Archivio | gennaio 6, 2013

La scuola che ci siamo mangiati


Illustrazione di Lane Fernandes

La scuola che ci siamo mangiati

I finlandesi si sono levati il pane di bocca per la loro scuola, noi ci siamo levati la scuola di torno per ingozzarci di porcherie

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di Maurizio Maggiani

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A differenza della gran parte degli elettori, la mia giovane amica Gloria ha un rapporto molto positivo e fiducioso con la politica, e per questa ragione mi ha comunicato che intende fare il ministro della Pubblica Istruzione. A proposito del suo mandato ministeriale ha idee molto chiare e un programma dettagliato di riforme, un’agenda puntuale e, a mio parere, entusiasmante. Pur non essendo in gran familiarità con i sistemi correnti di selezione dei ministri, si rende conto di essere un po’ in ritardo per fare conoscere adeguatamente le sue idee in occasione della prossima tornata elettorale, ma intende prepararsi per tempo per quella successiva, incoraggiata in questo anche dalla mia peregrina previsione di una legislatura assai probabilmente tormentata e breve a causa della legge elettorale in vigore, escogitata a suo tempo proprio a questo scopo.

Mi ha chiesto dunque di aiutarla a far conoscere la sua “agenda” a chi di dovere, all’opinione pubblica e, essendo la Gloria di indomite convinzioni progressiste – nonostante l’abisso di generazioni e di epoche, collocheremmo la sua formazione ideale presso l’azionismo liberalsocialista di Norberto Bobbio – ai leader politici del centro sinistra, e all’onorevole Bersani in particolare, uomo la cui aria di robusta ragionevolezza le ispira particolare fiducia.

Ho grande rispetto per le idee e per lo spirito di fattiva volontà della Gloria, e dunque l’aiuterò. Con l’opinione pubblica lo sto facendo in questo momento, e per quanto riguarda l’onorevole Bersani ho in programma di chiedere a un amico che di mestiere è un comico di importanza nazionale di organizzare un appuntamento; so che in campagna elettorale sono i comici ad essere più vicini e più assidui ai politici. Intanto, a beneficio dell’opinione pubblica, qualche parola sulla “riforma Gloria”, sui punti almeno che mi hanno più colpito. Obbligo fino al diciottesimo anno. Orario scolastico per ogni ordine e grado dalle 8,30 alle 17,30. In quel tempo gli alunni svolgono tutte le attività formative, compresi gli sport. Per quelli più in difficoltà, orario prolungato per il recupero.

Quando i ragazzi tornano a casa non devono pensare ad altro che a crescere in salute e, se possibile, in allegria, e i genitori non devono essere gravati da altre preoccupazioni, e costi, che non siano passare serenamente un po’ di tempo con loro. Storia dell’arte materia obbligatoria per tutti, visto che i ragazzi si apprestano a vivere e lavorare in un Paese dove i beni artistici e culturali sono la maggiore materia prima disponibile, con particolare attenzione per gli istituti professionali, per non dire degli alberghieri, dove è attualmente ignota, e il buon senso dovrebbe tenerla in conto alla stessa stregua delle tecniche di cucina. Con così tanto tempo di scuola a disposizione, il latino potrà essere introdotto sin dalle medie e proseguire, naturalmente in misura diversa a seconda dell’indirizzo, per tutto il corso di studi, contribuendo non poco a una educazione armoniosa.

Così dicasi per una vera e approfondita educazione etica e civica, e lo studio delle lingue, che dovrà avere pari ore dello studio dell’italiano. Indi, un robusto potenziamento degli indirizzi professionali per le scienze ambientali, per le forestali e agricole. E poi ancora, e ancora… Non so se la Gloria lo sa, ma la sua riforma scolastica, compresa l’insistenza sul latino, sembra fotocopiata dal sistema scolastico finlandese, varato durante la grande crisi che quel paese subì alla fine degli anni ’80. Quel Paese decise allora di puntare ogni risorsa sulla scuola e oggi non solo il suo è il sistema scolastico migliore del mondo, ma ha messo al mondo una generazione di cittadini che è stata in grado di gestire l’attuale crisi economica meglio di qualunque altro paese. Ma quello che la Gloria di certo non sa è che la sua riforma non ha nessunissima possibilità di essere realizzata. Anche se l’onorevole Bersani, o chicchessia ancor più determinato, se la scegliesse come ministro, sarebbe solo per relegarla in uno stato di depressione mortale.

E non per perfida malavoglia o incapacità, ma per il semplice motivo che questo Paese non avrà mai i soldi per farla quella riforma, mai, nemmeno tra cinquant’anni. Pensate solo a quante centinaia di nuove scuole andrebbero costruite per dare concreto avvio alla “riforma Gloria”. Quello che la Gloria non ha ben presente, e quando gliene parlo si rifiuta di credermi, è il Debito Pubblico, il debito insaziabile e inestinguibile a cui siamo incatenati come schiavi a un mangano. L’ipoteca che è stata accesa trent’anni fa a nome di chi ancora doveva nascere in nome della abominevole politica del “prendiamone finché ce n’è”, la politica del “una pensione di invalidità per un voto e un petrolchimico per cinquemila voti non si negano a nessuno”. I finlandesi si sono levati il pane di bocca per la loro scuola, noi ci siamo levati la scuola di torno per ingozzarci di porcherie. Dico noi perché tutti gli aventi età superiore ai trent’anni hanno in qualche modo diretto e indiretto goduto dell’era dello spasso generale. La Gloria non riesce a farsene una ragione, nessuno della sua giovane età può farsene una ragione, ed è per questo che dovremmo, noi della vecchia guardia del Debito, andare in giro senza farci troppo notare dai nostri figli e nipoti.

maurizio maggiani

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fonte ilsecoloxix.it

BUFERA SUL CARROCCIO – Stipendi extra, benefit e affitti: la procura indaga sui senatori leghisti


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Stipendi extra, benefit e affitti: la procura indaga sui senatori leghisti

Nuova bufera sul Carroccio: sotto osservazione spese per 15 milioni di euro. Interrogata la segretaria del tesoriere del gruppo, Manuela Maria Privitera. Che dice: “Il gruppo pagava l’affitto del senatore Bricolo e una sua carta di credito. Al senatore Calderoli veniva dati 2.000 euro al mese. Dal dicembre 2011 li ritirava in contanti e firmava una ricevuta”

Stipendi extra, benefit e affitti:  la procura indaga sui senatori leghisti
Roberto Calderoli

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di CARMELO LOPAPA

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C’È PIÙ di un conto che non torna nella gestione dei 3 milioni di euro che ogni anno il Senato della Repubblica ha erogato al gruppo parlamentare della Lega Nord-Padania. Dunque dei 15 milioni nei cinque anni della legislatura appena conclusa. Stipendi extra corrisposti in contanti al capogruppo Bricolo e i suoi fedelissimi Bodega e Mazzatorta, ma anche una “paghetta” da duemila euro mensili per il senatore Roberto Calderoli; pagamento dell’affitto allo stesso capogruppo per 1.250 e copertura della sua carta di credito; assegni girati a collaboratori per finalità non chiare.

La Procura della Repubblica di Roma ha aperto un’inchiesta, curata dal sostituto Roberto Felici. È ancora alle battute iniziali, gli inquirenti sono in fase di riscontro, ma sembra stia procedendo piuttosto spedita. Anche perché la fonte è quel che si dice una gola profonda, addentro alle cose e ai numeri del Carroccio.

A fare rivelazioni assai documentate è la segretaria del tesoriere del gruppo (il senatore Piergiorgio Stiffoni) Manuela Maria Privitera. Nata nel ’67 a Londra, tra i pochissimi ad avere gestione piena e diretta dei milioni di euro di fondi pubblici nelle disponibilità del gruppo a Palazzo Madama. Emerge un quadro senza precedenti dalla sua deposizione resa il 27 novembre scorso in Procura e dal memoriale che la stessa segretaria consegna ai pm, con tanto di allegati e ricevute.

Le paghette dei senatori
Racconta di un sistema rodato che andrebbe avanti da anni. “La destinazione dei fondi che il Senato mette a disposizione dei gruppi, lo dico per diretta conoscenza, non sempre è stata rigorosamente rispettata”. La Privitera rivela l’esistenza di bonifici corrisposti fino al novembre 2011 “con disposizione permanente ai senatori componenti l’ufficio di presidenza: Bricolo 2.028 euro, Bodega 778 euro, Mazzatorta 683 euro”. Soldi extra rispetto alle già ricche retribuzioni degli onorevoli. Poi, da novembre 2011, “il presidente (Bricolo, ndr) ha deciso di volerli ricevere e dare per contanti, aggiungendo ai già menzionati senatori anche Roberto Calderoli”. In quello stesso mese era caduto il governo Berlusconi e Calderoli lasciava la poltrona di ministro della Semplificazione. E “al senatore viene destinata la cifra in contanti di 2.000 euro mensili”. Spiega che “da dicembre 2011 in poi ho consegnato personalmente ogni mese il denaro in contanti, facendomi firmare una ricevuta individuale precompilata”. Non solo. “Il gruppo pagava l’affitto dell’appartamento dove abitava il senatore Bricolo, con bonifico permanente di euro 1.250 e inoltre saldava il conto di una carta di credito che era nella disponibilità esclusiva del presidente”. E poi: “Bricolo ha impartito disposizione affinché il gruppo si facesse carico delle spese telefoniche del senatore Calderoli”.

Extra ai collaboratori
Senatori e non solo. Tra i “pagamenti in contanti” la segretaria annota anche quello “al nostro addetto stampa Romolo Martelloni per 2 mila euro mensili a titolo di rimborso spese in aggiunta allo stipendio che egli percepiva”. E ancora, “alcuni extra per la segretaria del presidente Bricolo, Stefania La Rosa”. Poi, “la corresponsione mensile di 1.500 euro a tale Cortese Giuseppe, che non era un nostro dipendente ma collaborava con l’onorevole Cota (oggi governatore del Piemonte, ndr) quando questi era capogruppo”.

La proliferazione dei conti correnti
Parecchi soldi sono transitati dai conti correnti 10765, 9686 e dal 10331 dell’agenzia Bnl di Palazzo Madama. Sulla triplicazione degli accantonamenti (e su quest’ultimo c/c in particolare) i pm hanno acceso i loro riflettori. Il sospetto, ancora in via di accertamento, è che a un certo punto lo stato maggiore del gruppo che fa capo al presidente Bricolo e all’ex tesoriere Stiffoni abbia deciso di non girare più alla segreteria di via Bellerio a Milano (siamo negli anni della “monarchia” Bossi, del tesoriere del partito Belsito e del “cerchio magico”) l’importo messo a disposizione dal Senato al netto delle spese sostenute. E che abbia piuttosto gestito in autonomia quelle somme, creando conti paralleli. Distribuendo poi migliaia di euro ogni mese in parte ad alcuni senatori per spese più o meno personali, in parte ad alcune figure che gravitavano attorno al partito. Segretarie, portavoce, collaboratori. Per fare cosa? Con quali motivazioni? E perché in nero?

La vendetta della segretaria
La Privitera è dunque la segretaria amministrativa alle dirette dipendenze di tesoriere e capogruppo (prima Castelli e poi Bricolo) dal 2006 all’aprile 2012. Proviene dalla Pontida Fin, la finanziaria del partito. Anche lei è sotto inchiesta e decide di parlare quando si ritrova esautorata dall’incarico. Ma anche messa all’indice dai suoi col pretesto del prestito da lei ottenuto per l’acquisto di una casa, per una cifra che eccedeva l’anticipo di Tfr al quale aveva diritto. Secondo lei c’era la volontà di sbarazzarsi di una testimone “scomoda”. Ai pm si dice pronta a “restituire la parte eccedente” il suo Tfr. Ma occorre inquadrare il contesto.

L’onda Belsito e il repulisti
A marzo esplode lo scandalo Belsito sull’utilizzo dei rimborsi elettorali del Carroccio. Il 5 aprile Bossi rassegna le dimissioni irrevocabili schiacciato dal peso della cartellina The Family. Nel partito è il panico. Si teme un effetto a catena. Il 24 aprile 2012 – scrive la Privitera nel memoriale – si riuniscono i senatori Calderoli, Mazzatorta, Franco, Stiffoni e il capogruppo Bricolo. Subito dopo, Franco e Mazzatorta intimano alla segretaria di “consegnare le chiavi degli armadi, la cassettiera e la stanza”. Non prima di aver mostrato loro “le ricevute dei rimborsi che consegnavo per contante ogni mese”. Da quella data viene quindi “spossessata della stanza e sospesa dalle attività”. Il 9 maggio, “i senatori Mazzatorta e Franco accompagnati da due che si presentano come revisori prelevano dalla stanza che mi era stata requisita tutto il contenuto, compreso la cassaforte”. Il 16 maggio la segretaria viene convocata dal “senatore Divina che mi dice di aver parlato con Bricolo e Calderoli e che il capogruppo proponeva suo tramite un aumento, anzi un raddoppio di stipendio per risarcirmi del momento di disagio che stavo vivendo. Ho ribadito che il mio stipendio era più che dignitoso che l’unica cosa che dovevo riavere era il mio ruolo professionale e la mia dignità”. Nelle stesse ore arrivava dalla Procura di Milano la notifica dell’avviso di garanzia a carico del senatore tesoriere Stiffoni.

(06 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

Coldiretti: famiglie e consumi, per il 48% il 2013 sarà più difficile

Coldiretti: famiglie e consumi,  per il 48% il 2013 sarà più difficile

Coldiretti: famiglie e consumi,
per il 48% il 2013 sarà più difficile

I risultati di un’analisi condotta da Swg prevedono un’ulteriore contrazione nelle abitudini di spesa degli italiani. Rinunce nel tempo libero, nelle vacanze, nella cultura, ma anche nella tecnologia, nella casa e nell’abbigliamento, nonostante i saldi. Per il 42% la situazione resterà simile a quella dell’anno scorso, prospettive in miglioramento solo per il 10%

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ROMA La crisi ha modificato le abitudini di spesa delle famiglie italiane, riducendo in molti casi anche drasticamente i loro consumi, non solo quelli destinati al tempo libero, alle vacanze, alla cultura, ma anche all’abbigliamento, alla loro casa, per non parlare dell’auto. Una situazione che per il 48 per cento delle famiglie italiane, è destinata a peggiorare nel 2013, secondo quanto rivela una analisi Coldiretti/Swg, che vede per il 42% delle famiglie una sostanziale invariabilità e solo per un 10% un miglioramento delle prospettive economiche. In conclusione, l’ottimismo degli analisti economici con la discesa dello spread non sembra trovare riscontro nel quotidiano.

Nel 51 per cento dei casi le famiglie dichiarano già adesso di riuscire a pagare appena le spese senza potersi permettere ulteriori lussi, mentre una percentuale dell’8 per cento non ha un reddito sufficiente nemmeno per l’indispensabile. C’è però anche – continua la Coldiretti – un 40 per cento di italiani che vive serenamente senza particolari affanni economici e l’1 per cento che si può concedere dei lussi.

La maggioranza delle famiglie, nonostante i saldi, ricicla dall’armadio gli abiti smessi nel cambio stagione, con il 53 per cento degli italiani che ha rinunciato o rimandato gli acquisti di abbigliamento ed accessori, che si classificano come i prodotti dei quali si fa maggiormente a meno nel tempo della crisi.

Sul podio delle rinunce insieme ai vestiti si collocano anche i viaggi e le vacanze che sono stati ridotti o annullati dal 51 per cento degli italiani e la frequentazione di bar, discoteche o ristoranti nel tempo libero, dei quali ha fatto a meno ben il 48 per cento.

A seguire, nella classifica del cambiamento delle abitudini di consumo, c’è l’acquisto di nuove tecnologie al quale hanno dovuto dire addio il 42 per cento degli italiani, le ristrutturazioni della casa (40 per cento), l’auto o la moto nuova (38 per cento) e gli arredamenti (38 per cento), ma anche le attività culturali (37 per cento) la cui rinuncia preoccupa particolarmente in un Paese che deve trovare via alternative per uscire dalla crisi.

Da segnalare, per contro, che solo il 17 per cento degli italiani dichiara di aver ridotto la spesa o rimandato gli acquisti alimentari, una percentuale superiore solo alle spese per i figli (9 per cento).

(06 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

I costi occulti delle bollette del gas. Perché l’aumento non si ferma

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Dal peso delle tasse agli oneri aggiuntivi, ecco il conto delle famiglie

I costi occulti delle bollette del gas, perché l’aumento non si ferma

L’incremento delle tariffe è stato 4 volte superiore all’inflazione, spunta un’assicurazione aggiuntiva che costerebbe 800 milioni

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di Sergio Rizzo

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ROMA – Premessa: stiamo parlando di una faccenda che muove poteri economici e interessi ciclopici. Immaginate quindi le pressioni che possono scatenare. Ma di tutti i misteri italiani quello attualmente più misterioso è la bolletta del gas (guarda la tabella). Da due anni il prezzo del metano sui mercati internazionali è in picchiata, ma 26 milioni di famiglie e quattro milioni di piccole imprese non se ne sono accorti. Anzi.

Si è provveduto, se possibile, a tosarle ancora di più: perché dal gennaio 2011 a oggi le bollette sono rincarate, tenetevi forte, del 23,7 per cento. Più o meno quattro volte l’inflazione. Tutto questo mentre il prezzo spot pagato dai venditori di gas sul mercato all’ingrosso italiano, ci spiega il superesperto della Staffetta quotidiana Gionata Picchio, è sceso di circa il 15 per cento soltanto nell’ultimo anno. Ci sono ragioni congiunturali, come la flessione della domanda europea, ma anche strutturali: per esempio la raggiunta autosufficienza degli Stati Uniti. Fatto sta che qualcuno, in questa situazione, sta facendo soldi a palate. Dall’inizio del 2011 l’Autorità dell’energia continua a rincarare i prezzi. Ed è appena il caso di notare che gli ultimi due anni sono stati i più difficili per le famiglie italiane.

L’ultimo aumento è di qualche giorno fa: +1,7 per cento. E qui la materia prima non c’entra niente. C’entra la distribuzione. Il paradosso è che meno gas passa nei tubi, più cresce il costo unitario del servizio. E dato che bisogna garantire ai distributori identici ricavi, se vogliamo che investano nella rete e facciano arrivare il metano alla caldaia, ecco che le tariffe salgono anziché scendere. Andrebbe benissimo, se non fosse per un paio di dettagli. Primo: l’infrastruttura pagata con i soldi degli utenti non è pubblica, ma resta di proprietà dei distributori privati (come i loro profitti). Secondo: il rischio d’impresa per costoro è praticamente azzerato. È il dilemma di tutte le reti, diranno gli esperti. Ma raccontatelo ai 26 milioni di famiglie di cui sopra. Soprattutto, spiegategli perché, se è vero che i criteri con i quali vengono decisi questi aumenti sono stati adottati anni fa, quando alla presidenza dell’Autorità non c’era ancora Guido Bortoni, non sono stati modificati negli ultimi due anni. Fosse solo per alleviare il peso della crisi sui bilanci familiari.

Il sistema di calcolo del prezzo della materia prima, quello invece è stato appena ritoccato. Anche qui, però, c’è qualcosa di difficile da far capire a chi si vede recapitare bollette sempre più salate. I giganti come Eni ed Enel operano prevalentemente con i contratti take or pay . Sono accordi pluriennali con fornitori internazionali, con la formula che si paga comunque, anche se il gas non viene ritirato tutto. Ne ha parlato il 16 dicembre la trasmissione Report di Milena Gabanelli, ricordando che l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni ha rinegoziato con la Russia un onerosissimo contratto take or pay prolungandone la durata a trent’anni. È accaduto nel 2009, con straordinario tempismo: poco prima della vertiginosa caduta del mercato libero.

Ebbene, proprio per tener conto di questo calo, come ha disposto il governo di Mario Monti nel decreto cresci Italia, l’Autorità ha deciso di considerare nel calcolo del prezzo anche le quotazioni spot. Oggi pesano per il 5%, contro il 95% misurato con una formula che simula il prezzo (altro mistero misteriosissimo) take or pay legato all’andamento delle quotazioni del petrolio, dell’olio combustibile e del gasolio (!). Il fatto è che il gas acquistato sul mercato spot che corre nei nostri tubi va ben oltre quel misero 5%. Di più. Picchio ricorda che secondo una recentissima indagine dell’Autorità il prezzo medio spot è stato nel 2011 e nel 2012 rispettivamente del 16% e del 26% inferiore a quello calcolato con il sistema precedente a quel contentino del 5%. Il succo è il seguente: tenere il prezzo non troppo distante da quello dei contratti take or pay limita i danni per i grandi operatori, che possono compensare le perdite di quegli accordi con i super profitti del gas acquistato sul mercato libero e fa fare un mucchio di quattrini a chi (come alcune municipalizzate) compra esclusivamente spot e vende agli utenti finali con tariffe astronomiche.

Va da sé che è una situazione insostenibile. E lo sanno anche all’Authority, tanto da aver proposto una nuova formula di calcolo per allineare il prezzo della materia prima, che pesa per circa la metà sulla bolletta, a quella del mercato libero. Finalmente, direte. E avendo saputo che la stessa Autorità ha respinto la richiesta avanzata da Scaroni di far gravare sulle tariffe le perdite generate dai contratti con la Russia (un miliardo e mezzo, mica bruscolini) potreste tirare un altro respiro di sollievo.

Se non fosse per una sorpresina annidata in quella proposta. Siccome nessuno garantisce che il mercato spot sarà sempre così favorevole, ecco che gli utenti si devono caricare sulle spalle una bella assicurazione obbligatoria a favore dei signori del gas. Uno scherzetto che vale 800 milioni, e visto che ne beneficerebbero i titolari dei famosi contratti take or pay come appunto l’Eni, i piccoli sono imbufaliti. Ma anche fra i componenti dell’Autorità non sono mancate le discussioni. Per non parlare dei consumatori, che si vedrebbero ridurre il beneficio in bolletta dal teorico 10 per cento al 6, forse 7 per cento. La pratica si è quindi fermata: il taglio era previsto per aprile e certamente slitterà. Nel frattempo, le bollette continuano a correre.

Ciò nonostante chi si ostina a vedere il bicchiere mezzo pieno. Argomentando che sull’allineamento del prezzo italiano a quelli europei sono stati fatti sforzi sovrumani. Che le pressioni dell’Eni non hanno fatto breccia. E che se le tariffe del gas sono aumentate, proprio la piccola modifica al metodo di calcolo del prezzo ha fatto scendere dell’1,4 per cento le tariffe elettriche. Staremo a vedere se a questo zuccherino per le famiglie ne seguiranno altri più sostanziosi. La speranza è l’ultima a morire.
Intanto non si può non notare, come ha fatto la Staffetta quotidiana , che nell’ultimo anno i provvedimenti dell’Autorità a tutela dei consumatori sono stati appena l’11,3% del totale, contro il 17,7% del 2011 e il 25,8% del precedente collegio presieduto da Alessandro Ortis. Che in sette anni ha appioppato agli operatori multe per 200 milioni, a un ritmo di 28,5 milioni l’anno. Mentre dal 2011 l’Authority di Bortoni non è andata oltre i 7 milioni: 3 e mezzo l’anno. L’indipendenza non si può misurare soltanto con la violenza delle bacchettate, certo.

Soprattutto in un mondo come quello dell’energia dove le multe fanno il solletico. Verissimo.

Ma ci sono fatti, piccoli fatti, che comunque pongono per il presidente di un organismo «indipendente» una questione di opportunità. Come quella storia sollevata da un’interrogazione parlamentare nella quale si chiedeva al ministro Corrado Passera conferma del fatto che «alcuni funzionari e dirigenti ora distaccati presso l’Autorità» da Gse e Acquirente Unico, fossero stati assunti dalle due società pubbliche «pochi giorni prima di tale distacco». Una decina di persone in tutto: fra queste anche l’assistente personale di Bortoni, che era già con lui al ministero dello Sviluppo, di cui era stato nominato direttore generale nel 2009 da Claudio Scajola, per essere poi da lì direttamente paracadutato nel 2011 al timone dell’Authority. Si chiama Cecilia Gatti, ed è incidentalmente la figlia di Giuseppe Gatti, amministratore delegato di Gdf Suez energia Italia: quarto produttore italiano di energia termoelettrica, terzo venditore di gas naturale nel nostro Paese dopo Eni ed Enel.

6 gennaio 2013 | 10:53

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fonte corriere.it