Archivio | gennaio 19, 2013

I Mercati, nostri veri padroni, hanno nomi e cognomi. Eccoli

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I Mercati, nostri veri padroni, hanno nomi e cognomi. Eccoli

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DI ALESSIO MANNINO
Asso di Picche

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Ce lo chiedono i mercati. Bisogna rassicurare i mercati. Come reagiranno i mercati. Prima era la crescita economica, da qualche anno a questa parte l’impostura si è tolta la maschera: è la finanza internazionale a dettare i compiti alla politica. Chi diavolo siano i mercati, però, è una questione lasciata regolarmente sul vago.

Tanto per cominciare, bisogna aver chiara la sproporzione apocalittica fra l’ammontare di ricchezza reale, prodotta con l’agricoltura, l’industria, i servizi, cioè mediante il lavoro, e il quantitativo generato dalle transazioni finanziarie. Prendendo come misura di riferimento il valore (fallace ma comunemente accettato) del Prodotto Interno Lordo, quello del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, mentre il Pil della finanza è stato di 611 mila miliardi: otto volte superiore.

Un’abnorme massa di denaro che gira vorticosamente da un angolo all’altro del pianeta, virtuale perché creata a prescindere dall’economia produttiva. Manovrata da potenze finanziarie di gran lunga più forti di qualunque Stato che hanno un nome e cognome.

Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, sono cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie), cioè J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa, e cinque istituti di credito, ovvero Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas. Nel 2011 queste dieci banche hanno conquistato il 90% del totale dei titoli derivati, che ancor oggi costituiscono la fetta più grossa dell’intero mercato della finanza globale. Per venire all’Italia, il debito pubblico è posseduto all’87% da banche più assicurazioni, formando insieme il gruppo dei cosiddetti investitori istituzionali, più noti come speculatori. Per l’esattezza, ad essere in mano estera è il 60% dei titoli italiani. Scrive l’economista Fumagalli: «i mercati finanziari non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali… essi si confermano come fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e,  alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva».

Lassù, nell’empireo della razza eletta, un club di professionisti della speculazione gestisce il mondo con l’unico fine di moltiplicare i propri profitti, e qua giù il risparmio, i soldi delle famiglie, li segue come un gregge di buoi.

In quali modi specifici, nessuno saprebbe dirlo. «Chi sta dietro la maggioranza degli hedge fund e dei private equity? Che bilanci hanno? Zero notizie. E i fondi sovrani? Muovono migliaia di miliardi, ma solo quello norvegese dice come. I derivati, un multiplo del Pil mondiale, restano un mistero gaudioso, officiato da banche ombra controllate dall’oligopolio bancario americano più Deutsche Bank» (Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, “Il sistema Tyson e le democrazie”, 11 settembre 2011). Federico Rampini, in un articolo rimasto famoso (“Wall Street, le cene del ‘club dei derivati’. Così i banchieri decidono la speculazione”, La Repubblica, 13 dicembre 2010), ne parla come di «una vera e propria “cupola” di grandi banchieri»: questa volta sono nove rappresentanti di altrettante banche, l’élite della prima Borsa del mondo, che controllano in modo esclusivo il commercio dei titoli “tossici”, i derivati, in gergo CDS (Credit Default Swaps). Sono in buona parte gli stessi che abbiamo già elencato: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse. Secondo il New York Times, ogni terzo mercoledì del mese questi signori si incontrano a Manhattan per concordare le mosse e dirigere dall’alto, e in segreto, il mercato dei junk bonds, la spazzatura finanziaria. La fonte è, anche qui, ufficiale: un’inchiesta della Commodity Futures Trading Commission, organo di vigilanza federale degli Stati Uniti.

Uno studio dell’Istituto Svizzero di Tecnologia pubblicato sulla rivista scientifica New Scientist ha scoperto che mettendo ai raggi X il groviglio di partecipazioni incrociate nella proprietà di tutte le 43.060 multinazionali presenti al mondo (su un database di 37 milioni di società, l’Orbis, risalente al 2007), è possibile enucleare un gruppo privilegiato di 1.318 investitori che detiene il 60% dell’economia reale mondiale, mobiliare e manifatturiera. Districandosi nei meandri degli assetti proprietari, i ricercatori hanno individuato un gruppo ancora più ristretto di nomi ancora più legati fra loro. In breve, il risultato finale vede 147 soggetti controllare il 40% della ricchezza industriale del pianeta. Meno dell’1% è a capo dell’intero intreccio. È composto per la maggior parte, guarda caso, da banche e fondi d’investimento. Gli stessi di sempre: Barclays, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas. I nodi che tengono avvinte questa super-entità in una specie di consiglio supremo della finanza non deve far pensare a un vertice che decide e procede all’unisono. Gli autori della ricerca ipotizzano con ogni verosimiglianza che un tale numero, 147, è ancora troppo elevato per concludere che sia operante una collusione scientifica. Non è dimostrabile, insomma, che agiscano di concerto, ingegnando complotti in sistematica concordia. E’ certamente più probabile che si considerino portatori di interessi comuni e facciano cartello quando risulti utile per aumentare i profitti o ci si debba difendere da tentativi di attaccarne la posizione di dominio (eventuali colpi di coda della politica o di qualche popolazione recalcitrante a farsi colonizzare), ma per il resto è realistico immaginare che si sfidino sul mercato. «La realtà è talmente complessa che dobbiamo rifuggire i dogmi, sia che si tratti di teorie cospirazioniste o di libero mercato», ha affermato uno degli scienziati, James Glattfelder. «La nostra analisi è basata sulla realtà».

L’anonima sequestri finanziaria, come si vede, non è per niente anonima.

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.it
Link: http://alessiomannino.blogspot.it/2013/01/i-mercati-nostri-veri-padroni-hanno.html
17.01.2013

Pubblicato su http://www.ilribelle.com 28.12.2012

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fonte comedonchisciotte.org

Da aprile bollette del gas in calo del 6-7%, grazie a maggiore concorrenza e «mercato di bilanciamento»

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Da aprile bollette del gas in calo del 6-7%, grazie a maggiore concorrenza e «mercato di bilanciamento»

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Già da aprile le bollette del gas inizieranno a diminuire. Lo comunica l’Autorità per l’energia che spiega come si appresti a introdurre i nuovi meccanismi di aggiornamento tariffario. Secondo la stessa Autorità il calo complessivo è stimato in un 6/7%, con un risparmio di circa 90 euro su base annua. Il nuovo meccanismo – specifica l’autorità – consentirà di ridurre in modo incisivo i costi energetici per quanto riguarda il gas.

Ed è effetto della maggiore concorrenza sui mercati all’ingrosso e dall’avvicinamento dei prezzi italiani a quelli Ue, reso possibile anche grazie all’istituzione da parte dell’Autorità del mercato di bilanciamento, che permette di fornire un prezzo ‘spot’ non più legato a contratti di lungo periodo. Per quanto riguarda invece l’energia elettrica, ricorda l’Autorità, le bollette sono già diminuite dell’1,4% con una minore spesa di 7 euro a famiglia mentre la forbice di prezzi dell’elettricità con gli altri paesi europei si sta attenuando. “Occorre quindi proseguire con le riforme avviate, in costante raccordo con le associazioni dei consumatori, nel comune intento di tutelare i clienti finali”, conclude l’organismo di controllo.

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fonte ilsole24ore.com

Lazio, giunta Polverini dimissionaria. Ma affida incarichi a peso d’oro


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Lazio, giunta Polverini dimissionaria. Ma affida incarichi a peso d’oro

Mandati dirigenziali, legali e di consulenza per centinaia di migliaia di euro che termineranno a giugno o a novembre prossimi. Così ora la Direr, il sindacato dei dirigenti regionali, sta preparando un esposto alla Corte dei Conti. La replica: “Determinazioni legittime e funzionali”

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Mentre nel Lazio si continuano a tagliare posti letto negli ospedali, in Regione, con la Giunta dimissionaria da mesi, si continuano ad affidare incarichi dirigenziali, legali e di consulenza da centinaia di migliaia di euro. La Direr, sindacato dei dirigenti regionali, sta preparando un esposto da presentare alla Corte dei Conti per un presunto danno erariale.

“Le determinazioni con le quali è stata data copertura finanziaria alle nomine – spiega Roberta Bernardeschi, segretaria regionale della Direr – sono state fatte nelle ultime settimane del 2012, alcune addirittura a ridosso di Capodanno. Con Consiglio e Giunta dimissionari è possibile solo l’amministrazione ordinaria e non è ammissibile nessuna forma di reclutamento. Dal primo gennaio poi siamo in esercizio provvisorio, manca quindi il bilancio di previsione 2013 e non è possibile impegnare centinaia di migliaia di euro per incarichi che termineranno a giugno o novembre prossimo, ben oltre il termine di fine legislatura. Per questo abbiamo pensato di rivolgerci alla magistratura contabile. Inoltre gli incarichi in questione sono stati affidati senza bando, senza alcuna oggettiva motivazione per procedure eccezionali come queste e non sono neanche stati pubblicati sul bollettino ufficiale della Regione, alla faccia della trasparenza”.

Oltre agli incarichi dirigenziali, con la Regione Lazio che doppia la Lombardia, 319 dirigenti contro 140, ci sono anche due contratti semestrali da 25mila euro l’uno che la Regione ha firmato con due avvocati, Alexandra Bompani e Rodolfo Mazzei, che termineranno a giugno: due consulenze per il “supporto dell’area centrale acquisti e crediti sanitari”. Mazzei, oltre a far parte del Collegio degli esperti percependo circa 85mila euro annui fino al 2015, ha anche ottenuto dall’avvocatura regionale, circa due mesi fa, 25 incarichi di “rappresentanza e difesa” per contenziosi con l’amministrazione. “Mi sembra evidente il conflitto d’interesse – rimarca la segretaria del Direr – visto che da una parte Mazzei, in qualità di consulente, supporta l’amministrazione suggerendo soluzioni e strategie gestionali, dall’altra è il legale difensore della Regione nel caso vengano avviate azioni legali per l’operato della stessa”.

Tra le varie delibere salta agli occhi la determinazione del 28 dicembre, firmata dal direttore del Dipartimento Istituzionale e Territorio Luca Fegatelli, con due assunzioni “in comando”, di dipendenti quindi provenienti da altre amministrazioni e quattro proroghe del comando per “esigenze di Giunta”. La prima assunzione decorre dal 12 novembre al 31 dicembre, il fortunato risponde al nome di Salvatore Mannino: costo complessivo 19.600 euro, circa 400 euro al giorno, Natale e Santo Stefano compresi. Segue Ernesto Dello Vicario, assunzione che decorre dal 1 dicembre al 31 dicembre, per una spesa di 12mila euro. Anche le proroghe non sono da meno. Si parte da Gianluca Viggiano, proroga del comando dal 25 novembre al 31 dicembre, al costo di 14mila euro fino ad arrivare a Marco Marini, proroga dal 13 al 31 dicembre: per due settimane costerà alle casse regionali 4.900 euro. “L’impegno di spesa complessivo – dichiara Riccardo Agostini, membro della direzione romana del Pd – solo per questi incarichi lampo, è di 66.700 euro. E’ evidente che la Polverini e il suo cerchio magico ormai stanno utilizzando la Regione come una sorta di bancomat per alimentare senza ritegno clientele e favori ai soliti amici”.

“Le determinazioni in questione ribatte Raffaele Marra, direttore del settore Organizzazione, personale, demanio e patrimonio della Regione, nonostante la bocciatura della sua nomina da parte del Tar – sono del tutto legittime e funzionali alle esigenze dei vari dipartimenti. Le assunzioni in comando e le proroghe in questione riguardano incarichi annuali, scaduti o da rinnovare. Gli impegni di spesa figurano fino al 31 dicembre, ma riguardano incarichi che proseguiranno anche nel 2013″.

I chiarimenti del direttore regionale sono supportati da singole determinazioni, con indicato il nominativo del comandato, la tipologia dell’incarico e la sua durata complessiva. Si scopre così che, ad esempio, Mannino, oltre ad aver percepito circa 20mila euro per le ultime settimane del 2012 come dirigente dell’area “Programmazione della rete ospedaliera e ricerca”, ne dovrebbe incassare altri 125mila fino all’11 novembre 2013. Stesso discorso per gli altri “comandati”, con incarichi che spaziano dall’area “Ciclo integrato rifiuti” a quello inerente le “Attività della presidenza” della sede di Latina. “Dal primo gennaio – spiega l’avvocato Domenico Farina, coordinatore Usb Pubblico Impiego della Regione – siamo in esercizio provvisorio e tali incarichi potranno essere remunerati di mese in mese e non oltre il 31 marzo ma tutti i contratti in questione superano ampiamente tale data, senza una copertura finanziaria prestabilita. Si sta lasciando una pesante eredità economica alla nuova amministrazione che sarà costretta a pagare tali incarichi fino alla scadenza naturale del contratto oppure a dover pagare un indennizzo oneroso agli incaricati, nel caso decidesse di mettere fine anticipatamente alla loro collaborazione”. Collaborazioni che, al di là della improbabile legittimità o della mancata copertura finanziaria, costeranno ai cittadini oltre mezzo milione di euro.

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fonte ilfattoquotidiano.it

TUTTO DIRE… – Usa, arrivano i bancomat da 1 dollaro


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Usa, arrivano i bancomat da 1 dollaro

Creati gli sportelli che erogano anche banconote di taglio minimo, permettendo prelievi anche a chi ha poco sul conto

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di Eva Perasso

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MILANO – Pochi euro sul conto corrente e la necessità di prelevare, anche poco, per affrontare una spesa: per molti è una missione impossibile, perché gli sportelli per il prelievo automatico offrono la possibilità di ritirare un minimo di 20 euro, e solo alcuni hanno tagli inferiori (mai comunque sotto ai 10). Ma negli Stati Uniti ci sono due istituti di credito che da qualche mese propongono questo servizio: il prelievo di 1 dollaro, 2, 3, 4, e così via, ma anche di 47, 53, 101 dollari dal proprio conto. Dimenticando la cifra tonda, immettendo nelle loro macchine tagli da 1 e 5 dollari, permettono ora anche ai meno abbienti di ritirare uno o due dollari per un pasto o un micropagamento.

PICCOLI TAGLI E MONETE – L’idea è partita da due istituti bancari, la Chase del gruppo Jp Morgan e l’istituto di private banking Pvc. Entrambe, separatamente, come racconta la CNN stanno studiando strategie per aiutare, in tempo di crisi, i loro clienti, ma anche, dalla parte dell’istituto, per far sì che continuino a spendere denaro. Chase è partita con circa 400 sportelli negli ultimi 18 mesi, e annuncia che entro la fine dell’anno raddoppierà i bancomat disponibili sul territorio statunitense che offriranno qualsiasi taglio tra gli 1 e i 100 dollari che il cliente richiederà. Anzi a breve verranno anche introdotti gli spiccioli, non è chiaro in quanti sportelli, e presumibilmente chi preleva sarà in grado anche di ritirare pochi centesimi. In ordine inverso, i nuovi bancomat permetteranno anche di versare piccole quantità di denaro sulle carte prepagate della stessa banca. Pvc invece ha iniziato lo scorso anno con poco meno di 4mila sportelli, fornendo tagli piccoli di 1 e 5 dollari, e promette che entro la fine dell’estate 2013 convertirà tutte le sue macchine, oltre 7mila, somministrando i piccoli tagli. Tra le altre banche americane, Bank of America per il momento distribuisce banconote da 10 dollari, mentre Td Bank lo fa già ma solo sui 5 dollari ed esclusivamente in alcuni sportelli aziendali.

COMMISSIONI – Ma quella che sulla carta sembra una opportunità per chi ha conti bancari sofferenti, si può trasformare in una scelta dai costi molto alti se si preleva in questi bancomat provenendo però da altri istituti bancari. Per chi non è cliente infatti restano valide le commissioni bancarie canoniche per il prelievo da altra banca, che variano da circa 1 a 3 dollari a seconda dell’istituto. Dunque chi ha necessità di prelevare dal bancomat 1 solo dollaro potrebbe arrivare a spenderne anche 4: proprio su questa leva si gioca infatti la partita (e l’opportunità di business) degli istituti bancari che propongono il servizio.

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fonte corriere.it

L’Aquila, la rabbia per le risate del prefetto “Venga a chiedere perdono in ginocchio”

L'Aquila, la rabbia per le risate del prefetto. "Venga a chiedere perdono in ginocchio"
Giovanna Iurato davanti alle macerie della Casa dello studente all’Aquila

L’Aquila, la rabbia per le risate del prefetto.
“Venga a chiedere perdono in ginocchio”

Amarezza e sconcerto per la nuova intercettazione in cui Giovanna Iurato scherza sulle lacrime versate davanti alla Casa dello studente. Il sindaco: “Emerge tutta la solitudine della comunità”. Pezzopane: “Ci hanno trattato come un macabro teatrino”. Il comitato vittime: “Uomini di Stato? Hanno fame di potere”. Il ministro Barca: “Ricostruzione inizierà il 21 marzo”

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ROMA“È una cosa molto triste, ma non esprimo giudizi, perché le cose vorrei conoscerle nella loro interezza e nel contesto in cui si sono sviluppate”. Il ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, risponde così ai cronisti che le chiedono un commento sulla intercettazione del prefetto Giovanna Iurato nella quale la funzionaria dello stato scherza con l’ex capo dello Sco, Franco Gratteri, sulle lacrime versate nella sua prima visita all’Aquila dopo il terremoto.

La telefonata, a pochi giorni dall’insediamento nella carica di prefetto nel capoluogo abruzzese sconvolto dal sisma del 2009, è stata duramente commentata dai pm di Napoli, i quali hanno scritto che Giovanna Iurato “scoppiava a ridere ricordando come si era falsamente commossa davanti alle macerie e ai bimbi rimasti orfani”.

Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila, si dice sorpreso e attonito, non solo in quanto primo cittadino, ma come uomo: “Ci sto malissimo. La verità è una: mi sto accorgendo, a mano a mano che escono retroscena della vicenda aquilana, che abbiamo avuto tanta gente a lavorare con noi, ma nessuno è entrato fino in fondo in questo dramma – dice Cialente – . Anche alla luce di altre intercettazioni, da Piscicelli a Bertolaso, ciò che emerge è la solitudine di questa comunità. La cosa di quell’intercettazione che più mi colpisce è l’interlocutore della Iurato (il prefetto Francesco Gratteri, ndr) che questo racconto lo vive come fosse una cosa esterna”.

Il sindaco dell’Aquila ricorda bene la commozione di Giovanna Iurato (VIDEO), la stessa che dalle intercettazioni pare rivelarsi una recita, perché conobbe il prefetto proprio quel giorno del maggio 2010, quando Iurato appena nominata posò una corona di fiori davanti alla Casa dello Studente, in memoria degli otto ragazzi morti nel crollo dell’edificio. “La Iurato mi colpì – dice Cialente – e l’ho sempre vista molto partecipe. La cosa che mi sorprende ora, ripeto, sono le sottolineature dell’interlocutore: questo fa capire come il dramma aquilano, che stiamo ancora vivendo al cento per cento, da molti non sia stato compreso”.

Pezzopane: “Un macabro teatrino”.
Più dura la reazione dell’assessore comunale Stefania Pezzopane, all’epoca del terremoto presidente della Provincia dell’Aquila: “La lettura delle intercettazioni dell’ex prefetto Iurato mi ha colpito al punto da provocarmi un forte e doloroso senso di nausea – afferma Pezzopane – . Ancora una volta si dimostra che L’Aquila e il terremoto sono stati trattati da troppi come macabro teatrino dove fingere dolore e improvvisare lacrime, strumentalizzando bambini e vittime. Noi, che invece abbiamo pianto davvero, proviamo ribrezzo, oltre che rabbia, per quanto ci tocca ancora sopportare”.

“Non bastavano gli imprenditori Piscicelli e co. a ridere di noi – prosegue Pezzopane -. Non bastavano Letta e Berlusconi preoccupati, alla vigilia dei funerali di Stato, che Bertolaso li sistemasse in posizione utile da far vedere al mondo la loro sentita commozione. Ci mancava una donna, prefetto, inviata dal governo Berlusconi, a far lacrime finte e a riderci sopra. Un orrore. Un prefetto appena insediato – aggiunge Stefania Pezzopane – che deride gli aquilani e si gratifica che i giornalisti presenti abbiano titolato le sue lacrime, lusingata di aver ingannato i giornalisti e la città intera. E l’interlocutore, altro uomo dello Stato che si diverte insieme a lei sulla nostra tragedia. Un’indecenza. Persone così non possono svolgere compiti pubblici. Si inginocchi lì dove ha versato lacrime finte e chieda perdono, se ne ha il coraggio, a quei bambini vittime del terremoto a cui ha dedicato il suo sarcasmo”.

Il comitato vittime: “Pena e disprezzo”. Sbigottimento, ma anche “pena e disprezzo” per la “mancanza di pietà” sono i sentimenti dei familiari delle vittime della Casa dello Studente dell’Aquila. “Se questi sono gli uomini dello Stato bisogna trovarne altri. Questi soggetti rappresentano solo fame di potere. Non sono rappresentanti delle istituzioni”, dice Antonietta Centofanti, rappresentante deill’associazione. Le nuove risate sul sisma dell’Aquila, dopo quelle dell’imprenditore Francesco Maria Piscicelli, “sono l’esempio dell’ennesima situazione mediatica che ha scandito questo nostro tempo durissimo. “La più crudele e pazzesca è questa del prefetto Iurato; la più tragica quella messa in atto dalla Commissione Grandi Rischi su ordine di Guido Bertolaso”.

Barca: “Il 21 marzo inizia ricostruzione”. “Si parte a primavera, il 21 marzo”. Il ministro della Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, in un’intervista concessa a Riccardo Iacona, in onda domani sera a ‘Presadiretta‘ su Rai3, sembra non avere dubbi sul via alla ricostruzione dell’Aquila. “Tra quaranta giorni – spiega il ministro – annunceremo con il sindaco Cialente una ‘road map’ in cui indicheremo con precisione edificio per edificio i tempi del bando di gara, dell’inizio dei cantieri e della consegna dei lavori”. “Si partirà con gli edifici pubblici – spiega il ministro -. Cominceremo a giugno con il teatro San Filippo e subito dopo con il Palazzo Del Governo, che sarà sede della Provincia”. Per Barca, “i soldi ci sono, anzi i soldi non sono mai stati un problema”, perchè “oltre a quelli che erano stati già messi prima che intervenissimo noi, c’è un miliardo e 200 milioni di euro che abbiamo stanziato a dicembre”. “Prima che io me ne vada – afferma il ministro – ci sarà la ‘road map’ con tanto di targhe appese sugli edifici, perché la gente dell’Aquila sappia quale parte della città ricomincia a vivere. La stessa cosa succederà per gli edifici privati”. Alla domanda sul perché la ricostruzione del centro storico non sia ancora cominciata, il ministro Barca risponde che “l’errore principale è stata la gestione non democratica della ricostruzione. Adesso invece ne abbiamo riconsegnato ai sindaci il potere e la proprietà”. Nella stessa intervista il ministro rivendica che la ricostruzione leggera è molto avanti. “In questo momento – dice – sono rientrate all’Aquila 39 mila delle 67 mila persone che erano fuori casa. Siccome spesso si fa l’esempio positivo delle Marche, voglio dire che le persone rientrate all’Aquila sono il 59%, una percentuale più alta di quelli che alla stessa data erano rientrate nelle loro case nelle Marche”.

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

SINISTRE – Ingroia, l’ultimo chiuda la porta

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Ingroia, l’ultimo chiuda la porta

Dopo l’addio del gruppo fondativo ‘Cambiare si può’, anche le Agende Rosse di Borsellino e il Popolo Viola mollano Rivoluzione Civile. E le liste piene di riciclati in posti sicuri (Diliberto in testa) agitano la base

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di Cristina Cucciniello

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«Vogliamo selezionare i candidati alle prossime elezioni con il criterio della competenza, del merito e del cambiamento», così recita il “Manifesto Io ci sto”, realizzato da Rivoluzione Civile, neonato soggetto politico presieduto dal magistrato Antonio Ingroia e sorto non solo dal confluire di una serie di precedenti formazioni, dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro al Movimento Arancione di Luigi de Magistris, ma anche dall’attivismo della società civile e di movimenti.

Tuttavia del fermento della società civile nella composizione delle liste della creatura di Ingroia cosa è rimasto? Ben poco, a giudicare da quelli che poi sono emersi come connotati forti della nuova lista: le logiche di partito e l’auto-conservazione dei soliti notabili, con buona pace del cambiamento e della società civile.

I primi a prendere le distanze da Ingroia sono stati gli esponenti di ‘Cambiare si può’, il principale movimento che aveva dato vita all’ipotesi di un ‘quarto polo’ a sinistra. I cui portavoce Marco Revelli, Livio Pepino e Chiara Sasso, insieme al sociologo Luciano Gallino e allo storico Paul Ginsborg, già a fine dicembre se ne sono andati sbattendo la porta per l’esito di un progetto che avrebbe dovuto caratterizzarsi per l’ampia partecipazione civile e che invece mostrava primi segni di spartizione e lottizzazione tra i quattro partiti che avevano preso in mano il pallino. Cioè l’Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, il Pdci di Diliberto e i Verdi.

Poco dopo a mollare è stato invece Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e animatore del movimento Agende Rosse, che doveva essere una delle spine dorsali di Rivoluzione Civile: «Probabilmente qualcuno era interessato solo alla mia candidatura; venuta a mancare, non ha ritenuto di voler dare fiducia a giovani noti per il loro impegno civile», ha spiegato Borsellino, confermando l’intenzione di non appoggiare più l’iniziativa di Ingroia.

Borsellino è stato rapidamente seguito da Massimo Malerba, uno dei fondatori de il Popolo Viola, che si è dissociato ufficialmente da Rivoluzione Civile. «Non è rimasto più nulla di ‘civile’ nel soggetto politico di Ingroia. E’ una discarica di poltronari, trombati, riciclati. I nomi dei capilista sono tutti riferibili ad esponenti di partito, amici dello stesso Ingroia e di Luigi de Magistris. Si è trattato di una operazione vergognosa: i movimenti civili sono stati utilizzati per dare sostegno e visibilità a questa operazione, per poi essere tenuti fuori dalle liste».

Continua Malerba: «Tutte le le indicazioni della base in merito alle candidature sono state disattese. I nomi dei candidati sono stati scelti da un gruppo ristretto di persone, all’interno di una stanza fumosa romana. La trovo una tattica mastelliana, altro che ‘rivoluzione’!».

Sulla stessa linea Loris Viari – una vita spesa nell’attivismo ligure, fin dal G8 di Genova – che ha toni amareggiati nel guardare ai nomi proposti da Rivoluzione Civile per la sua Liguria: «Si parla di Roberto Soffritti, ferrarese, ex sindaco del capoluogo emiliano, 71 anni, tesoriere nazionale della Federazione della Sinistra (Rifondazione e comunisti italiani) Non ho nulla contro la persona, ma ci avevano promesso di vagliare nomi di giovani impegnati socialmente, esperti di economia sostenibile e commercio equo e solidale. Quei nomi non sono stati presi in considerazione, hanno prevalso le logiche di partito e le indicazioni di voto alle truppe cammellate». Con un unico risultato:  l’ennesima candidatura paracadutata, non legata al territorio, in un collegio considerato tradizionalmente sicuro per la sinistra.

A rendere ancora più tesa la situazione il fatto che ormai circola come notizia certa la candidatura in posizione blindata e in più collegi di tutti e quattro i segretari dei partiti ‘azionisti’ di Rivoluzione Civile: Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto e Angelo Bonelli dei Verdi.

Non solo: ma ciascun segretario si porterebbe dietro un piccolo gruppo di fedelissimi in collegi altrettanto sicuri, secondo una logica di pura spartizione (cinque all’Idv, tre a Rifondazione, tre ai Comunisti Italiani, due ai verdi).

Particolare sconcerto è stato causato dal ruolo molto rilevante, nella cabina di regia ‘romana’ di Rivoluzione civile, di Oliviero Diliberto, segretario del moribondo Pdci che solo un mese e mezzo fa era in marcia verso il Pd e addirittura aveva fatto campagna elettorale per Bersani alle primarie.

Il risultato è che per piazzare i segretari e i loro uomini è stata fatta fuori quasi tutta quella società civile che doveva costituire la caratteristica della lista. Con casi limite come la Versilia, piena di ‘paracadutati’ come la capolista per il Senato, Roberta Fantozzi, membro della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, e della Calabria, dove i fedelissimi Luigi De Magistris ed Antonio Di Pietro sono in posizione più che sicura per approdare in Parlamento: da Alberto Lucarelli, Assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli a Ignazio Messina, responsabile del Dipartimento Agricoltura dell’Italia dei Valori.

Così quelli che se ne vanno da Ingroia aumentano ogni giorno: come Gildo Claps – fratello di Elisa, la ragazza di Potenza assassinata nel 1993 e indicato in un primo tempo come candidato – motivato dalla «mancanza di discontinuità con il passato, nella composizione delle liste». O come il giornalista Oliviero Beha, indicato alla conferenza stampa di presentazione come futuro parlamentare dallo stesso Ingroia:  «Sì, avrei potuto essere candidato al secondo posto della lista del collegio lombardo, ma mi sono accorto che il progetto di Ingroia e mostra i sintomi di un morbo che pure intendeva curare. La cosa mi preoccupa ed ho preferito tenermi fuori, senza polemiche, né acrimonia».

Mentre fa addirittura infuriare gli utenti dei social network la candidatura di Luigi Li Gotti. Crotonese, capolista per il Senato nel collegio siciliano, Li Gotti vanta un’antica e trentennale militanza nel Movimento Sociale Italiano e in Alleanza Nazionale, e una più recente esperienza nell’Italia dei Valori.

Ma dalla Sicilia la delusione arriva fino a Milano, dove per far posto agli apparati è saltata la candidatura di Vittorio Agnoletto, leader dei movimenti da decenni e protagonista di Genova 2011. Commenta Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale del capoluogo lombardo ed esponente di lungo corso della sinistra lombarda: «Non ho partecipato alla composizione delle liste di Rivoluzione Civile, perché nessuno mi ha chiesto un parere. La mia città, Milano, ha una sua storia nella sinistra rivoluzionaria: oggi vedo quella storia cancellata dalle liste di Ingroia, con estrema amarezza. Il Porcellum era sgradito a tutti, ma viene utilizzato da tutti: vederlo utilizzare dalla propria parte politica, vedere liste composte da personaggi non legati al territorio, vedere le scelte della base non rispettate è sconfortante».

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fonte espresso.repubblica.it

Ancora sangue in Algeria “Trucidati gli ultimi ostaggi” / VIDEO: Algerian crisis: Seven foreigners killed in “final assault”

Algerian crisis: Seven foreigners killed in “final assault”

EuronewsEuronews

Pubblicato in data 19/gen/2013

http://www.euronews.com/ Algerian special forces have killed 11 rebels in what is described as a final assault to retake the In Amenas gas facility.

The state news agency APS says seven foreign hostages have been killed by militants.

That brings to between 19 and 37 the number of hostages killed during the four-day stand-off.

The gas complex was seized by al-Qaeda linked gunmen on Wednesday.

Although hundreds of hostages were released, several people are still unaccounted for.

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Ancora sangue in Algeria
“Trucidati gli ultimi ostaggi”

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15:32 19 GEN 2013

(AGI) – Algeri, 19 gen. – La crisi nell’impianto di Is Amenas avrebbe avuto un epilogo drammatico: secondo fonti riservate delle forze di sicurezza algerine, citate dall’edizione on-line del quotidiano ‘el-Watan’, vistisi perduti i miliziani islamisti che occupavano il complesso avrebbero giustiziato uno dopo l’altro gli ultimi sette ostaggi rimasti. A quel punto le unita’ speciali dell’Esercito di Algeri avrebbero tentato un estremo blitz, giungendo troppo tardi: le esecuzioni sommarie dei civili stranieri erano gia’ state completate. I guerriglieri superstiti, che sarebbero stati in tutto undici, si stavano preparando a un suicidio collettivo, ma sarebbero stati abbattuti dai soldati. Una conferenza stampa sugli ultimi sviluppi della vicenda e’ imminente.

La fallita incursione per salvare gli ultimi prigionieri sarebbe avvenuta a meta’ mattinata. Al momento mancano completamente conferme o smentite ufficiali, ma e’ un fatto che la notizia della morte di ostaggi e terroristi e’ stata rilanciata anche dall’agenzia di stampa statale ‘Aps’.

Poco prima altre fonti delle forze di sicurezza algerine sempre in forma anonima avevano fornito una versione molto diversa: a loro dire erano infatti appena stati liberati sedici ostaggi, un numero assai superiore a quello noto, appunto sette. Si sarebbe trattato, tra gli altri, di due cittadini statunitensi, di altrettanti tedeschi e di un portoghese; ignote le nazionalita’ dei loro compagni. Tali positive indiscrezioni sembrano peraltro smentite dai fatti.

MINATO IMPIANTO IN AMENAS, ESERCITO LO STA BONIFICANDO
Era stato interamente minato dai miliziani islamisti che se n’erano impadroniti all’alba di mercoledi’ l’impianto per l’estrazione del gas di In Amenas, nel deserto dell’Algeria sud-orientale.

Gli artificieri dell’Esercito stanno comunque attualmente provvedendo a bonificarlo: lo hanno reso noto fonti della compagnia petrolifera statale ‘Sonatrach’, che gestisce l’impianto in joint-venture con la britannica ‘Bp’ e con la norvegese ‘Statoil’. La scoperta degli esplosivi, la cui esistenza era peraltro stata gia’ resa nota dagli stessi ribelli, ha fatto seguito al blitz in cui sarebbero morti tutti gli ostaggi rimasti e i loro rapitori. (AGI) .

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fonte agi.it