Archivio | gennaio 17, 2013

Studenti italiani all’estero esclusi dal voto. Un’altra occasione persa?

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Studenti italiani all’estero esclusi dal voto. Un’altra occasione persa?

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solferino28.corriere.it
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Un rotolo di carta igienica rosa e una scritta a pennarello: “Ecco quanto vale il mio voto!”. È l’immagine scelta per il profilo Facebook del gruppo di protesta “Studenti italiani che non potranno votare alle prossime elezioni”.

Secondo le disposizioni del Decreto del Presidente della Repubblica numero 226 del 22 dicembre 2012, infatti, alle elezioni del prossimo 24 e 25 febbraio potranno votare all’estero i cittadini italiani appartenenti alle forze armate e di polizia impegnati in missioni internazionali, i dipendenti di amministrazioni dello Stato temporaneamente fuori dal Paese e professori e ricercatori in trasferta, tutti per motivi di servizio. Gli studenti, invece, potranno esercitare il loro diritto solo se iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero): ma l’iscrizione è possibile se la residenza copre periodi superiori ai dodici mesi; per di più il plico elettorale sarà inviato solo ai residenti registrati all’Aire entro il 31 dicembre 2012.

Sulla pagina Facebook i ragazzi pubblicano carteggi tragicomici con funzionari di consolati che cercano di spiegare le norme in vigore… infiniti girotondi burocratici e una sola amara conclusione: chi vuole votare, torni a casa (con annessi i noti costi economici e di tempo – oltre al deficit di rappresentanza democratica).

Il gruppo continua a crescere, monta la rabbia per la negazione di un diritto costituzionale e un vuoto normativo da colmare. Ancora una volta i giovani si sentono traditi dalla politica del loro Paese.

Siete anche voi tra gli “esclusi” dal voto? Come vivete questa situazione?

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fonte solferino28.corriere.it

Quote latte, parla il pm Greco “Nessun indagato nella Lega”

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Quote latte, parla il pm Greco
“Nessun indagato nella Lega”

Le perquisizioni erano “personali” e “destinate unicamente a Daniela Cantamessa e Loredana Zola”
Il magistrato puntualizza: “Non risultano indagati politici né esponenti di partito né funzionari pubblici”

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Dopo il blitz nelle sedi della Lega Nord nell’ambito dell’inchiesta sulle quote latte, a distanza di poco più di un mese dalle elezioni, in Procura a Milano è stato il giorno delle precisazioni ufficiali. “Non c’è alcun politico o esponente di partito o funzionario pubblico indagato per corruzione”, ha spiegato ai cronisti il procuratore aggiunto Francesco Greco, chiarendo anche che l’attività della guardia di finanza non era indirizzata ad acquisire elementi di indagine sul Carroccio. E che si è trattato di “perquisizioni personali” relative alle posizioni di Daniela Cantamessa e Loredana Zola, due segretarie amministrative delle sedi di Milano e Torino, non indagate e persone informate sui fatti riguardo al crac della cooperativa ‘La Lombarda’.

Si indaga per bancarotta, dunque, e non per corruzione. E il Carroccio non c’entra. E’ stato questo il senso delle affermazioni venute dai vertici della Procura milanese. Greco, a capo del pool sui reati economici, ha voluto chiarire, inoltre, che da parte dei dirigenti della Lega c’è stata “ampia collaborazione” nel corso delle perquisizioni “presso terzi” nelle sedi milanese e torinese. E ha aggiunto: “A Milano nessun esponente del partito ha opposto l’immunità nel corso dell’attività e sono stati i finanzieri a tenere conto che determinati uffici erano di pertinenza di parlamentari”. Le precisazioni della Procura sono state accolte con “soddisfazione” da Roberto Maroni. Che su Facebook ha scritto: “I giornali mascalzoni che ci hanno riempito oggi di fango saranno chiamati a rispondere civilmente del danno fatto alla Lega onesta. Chiederò 10 milioni di euro da dare in beneficenza”.

Al quarto piano del Palazzo di Giustizia, intanto, si respirava una certa tensione perché, a quanto pare, il pm Maurizio Ascione, titolare delle indagini, avrebbe deciso in autonomia di ordinare le perquisizioni per esigenze investigative urgenti, ma i vertici avrebbero voluto esserne informati. Lo stesso pm poi ha aperto, nell’ambito dell’inchiesta sulle quote latte, un altro filone per il reato di corruzione (un cosiddetto ‘modello 44’ senza indagati). Ed è nell’ambito di questo procedimento a due facce – bancarotta e corruzione – che il pm da mesi sta sentendo come testi decine di persone. Sono stati ascoltati a verbale Renzo Bossi, figlio del Senatur; Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo e compagna dell’ex ministro Roberto Calderoli; gli ex ministri Luca Zaia e Giancarlo Galan; Marco Paolo Mantile, ex vicecomandante del Comando carabinieri politiche agricole e alimentari; un ex presidente dell’Agea, Dario Fruscio, e un ex capo di gabinetto del ministero delle Politiche Agricole, Giuseppe Ambrosio.

I dati di partenza, su cui il pm ha cominciato a indagare, sono gli atti e le intercettazioni del processo che si è chiuso con la condanna per peculato e truffa per l’ex responsabile della Lombarda, Alessio Crippa (è indagato per bancarotta assieme ad altri tre ex amministratori). Nelle motivazioni di quella sentenza del settembre 2011 c’era anche un capitolo dedicato ai “prospettati rapporti” di alcuni produttori di latte “con ambienti ministeriali”. Per ora, il dato di fatto è che la Procura indaga sul buco da oltre 80 milioni di euro lasciato dalla Lombarda e sui rapporti commerciali tra questa e altre società.

Alcuni testimoni avrebbero messo in relazione Crippa, la Lombarda e altre società con le due segretarie, Cantamessa e Zola. Da qui le perquisizioni in cerca di documenti utili, mentre attraverso rogatorie, da quanto si è saputo, si stanno cercando soldi finiti all’estero. Nel filone corruzione (quello senza indagati) si ipotizza il versamento di mazzette per appoggi politico-istituzionali alla causa degli allevatori che non volevano pagare le multe all’Ue sullo sforamento delle quote. L’inchiesta del pm Ascione prosegue anche su questo versante: secretati i verbali dei politici ascoltati. (17 gennaio 2013)

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fonte milano.repubblica.it

FOLLIE – La guerra di Monti l’Africano

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Follie

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

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di Gianluca Di Feo

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Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

Strettissimi anche i rapporti con Israele, segnati da esercitazioni comuni: gli stormi israeliani sono diventati una presenza abituale nei poligoni sardi. E il governo Monti ha firmato un accordo economico fondamentale, che ha reso nel 2012 l’Italia il principale acquirente di armi israeliane. Il contratto prevede l’acquisto di un satellite e un aereo spia per un prezzo superiore agli 850 milioni di euro. In cambio, Israele comprerà gli aerei da addestramento Alenia-Aermacchi M346.

In Libia oggi si cerca di recuperare gli errori commessi all’inizio della rivolta contro Gheddafi, quando le relazioni troppo strette tra il rais e Berlusconi impedirono di cogliere la portata degli avvenimenti, lasciando a Londra e Parigi la leadership nelle operazioni. Adesso ufficiali di Esercito e Marina sono all’opera a Tripoli per collaborare con la ricostruzione delle forze armate nazionali, nel tentativo di creare istituzioni che rimpiazzino le milizie tribali protagoniste della rivoluzione. E nella speranza che la situazione non degeneri in una nuova guerra civile.

Anche in Africa i nostri militari hanno mantenuto una presenza piccola, ma sufficiente a fornire il know how per futuri impegni su scala più larga. Con il mandato delle Nazioni Unite, ci sono state spedizioni di addestramento o sostegno logistico in Uganda, Sudan, Eritrea. Forti i legami con il Senegal, diventato l’alleato principale dell’Occidente sulla costa occidentale. Nell’ottobre 2010 le due navi portaelicotteri San Giorgio e San Marco hanno sbarcato un battaglione di marines italiani sulle coste del Senegal, in un wargame al fianco di francesi, inglesi e spagnoli. La prova generale di quello che potrebbe accadere nel futuro prossimo.

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fonte espresso.repubblica.it

Sesso: “caccia” al Viagra generico, a giugno a soli 30 euro

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Sesso: “caccia” al Viagra generico, a giugno a soli 30 euro

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18:32 17 GEN 2013

(AGI) – Roma, 17 gen. – Era nato come un farmaco per prevenire l’infarto, si e’ invece rivelato un formidabile meccanismo per favorire l’erezione e salvare la vita sessuale di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ma oggi il Viagra, o meglio il citrato di sildenafil, nome del principio attivo, ha i mesi contati: a giugno scadra’ il brevetto che ha rimpiguato le casse dell’azienda produttrice, la Pfizer (la pillola blu rende qualcosa come due miliardi di dollari l’anno), il che significa che da quest’estate qualsiasi casa farmaceutica, utlizzando lo stesso principio attivo, potra’ produrre una “pillola dell’amore” generica e low cost. Quando un farmaco perde il brevetto e diventa generico, solitamente si verifica una riduzione del prezzo anche fino al 40%. Per un prodotto che oggi costa quasi 54 euro per quattro compresse, dunque, il risparmio potrebbe aggirarsi attorno ai 20-25 euro a confezione. E di certo si scatenera’ una battaglia tra i produttori di generici per produrre la pillola blu, una vera miniera d’oro: solo in Italia, in dieci anni ne sono state vendute 60 milioni. E, col piu’ che probabile calo dei costi, questa cifra potrebbe aumentare esponenzialmente. Una storia da romanzo quella del Viagra, che inizia nel 1986 nei laboratori del Pfizer Central Research di Sandwich, in Inghilterra, dove alcuni ricercatori scoprono che l’inibizione di un enzima (PDE5) presente nella muscolatura liscia dei vasi sanguigni diminuisce la resistenza vascolare e riduce l’aggregabilita’ delle piastrine, gli elementi del sangue che svolgono un compito fondamentale nel processo di coagulazione ma il cui ammassarsi all’interno di vene e arterie ne puo’ procurare l’occlusione, parziale o totale.
Gli studiosi pensano ai possibili, benefici effetti di un farmaco capace di inibire l’enzima PDE5 nell’angina pectoris, impedendo cosi’ la chiusura delle arterie coronarie, la causa dell’infarto del miocardio. Tre anni di lavori e nel 1991 la sperimentazione non soddisfa anche se gli studiosi assistono ad un fatto sorprendente. Alcuni uomini coinvolti nella ricerca riferiscono di un effetto collaterale inaspettato e non sgradito: l’aumento della tendenza all’erezione. Si scopre che il sildenafil studiato dalla Pfizer in cardiologia come calcio-antagonista e somministrato per via orale, e’ in grado in una larga percentuale di casi (70-80%) di risolvere o migliorare la disfunzione erettile. Il 27 marzo 1998 la Food and Drug Administration riconosce il Viagra come la prima terapia medica orale per il trattamento delle disfunzioni erettili. La vita sessuale di milioni di persone cambia per sempre, relegando al medioevo pozioni afrodisiache e acccorgimenti casalinghi. Un boom da oltre 2 miliardi e mezzo di confezioni vendute, una parola entrata trionfalmente anche nel dizionario “De Mauro”, un termine per anni in testa alle ricerche su Google. (AGI) .

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fonte agi.it

AMBIENTE – Primato per Firenze: per l’inquinamento però

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Primato per Firenze: per l’inquinamento però

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Firenze, 17 gennaio 2013 – È il capoluogo toscano che detiene il primato nazionale, dell’anno appena passato, per l’inquinamento da biossido di azoto (NO2). E dalle rilevazioni delle prime due settimane del 2013 la città sembra volersi ripetere.

Il dato è stato reso noto oggi da Legambiente Toscana che per sensibilizzare alla questione ha organizzato un ‘green flash mob’ in piazza Beccaria a Firenze, nell’ambito della giornata nazionale intitolata ‘Mal’Aria’. Gli attivisti dell’associazione hanno manifestato oggi in tuta gialla e mascherina, soffiando fumo dentro bolle di sapone al grido di ‘Ci avete rotto le bolle!’.

Lo scopo è ovviamente quello di sensibilizzare i cittadini contro il pericolo delle polveri sottili e dell’inquinamento atmosferico. Secondo il presidente di Legambiente toscana Fausto Ferruzza ”l’emergenza smog è una realtà quotidiana. A far scattare l’emergenza durante i mesi invernali, sono sempre le polveri fini, ovvero il PM 10 e il PM 2,5. Nel 2012 Firenze, Lucca e Prato hanno maggiormente superato il bonus di 35 giorni previsti per legge”.

In particolare, è stato ricordato che a Firenze, proprio durante i mesi invernali, la centralina in via Ponte alle Mosse ha registrato 68 giorni di sforamento. A Prato, quella in via Roma, ne ha contate 42 giornate. A questi dati si aggiungono anche quelli dell’ozono nei mesi estivi. La normativa consentirebbe un massimo di 25 giorni di superamento della soglia, invece: nel 2012 Lucca ne ha ‘collezionati’ 46 e Firenze 40.

Per Ferruzza ”in particolare tutte le città dell’area metropolitana toscana sono molto inquinate” e ”sono al limite dell’allarme sanitario. I dati del 2012 sono inoltre in peggioramento rispetto all’anno precedente”. Per l’associazione ambientalista ”le domeniche ecologiche e i blocchi del traffico servono ma quello che è più necessario sono azioni di medio e lungo periodo. Bisogna investire in maniera più decisa sulla cosiddetta mobilità dolce, ovvero più tranvie, più reti pedonali o ciclabili”.

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fonte m.lanazione.it

Blitz degli elicotteri algerini, è strage: 35 ostaggi e 15 sequestratori uccisi

L'impianto della Statoil in AlgeriaL’impianto della Statoil in Algeria

Hollande: momento drammatico

Blitz degli elicotteri algerini, strage di ostaggi

Trentacinque ostaggi detenuti nel sito petrolifero di In Amenas in Algeria e 15 sequestratori, sono stati uccisi in una operazione dei militari algerini. In Mali, si continua a combattere. La Francia ha portato a 1.400 gli uomini sul terreno. Dall’Ue è arrivato il via libera alla missione Eutm di addestramento e formazione dell’esercito maliano. L’Italia ha dato una disponibilità fino a 24 uomini

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Parigi, 17-01-2013

Trentacinque ostaggi stranieri detenuti nel sito petrolifero di In Amenas in Algeria e 15 sequestratori, tra cui uno dei loro leader Abou Al Bara, sarebbero stati uccisi. Lo riferisce Al Jazeera.

Gli ostaggi erano 41. Gli islamisti avevano motivato il sequestro come rappresaglia per la collaborazione algerina all’operazione militare francese in Mali.

La dinamica del blitz
Secondo fonti del gruppo terroristico che controlla il sito petrolifero di In Amenas, citate dall’Ani, un gruppo di miliziani e di ostaggi sarebbero stati uccisi mentre, a bordo di un bus, cercava di forzare l’assedio delle forze algerine. L’automezzo – usato da una delle compagnie del sito per il trasporto del personale – sarebbe stato centrato da colpi sparati da elicotteri algerini.

I terroristi che occupano il campo di In Amenas avrebbero tentato di uscire dal sito, ma sono stati bloccati dalle forze di sicurezza che, da ieri, circondano la zona. Probabilmente per farsene scudo, i rapitori hanno portato con se’ alcuni degli ostaggi.

Sette ostaggi stranieri vivi, quattro liberati
Sette ostaggi stranieri sarebbero ancora vivi, due americani, tre belgi, un iapponese e un britannico. Quattro ostaggi sarebbero stati liberati dalle truppe algerine.

L’esercito avrebbe preso il controllo del campo: 600 ostaggi liberi
Secondo una fonte citata dal sito Tsa, Knaoudi Sidi, un notabile locale, l’esercito algerino avrebbe preso il controllo del campo petrolifero, dopo che i sequestratori avevano tentato di allontanarsi con parte degli ostaggi. Seicento gli ostaggi liberati.

Hollande: momento drammatico
Se l’operazione in Mali dovesse durare “più di quattro mesi”, bisognerà ricorrere al voto del Parlamento: lo ha detto il presidente francese, Francois Hollande. Oggi, il Parlamento francese ha dibattuto della guerra in corso ma senza voto.E’ un “momento grave”. Ci sono “condizioni drammatiche”: lo ha detto il presidente francese, Francois Hollande, nel corso di una cerimonia con i leader economici a Parigi, riferendosi all’operazione dei militari algerini nel sito della BP in Algeria. Hollande ha anche detto di essere in “contatto permanente” con le autorità algerine, ma di “non essere al corrente” di tutto cio’ che sta succedendo sul terreno.

Messaggio telefonico
Tre degli ostaggi sequestrati da jihadisti  nell’ impianto di gas in Algeria avevano lanciato un appello per l’avvio di negoziati per la loro liberazione. “Chiediamo il negoziato per evitare altre perdite di vite umane”, aveva  detto uno dei tre sequestrati, che ha detto di chiamarsi Dick, in collegamento telefonico con l’emittente televisiva Al Jazira. Poco prima, il canale panarabo aveva parlato con uno dei sequestratori, il quale aveva chiesto il ritiro dell’esercito algerino dalle immediate vicinanze dell’impianto come condizione per aprire le trattative. France 24, intanto, è riuscita a parlare con uno degli ostaggi che ha rivelato che molti di loro sono stati costretti a indossare cinture esplosive.

Al-Shabab: abbiamo ucciso l’ostaggio francese
I militanti somali di al-Shabab hanno fatto sapere oggi di aver ucciso ieri pomeriggio l’ostaggio francese Denis Allex nelle loro mani dal 2009.

Il nuovo fronte
La jihad islamica ha aperto un fronte oltreconfine alla guerra civile in Mali. Il ministro dell’Interno algerino, Dahou Ould Kablia, ha ripetuto che Algeri non negozierà con “i terroristi” e che questi vogliono lasciare il Paese con gli ostaggi, ma che sarà loro impedito. Gli islamisti, un gruppo ultraradicale legato ad al-Qaeda, hanno riferito ai media mauritani che tengono in ostaggio gli occidentali nell’impianto di gas ad Amenas, quasi al confine con la Libia: tra gli ostaggi, 7 americani, norvegesi, e cittadini francesi, giapponesi e britannici (ma fonti ufficiali algerine abbassano la cifra a ‘più di venti’); tra gli ostaggi, anche 150 algerini, ma questi a differenza degli occidentali godono di libertà di movimento nell’impianto.

Morto anche un cittadino inglese
Ma a quasi 24 ore dall’assalto al sito di pompaggio di gas naturale, c’è ancora molta incertezza sulle rivendicazione del gruppo che si autodefinisce ‘Battaglione del Sangue’. Definendo l’attacco come “un assassinio a sangue freddo”, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha confermato che un britannico è stato ucciso (insieme ad un algerino) ed ha detto che collegare l’attacco jihadista all’intervento francese in Mali è “una scusa”. Il ministro algerino ha confermato che, nell’attacco avvenuto all’alba di mercoledì, oltre alle due vittime (un britannico e un algerino) sei persone sono rimaste ferite: un altro britannico, un norvegese e uno scozzese, insieme a un agente della sicurezza algerino e a due poliziotti.

Chi sono gli uomini del commando
Secondo Kablia, i rapitori sono algerini e operano agli ordini di Mokhtar Belmokhtar, un famigerato leader di al-Qaeda nel Maghreb islamico, che di recente avrebbe creato un gruppo scissionista. Noto come “l’intoccabile”, aveva posto una duplice condizione per liberare gli ostaggi: Parigi deve porre fine alle operazioni in Mali e Algeri deve liberare 100 islamisti detenuti nelle sue prigioni e portarli nel nord del Mali.

Il fronte del Mali
Il sostegno Intanto, in Mali, si continua a combattere. La Francia ha potrato a 1.400 gli uomini sul terreno (2.500 l’obiettivo finale, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi). Nella notte ci sono stati nuovi scontri tra l’esercito maliano, sostenuto dalle truppe francesi, e gli estremisti jihadisti che circondano la citta’ di Konna, nel settore centrale.

Dall’Ue è arrivato il via libera alla missione Eutm di addestramento e formazione dell’esercito maliano. La missione era in programma da tempo, ma i ministri degli Esteri dei 27, convocati in riunione straordinaria, hanno deciso di accelerare i tempi: la missione (formata da 400-500 uomini, la metà dei quali istruttori) potrebbe essere operativa gia’ a meta’ febbraio, una settimana prima del previsto.

L’Italia, ha annunciato il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha dato una disponibilità “fino a 24 uomini”. Non ci saranno invece soldati italiani impiegati direttamente sul terreno, ha confermato il ministro.

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fonte rainews24.it

UN’ALTRA REPUBBLICA è POSSIBILE?

Riceviamo da un nostro lettore e pubblichiamo. Aggiungiamo, però, due parole.
Molte sono le considerazioni condivisibili, mentre altre andrebbero fatte oggetto di ulteriori riflessioni. Mi limiterò a due appunti. 1) L’elezione diretta del Capo dello Stato. Ecco, conoscendo proprio il brutto vezzo degli Italiani di correre dietro a tutti i Pifferai Magici che, tragicamente, ad ogni epoca spuntano, l’elezione diretta del Capo dello Stato mi sembra sia proprio l’ultima cosa auspicabile per questo nostro disastrato Paese. E non a caso un tale di nome Berlusconi da tempo la caldeggia (chissà poi perché?). 2) Altra cosa, non meno importante (anzi!) mi sembra essenziale cercare di comprendere bene le radici del termine ‘democrazia’: una parola che è sulla bocca di tutti, ma, proprio perché troppo rimasticata, ha perso ogni sapore originario, quello, cioè, di Governo del Popolo. E quando si parla di Governo del Popolo si intende di TUTTO il popolo, maggioranza e minoranza, e come tale va rappresentato in sede parlamentare. Non esiste che chi vince le elezioni si senta in diritto di affermare che, siccome la ‘maggioranza’ gli ha detto si, allora in nome del Popolo Italiano possa fare il bello e cattivo tempo. Questa è una forma di dittatura, più subdola e non meno pericolosa della dittatura fascista che il nostro povero Paese ha già vissuto sulla propria pelle. Il Governo eletto deve, necessariamente, fare gli interessi di tutti gli Italiani, e non solo di quella parte che più lo compiace.

mauro
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IL BELLO (l’Italia),
IL BRUTTO (Monti),
IL CATTIVO (la politica)
“Ogni nazione ha il governo che si merita”
(Joseph de Maistre)
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UN’ALTRA REPUBBLICA è POSSIBILE?

“La seconda repubblica nacque sugli scandali, la terza rischia di nascere sul vomito popolare”
(Alexandre Cuissardes)
Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.
Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!
La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione ai limiti dell’irragionevolezza: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano ancora sulle spalle è stato insensatamente riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!
Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico -poi rivelatosi tutt’altro- il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?
Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.
In che modo? Seguendo tre direttrici:
in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);
in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);
in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).
Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

“La situazione politica in Italia è grave, ma non seria”
(Ennio Flaiano)
Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito -c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!- ma quantomeno, considerando l’imminenza della scadenza elettorale, il “supplizio quaresimale” sarà breve! A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!
Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell“Italia Bene Comune”. Designato a fatica Bersani candidato alla premiership, questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza. Ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma  incapace:
da un lato, di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico, nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari (un Pdl che ha espresso il peggio di sé nell’ultimo anno e mezzo, una Lega post bossiana ancora in fase di ricostruzione ed un centro affollato di “leaderini” tentennanti);
dall’altro, di sciogliere, a cinque anni dalla sua costituzione, il nodo della propria identità politica (siamo l’unico paese europeo privo di una Sinistra orgogliosamente socialdemocratica: fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).
La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso -tutt’altro che ipotetico- in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendo un’alleanze di legislatura e la premiership a Mario Monti. La via maestra sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.
Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).
Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).
Arrivati a questo punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!
La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…
Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!
A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia e sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.
I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!
Che dire? Se son rose… saran rosse!
In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento, nonostante il mezzo flop delle “parlamentarie” (solo 30 mila votanti, a fronte dei 3 milioni delle primarie!).
Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.
Tanti gli interrogativi irrisolti:
quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?
Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?
A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

UN’ALTRA SINISTRA è POSSIBILE?

“Si può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso”
(Enzo Biagi)
Senza alcuna presunzione di definire cosa sia -o debba essere- la Sinistra (forse nessuno è ancora riuscito meglio in quest’intento di Giorgio Gaber!), è francamente difficile immaginare alcuna Sinistra degna di questo nome che non si proclami:
“laica” (capace di dire senza tentennamenti: “si” ai matrimoni gay, al riconoscimento delle coppie di fatto, al divorzio breve, alla libertà di ricerca scientifica sugli embrioni, alla pillola del giorno dopo, dei cinque giorni dopo ed alla ru486; “no” all’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche ed ai privilegi fiscali concessi alla Chiesa);
 “libertaria” (riconoscente nella libertà un valore irrinunciabile, che può trovare limite non nella morale comune ma solo nella pari libertà altrui. Per esser chiari: “si” alla libertà di autodeterminazione della persona e di scelta sul fine vita, alla legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere; “no” ad ogni tentativo legislativo di mettere un bavaglio alla libertà d’espressione);
 “legalitaria” (individuante nella “questione morale” e nella lotta alla corruzione ed alla criminalità una precondizione essenziale per ridare credibilità alla politica e consentire un sano sviluppo economico al Paese);
 “progressista” (indicante come prioritaria la lotta agli squilibri, alle disuguaglianze ed alle sperequazioni sociali: “si” ad un fisco più equo, progressivo e solidale, a vere liberalizzazioni ed all’abolizione della gran parte degli ordini professionali; “no” ad un precariato senza garanzie per i lavoratori);
 “pacifista” (orgogliosa di una Costituzione dichiarante “l’Italia ripudia la guerra”, il che vuol anche dire: ammettere che Gerorge W. Bush ha operato, di fatto, come un criminale di guerra in Afghanistan ed Iraq, denunciare l’ipocrisia delle “missioni di pace”, chiedere un drastico taglio alle spese militari, riconoscere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e tibetano).

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

“Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita…”
(Mario Monti)
In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!
Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!
Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).
Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

 

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?
Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

UN ALTRO GOVERNO? è AUSPICABILE!

Mario Monti? “Un kamikaze che ama l’Italia”
(Vladimir Putin)
Chiusosi il 2012, “annus horribilis” per milioni di italiani, come ricordare la parentesi del governo tecnico?
Il più grande merito di Mario Monti è stato per quella metà di italiani cronicamente antiberlusconiana aver accelerato l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, per l’altra metà aver ridato credibilità al Paese.
A chi lo “santifica” come salvatore della Patria, però, andrebbe ricordato che, sulla lotta allo spread ed alla speculazione finanziaria, un ruolo ancor più decisivo è stato svolto da un altro Mario, il presidente della Bce. Se così non fosse, come spiegare la risalita dello spread (oltre quota 500) la scorsa estate, nonostante la rassicurante presenza di Monti al governo? E come giustificare la relativa calma con la quale gli stessi mercati, nonostante gli allarmismi nostrani, hanno accolto la sfiducia al suo governo e le dimissioni anticipate del premier?
Il più grande difetto del Professore, di contro, è stato quello d’aver tenuto in considerazione più il giudizio degli stranieri che quello dei suoi stessi concittadini.
Il 22 novembre 2011 Monti si è presentato in Parlamento per la prima volta ponendosi tre obiettivi ambiziosi: rigore, sviluppo, equità. Ad un anno di distanza, ogni aspettativa è andata miseramente delusa:
di sviluppo non se ne intravede l’ombra (il Pil segnerà un -2,4% quest’anno);
l’equità è rimasta lettera morta (nel 2012 si è raggiunto il record della maggiore pressione fiscale al mondo, pari al 55% del Pil, mentre l’Imu è risultata una patrimoniale “regressiva”);
persino il rigore montiano non ha prodotto gli effetti sperati (l’Italia ha raggiungo il maggior debito pubblico della sua storia: superati i 2 mila miliardi!).
A cosa sono valsi, allora, i sacrifici richiesti agli italiani? Dove sono finiti i “726 euro” di aggravio fiscale medio pro-capite prescrittici dalla cura Monti? Di fronte ad un tasso di disoccupazione che viaggia verso quota 12%, a 3 milioni di disoccupati, a 2 milioni di giovani “neet”, a 4 milioni di lavoratori precari, può essere lo “spread” o il pareggio di bilancio la prima preoccupazione di un governo?
La colpa del “disastro italiano”, ovviamente, non è addebitabile al premier Monti: anche volendo, in un solo anno di governo non si sarebbe potuto far tanto!
Sulle spalle del Bocconiano di ferro, però, grava una “doppia responsabilità”:
non essersi servito del proprio strapotere politico, specie nei primi mesi del suo esecutivo (quando i partiti erano “terrorizzati” ed impotenti di fronte alla dittatura dello spread), per imporre al Parlamento, anche ricorrendo alla minaccia di dimissioni, vere liberalizzazioni e corposi tagli ai costi della politica;
non aver impiegato la propria autorevolezza internazionale, specie nei mesi successivi, per chiedere in sede europea di ritrattare l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2013, sciaguratamente assunto dal precedente governo Berlusconi (se un simile sacrificio non è richiesto a nessun altro paese europeo, perché mai dovrebbe gravare sull’Italia?).

UN’ALTRA DEMOCRAZIA? è POSSIBILE!

“Meglio un’anarchia di intelligenti che una democrazia di stupidi”
(Alexandre Cuissardes)
Ogni democrazia ha un prezzo, tanto fisiologico quanto insopprimibile. Il problema italiano è che questo ha raggiunto livelli “patologici”: la politica è divenuta il principale terreno fertile per sprechi e privilegi sempre più insopportabili. L’unico “spread” del quale ci si disinteressa è quello tra il costo della politica italiana e quella dei restanti paesi occidentali, oltrepassante ogni livello di guardia!
La vera antipolitica non è né quella dei “vaffa” di Grillo né il crescente astensionismo, bensì quella “cattiva politica”, obesa ed ingorda, trasformatasi in un’oligarchia insaziabile: in un esercito di politici mestieranti, benpensanti e brizzolati che, offrendo un pessimo servizio al Paese, fa perdere di credibilità l’intera classe politica! Fino ad oggi gli italiani hanno perdonato di tutto e di più: adesso che i nodi sono venuti al pettine, il rischio è che, per contrappasso, non si perdoni più niente!
Come venir fuori da questo vicolo cieco? Con un “sussulto di dignità”: la classe politica deve farsi carico di un taglio netto dei propri costi e della spesa pubblica improduttiva e parassitaria. Nel frattempo sono già trascorsi cinque anni dalla pubblicazione del libro-inchiesta “La Casta”: siamo ancora in trepidante attesa del primo “sussulto”…

UN’ALTRA “MANI PULITE”? COM’è POSSIBILE?!

La somma dei due partiti, Pdl e Pd-menoelle, costruiti sui cateti è uguale all’area delle tangenti costruite sull’ipotenusa
(Beppe Grillo)
L’“anormalità” è il tratto più distintivo del nostro Paese.
Nel ‘93 eravamo convinti di aver toccato il fondo del malcostume politico, dopo che per anni l’Italia è stata “Cosa loro”: gestita da partiti come la Dc e il Psi, macchine di potere e clientela, e da uomini come Andreotti e Craxi, l’uno associato alla mafia almeno fino al 1980, l’altro latitante.
Oggi possiamo dire di esserci sbagliati: un ex presidente di Regione sta scontando una pena definitiva per favoreggiamento alla mafia, il suo successore si ritrova indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, non si contano più i procedimenti a carico dell’ex premier Silvio Berlusconi e giunte e consiglieri regionali di mezza Italia sono sotto l’occhio della Guardia di Finanza per la gestione illecita dei finanziamenti pubblici. I casi Lusi, Belsito e Fiorito dimostrano ulteriormente come l’immoralità e la mancanza di etica siano ancor più radicati e diffusi che in passato. Con un’aggravante: ieri i si rubava “per” il proprio partito, oggi direttamente “al” proprio partito!
Nel ‘95 l’Italia era 33sima nella classifica di Transparency International per grado di corruzione percepita: ad oggi siamo scesi al 72simo posto! Per questo la “questione morale”, denunciata da Enrico Berlinguer nel lontano 1981, resta un’“emergenza nazionale”: il centro del problema politico italiano.
Alcuni hanno spacciato la recente legge anticorruzione ed il decreto sull’incandidabilità dei condannati come la “panacea” di tutti i mali. In realtà, è come se si volesse curare un paziente dal cancro somministrandogli un’aspirina! Basti un dato: la “spada di Damocle” dell’incandidabilità penderà solo su due parlamentari in carica tra ben 98 imputati o indagati. Ma il vero problema rimane un altro: in un paese normale occorre una legge affinché la politica “faccia pulizia” al proprio interno, anzitutto non candidando personaggi dai trascorsi discussi o dalla dubbia moralità?

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

“La Costituzione è molto più avanzata dell’Italia e di noi italiani: è uno smoking indossato da un maiale”
(Marco Travaglio)
Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?
Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!
Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?
Alle parlamentarie del Pd gli elettori di centrosinistra non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?
L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?
Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!
Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!
Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

L’ITALIA APPESA A UN FILO:

O SI CAMBIA, O SI MUORE!

“La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo, l’altro l’opportunità”
(John Fitzgerald Kennedy)
Cosa augurarsi per il nuovo anno?
Riflettendo sulla “strutturalità” dei problemi italiani, sarebbe facile pronosticare un inarrestabile declino del nostro Paese. Considerato, invece, che non possiamo permetterci un futuro più fosco del presente, abbiamo l’obbligo di tenera accesa una speranza. Ma è inutile illudersi: l’ottimismo del “tirare a campare”, la favola dell’“arte d’arrangiarsi” tipicamente italica, sono alcuni dei vizi che ci hanno portato esattamente dove stiamo!
Serve uno “scatto d’orgoglio”, quell’“ottimismo della volontà” -citando Gramsci- che dovrebbe spingerci, piuttosto che a piangerci addosso, a lavorare per cambiare realmente le cose, per rendere il nostro un Paese più serio e competitivo, più credibile e produttivo.
Da dove cominciare? Come ripartire?
In primis, occorre “liberare risorse pubbliche” da destinare in spese d’investimento.
Come farlo senza mandare “a scatafascio” i conti pubblici? Ecco qualche pillola di “spending review”:
– abolire province e prefetture;
– cancellare ogni forma di finanziamento pubblico alla politica;
– ridurre il peso delle società pubbliche e sopprimere gli enti inutili;
– tagliare le spese militari (ha senso l’acquisto degli F-35 o mantenere costosissime missioni di pace all’estero?);
– razionalizzare le forze di pubblica sicurezza (ha senso mantenere cinque distinti corpi di polizia?);
– cancellare ogni forma di finanziamento in favore delle scuole ed università private (fatto salve le scuole materne, mancando un’adeguata offerta pubblica);
– cancellare i privilegi fiscali generosamente concessi alla Chiesa (rivedere l’ingannevole meccanismo d’assegnazione dell’8X1000 ed imporre l’Imu a tutti gli edifici ecclesiastici non destinati “esclusivamente” al culto).
In secundis, necessita una “scossa all’economia”, fin oggi tanto ingessata quanto sfiduciata. Da dove iniziare?
– Liberalizzando, ovvero smantellando la lunga serie di privilegi appannaggio esclusivo delle corporazioni;
– sburocratizzando, specie le procedure per l’avvio di un’impresa o di un’attività commerciale;
– riducendo e rimodulando la pressione fiscale, oggi eccessiva ed eccessivamente gravante su una platea di contribuenti (lavoratori dipendenti, pensionati e famiglie numerose).
In tertiis, serve “riscrivere l’agenda politica” (altro che agenda Monti!), ristabilendo una nuova gerarchia delle priorità:
– più scuola, università e ricerca;
– più turismo, agricoltura biologica e green economy.
L’obiettivo? Valorizzare quell’inimitabile patrimonio umano-culturale-storico-artistico-paesaggistico che fa del “made in Italy” un marchio inimitabile e rende il nostro Paese un fazzoletto di terra conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.
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 “Se un popolo ha il governo che si merita, quando meriteremo di non averne alcuno?”
(Paul-Jean Toulet)
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