Monti: «Non chiudo la bocca a nessuno»


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Il leader Pd replica a Monti: «Non chiudo la bocca a nessuno»

L’offensiva mediatica di Monti continua. E dagli studi di Rai Uno parla a tutto campo

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«Credo che ‘tagliare le ali’ sia una brutta espressione ma se le ali sono le estreme è una buona cosa». E’ il messaggio che Monti lancia a Pier Luigi Bersani dallo studio di Uno Mattina. Il Professore chiede al segretario Pd «un atto coraggioso, silenziare un po’ la parte conservatrice del suo movimento» e nel mirino mette soprattutto Stefano Fassina, oltre a Cgil e Fiom in campo sindacale e Nichi Vendola in campo politico al di fuori del Pd.

Monti spiega di aver «constatato in un anno di governo, parlando con il massimo rispetto, che chi ha impedito a varie riforme di andare più avanti, è stato chi è nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom per i sindacati, Vendola e Sel e Fassina, dal punto di vista politico e molte posizioni nel Pdl che hanno impedito riforme per iniettare più concorrenza, come Brunetta».

«Sarebbe molto importante – dice ancora a Bersani – acquisire invece allo sforzo della sinistra oltre al centro, dove anche lì non è che sia tutto oro, anche i riformisti di sinistra e di destra disponibili». In particolare, il Professore ribadisce di puntare «a sinistra su parte considerevole del Pd come Ichino, che addirittura ha lasciato il Pd per venire nel nostro movimento, ma anche Morando, Tonini, Vassallo che hanno scritto una lettera a un quotidiano rivendicando che il Pd stia con Monti».

La replica del Pd non si fa attendere.
«Il coraggio che mi si chiede credo di averlo dimostrato e non è quello di chiudere la bocca alla gente, ma di lasciarla parlare, partecipare e poi trovare una sintesi. Questa è la mia idea». Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, replica a Monti al termine del pranzo con Matteo Renzi. «Questo è un grande partito liberale che non è attaccato a una persona sola». E ancora si rivolge a Monti: «Tutti i difetti del Pd si scoprono oggi? Per un lungo anno non si sono visti».

«Siamo sinceramente stupiti dalle parole del presidente Monti che stamattina è tornato a criticare il Pd. Critiche ingiuste nei confronti del nostro partito, che non ci aspettavamo dopo più di un anno di sostegno sempre leale nei confronti del governo», dice Davide Zoggia, della segreteria del Partito democratico. Ironica l’apertura del sito del Partito democratico: i fermi immagine presi da varie trasmissioni alle quali ha partecipato Monti e un titolo eloquente: «Il gioco del silenzio». GUARDA

«Chi ha deciso di candidarsi alle elezioni dovrebbe discutere dei suoi programmi» – ribatte anche il leader della Cgil, Susanna Camusso.«Trovo che Monti abbia poche proposte e molte critiche».

Nichi Vendola dichiara di voler “respingere l’arroganza” del premier: “Monti è sceso pesantemente in campo – dice il leader di Sel- con la presunzione di chi vuole partecipare ma vuole anche sentirsi arbitro della partita e decidere chi ha vinto questa partita: l’ha vinta lui. C’è un elemento di arroganza che va respinto”.

La lista
«Il mio nome non sarà quello di una persona che prende l’iniziativa per diventare presidente del Consiglio. Non ci sarà una lista ‘ Monti presidente’ ma rappresenterà un movimento di cittadini, di organizzazioni della società civile e del volontariato per coinvolgere me, e ci sono riusciti, e per fare insieme qualcosa per Italia». Il presidente del Consiglio dimissionario conferma che la lista sarà unica al Senato mentre per la Camera «dipende dalle ultime intrepretazioni delle legge», demandate ai lavori tuttora in corso.

MONTI, BERSANI? SPERO CHE ‘CONVINCA MA NON VINCA’
Prima si trincera dietro una battuta, «c’è qualche giorno di tempo per pensarci», poi Mario Monti si affida a una seconda battuta, ribaltando quella di Franco Di Mare, per rispondere al conduttore di Uno Mattina che gli pone questo scenario per il dopo voto, e cioè «Bersani ‘vince ma non convince’ e Casini suggerisce un Monti bis». «Spero – è la risposta del Professore dallo studio di Uno Mattina – che Bersani ‘convinca ma non vinca’, per esempio… Ma ci sono molte cose che possono avvenire da qui a allora».

Fassina? Si aggiorni.
“E’ simpatica la definizione di ‘lista rotary’ che ha offerto l’onorevole Fassina – si difende poi Monti – Ha immaginazione, io non la conosco ancora la lista Monti”. E sottolinea di essere ricordato in Europa per le sue battaglie contro le grandi lobby e i poteri forti, come quando da commissario alla Concorrenza multò la Microsoft con una sanzione record.

CRITICHE A BERLUSCONI
Il Professore non ha risparmiato ancora una volta stoccate a destra. «Se il presidente Berlusconi ritiene che io sono poco credibile vuol dire che sono poco credibile», ha detto aggiungendo che «è una persona importante e autorevole». Monti ha sottolineato però che Silvio Berlusconi mostra «una certa volatilità sui giudizi su di me».

Attacco a Brunetta
Attacchi anche all’ex ministro Brunetta «che sta portando con una certa statura accademica, il Pdl su posizioni piuttosto estreme e settarie». E contro gli «amici delle lobby» che hanno bloccato le liberalizzazioni «Dentro il Pdl c’è molta vicinanza agli ordini professionali, come le farmacie».

MONTI:PER ME CASO COSCIENZA, GENTE MODESTA HA DETTO ‘ANDATE AVANTI’ «Non avevo nessunissima intenzione di continuare una esperienza» politica dopo la fine del governo. «Sarebbe stato molto più tranquillo per me starmene nella mia posizione e attendere eventuali altri incarichi ove si fossero profilati». Lo ha detto il premier Mario Monti, intervistato a Unomattina. «Ma – ha spiegato – è stato un caso di coscienza, molta gente modesta ci ha detto andate avanti».

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fonte unita.it

L’Irlanda ha sconfitto la crisi economica diventando ‘green’: il pil in salita del 2%

L'Irlanda ha sconfitto la crisi economica  diventando 'green': il pil in salita del 2%
Bottigliette raccolte per il riciclo

L’Irlanda ha sconfitto la crisi economica diventando ‘green’: il pil in salita del 2%

Per risollevare le sorti economiche del Paese e risparmiare sulle fonti energetiche, il governo ha cominciato a tassare l’utilizzo di combustibili fossili di case, uffici, automobili e fabbriche. Così oggi il Paese non solo cresce ma vanta un livello di sfruttamento dell’energia pulita da primato

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di SARA FICOCELLI

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I TEMPI DURI l’Irlanda sta facendo di tutto per lasciarseli alle spalle. E a rimettere in sesto le tasche e l’umore degli orgogliosissimi irlandesi non è stato però (solo) il piano di salvataggio speciale disposto dal Fondo monetario iInternazionale, che poche settimane fa ha versato nelle casse del Paese ben 1,17 miliardi di dollari: il governo e la popolazione hanno fatto la propria parte, adottando un strategia di crescita totalmente innovativa, basata sulle energie rinnovabili.

Secondo l’Economist, quella che oggi è la nazione più verde d’Europa – e che quattro anni fa era solo ‘al verde’ – dovrebbe essere in grado di riportare il rapporto deficit-Pil al di sotto della soglia del 2% grazie a una crescita che potrebbe a sua volta raggiungere un “miracoloso” 2%.

Per risollevare le sorti economiche del Paese e risparmiare sulle fonti energetiche, infatti, il governo ha cominciato a tassare l’utilizzo di combustibili fossili di case, uffici, automobili e fabbriche. Più diossido di carbonio produci, più paghi. E se non fai la raccolta differenziata e inquini a sproposito, vieni a maggior ragione tassato (i rifiuti degli irlandesi, in questi tre anni, sono stati sistematicamente controllati e pesati).

La manovra ha fatto automaticamente salire, con aumenti dal 5 al 10%, il costo di petrolio, gas naturale e cherosene, riducendo la popolazione a un bivio: da una parte la possibilità di continuare a inquinare dilapidando il patrimonio in tasse; dall’altra un’inversione di marcia nel segno dell’ecologia. Gli irlandesi hanno scelto la seconda opzione e oggi il Paese non solo sta uscendo dalla crisi ma vanta un livello di sfruttamento dell’energia pulita da primato, con livelli di emissioni calati del 15% dal 2008 e del 6,7% nel solo 2011, anno in cui l’economia irlandese ha ricominciato a crescere.

E dire che solo qualche anno fa il Paese era uno dei peggiori in Europa sotto il profilo della produzione di gas serra procapite, con livelli degni dei non certo eco-friendly Stati Uniti. “Non siamo dei santi come gli scandinavi – ha detto al New York Times Eamon Ryan, ministro dell’energia dal 2007 al 2011 – e infatti continuiamo a bruciare combustibili fossili e compriamo macchine e case sempre più grandi, in perfetto stile americano. Ma stiamo lentamente e progressivamente cambiando le nostre abitudini di vita”.

Di fronte all’imposizione della carbon tax, che in tre anni ha permesso al governo irlandese di raccogliere circa un miliardo di euro, di cui 400 milioni solo nel 2012, i partiti dell’isola di smeraldo non hanno battuto ciglio e la popolzione ha risposto investendo in energie rinnovabili e riciclaggio rifiuti. Un atteggiamento diverso rispetto a quello riscontrato negli Usa, dove l’imposta è stata ostacolata allo stremo dai repubblicani.

Oggi il cittadino irlandese che acquista una macchina nuova viene tassato in proporzione a quanto il veicolo inquina. E per correre ai ripari, poche settimane fa, il gruppo Renault-Nissan ha siglato un’intesa con il governo di Dublino ed Esb (la principale società elettrica irlandese) per potenziare la diffusione dei veicoli elettrici sulle strade.

La svolta ecologista è stata accolta con favore anche grazie all’efficace campagna di sensibilizzazione “Tackle litter before it tackles you” (“Placca l’immondizia prima che lei placchi te”), attuata dal governo, che ha diffuso in tv un simpatico video che mostra un bidone all’inseguimento del cittadino che non rispetta l’ambiente.

GUARDA IL VIDEO DELLO SPOT

Secondo i dati emersi l’anno scorso dal Weee Eurosummit, l’incontro sui rifiuti prodotti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, a livello di raccolta di rifiuti elettronici (Raee) al primo posto nell’Eurozona c’è proprio l’Irlanda, con 9 chilogrammi per abitante, seguita dalla Germania con 8,2 chilogrammi e dal Regno Unito con 7,5. L’Italia, con 4,7 chilogrammi per abitante, è appena riuscita a superare la soglia minima imposta dall’Europa, pari a 4 chilogrammi.

Il piano irlandese di ripresa economica per il 2013 prevede l’imposizione di nuove tasse e nuovi tagli alla spesa: una situazione che certo continuerà a far bene alla politica ambientale ma che, sottolineano gli esperti, sta mettendo in ginocchio le classi sociali più povere. Ecco perché il governo ha deciso di cominciare a tassare anche il consumo di sigarette, considerate un lusso per ceti abbienti. Una cosa è certa: non si esce dalla crisi senza scontentare qualcuno, né senza sacrifici. Che, per una volta, questi non siano a carico del pianeta, al governo irlandese è sembrata l’opzione migliore.

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fonte repubblica.it

STATO-MAFIA, SPIATI I PM – L’agenda rossa di Borsellino sottratta da un carabiniere?

"Stato-mafia, spiati i pm dell'inchiesta":  il mistero del dossier che scuote Palermo

“Stato-mafia, spiati i pm dell’inchiesta”: il mistero del dossier che scuote Palermo

Una lettera anonima fatta arrivare a uno dei sostituti procuratori che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa. Nella missiva, ricostruzioni considerate affidabili e accuse: “Un carabiniere rubò l’agenda rossa di Borsellino”. Il “protocollo  fantasma” afferma anche che fu nascosto l’archivio del covo di Riina. Ora la Procura vuole indagare

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO È una lettera anonima quella che sta aprendo un nuovo fronte d’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia. Avverte i magistrati di Palermo che sono spiati, indica dove trovare altre prove del patto, fa i nomi di vecchi uomini politici che potrebbero sapere molto. E denuncia che l’agenda rossa di Borsellino è stata rubata “da un carabiniere”.

L’inchiesta giudiziaria più tormentata di questi mesi si sta ancora rimescolando e rovista adesso in quelle che l’anonimo definisce “catacombe di Stato”. Le ultime inedite indicazioni sono in uno scritto che gli investigatori valutano come “attendibile”, studiato e steso da qualcuno estremamente informato, uno “dal di dentro” sospettano i pubblici ministeri di Palermo che hanno ordinato accertamenti su tutti i punti segnalati dall’anonimo.

Lui, definisce la sua lettera “un esposto”. L’ha spedita il 18 settembre scorso a casa di Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori che insieme ad Antonio Ingroia hanno cominciato l’indagine sulla trattativa.

Sono dodici pagine con lo stemma della Repubblica italiana sul frontespizio. L’autore, alla sua lunga lettera ha attribuito  –  come nei documenti ufficiali  –  una sorta di numero di fascicolo. È in codice: “Protocollo fantasma”.

Se sia tutto vero ciò che scrive o al contrario un tentativo di depistaggio si scoprirà presto, di sicuro al momento i funzionari della Dia di Palermo e quelli di Roma stanno raccogliendo riscontri intorno ai “suggerimenti” dell’anonimo. Uno che sembra a conoscenza di tanti segreti, come se avesse partecipato personalmente ad alcune operazioni poliziesche o sotto copertura. Questi dodici fogli ricordano tanto quell’altra lettera senza firma arrivata fra la strage Falcone e la strage Borsellino nell’estate del 1992 (e recapitata a 39 indirizzi fra i quali il Quirinale, le redazioni dei quotidiani italiani, il Viminale), la prima carta in assoluto dove si faceva cenno a “un accordo” fra Stato e mafia. Annunciando avvenimenti poi accaduti. Come l’arresto del capo dei capi Totò Riina.

Ma adesso vi raccontiamo cosa c’è esattamente nell’ultimo anonimo palermitano. Finisce con una frase misteriosa destinata al magistrato Di Matteo: “Tieni sempre in considerazione che sto lavorando con te, nelle tenebre”. E annota subito dopo, in latino: “Impunitas semper ad deteriora invitat”. L’impunità invita sempre a cose peggiori.

Comincia invece con una cronistoria dei cadaveri eccellenti di Palermo: dall’omicidio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre – il 30 aprile 1982  –  fino alla mancata cattura di Bernardo Provenzano dell’ottobre 1995 nelle campagne di Mezzojuso, probabilmente per una soffiata. In mezzo le bombe di Capaci e di via D’Amelio. Poi si addentra nel particolare. Iniziando dai pm che indagano sulla trattativa.

Li mette in guardia da “uomini delle Istituzioni” che li stanno sorvegliando. “Canalizzano tutte le informazioni che riescono ad avere sul vostro conto”, scrive. E dice che li riversano “a Roma”, in una non meglio identificata “centrale”. Fra gli spioni  –  sostiene l’anonimo  –  anche alcuni magistrati. Di certo, strani movimenti si sono registrati a Palermo in queste settimane. Uno, a metà dicembre. Qualcuno è arrivato fin sul pianerottolo dell’abitazione del sostituto Di Matteo, lavorando dentro una cassetta elettrica. Se ne sono accorti i carabinieri della scorta. Nessuno nel condominio aveva disposto lavori nel palazzo, e in quel fine settimana il magistrato era fuori città. Un intruso sapeva anche questo.

Torniamo all’anonimo. Spiega dove cercare nuove prove sul patto. Usa queste parole: “Ci sono catacombe all’interno dello Stato sepolte e ricoperte di cemento armato, ma alcune verità si possono ancora trovare”. E specifica i luoghi. Segue una lista di nomi. Uomini politici della prima Repubblica, grandi e piccoli, tutti mai sfiorati fino ad ora dalle investigazioni sulla trattativa. Consiglia di seguire certe tracce, il suo linguaggio è quello di un “addetto ai lavori”. Gli investigatori sono convinti che si tratti di qualcuno che, all’inizio degli anni ’90, abbia lavorato in qualche reparto investigativo. Conosce minuziosamente alcune vicende. Come quella della cattura di Totò Riina, la mattina del 15 gennaio del 1993. Garantisce che il covo del boss, nel quartiere dell’Uditore, sia stato visitato da qualcuno prima della perquisizione del procuratore Caselli. E ripulito di un tesoro, l’archivio del capo dei capi di Cosa Nostra. “Nascosto a Palermo per qualche tempo e poi portato via”, scrive ancora l’anonimo.

E infine dice di sapere chi ha rubato dalla sua borsa l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella sulla quale il procuratore segnava tutto ciò che vedeva e sentiva dalla morte del suo amico Giovanni Falcone. “L’ha presa un carabiniere”, giura l’autore della lettera.

Già qualche anno fa un colonnello dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, era stato messo sotto accusa dai magistrati di Caltanissetta per avere trafugato l’agenda. L’ufficiale era stato fotografato, in via D’Amelio, con la borsa fra le mani. Ma aveva sempre sostenuto di non sapere nulla dell’agenda. Prosciolto dal giudice in fase d’indagine preliminare e prosciolto poi dalla Cassazione, il colonnello è uscito definitivamente dall’inchiesta. In questi ultimi mesi i pm di Caltanissetta (quelli che indagano sui massacri di Palermo) hanno però ricominciato a visionare un filmato del dopo strage, ricostruito con tutte le immagini ritrovate negli archivi televisivi. Cercano sempre l’uomo dell’agenda rossa. E sospettano sempre che sia uno degli apparati investigativi. La caccia è ripartita.

Cosa aggiungere sull’ultimo anonimo? Le indagini, che sembravano solo aspettare il verdetto del giudice Piergiorgio Morosini sulla richiesta di rinvio a giudizio di quei 12 imputati eccellenti prevista per la fine del mese, hanno ricominciato ad agitarsi dopo le confessioni del misterioso personaggio senza volto. Uno che viene dal passato di Palermo. (03 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

VALSUSA – “Meglio al freddo che licenziati”. Così l’azienda taglia i riscaldamenti

"Meglio al freddo che licenziati".  Così l'azienda taglia i riscaldamenti

“Meglio al freddo che licenziati”.
Così l’azienda taglia i riscaldamenti

Alla Tekfor, azienda della Valsusa, avevano già ridotto i compensi di manager e funzionari. Prima di tagliare la forza lavoro hano deciso di abbassare la temperatura da 18 a 16 gradi. Sì degli operai

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di FEDERICA CRAVERO e FABIO TANZILLI

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TORINO – Lavorare al freddo per salvare gli stipendi. Abbassare il termostato da 18 a 16 gradi per risparmiare sulla bolletta del gas. È la condizione posta ai mille lavoratori impiegati nei due stabilimenti torinesi della Tekfor Neumayer. La fonderia, di proprietà tedesca è in crisi di liquidità.

Ed è in crisi di liquidità da quando il tribunale ha disposto l’amministrazione controllata della casa madre per scongiurare il fallimento e sono stati tagliati i fondi per il funzionamento delle sedi estere. Addirittura, o per fortuna, con i 17 milioni di deficit non può neanche licenziare parte dei lavoratori perché non ha abbastanza soldi per pagare le liquidazioni, gli incentivi e gli ammortizzatori sociali.

Stando così i conti non c’era denaro per pagare il salario di gennaio e Roberto Peiretti, amministratore delegato delle sedi di Avigliana e Villar Perosa, ha tracciato la sua revisione delle spese, raschiando il fondo del barile. Ha ridotto del 20 per cento lo stipendio dei dirigenti e in percentuale minore quello dei quadri e dei funzionari. Inoltre sono state tagliate le auto aziendali di grossa cilindrata, così come i telefoni cellulari e le consulenze esterne.

Ma ancora non bastava. E si è arrivati alla voce del riscaldamento. “Sono scelte drastiche che però stanno dando risultati positivi in termini di bilancio”, spiega l’ad Peiretti. Una scelta, però, contestata. “In questi giorni è in corso una polemica con l’azienda per questa decisione – afferma Marinella Baltera della Fiom-Cgil – A metà dicembre era stato prospettato di abbassare il riscaldamento e noi ci eravamo opposti”. Ma la multinazionale è andata avanti e ha girato verso il basso la manopola del termostato. “Prima dello stop per le feste natalizie è anche accaduto che di sabato e domenica, quando per il ciclo continuo i lavoratori sono ridotti, l’impianto si sia fermato del tutto – continua la Baltera – Ora vedremo cosa accadrà la prossima settimana alla ripresa della produzione”.

L’iniziativa assunta dalla direzione torinese della Tekfor è messa sotto accusa anche dal segretario provinciale della Fiom di Torino, Federico Bellono: “In tempi di crisi va di moda parlare di spending review, ma l’alternativa tra riscaldamento e stipendio non è accettabile – attacca – In questa fase più che in altre ci sono tentativi di risparmi a tutti i costi, ma è evidente che ci sono questioni che non possono essere oggetto di scambio”.

Una di queste è, secondo il segretario Fiom, la qualità degli ambienti di lavoro: “In anni di sindacato non è la prima volta che si pone sul piatto dei tagli la questione della temperatura – spiega – Dal punto di vista legale ci sono norme che regolano i termostati, che tuttavia vengono stiracchiate. Ma soprattutto si tratta di misure che possono essere un boomerang per l’azienda perché in un ambiente poco salubre ci si ammala più facilmente e si rischia di aumentare l’assenteismo”.

Tuttavia i lavoratori sembrano essersi rassegnati. Bruno Allegro, operaio delegato Rsu Uilm della sede di Avigliana, parla di “una decisione che i dipendenti hanno accettato malvolentieri, ma non si poteva fare altrimenti per portare a casa gli stipendi. Quando è arrivato il grande gelo la situazione era davvero difficile e abbiamo chiesto e ottenuto che, almeno per qualche giorno, venisse nuovamente alzata la temperatura di pochi gradi”.

Gian Piero Clement, Rsu Alp della fabbrica di Villar Perosa, ammette: “In questa fase gli operai preferiscono fare sacrifici piuttosto che rimanere senza lavoro o busta paga. L’azienda sta cercando di risparmiare su tutto, e a tutti i livelli”. Soprattutto si confida nei segnali positivi e di ripresa che arriverebbero dalla Germania, visto che entro metà anno dovrebbe realizzarsi l’operazione di vendita della società, che in Italia lavora spalla a spalla con la Fiat.

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fonte repubblica.it