Archivio | gennaio 9, 2013

Il Qatar “salva” l’Egitto: 2,5 miliardi di dollari per tamponare la crisi

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Il Qatar “salva” l’Egitto: 2,5 miliardi di dollari per tamponare la crisi

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Giusto perché si ricordi chi guida la marcia delle Primavere arabe. Senza che nessuno ne facesse richiesta, il Qatar ha deciso di dare all’Egitto un aiuto finanziario da 2miliardi e mezzo di dollari, necessari per fermare l’emorragia della moneta locale, ridare fiato alle riserve valutarie e tamponare una montante crisi fiscale.

Grazie a questo aiuto d’emergenza, il fortunato Mohamed Morsi, presidente egiziano della Fratellanza islamica, potrà affrontare senza affanno le imminenti scadenze economiche e politiche che attendono l’Egitto nei prossimi due mesi, passato l’ostacolo del referendum costituzionale: le elezioni parlamentari, le dolorose riforme sociali, la stabilizzazione finanziaria.

Il prestito, a tempo indeterminato e tassi d’interesse al limite dell’inesistente, è stato deciso da Sheik Hamad bin Jassem al-Thani, primo ministro, ministro degli Esteri, presidente del fondo sovrano, cugino e uomo di assoluta fiducia dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani. L’aiuto economico ha un valore principalmente politico. E’ parte del disegno regionale del Qatar: sostenere i partiti islamisti sunniti che dalle rivolte arabe stanno emergendo come forze di potere; e promuovere, anche con l’aiuto economico, la loro evoluzione in forze di governo moderate.

L’aiuto da 2,5 miliardi di dollari all’Egitto, deciso come supporto finanziario, si somma ad altri 2 miliardi e mezzo da tempo promessi dal Qatar per ridare fiato all’industria egiziana. In totale sono cinque miliardi, più dei 4,8 offerti l’estate scorsa a Mohamed Morsi dal Fondo Monetario Internazionale. Il Fmi è un organismo multilaterale, non rappresenta le casse di un solo Paese ma quelle di tanti creditori: per concedere prestiti agevolati chiede in cambio riforme economiche e sociali di solito onerose sul piano politico.

Un mese fa Morsi aveva già fissato e reso noto il piano di riforme necessario per avere il prestito del Fondo: aumento di vecchie tasse, creazione di nuove, fine di una serie di sussidi fondamentali come all’energia e al grano. Ma c’era un referendum costituzionale da far votare agli egiziani: per questo il presidente aveva congelato le riforme e rinviato di un paio di mesi il prestito dell’Fmi. Senza quei 4,8 miliardi, tuttavia, la crisi finanziaria egiziana si è fatalmente aggravata. Domenica scorsa il pound ha perso quasi il 5% di un valore già pesantemente deprezzato dall’inizio della rivoluzione di piazza Tahrir.

Si doveva riaprire la trattativa con il Fondo monetario ma nella sua transizione senza fine, l’Egitto è in perenne campagna elettorale: la legge impone che, dopo il referendum, entro marzo il Paese vada alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Si è così creata una situazione da “comma 22”: senza il prestito internazionale, l’economia egiziana fallisce prima di arrivare alle elezioni. Ma per avere quel prestito i Fratelli musulmani al governo dovrebbero imporre riforme sociali che farebbero loro perdere le elezioni. A far uscire dal vicolo cieco Mohammed Morsi, la fratellanza e l’Egitto, è stato l’emiro del Qatar. Il suo prestito darà respiro a Morsi: in sostanza, gli permetterà di separare temporalmente le elezioni dalle riforme impopolari.

Con calma, l’Egitto concluderà la trattativa appena riavviata con il Fmi: ha comunque bisogno anche di quel prestito e di avere buoni rapporti con il Fondo. Ma la munificenza del Qatar e del suo aiuto proposto e deciso in dodici ore, dimostra che gli organismi multilaterali creati dall’Occidente a difesa anche dei suoi interessi, hanno sempre meno presa.

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fonte ilsole24ore.com

IN LUTTO LA CULTURA: CHIUDE EPOCHE’ – L’ultima copia delle poesie di Darwish / VIDEO: Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”

Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”

mimmomastinomimmomastino

Caricato in data 08/gen/2009

Nel 2002, in settembre, in occasione di Napolipoesia, avevamo invitato Mahmoud Darwish, grande poeta e voce del popolo palestinese.
L’invito, dopo molte traversie e per ragioni facilmente immaginabili, non andò a buon fine.
Decidemmo allora di leggere comunque nel corso della manifestazione, il testo che Darwish ci aveva inviato, e che era stato tradotto in italiano sulle pagine de “Le Monde Diplomatique” allegato a “il manifesto”.

Quella che vi proponiamo è la registrazione audio di quella lettura.
Sono trascorsi diversi anni, ma la tragedia è sempre la stessa.

Anche questo è un modo di partecipare, di manifestare, di ricordare tutte le vittime innocenti, e anche Darwish, recentemente scomparso.
Ci auguriamo che la poesia “arma fragile e potente” possa colpire i vostri cuori.

Per ascoltare e leggere il testo di Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”:
http://www.casadellapoesia.org/

La voce recitante è di Enzo Salomone
I musicisti: Maurizio Carbone, Carmela Cardone, Marco Cinque, Mauro Di Domenico, Ferdinando Gandolfi, Riccardo Morpurgo, Martin O’Loughlin.
La manifestazione: Napolipoesia 2002, 13/14/15 Settembre 2002, Castel Nuovo – Maschio Angioino, Napoli

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L’ultima copia delle poesie di Darwish

Chiude “Epochè”, la casa editrice che pubblicava le poesie in italiano del celebre poeta palestinese scomparso nel 2008. D’ora in poi si potrà leggerle solo in arabo o in francese

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di Flavia Amabile
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Il 2012 è terminato portandosi via in silenzio le poesie in italiano di Mahmoud Darwish, il più grande e celebrato poeta palestinese, l’uomo che ha trasformato la lotta del suo popolo in versi struggenti, letti e amati in tutto il mondo. Dal primo gennaio infatti è impossibile trovare anche una sola copia nuova dei suoi libri tradotti nella nostra lingua e nessuno sa quando e come riappariranno. È la dura legge dei conti, e di un mercato editoriale sempre più in crisi.

Finora era pubblicato da una piccola casa editrice, Epochè. Vendeva un migliaio di copie l’anno che per un libro di poesie non è da disprezzare. Ma la casa editrice non ce l’ha fatta: per tutto il 2012 ha tentato di resistere poi si è arresa e ha mandato al macero i libri rimasti, anche quelli di Mahmoud Darwish. Chi ne ha una copia in mano, quindi, ora ha una piccola rarità che difficilmente potrà essere replicata. In questo anno di tentativi ci sono state trattative con case editrici più grandi ma alla fine sembra che si possa trovare spazio solo per la narrativa di Darwish. Le poesie, chi vorrà ancora comprarne, dovrà farlo in francese o in arabo.

La vita di Mahmoud Darwish è la vita della sua terra. Aveva poco più di sette anni quando fu costretto a lasciare il villaggio di al-Birwa insieme con la famiglia. L’esercito israeliano l’aveva distrutto. A diciannove anni pubblicò il primo libro di poesie, fra cui “Carta d’identità”, un manifesto della lotta del popolo palestinese. Non si è mai più fermato fino al 2008 quando è morto e soltanto per lui e Arafat i palestinesi hanno celebrato i funerali di Stato.

Ecco alcune poesie

Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.

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Carta d’identità  

Prendi nota

sono arabo

carta di identità numero 50.000

bambini otto

un altro nascerà l’estate prossima.

Ti secca?

Prendi nota

sono arabo

taglio pietre alla cava

spacco pietre per i miei figli

per il pane, i vestiti, i libri

solo per loro

non verrò mai a mendicare alla tua porta.

Ti secca?

Prendi nota

sono arabo

mi chiamo arabo non ho altro nome

sto fermo dove ogni altra cosa

trema di rabbia

ho messo radici qui

prima ancora degli ulivi e dei cedri

discendo da quelli che spingevano l’aratro mio padre era povero contadino senza terra né titoli la mia casa una capanna di sterco.

Ti fa invidia?

Prendi nota

sono arabo

capelli neri

occhi scuri

segni particolari

fame atavica

il mio cibo

olio e origano

quando c’è

ma ho imparato a cucinarmi

anche i serpenti del deserto

il mio indirizzo

un villaggio non segnato sulla mappa

con strade senza nome, senza luce

ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Prendi nota

sono arabo e comunista

Ti dà fastidio?

Hai rubato le mie vigne

e la terra che avevo da dissodare

non hai lasciato nulla per i miei figli

soltanto i sassi

e ho sentito che il tuo governo

esproprierà anche i sassi

ebbene allora prendi nota che prima di tutto non odio nessuno e neppure rubo ma quando mi affamano mangio la carne del mio oppressore attento alla mia fame, attento alla mia rabbia.

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Potete legarmi mani e piedi  

Potete legarmi mani e piedi

togliermi il quaderno e le sigarette

riempirmi la bocca di terra:

la poesia è sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

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LE NOTIZIE CHE NON VI DANNO – I paramilitari colombiani ammettono 25.000 omicidi e più di 1.000 stragi

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I paramilitari colombiani ammettono 25.000 omicidi e più di 1.000 stragi

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L’Unità di Giustizia e Pace della Corte Generale della Colombia ha pubblicato il rapporto sui crimini confessati dai paramilitari nell’ambito del piano di smobilitazione voluto dall’ex presidente Álvaro Uribe. Quelli che presentiamo, va detto subito, sono dati provenienti dall’estrema destra colombiana che, in pratica, se la canta e se la suona e sono una parte di un tutto non esente da fallacie di varia natura.

Ma sono ugualmente interessanti e offrono una concreta possibilità di farsi un’idea della guerra negata condotta da apparati dello stato soprattutto contro la popolazione contadina colombiana in un processo di smobilitazione delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, paramilitari narcotrafficanti di estrema destra) voluto dall’ex presidente colombiano Álvaro Uribe, alleato se non parte delle stesse.

Ebbene tra il 2005 e il 2012 i paramilitari smobilitati, si sono scaricati la coscienza confessando 25.757 omicidi e 1.046 massacri di civili. In totale sono stati confessati, secondo le aride cifre ufficiali 39.546 delitti che hanno coinvolto 51.906 vittime, e sono state ritrovate quasi 4.000 fosse comuni, restituendo ai familiari quasi 2.000 resti di vittime identificate. La lista dei crimini confessati, in cambio di amplissimi sconti di pena in processi di là da venire, hanno coinvolto 13.000 funzionari dello stato tra poliziotti, impiegati, politici, e sono stati chiariti i casi di 3.500 desaparecidos,  773 torturati e un centinaio di stupri.

Se questa gamba della politica uribista ha fatto emergere una parte almeno del terrorismo di stato colombiano la parte della giustizia non ha ancora fatto il proprio corso. Appena 14 sono le sentenze emesse e 128 i processi iniziati con un migliaio di rinvii a giudizio. Inoltre almeno 345 paramilitari sono stati esclusi dai benefici di legge o perché ancora attivi o perché non hanno fornito confessioni credibili o parziali.

I dati qui forniti sono una parte infima del tutto e non arrivano a toccare neanche il 10% dei crimini commessi dai paramilitari in Colombia. Resta da ricordare che questi dati confermano quello che in questo sito (e non solo, ovviamente) è stato scritto per anni: non solo alla guerriglia delle FARC è attribuibile non più del 3% dei delitti commessi in Colombia in decenni di conflitto (che chi scrive ha sempre denunciato, contestualizzandolo). Ma queste ultime sono una conseguenza e non la causa della violenza in Colombia che va cercata nell’ingiustizia estrema e nella brutalità senza limiti dei paramilitari che hanno espulso milioni di piccoli produttori dalle loro terre per aprire spazio all’agroindustria da un lato e al narcotraffico dall’altro in quella che è stata per decenni una guerra per la terra condotta contro la popolazione civile. Infine i grandi media, anche gli italiani, che in questi anni hanno descritto le FARC come un’organizzazione terrorista e uno dei più grandi pericoli per l’umanità erano in perfetta e assoluta malafede e pertanto non troverete traccia di questa notizia sui nostri giornali.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte gennarocarotenuto.it

BUON ESEMPIO – Grillini ridanno il 70% dello stipendio. Più di 100.000 euro nelle casse siciliane


Restitution Day – fonte immagine

Grillini ridanno il 70% dello stipendio
Più di 100.000 euro nelle casse siciliane

I 15 onorevoli dell’Ars hanno tenuto per ciascuno tra i 2.500 e i 3.000 euro. Presentato un ddl per estendere a tutti il taglio


I Grillini al momento della consegna – fonte immagine

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PALERMO – Per la prima volta in Italia, parlamentari eletti dal popolo restituiscono parte della propria indennità alle Istituzioni, rinunciando a ben oltre la metà dei soldi. Un gesto in tempi di spending review che si contrappone ai Batmandella politica e che acquisisce ancora più valore perchè avviene in Sicilia, spesso simbolo di sprechi e di malgoverno. Protagonisti sono i deputati ‘grillini’. I 15 onorevoli a cinquestelle hanno riconsegnato alle casse dell’Assemblea regionale una quota dei propri emolumenti di dicembre, e faranno lo stesso di mese in mese fino a quando il Parlamento siciliano non approverà una legge che sganci i costi dei parlamentari regionali da quelli del Senato, al momento equiparati.

E un ddl che va in questa direzione i grillini lo hanno già depositato, prevedendo un tetto massimo dei compensi di 5 mila euro lordi. Intanto, in maniera autonoma ognuno di loro ha emesso un bonifico alla tesoreria dell’Assemblea, trattenendo solo tra i 2.500 e i 3.000 euro a testa. Il resto momentaneamente viene accantonato dagli uffici del Parlamento, in attesa che l’Ars, entro fine aprile, approvi la legge di stabilità che contiene la norma d’istituzione di un fondo per il microcredito, dove verranno girate le somme consegnate dai parlamentari per sostenere giovani che intendono creare un’impresa.

Sono stati proprio i grillini a scrivere la norma condivisa e fatta propria dal governo di Rosario Crocetta. I cinquestelle hanno restituito 123.495 euro, tra indennità e rimborso spese, che avevano avuto con la prima busta paga, il 70,2%: hanno trattenuto in totale 52.380. Anche le maggiorazioni delle indennità di alcuni deputati come il vicepresidente dell’Ars o i vicequestori o vicepresidenti di commissioni sono state lasciate all’Ars. Il M5S ha mantenuto così l’impegno preso in campagna elettorale.

L’iniziativa, ribattezzata ‘Restituation day’, è stata accolta con entusiasmo sul web dal popolo dei Cinquestelle che ha seguito la conferenza stampa durante la quale sono stati mostrati i bonifici in streaming, must del movimento che fa della comunicazione on line il suo punto di forza. «La mia busta paga era di 11.725 euro – ha detto il capogruppo dei grillini, Giancarlo Cancelleri – e ho tenuto 2.500 euro come indennità oltre, a 630 euro tra benzina e spese per alloggio». L’auspicio è che «il nostro esempio sia seguito dagli altri parlamentari se non si vuole evitare lo scollamento definitivo con la gente in un momento di crisi come questo: dodici o tredicimila euro al mese sono troppi».

Mercoledì 09 Gennaio 2013 – 18:29
Ultimo aggiornamento: 18:43
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Quello che il “dossier ilva” di Nichi Vendola non dice


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Quello che il “dossier ilva” di Nichi Vendola non dice

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di | 9 gennaio 2013

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Se andate sul sito di Nichi Vendola in questi giorni, troverete che la home page è sovrastata dalla scritta gigante “Iva“. Il sottotitolo ha l’aria di essere una risposta al Gip di Taranto Patrizia Todisco, che lo accusa di essere il “regista” di un’operazione occulta per assecondare le pressioni dell’Ilva.
Sul sito di Vendola la replica è: “Il Governo Vendola ha messo in campo, sin dal suo primo mandato, una serie di iniziative legislative, sia in ambito ambientale, che sanitario, per garantire la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini di Taranto, coniugandole con il diritto al lavoro”.
In questo dossier c’è una evidente forzatura.
“La magistratura – si legge nel punto in cui cita le indagini della Procura – chiede il sequestro dell’impianto. In base ai dati messi a disposizione dal governo pugliese ed elaborati in anni di monitoraggi, infatti, gli inquirenti accertano il nesso causale fra inquinamento ambientale e mortalità e propongono il sequestro e  lo spegnimento degli impianti siderurgici per interrompere la catena dei reati”.
I fatti non stanno così. 
La magistratura interviene con due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) proprio perché la Regione – pur disponendo dei dati utili a farlo – non aveva mai ufficialmente acclarato il nesso fra contaminazione da diossina dei pascoli e fonte inquinante. In nessuna dichiarazione Vendola aveva detto: “Abbiamo accertato che la diossina nei pascoli proviene dall’Ilva”. E se aveva i dati non si capisce perché non abbia fatto un esposto alla Procura, così come lo ha fatto PeaceLink. Infatti mentre PeaceLink segnalava alla Procura i dati dell’inquinamento perché partisse un’inchiesta, Vendola tranquillizzava l’Ilva, per il tramite di Archinà, dicendo: “State tranquilli, non mi sono defilato”.
Inoltre la Procura della Repubblica ha accertato il “nesso causale” grazie ad uno specifico studio epidemiologico su Taranto che la Regione non ha mai commissionato, pur potendo farlo e pur essendo stato richiesto tale studio sia da Angelo Bonelli, sia dal Comitato Donne Per Taranto, con la raccolta di migliaia di firme.
Sarebbero bastati sei mesi. Vendola poteva richiederlo ad esempio proprio ai periti a cui poi si è rivolta la Procura. O ad altri. Ha aspettato che fosse la Procura a fare l’indagine epidemiologica.
Faccio allora questa duplice domanda.
Perché Nichi Vendola non ha mai commissionato uno studio per accertare il nesso causale fra inquinamento da diossina e fonte di diossina e perché non ha mai fatto un esposto alla Procura della Repubblica per far aprire un fascicolo sull’inquinamento dell’Ilva?
Vendola dovrebbe rispondere, perché quanto scritto nel quel dossier non corrisponde a verità.
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AZZECCAGARBUGLI – Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”


Tonio Logoluso, nei panni di Azzeccagarbugli nel Musical “I Promessi Sposi”, Produzione Teatro Stabile di Napoli – fonte immagine

Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”

Il presidente della commissione Antimafia: “Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: il Ros voleva far cessare le stragi, la criminalità organizzata voleva svilupparle fino a piegare lo Stato”. Nella relazione esclusi da questi contatti i vertici delle istituzioni. E sull’attentato a Falcone: “Cosa Nostra ebbe ‘consulenze esterne’?”

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Immagine tratta dal blog di Andrea Fossati

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“Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto”. Lo dice Beppe Pisanu a conclusione della inchiesta sulla trattativa e le stragi del ’92-93 da parte della commissione Antimafia della quale il parlamentare sardo è presidente. Possiamo dire – spiega Pisanu nella sua relazione conclusiva – “che ci fu almeno una trattativa tra uomini dello Stato privi di un mandato politico e uomini di Cosa nostra divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco e sovrano. Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: i carabinieri del Ros volevano far cessare le stragi, i mafiosi volevano invece svilupparle fino a piegare lo Stato”.

Ecco come, secondo la relazione, si svilupparono questi contatti. ”La trattativa Mori-Ciancimino partì molto probabilmente come un’ardita operazione investigativa che, cammin facendo, uscì dal suo alveo naturale. Ne uscì, forse, per imprudenza dei carabinieri e ancor di più per ambizione di Vito Ciancimino“. Ciancimino, infatti, “aveva tutto l’interesse a elevare i propri contatti al rango di vero e proprio negoziato tra Stato e mafia, col proposito di porsi come intermediario e trarre vantaggi personali dall’una e dall’altra parte. Per questo richiese con insistenza interlocuzioni politico-istituzionali che però non ottenne”. E Cosa nostra? Secondo la relazione di Pisanu, “acconsentì alla trattativa e pose con il ‘papello’ le sue condizioni. Tuttavia si mantenne su una posizione di forza, innalzando la minaccia delle stragi. I carabinieri, anche sollecitati da Ciancimino, cercarono coperture politiche e, per quanto ne sappiamo, non le ottennero”.

Ecco allora la sintesi della vicenda: “In conclusione possiamo dire che i carabinieri e Vito Ciancimino -conclude Pisanu- hanno cercato di imbastire una specie di trattativa, Cosa nostra li ha incoraggiati senza abbandonare la linea stragista”, mentre lo Stato “nei suoi organi decisionali non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale”.

E Pisanu avanza una serie di irrisolte domande: “Piegarlo fino a qual punto? All’accettazione del papello o di qualche sua parte? A rigor di logica e a giudicare dai fatti, non si direbbe. Se Cosa nostra accettò una specie di trattativa a scalare, scendendo dal papello al più tenue contropapello e da questo al solo ridimensionamento del 41bis, mantenendo però alta la minaccia terrificante delle stragi, c’è da chiedersi se il suo reale obiettivo non fosse ben altro: e cioè il ripristino di quel regime di convivenza tra mafia e Stato che si era interrotto negli anni ottanta, dando luogo ad una controffensiva della magistratura, delle forze dell’ordine e della società civile che non aveva precedenti nella storia. Certo, l’obiettivo era ambizioso, ma il momento, come ho già detto, era propizio per la mafia e per tutti i nemici dello stato democratico”.

La mafia per le stragi, afferma Pisanu, “di certo non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e all’autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le è convenuto, quando vi è stata convergenza di interessi, non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali”. Pisanu cita come “riscontro” di questa affermazione la partecipazione della mafia, insieme ad esponenti della massoneria, al golpe di Junio Valerio Borghese; alla simulazione del rapimento del finanziere Michele Sindona, ospite invece della borghesia mafiosa palermitana; alla strage del “Rapido 904″, per la quale furono condannati all’ergastolo, oltre al cassiere della mafia Pippo Calò, esponenti della camorra, del terrorismo di destra e della banda della Magliana. “Non a caso, dunque, dopo le stragi del ’92 e ’93 gli analisti e i vertici degli apparati di sicurezza colsero subito il mutamento della strategia mafiosa di aggressione allo Stato e lo attribuirono ad una convergenza di ‘interessi macroscopici illeciti, sistemazione di profitti, gestione d’intese con altre componenti delinquenziali ed affaristiche, nazionali ed internazionalì,come disse il prefetto Parisi. “Sulla stessa linea, un rapporto della Dia del 1993, descrisse ‘un’aggregazione di tipo orizzontale’ composta, oltre che dalla mafia, da talune logge massoniche di Palermo e Trapani, da gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti”.

“Carabinieri e Ciancimino imbastirono una trattativa”
”I carabinieri e Vito Ciancimino hanno cercato di imbastire una specie di trattativa; Cosa nostra li ha incoraggiati, ma senza abbandonare la linea stragista; lo Stato, in quanto tale, ossia nei suoi organi decisionali, non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale” dice Pisanu.  Inoltre – spiega – ”va detto che nessuno dei vertici istituzionali del tempo ha mai pensato di apporre il segreto di Stato su quelle vicende”.

“Con le stragi di mafia è partita la strategia della tensione”
Pisanu aggiunge che fu una vera e propria strategia della tensione. “Se nel ’92-’93, similmente ad altre fasi di transizione, si mise in opera una strategia della tensione, Cosa nostra ne fece parte. O meglio, fu parte, per istinto e per consapevole scelta, del torbido intreccio di forze illegali e illiberali che cercarono di orientare i fatti a loro specifico vantaggio. Indebolire lo Stato significava renderlo più duttile e più disponibile a scendere a patti”. “Certamente con le stragi del 1992-93 Cosa nostra inflisse allo Stato perdite irreparabili di vite umane e preziose opere d’arte, dimostrò la massima potenza di fuoco, ma segnò anche l’inizio del suo declino”, afferma ancora Pisanu nelle sue conclusioni. Infatti, subito dopo, la mafia “si è inabissata nella società, nell’economia, nella politica e da allora non è più riemersa con la forza delle armi; la sua leadership è stata decapitata e fino ad oggi non è neppure riuscita a ricostruire gli organi di governo; i suoi affari hanno subito il salasso continuo dei sequestri e delle confische dei beni; e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali, come la ‘ndrangheta, tanto all’interno quanto all’estero”.

“Nella trattativa non entrarono i vertici delle istituzioni”
Secondo Pisanu “i vertici istituzionali e politici del tempo, dal presidente della Repubblica Scalfaro ai presidenti del Consiglio Amato e Ciampi, hanno sempre affermato  di non aver mai neppure sentito parlare di trattativa. Penso che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà a Costituzione e a Stato di diritto”. Rimane tuttavia ”il sospetto che,dopo l’uccisione dell’onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato”, aggiunge Pisanu nella sua relazione. “In particolare Calogero Mannino, ministro per il Mezzogiorno nella prima fase della trattativa (lasciò l’incarico nel giugno del 1992), avrebbe preso contatti al tal fine col Comandante del Ros, il generale Subranni.

Su Mannino “pende ora una richiesta di rinvio a giudizio per il reato aggravato di minaccia ad un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Analoga richiesta, ma per un periodo diverso, pende su Marcello Dell’Utri. Occorre anche ricordare che Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994 è stato indicato, per sentito dire, dal pentito Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale politico della trattativa. Il primo lo indica stranamente associandolo al suo predecessore Rognoni che, peraltro, aveva lasciato il ministero dell’Interno nel 1983, nove anni prima dei fatti al nostro esame; il secondo è un mentitore abituale”.

Ascoltato dall’Antimafia Mancino “è apparso a tratti esitante e perfino contraddittorio. La Procura di Palermo ne ha proposto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Le posizioni degli ex ministri Mannino e Mancino sono ancora tutte da definire in sede giudiziaria: una semplice richiesta di rinvio a giudizio non può dare corpo alle ombre. E’ doveroso aggiungere che l’on. Mannino è uscito con l’assoluzione piena da un precedente processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Formalmente la trattativa si concluse nel dicembre 1992 con l’arresto di Vito Ciancimino”.

Un mese dopo, il 15 gennaio 1993, fu arrestato il capo dei capi Totò Riina. “Se i due arresti fossero riconducibili in qualche modo alla trattativa, quale sarebbe stata la contropartita di “cosa nostra”? La mancata perquisizione del covo di Riina e la garanzia di una tranquilla latitanza di Provenzano che, proprio per questo e per prenderne il posto, avrebbe venduto il suo capo? E alla fin fine, quale sarebbe stato il guadagno dell’astuto mediatore Vito Ciancimino? Allo stato attuale della nostra inchiesta, non abbiamo elementi per dare risposte plausibili”, conclude Pisanu.

“Cosa Nostra forte, ma ha perso la sfida”
Con le stragi Cosa nostra inizio’ il suo declino “e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali”. Certamente “è ancora forte e temibile. Ma dobbiamo pur riconoscere che dagli anni ’80 ad oggi, ha perso nettamente la sua sfida temeraria allo Stato” dice Beppe Pisanu. Infine un passaggio sull’attentato di Giovanni Falcone: “A Capaci fu necessaria una speciale competenza tecnica per realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione – dice – e la concentrasse invece sotto la macchina di Falcone. Mi chiedo: Cosa nostra ebbe consulenze tecnologiche dall’esterno?”.

Pisanu rivela nella sua relazione finale un aspetto finora inedito o dimenticato della uccisione del magistrato a Capaci. “Sulle scene degli attentati e delle stragi, abbiamo visto comparire, qua e là, figure rimaste sconosciute, presenze esterne: da dove venivano? Gruppi politico-terroristici come “Falange Armata” rivendicarono tempestivamente degli attentati di Cosa nostra: come si spiega?” dice il presidente della commissione Antimafia. “Solo negli ultimi anni è stato scoperto il gigantesco depistaggio delle indagini su via d’Amelio, depistaggio che ha lungamente resistito al tempo e a ben due processi: chi lo organizzò e perché furono lasciati cadere i sospetti che pure emersero fin dagli inizi?”. “Potrei continuare con domande analoghe. Ma queste mi bastano per dire che, a conclusione della nostra inchiesta, non si sono ancora dissipate molte delle ombre che avevo già intravisto nelle mie comunicazioni alla Commissione del 30 giugno 2010. Noi conosciamo – conclude Pisanu – le ragioni e le rivendicazioni che spinsero ‘cosa nostra’ a progettare e ad eseguire le stragi, ma è logico dubitare che agì e pensò da sola”.

“Per Cosa nostra Borsellino era un muro da abbattere”
”Perché la mafia, abbandonando la sua proverbiale prudenza, decise di assassinare Paolo Borsellino proprio nel luglio 1992, a meno di due mesi di distanza dalla terrificante esplosione di Capaci? Una delle risposte plausibili è che Totò Riina volesse abbattere ad ogni costo quel ‘muro’ ideale che Borsellino aveva eretto non solo contro l’ipotesi della ‘dissociazione’ degli appartenenti a Cosa nostra, ma anche e a maggior ragione contro ogni ipotesi di scambio o trattativa tra uomini della mafia e uomini dello Stato” si legge nelle comunicazioni del presidente Pisanu. Che sottolinea: “Possiamo ipotizzare che qualcuno, finora sconosciuto, abbia fatto il nome del valoroso giudice, magari soltanto per imperdonabile leggerezza, facendolo apparire come un ostacolo insormontabile a qualsiasi genere di trattativa, un ostacolo che bisognava rimuovere. Naturalmente – fa notare Pisanu – resta in piedi l’ipotesi che l’accelerazione della strage sia stata decisa autonomamente da Riina per reazione al mancato accoglimento delle sue richieste. Peraltro l’assassinio di Borsellino era stato deliberato e confermato insieme a quello di Falcone e non dovrebbe dunque apparire illogico che i due delitti siano stati eseguiti a breve distanza. Totò Riina ed i suoi accoliti non potevano non temere il lavoro di quel magistrato capace, coraggioso e incorruttibile. Fermarlo era per loro questione di primaria importanza”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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ORECCHIE DA MERCANTE? – Referendum Lavoro, un milione di firme “La Consulta ora ci faccia votare”


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Referendum Lavoro, un milione di firme
“La Consulta ora ci faccia votare”

Il Comitato farà ricorso alla Corte Costituzionale perché faccia svolgere la consultazione sull’abrogazione delle riforme del lavoro dei ministri Fornero e Sacconi. Lo scioglimento delle Camere, infatti, non rende possibile depositare le firme

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ROMAIl Comitato per il Referendum ha annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale affinché nonostante lo scioglimento delle Camere sia possibile depositare le firme raccolte nei mesi scorsi per i due referendum sul lavoro. Il quesito referendario che il comitato promotore ha proposto ai cittadini si pone l’obiettivo di abrogare l’art.8 del decreto-legge n.138 del 2011 che aveva cancellato il valore universale dei diritti previsti dal contratto nazionale di lavoro.

Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, dei Verdi Angelo Bonelli, Massimiliano Smeriglio (Sel) e a rappresentanti della Fiom hanno annunciato che “sono oltre un milione le firme raccolte per difendere i diritti dei lavoratori” e che “presenteranno un ricorso alla Consulta affinché ristabilisca la possibilità di votare”.

“Presenteremo ricorso alla Corte costituzionale affinché, nonostante lo scioglimento delle Camere, si possa svolgere questo referendum, che ha l’obiettivo di ripristinare diritti fondamentali dei lavoratori sul salario e sulla reintegra in caso di licenziamento, riforme volute da Berlusconi e Monti”.

I due quesiti referendari dei quali si chiede lo sblocco erano stati presentati assieme ad altri lo scorso 13 ottobre e si poneva l’iniziale obiettivo di raggiungere almeno 500mila firme entro le festività natalizie.

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fonte repubblica.it