A MARGHERA – Quei profughi chiusi nel capannone / Inchiesta: Chi specula sui profughi

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2013/01/09/jpg_2197764.jpg

Quei profughi chiusi nel capannone

A Marghera un gruppo di rifugiati dalla Libia vive in un vecchio magazzino traformato in struttura di emergenza dalla Caritas. Un luogo isolato da tutto, dove non possono fare niente. Un caso emblematico di ‘accoglienza’ gestita nel peggiore dei modi

.

di Michele Sasso e Francesca Sironi

.

.

Marghera, l’altra Venezia, quella industriale e inquinata. In fondo al porto, su una strada frequentata solo dai tir, un ragazzo del Ghana passa a testa bassa su una mountain bike da bambini. Insieme ad altri otto profughi, scappati come lui dalla Libia, vive da più di un anno e mezzo in un vecchio magazzino, trasformato in struttura d’emergenza dalla Caritas. Sarebbe difficile trovare un luogo più isolato: l’ultima fermata del bus dista 45 minuti a piedi, intorno non ci sono che mobili rotti e filo spinato, gli unici passanti sono operai o marinai, rigorosamente in macchina.

«Viviamo qui da giugno del 2011», raccontano a “l’Espresso”: «Prima siamo stati a Bibbione, poi una volta arrivati a Venezia non ci siamo più mossi». Più di 500 giorni passati senza far niente, bloccati in terra di nessuno al porto di Marghera: «Incontriamo raramente qualcuno. Viene “il capo” ma dice che non ci può aiutare a trovare un lavoro. Tutto quello che possiamo fare è aspettare il permesso per potercene andare», racconta il più loquace. Parla inglese, ovviamente: «Corsi d’italiano? No, non li abbiamo frequentati».

«Il nostro problema è il futuro» racconta il suo vicino, nigeriano: «Dove andremo quando ci sbatteranno fuori da qui? Non ne abbiamo idea». Hanno 25 anni, uno era macellaio, l’altro operaio specializzato, tutti in Libia lavoravano. Qui non fanno altro che guardare la tv: ne hanno due, collegate col satellitare per vedere le trasmissioni senegalesi. «Ogni tanto andiamo in città, con le bici, ma non conosciamo nessuno», raccontano i profughi: «Per fortuna c’è un ristorante qui dietro. Ci danno da mangiare e sono gentili con noi».

Fuori, ormai, fa un gran freddo, e in città vanno sempre meno. Dentro l’ex magazzino almeno hanno due stanze riscaldate con le stufe elettriche: «Non ci possiamo lamentare. Il luogo è pulito e ogni dieci giorni ci danno 25 euro per fare degli acquisti», commenta uno di loro, aggiungendo, sovrappensiero: «A beggar has no choice», un mendicante non ha scelta.

Si sentono dei mendicanti. Eppure sono scappati da una guerra, e qui vorrebbero solo lavorare ed integrarsi. La situazione dei nove ragazzi del porto di Marghera è la stessa di tanti tra i 17mila profughi libici dimenticati e parcheggiati in centri di accoglienza che dovevano essere una soluzione temporanea durata 22 mesi. Come tutti i migranti contano i giorni che mancano alla fine dell’Emergenza Nord Africa. Ancora un mese e mezzo, poi niente più fondi, quindi niente più accoglienza garantita. Nelle maggiori città d’Italia i richiedenti asilo, dopo due anni di promesse, attese e incertezze, stanno organizzando presidi e proteste. I ragazzi di Marghera invece restano chiusi nelle loro stanze. Come gli altri, aspettano i permessi umanitari che sono stati garantiti dal Ministero dell’Interno, chiedono titoli di viaggio per tornare nel loro Paese o andare in Francia, la terra promessa, o ancora sperano in una nuova proroga dei finanziamenti.

Dopo quasi due anni di emergenza, dopo aver speso un miliardo e trecento milioni di euro per l’accoglienza di 25mila persone, ci si trova insomma a ricominciare da capo. A raffazzonare corsi di formazione in queste ultime settimane, sperando di dare ai profughi un futuro. Succede anche a Marghera. Nell’ingresso della casetta che ospita i nove ragazzi c’è un cartello, con i numeri per le emergenze e un riferimento per i futuri corsi d’italiano. La Caritas prova così a mettere una pezza agli scandali del passato.

A luglio del 2011 infatti, un gruppo di associazioni veneziane era venuta a conoscenza del magazzino del porto, grazie alla segnalazione di un marinaio. Dopo mesi veniva rotto l’isolamento dei profughi: «Quando siamo arrivati la prima volta siamo rimasti sconvolti», racconta Davide Carnemolla, volontario della “Rete tutti i diritti umani per tutti”: «Ci dicevano di aver paura, che la notte era impossibile dormire. “Viviamo come animali”, ci ripetevano, “Da quando siamo qui non abbiamo incontrato nessuno con cui parlare”. Non avevano bici né biglietti per il bus. Molti ci dicevano apertamente di sentirsi in carcere». Nonostante l’attenzione delle associazioni e dei giornali locali, la situazione non migliora, e ad agosto la Caritas decide di ospitare in quel luogo così isolato altre 20 persone. «Finché non sono arrivate le denunce di tre ragazzi per aver subito molestie sessuali da parte di alcuni operai», conclude Carnemolla. Allora il numero di ospiti è stato di nuovo ridotto a nove. Dal settembre del 2011 ad oggi le cose sono migliorate. Ma i profughi continuano a vivere sotto il filo spinato. In attesa di uscire dal limbo.

.

fonte espresso.repubblica.it

***

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2012/10/15/jpg_2192961.jpg

Inchiesta

Chi specula sui profughi

di Michele Sasso e Francesca Sironi

Un miliardo e 300 milioni: è quello che ha speso finora lo Stato per assistere le persone fuggite da Libia e Tunisia. Un fiume di denaro senza controllo. Che si è trasformato in business per albergatori, coop spregiudicate e truffatori

.

(15 ottobre 2012)

Erano affamati e disperati, un’ondata umana in fuga dalla rivoluzione in Tunisia e dalla guerra in Libia: fra marzo e settembre dello scorso anno l’esodo ha portato sulle nostre coste 60 mila persone. Profughi, accolti come tali dall’Italia o emigrati in fretta nel resto d’Europa: solo 21 mila sono rimasti a carico della Protezione civile. Ma l’assistenza a questo popolo senza patria è stata gestita nel caos, dando vita a una serie di raggiri e truffe. Con un costo complessivo impressionante: la spesa totale entro la fine dell’anno sarà di un miliardo e 300 milioni di euro. In pratica: 20 mila euro a testa per ogni uomo, donna o bambino approdato nel nostro Paese. Ma i soldi non sono andati a loro: questa pioggia di milioni ha alimentato un suk, arricchendo affaristi d’ogni risma, albergatori spregiudicati, cooperative senza scrupoli. Per ogni profugo lo Stato sborsa fino a 46 euro al giorno, senza verificare le condizioni in cui viene ospitato: in un appartamento di 35 metri quadrati nell’estrema periferia romana ne sono stati accatastati dieci, garantendo un reddito di oltre 12 mila euro al mese.

IN NOME DELL’EMERGENZA. Ancora una volta emergenza è diventata la parola magica per scavalcare procedure e controlli. Gli enti locali hanno latitato, tutto si è svolto per trattative privata: un mercato a chi si accaparrava più profughi. E il peggio deve ancora arrivare. I fondi finiranno a gennaio: se il governo non troverà una soluzione, i rifugiati si ritroveranno in mezzo alla strada.
In Italia sono rimaste famiglie africane e asiatiche che lavoravano in Libia sotto il regime di Gheddafi. La prima ondata, composta soprattutto da giovani tunisini, ha preso la strada della Francia grazie al permesso umanitario voluto dall’allora ministro Roberto Maroni. Ma quando Parigi ha chiuso le frontiere, lo stesso Maroni ha varato una strategia federalista: ogni regione ha dovuto accogliere un numero di profughi proporzionale ai suoi abitanti (vedi grafico a pag. 39). A coordinare tutto è la Protezione civile, che da Roma ha incaricato le prefetture locali o gli assessorati regionali come responsabili del piano di accoglienza. Ma, nella fretta, non ci sono state regole per stabilire chi potesse ospitare i profughi e come dovessero essere trattati. Così l’assistenza si è trasformata in un affare: bastava una sola telefonata per venire accreditati come “struttura d’accoglienza” e accaparrarsi 1.200 euro al mese per ogni persona. Una manna per centinaia di alberghi vuoti, ex agriturismi, case-vacanze disabitate, residence di periferia e colonie fatiscenti.

IL MERCATO DEI RIFUGIATI. Dalle Alpi a Gioia Tauro, gli imprenditori del turismo hanno puntato sui rifugiati. A spese dello Stato. Le convenzioni non sono mai un problema: vengono firmate direttamente con i privati, nella più assoluta opacità. Grazie a questo piano, ad esempio, 116 profughi sono stati spediti, in pantaloncini e ciabatte, dalla Sicilia alla Val Camonica, a 1.800 metri di altezza. I proprietari del residence Le Baite di Montecampione non sono stati i soli a fiutare l’affare. Anche nella vicina Val Palot un politico locale dell’Idv, Antonio Colosimo, ne ha ospitati 14 nella sua casa-vacanze, immersa in un bosco: completamente isolati per mesi, non potevano far altro che cercare funghi. I più furbi hanno trattato anche sul prezzo. La direttiva ufficiale, che stabilisce un rimborso di 40 euro al giorno per il vitto e l’alloggio (gli altri 6 euro dovrebbero essere destinati all’assistenza), è arrivata solo a maggio. Nel frattempo, la maggior parte dei privati aveva già ottenuto di più.
Gli albergatori napoletani sono riusciti a strappare una diaria di 43 euro a testa. Non male, se si considera che in 22 alberghi sono ospitate, ancora oggi, più di mille persone. «La domanda turistica al momento degli sbarchi era piuttosto bassa», ammette Salvatore Naldi, presidente della Federalberghi locale. La Protezione civile prometteva che sarebbero state strutture temporanee. Non è andata così: solo all’Hotel Cavour, in piazza Garibaldi, di fronte alla Stazione centrale, dormono tutt’ora 88 nordafricani. Le stanze, tanto, erano vuote: i viaggiatori si tengono alla larga, a causa dell’enorme cantiere che occupa tutta la piazza. Ma grazie ai rifugiati i proprietari sono riusciti lo stesso a chiudere la stagione: hanno incassato quasi 2 milioni di euro.

CONTINUA   –   pagina 1 di 3  Pagina successiva

.

fonte espresso.repubblica.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: