Archivio | gennaio 13, 2013

MAFFIA STYLE – Lombardia, Albertini avvisa Formigoni “Non mi inquieti troppo o parlo io…”


Tram…vate – fonte immagine

Lombardia, Albertini avvisa Formigoni
“Non mi inquieti troppo o parlo io…”

Infuria lo scontro tra i due ex alleati «Punto alle poltrone? Posso fare dichiarazioni che lo mettono a terra»

 .

I guanti da pugile Gabriele Albertini li vorrebbe lasciare appesi al chiodo. E prima di vedersi costretto ad indossarli contro il suo ex e quasi alleato Roberto Formigoni, gli lancia un «avvertimento»: «Non mi inquieti troppo perché posso fare dichiarazioni che lo metterebbero a terra e lui sa di cosa sto parlando».

Parte così oggi a Milano la raccolta delle firme della lista `Movimento Lombardia Civica´ guidata dall’ex primo cittadino in corsa per il Pirellone e candidato al Parlamento assieme a Mario Monti. Un inizio che potrebbe portare a una campagna elettorale incandescente e che ha già sollevato reazioni all’interno del mondo politico. Dopo il `divorzio´ deciso dal Celeste che ad Albertini ha preferito Lega e Pdl, esplode la polemica fra i due. Con Albertini che, nei giorni scorsi, ha dato al governatore del «politico di professione» e con Formigoni che ha tacciato Albertini di essere a `caccia´ di poltrone. Ed è proprio a causa di quest’accusa che arriva l’ «avvertimento» che, come preciserà poi l’ex primo cittadino cercando di buttare acqua sul fuoco, riguarda argomenti politici «e non penali».

«I colloqui che hanno riguardato alcuni argomenti molto vicini a lui – aggiunge Albertini – sono avvenuti nel mio ufficio e sappiamo di cosa sto parlando». E ancora. A proposito di `caccia´ alle poltrone «non credo Formigoni abbia argomenti apprezzabili da rappresentare. Per il resto non ho altri motivi di conflitto con lui. Ha fatto la scelta sbagliata di abbandonare il campo e di `rientrare´ per ragioni di potere e non di obiettivi, valori e proiezione futura. È un politico di professione, non so perché si è offeso quando ho detto la verità».

Le parole di Albertini scatenano una pioggia di reazioni con tanto di invito, da parte del centrosinistra, al capolista per il Senato per la Lista Monti a «non tacere», mentre lo staff di Formigoni fa sapere solo che «il presidente non intende in alcun modo alimentare polemiche».

Non ha di questi timori Matteo Salvini che definisce quello di Albertini «un linguaggio che si usa altrove, con la coppola, per minacciare qualcuno». Ed esplicito in questo senso è Paolo Ferrero, segretario di Prc: «Le destre di questo Paese sembrano uscite da `Il Padrino´. Dica tutto quello che sa».

Umberto Ambrosoli, candidato governatore in Lombardia per il centrosinistra, parla di dichiarazioni `inquietanti´. «O è un bluff – commenta – o c’è qualcosa di rilevante che riguarda Formigoni di cui solo Albertini è al corrente». «Certo è – aggiunge – che il centrodestra sta dando il solito indecoroso spettacolo: si azzannano intorno al potere, pronti a tutto pur di non perderlo». Per il Pd si tratta di accuse che fanno pensare alla Lombardia «come alla Chicago degli anni ’20». Sulla stessa linea Chiara Cremonesi, capogruppo lombardo di Sel: «Albertini non si renda complice: se sa qualcosa su Formigoni e Maroni lo dica, o meglio, nel caso, vada alla magistratura».

.

fonte lastampa.it

PARIGI – I francesi protestano contro le nozze gay

Il corteo di Parigi contro i matrimoni gayIl corteo di Parigi contro i matrimoni gay

Seconda manifestazione nazionale

I francesi protestano contro le nozze gay

Decine di migliaia di persone sono giunte a Parigi da tutta la Francia per protestare contro il progetto di legge del governo “Matrimoni per tutti”. Il cardinal Poupard: “Non è una battaglia cattolica: in piazza ci sono anche tanti non credenti e omosessuali”

.

Parigi, 13-01-2013

Sono 800.000 i manifestanti contro la proposta di legge sulle nozze gay a Parigi secondo gli organizzatori, mentre la polizia quantifica i partecipanti fra i 150.000 e i 300.000. La cifra di 800.000 partecipanti e’ apparsa sui maxischermi installati a Champs-de-Mars, sotto la Tour Eiffel. Poco prima, i portavoce della ‘Manif pour tous’, il corteo del no, hanno letto una lettera al capo dello stato Francois Hollande, chiedendogli di “sospendere questo progetto di legge che divide i francesi”.

“Non e’ una battaglia cattolica: in piazza ci sono anche tanti non credenti e omosessuali”. Il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la cultura e gia’ vescovo ausiliare di Parigi, commenta cosi’ la manifestazione di oggi nella capitale francese. “E’ giusto – spiega al sito Vaticaninsider – manifestare contro le nozze omosessuali perche’ ad essere minacciata e’ l’alterita’ sui cui e’ fondata la societa’”. Tra i non cattolici presenti all’appuntamento di oggi, il porporato cita l’ex ministro socialista della famiglia dell’epoca di Mitterand, la moglie di Lionel Jospin.

I francesi sono per il 53 per cento favorevoli all’apertura alle coppie omosessuali del matrimonio e per il 50 per cento contrari all’apertura dell’adozione alle coppie gay. Questo quanto emerge da un sondaggio di LH2 per ‘Le Nouvel Observateur’ condotto su un campione di 953 persone.

.

fonte rainews24.it

A MARGHERA – Quei profughi chiusi nel capannone / Inchiesta: Chi specula sui profughi

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2013/01/09/jpg_2197764.jpg

Quei profughi chiusi nel capannone

A Marghera un gruppo di rifugiati dalla Libia vive in un vecchio magazzino traformato in struttura di emergenza dalla Caritas. Un luogo isolato da tutto, dove non possono fare niente. Un caso emblematico di ‘accoglienza’ gestita nel peggiore dei modi

.

di Michele Sasso e Francesca Sironi

.

.

Marghera, l’altra Venezia, quella industriale e inquinata. In fondo al porto, su una strada frequentata solo dai tir, un ragazzo del Ghana passa a testa bassa su una mountain bike da bambini. Insieme ad altri otto profughi, scappati come lui dalla Libia, vive da più di un anno e mezzo in un vecchio magazzino, trasformato in struttura d’emergenza dalla Caritas. Sarebbe difficile trovare un luogo più isolato: l’ultima fermata del bus dista 45 minuti a piedi, intorno non ci sono che mobili rotti e filo spinato, gli unici passanti sono operai o marinai, rigorosamente in macchina.

«Viviamo qui da giugno del 2011», raccontano a “l’Espresso”: «Prima siamo stati a Bibbione, poi una volta arrivati a Venezia non ci siamo più mossi». Più di 500 giorni passati senza far niente, bloccati in terra di nessuno al porto di Marghera: «Incontriamo raramente qualcuno. Viene “il capo” ma dice che non ci può aiutare a trovare un lavoro. Tutto quello che possiamo fare è aspettare il permesso per potercene andare», racconta il più loquace. Parla inglese, ovviamente: «Corsi d’italiano? No, non li abbiamo frequentati».

«Il nostro problema è il futuro» racconta il suo vicino, nigeriano: «Dove andremo quando ci sbatteranno fuori da qui? Non ne abbiamo idea». Hanno 25 anni, uno era macellaio, l’altro operaio specializzato, tutti in Libia lavoravano. Qui non fanno altro che guardare la tv: ne hanno due, collegate col satellitare per vedere le trasmissioni senegalesi. «Ogni tanto andiamo in città, con le bici, ma non conosciamo nessuno», raccontano i profughi: «Per fortuna c’è un ristorante qui dietro. Ci danno da mangiare e sono gentili con noi».

Fuori, ormai, fa un gran freddo, e in città vanno sempre meno. Dentro l’ex magazzino almeno hanno due stanze riscaldate con le stufe elettriche: «Non ci possiamo lamentare. Il luogo è pulito e ogni dieci giorni ci danno 25 euro per fare degli acquisti», commenta uno di loro, aggiungendo, sovrappensiero: «A beggar has no choice», un mendicante non ha scelta.

Si sentono dei mendicanti. Eppure sono scappati da una guerra, e qui vorrebbero solo lavorare ed integrarsi. La situazione dei nove ragazzi del porto di Marghera è la stessa di tanti tra i 17mila profughi libici dimenticati e parcheggiati in centri di accoglienza che dovevano essere una soluzione temporanea durata 22 mesi. Come tutti i migranti contano i giorni che mancano alla fine dell’Emergenza Nord Africa. Ancora un mese e mezzo, poi niente più fondi, quindi niente più accoglienza garantita. Nelle maggiori città d’Italia i richiedenti asilo, dopo due anni di promesse, attese e incertezze, stanno organizzando presidi e proteste. I ragazzi di Marghera invece restano chiusi nelle loro stanze. Come gli altri, aspettano i permessi umanitari che sono stati garantiti dal Ministero dell’Interno, chiedono titoli di viaggio per tornare nel loro Paese o andare in Francia, la terra promessa, o ancora sperano in una nuova proroga dei finanziamenti.

Dopo quasi due anni di emergenza, dopo aver speso un miliardo e trecento milioni di euro per l’accoglienza di 25mila persone, ci si trova insomma a ricominciare da capo. A raffazzonare corsi di formazione in queste ultime settimane, sperando di dare ai profughi un futuro. Succede anche a Marghera. Nell’ingresso della casetta che ospita i nove ragazzi c’è un cartello, con i numeri per le emergenze e un riferimento per i futuri corsi d’italiano. La Caritas prova così a mettere una pezza agli scandali del passato.

A luglio del 2011 infatti, un gruppo di associazioni veneziane era venuta a conoscenza del magazzino del porto, grazie alla segnalazione di un marinaio. Dopo mesi veniva rotto l’isolamento dei profughi: «Quando siamo arrivati la prima volta siamo rimasti sconvolti», racconta Davide Carnemolla, volontario della “Rete tutti i diritti umani per tutti”: «Ci dicevano di aver paura, che la notte era impossibile dormire. “Viviamo come animali”, ci ripetevano, “Da quando siamo qui non abbiamo incontrato nessuno con cui parlare”. Non avevano bici né biglietti per il bus. Molti ci dicevano apertamente di sentirsi in carcere». Nonostante l’attenzione delle associazioni e dei giornali locali, la situazione non migliora, e ad agosto la Caritas decide di ospitare in quel luogo così isolato altre 20 persone. «Finché non sono arrivate le denunce di tre ragazzi per aver subito molestie sessuali da parte di alcuni operai», conclude Carnemolla. Allora il numero di ospiti è stato di nuovo ridotto a nove. Dal settembre del 2011 ad oggi le cose sono migliorate. Ma i profughi continuano a vivere sotto il filo spinato. In attesa di uscire dal limbo.

.

fonte espresso.repubblica.it

***

https://i2.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2012/10/15/jpg_2192961.jpg

Inchiesta

Chi specula sui profughi

di Michele Sasso e Francesca Sironi

Un miliardo e 300 milioni: è quello che ha speso finora lo Stato per assistere le persone fuggite da Libia e Tunisia. Un fiume di denaro senza controllo. Che si è trasformato in business per albergatori, coop spregiudicate e truffatori

.

(15 ottobre 2012)

Erano affamati e disperati, un’ondata umana in fuga dalla rivoluzione in Tunisia e dalla guerra in Libia: fra marzo e settembre dello scorso anno l’esodo ha portato sulle nostre coste 60 mila persone. Profughi, accolti come tali dall’Italia o emigrati in fretta nel resto d’Europa: solo 21 mila sono rimasti a carico della Protezione civile. Ma l’assistenza a questo popolo senza patria è stata gestita nel caos, dando vita a una serie di raggiri e truffe. Con un costo complessivo impressionante: la spesa totale entro la fine dell’anno sarà di un miliardo e 300 milioni di euro. In pratica: 20 mila euro a testa per ogni uomo, donna o bambino approdato nel nostro Paese. Ma i soldi non sono andati a loro: questa pioggia di milioni ha alimentato un suk, arricchendo affaristi d’ogni risma, albergatori spregiudicati, cooperative senza scrupoli. Per ogni profugo lo Stato sborsa fino a 46 euro al giorno, senza verificare le condizioni in cui viene ospitato: in un appartamento di 35 metri quadrati nell’estrema periferia romana ne sono stati accatastati dieci, garantendo un reddito di oltre 12 mila euro al mese.

IN NOME DELL’EMERGENZA. Ancora una volta emergenza è diventata la parola magica per scavalcare procedure e controlli. Gli enti locali hanno latitato, tutto si è svolto per trattative privata: un mercato a chi si accaparrava più profughi. E il peggio deve ancora arrivare. I fondi finiranno a gennaio: se il governo non troverà una soluzione, i rifugiati si ritroveranno in mezzo alla strada.
In Italia sono rimaste famiglie africane e asiatiche che lavoravano in Libia sotto il regime di Gheddafi. La prima ondata, composta soprattutto da giovani tunisini, ha preso la strada della Francia grazie al permesso umanitario voluto dall’allora ministro Roberto Maroni. Ma quando Parigi ha chiuso le frontiere, lo stesso Maroni ha varato una strategia federalista: ogni regione ha dovuto accogliere un numero di profughi proporzionale ai suoi abitanti (vedi grafico a pag. 39). A coordinare tutto è la Protezione civile, che da Roma ha incaricato le prefetture locali o gli assessorati regionali come responsabili del piano di accoglienza. Ma, nella fretta, non ci sono state regole per stabilire chi potesse ospitare i profughi e come dovessero essere trattati. Così l’assistenza si è trasformata in un affare: bastava una sola telefonata per venire accreditati come “struttura d’accoglienza” e accaparrarsi 1.200 euro al mese per ogni persona. Una manna per centinaia di alberghi vuoti, ex agriturismi, case-vacanze disabitate, residence di periferia e colonie fatiscenti.

IL MERCATO DEI RIFUGIATI. Dalle Alpi a Gioia Tauro, gli imprenditori del turismo hanno puntato sui rifugiati. A spese dello Stato. Le convenzioni non sono mai un problema: vengono firmate direttamente con i privati, nella più assoluta opacità. Grazie a questo piano, ad esempio, 116 profughi sono stati spediti, in pantaloncini e ciabatte, dalla Sicilia alla Val Camonica, a 1.800 metri di altezza. I proprietari del residence Le Baite di Montecampione non sono stati i soli a fiutare l’affare. Anche nella vicina Val Palot un politico locale dell’Idv, Antonio Colosimo, ne ha ospitati 14 nella sua casa-vacanze, immersa in un bosco: completamente isolati per mesi, non potevano far altro che cercare funghi. I più furbi hanno trattato anche sul prezzo. La direttiva ufficiale, che stabilisce un rimborso di 40 euro al giorno per il vitto e l’alloggio (gli altri 6 euro dovrebbero essere destinati all’assistenza), è arrivata solo a maggio. Nel frattempo, la maggior parte dei privati aveva già ottenuto di più.
Gli albergatori napoletani sono riusciti a strappare una diaria di 43 euro a testa. Non male, se si considera che in 22 alberghi sono ospitate, ancora oggi, più di mille persone. «La domanda turistica al momento degli sbarchi era piuttosto bassa», ammette Salvatore Naldi, presidente della Federalberghi locale. La Protezione civile prometteva che sarebbero state strutture temporanee. Non è andata così: solo all’Hotel Cavour, in piazza Garibaldi, di fronte alla Stazione centrale, dormono tutt’ora 88 nordafricani. Le stanze, tanto, erano vuote: i viaggiatori si tengono alla larga, a causa dell’enorme cantiere che occupa tutta la piazza. Ma grazie ai rifugiati i proprietari sono riusciti lo stesso a chiudere la stagione: hanno incassato quasi 2 milioni di euro.

CONTINUA   –   pagina 1 di 3  Pagina successiva

.

fonte espresso.repubblica.it

Mali, ripresi i raid aerei francesi / VIDEO: Guerre au Sahel J3: les mirages et les rafales pilonnent Gao

Guerre au Sahel J3: les mirages et les rafales pilonnent Gao

Pubblicato in data 13/gen/2013

Les bombardements des aéronefs français s’intensifient à Gao. Un officier français « Il y a des raids un peu partout ». Le reporter de France 24, Serge Daniel évoque « un déluge de feu»

**

Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian lo annuncia in tv

Mali, ripresi i raid aerei

Il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha assicurato che gli attacchi andranno avanti per costringere i ribelli a ritirarsi e permettere alle truppe maliane e africane di ripristinare l’integrità territoriale del Paese”

https://i2.wp.com/www.rainews24.it/ran24/immagini/2013/01/DVB1jevc_280xFree.jpg
Francia, il capo dell’esercito Edouard Guillaud con il ministro della DIfesa Jean-Yves Le Drian

.

Parigi, 13-01-2013

Raid francesi sono ripresi stamane in Mali per “liquidare” i gruppi armati islamisti. Lo riferisce il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian alla televisione. “Ci sono incursioni continue”, ha detto il ministro sottolineando che l’avanzata dei gruppi armati non è “stata ancora totalmente bloccata”.

Secondo diversi residenti è stata sono state centrate una base islamista e un deposito di armi. L’aviazione di Parigi aveva colpito in mattinata le postazioni del gruppo salafita Ansar Dine e ucciso un capo miliziano.

Aerei del contingente francese dispiegato in Mali hanno bombardato le postazioni jihadiste della città di Gao, che si trova nel nord del Paese e che da mesi è in mano agli estremisti islamici, che vi hanno imposto la legge coranica. Lo riferisce la Reuters secondo cui, poi, i jet di Parigi hanno anche colpito obiettivi nelle città di Lere e Douentza. Di quest’ultima località, che si trova nel centro del Paese, l’esercito maliano aveva nei giorni scontri annunciato la riconquista.

Parte oggi pomeriggio dal Regno Unito il primo aereo cargo, un C-17 della Royal Air Force, diretto a Parigi e con l’obiettivo di assistere le operazioni francesi in Mali. Lo riferisce la Bbc.

.

fonte rainews24.it

PROTESTA IN RUSSIA – Sulla messa al bando delle adozioni, decine di migliaia in piazza a Mosca / VIDEO: Thousands rally against US adoption ban in Moscow

Thousands rally against US adoption ban in Moscow

RussiaTodayRussiaToday

Pubblicato in data 13/gen/2013

Around 10,000 people have marched in central Moscow against the so-called Dima Yakovlev anti-adoption law. The protest has been peaceful, with no arrests made – READ MORE http://on.rt.com/2hakc6

RT LIVE http://rt.com/on-air

Subscribe to RT! http://www.youtube.com/subscription_center?add_user=RussiaToday

Like us on Facebook http://www.facebook.com/RTnews
Follow us on Twitter http://twitter.com/RT_com
Follow us on Google+ http://plus.google.com/+RT

RT (Russia Today) is a global news network broadcasting from Moscow and Washington studios. RT is the first news channel to break the 500 million YouTube views benchmark.

**


fonte immagine

Russia: bando adozioni, decine di migliaia in piazza a Mosca

.

(AGI) – Mosca, 13 gen. – Sfidando temperature inferiori ai -10°, al grido ininterrotto di “vergogna” e con cartelloni contro i deputati della Duma, in migliaia si sono radunati oggi a Mosca per protestare contro la discussa legge anti-Magnitsky, con cui dal 1° gennaio la Russia ha vietato le adozioni di orfani da parte degli Stati Uniti. Alcuni dei leder dell’opposizione come Ilya Yashin, del movimento Solidarnost, hanno parlato di “un grande successo” con affluenza, a loro dire, ben al di sopra della aspettative: 50.000 persone. Stime ridimensionate dalla polizia, secondo la quale i partecipanti non erano piu’ di 9.500. E dai media russi, dove il dato oscilla tra i 10.000 e i 30.000 partecipanti .

.

fonte agi.it

«Giovani pigri e choosy, niente lavoro» Le piccole imprese non assumono gli under 30 | Il rapporto choc


fonte immagine

«Giovani pigri e choosy, niente lavoro»
Le piccole imprese non assumono gli under 30 | Il rapporto choc

.

di Chiara Graziani

.

Se sono giovani non li vogliamo. Non reggono la fatica. Chiedono troppo. Non apprezzano il lavoro manuale. Pigri, in una parola. Assumere un under 30? Non conviene per la confederazione delle imprese artigianali.

Un giudizio scioccante, ingeneroso senza bisogno di sottolinearlo. Ma è esattamente l’immagine che le imprese aderenti al Cna hanno dei nostri ragazzi. La ricerca è stata svolta con criteri scientifici dal Censis. Non sono dunque voci dalla pancia quelle che descrivono un mondo giovanile choosy («schifiltoso» come ebbe a dire il ministro uscente del lavoro Fornero). E’ la mentalità contro la quale va a sbattere la volontà di un giovane che volesse avviarsi al lavoro di artigiano. Lavoro che, quando c’è, si preferisce dare a persone più anziane.

Leggiamo i numeri con attenzione. Sono oltre il 37 per cento i giovani sotto i trent’anni che cercano lavoro. Le imprese lamentano di aver bisogno di figure professionali formate che, dicono, assumerebbero volentieri. Ebbene non vogliono i giovani.

LEGGI IL RAPPORTO CENSIS

Solo un’azienda su tre darebbe fiducia ad un lavoratore giovane. Il 15,1% delle imprese preferisce addirittura assumere ultratrentenni.

Ai ricercatori Censis sono state date le seguenti risposte. Scarsa preparazione tecnica (per il 39,5%), aspettative economiche alte e non in linea con le effettive possibilità delle microimprese (28%) scarsa attitudine al lavoro artigiani (26,6%), e poi difficoltà a sopportarne la fatica (25,1%).

Danno la colpa, al solito, alla scuola che di guai ne ha fin troppi e che dovrebbe rispettare la mission di formare cittadini consapevoli – e dunque liberi – piùttosto che maestri di tornio. Ma si sa, l’impresa preferisce l’homo habilis al sapiens. E vorebbe una scuola che fosse addestramento professionale, invece che palestra di formazione.

Il guaio è che moltissimi dei nostri ragazzi si trovano nel peggiore degli angoli confezionato per loro dalla crisi economica. Più che schizzinosi, pigri, pretenziosi sullo stipendio, sono persone che, a 25 anni, si avviano ad un mondo senza prospettive, dove la vita non imboccherà mai discese. Molti di loro sono Sapiens sapiens, capacissimi di farsi anche habilis (sono molto duttili). Hanno studiato ed avrebbero – addirittura – la pretesa di seguire la via di un lavoro che li ispiri e amano. Occorrebbe cominciare ad ascoltarli. Per capire e risolvere.

.

fonte ilmattino.it

RAPPORTO CIVICUM E POLITECNICO MILANO – Tutto quello che non ci dicono sui soldi pubblici. Prelevati 11.860 euro da ogni italiano nel 2010


fonte immagine

RAPPORTO DI CIVICUM e POLITECNICO DI MILANO

Tutto quello che non ci dicono sui soldi pubblici
Prelevati 11.860 euro da ogni italiano nel 2010

Spesa record per le pensioni, ma nulla ai disoccupati Sul debito interessi pari al 4,4% del Pil contro il 2,6% della Germania

.

di Danilo Taino

.

Avete presente il bilancio dello Stato italiano? No? Più che giustificato: è complicato e tenuto oscuro dallo Stato stesso, che nulla fa per renderlo trasparente ai cittadini. Il guaio che si aggiunge al guaio è che anche gran parte dei candidati che si proporranno alle elezioni del 24 e 25 febbraio non ne sanno molto. E piuttosto confusi — comunque decisi a mantenerlo nel regno del misterioso — appaiono i partiti quando ne parlano. Quando cioè avanzano programmi e proposte che riguardano la voce entrate (le tasse) e la voce uscite (la spesa pubblica): il cuore del governare, l’essenza della sovranità, quello per cui chiedono voti.

Rendere leggibile il bilancio pubblico e magari metterlo a confronto con quello di altri Paesi è dunque un primo passo per stabilire di cosa si parla e per togliere i veli dietro ai quali, il giorno dopo essere eletti, governanti e legislatori smettono di rispondere ai cittadini. Per esempio, ci è chiaro cosa significa il nostro debito pubblico? Significa che nel 2010 ogni italiano ha pagato 1.143 euro di interessi su di esso: tanto quanto per l’Istruzione. Vuole cioè dire che debito è uguale a tasse: immediate (gli interessi) e differite (qualcuno lo dovrà ripagare, cioè i cittadini di domani). Ed è sottrazione di risorse a investimenti e servizi.

In aggregato, nel 2010 l’Italia ha speso per interessi sul debito il 4,4% della ricchezza prodotta (Pil): la Germania solo il 2,6%, la Gran Bretagna il 2,9%. Vista l’opacità dei numeri dello Stato, Civicum – un’associazione non politica che si batte per migliorare la trasparenza dell’Amministrazione pubblica – e il Politecnico di Milano hanno lavorato per disboscare e rendere leggibili i conti dello Stato. E per confrontarli con quelli di Germania, Spagna, Francia e Gran Bretagna. E per questa ragione il Corriere della Sera propone una parte del loro studio: all’interno di una serie di iniziative (La prova dei fatti) che sta prendendo – e prenderà sempre più intensamente con l’avvicinarsi delle elezioni – per stabilire non solo la credibilità dei programmi dei partiti ma anche per misurarne il loro effetto su economia reale e conti dello Stato.

I numeri su cui hanno lavorato Civicum e Politecnico, in parte riportati nelle tabelle, sono riferiti all’anno 2010: da allora alcune voci hanno subito variazioni; ciò nonostante, la distribuzione della spesa tra i servizi prodotti dallo Stato e tra le funzioni da esso svolte non ha subito cambiamenti significativi. «Immaginiamo una famiglia di quattro persone che guadagna centomila euro lordi l’anno, cioè 8.300 euro al mese — calcola il presidente di Civicum, Federico Sassoli de Bianchi — All’ Amministrazione pubblica ne versa circa 44 mila, ai quali ne vanno aggiunti quattromila di nuovo debito pubblico (la differenza tra uscite e entrate) che prima o poi dovrà pagare. Alla famiglia restano 52 mila euro all’anno, 4.300 al mese. Gli italiani percepiscono correttamente che a fronte di 4.300 euro netti al mese ne hanno dati quattromila allo Stato? L’Imu è stata percepita perché la si è dovuta calcolare e pagare. Ma le imposte indirette, i contributi, le imposte dirette dei dipendenti e spesso quelle versate come sostituti d’imposta non si vedono». È opportuno metterle in chiaro. Perché, sostiene Sassoli, «siamo tutti azionisti dello Stato, ma lo Stato è l’unica società che non dà rendiconti interpretabili: il nostro obiettivo è promuovere la trasparenza in un Paese che tende all’opacità».

Dalla tabella si vede che nel 2010 lo Stato ha prelevato da ogni cittadino 11.860 euro, tra tasse e contributi sociali. E per ogni cittadino ne ha spesi 12.965, oltre che per servire il debito per servizi pubblici, Difesa, Ordine pubblico, Sanità, Istruzione e via dicendo, soprattutto Welfare. (La differenza, 1.105 euro, è in sostanza stata nuovo debito). I confronti con i bilanci degli altri Stati possono stimolare molte riflessioni. Il rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, ne sottolinea due. «Innanzitutto, l’importanza della crescita economica. Come si vede dalla tabella, la Germania ha una spesa pubblica procapite di quasi 14.500 euro, contro i meno di 13 mila dell’Italia. Ma avendo un Pil procapite di cinquemila euro più alto del nostro, la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil è più bassa, 47,5% contro il nostro 50,4%». Anche per questo è decisivo fare ripartire la crescita. La seconda riflessione di Azzone riguarda la composizione della spesa dello Stato. «Sotto la voce Protezione sociale — dice — l’Italia è il Paese che spende di più per malattia, disabilità, anzianità, in sostanza per pensioni, il 18,3% del Pil: addirittura più della Francia (17,7%) e molto più di Gran Bretagna (11,5), Germania (14,8), Spagna (12,3).

Dall’altra parte, spende molto meno in aiuti ai disoccupati e in sostegno alle famiglia, in contrasto con le dichiarazioni che i politici fanno in campagna elettorale. C’è qualche riequilibrio da fare, qui: anzi, direi che serve un ripensamento del Welfare. E qualcosa da fare ci sarebbe anche per l’Istruzione universitaria, dove l’Italia spende (lo 0,4% del Pil) meno della metà degli altri Paesi». Mettere in termini chiari il bilancio pubblico – cioè mostrare in modo trasparente come vengono utilizzati i nostri denari – dovrebbe essere compito dello Stato. In effetti, sia Sassoli sia Azzone si augurano che in un futuro non lontano lo faccia attraverso un istituto, un’agenzia, un centro studi, come avviene in altri Paesi.

Danilo Taino
@danilotaino

12 gennaio 2013 (modifica il 13 gennaio 2013)

.

fonte corriere.it