Archivio | gennaio 21, 2013

ULTIMI DATI – L’Italia del 2013: 3,5 milioni di persone saranno senza lavoro

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Una manifestazione della Cgil

L’Italia del 2013: 3,5 milioni di persone saranno senza lavoro

Quest’anno la disoccupazione arriverà al 12%. E altri due milioni di lavoratori sono in “cassa”

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paolo baroni
roma
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L’Italia, come un aereo in caduta libera, continua a perdere posti di lavoro. Tutte le previsioni per quest’anno, nonostante le attese di una ripresa dell’economia a partire da metà anno, segnano un ulteriore peggioramento: la disoccupazione «ufficiale» arriverà al 12%, e toccherà il 12,4 nel 2014 stima Confindustria. In realtà, calcolando i lavoratori che sono in cassa integrazione a zero ore da mesi e mesi e quelli che beneficiano della cassa in deroga, ultimo stadio degli ammortizzatori sociali, l’indice «reale» fa segnare almeno un punto in più. Si arriverà «al 13,6%», ha calcolato il Centro studi Confindustria. Mentre la Uil parla di mezzo milione di disoccupati in più quest’anno, dato che ci porterà a toccare la non certo invidiabile quota di 3,5 milioni di senza lavoro.

La fotografia scattata a fine 2012 dall’Inps è impietosa: la crisi economica continua a bruciare migliaia di posti di lavoro ogni giorno. Duemila al giorno, ha denunciato venerdì Angeletti della Uil. E la montagna delle ore totale di cassa integrazione, quasi un miliardo e cento milioni di ore (+12,1% rispetto al 2011), spalmate su circa due milioni di lavoratori, conferma a pieno tutta la drammaticità della situazione. L’anno passato sono state 6.191 (-8,5%) le aziende che hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, in larga parte (55,6%) per effetto di crisi aziendali.

 

Il crollo del centro Italia  

La crisi del lavoro avanza. Ma mentre al Nord sembra perdere un poco velocità (col ricorso agli ammortizzatori che sale dell’8,1%, mentre in Piemonte cala dell’1,69%), al Sud cresce del 12,3% ed al Centro addirittura del +26%. Stando alle analisi dell’«Osservatorio Cig» della Cgil a pagare i costi della crisi sono soprattutto regioni come Umbria (+46%), Marche (+38,2) e Lazio (23,8%). In termini assoluti è sempre la Lombardia a guidare la classifica, con 238,3 milioni di ore (+7,4), seguita da Piemonte (143,1 milioni), Veneto (102,8) ed Emilia (92,5). Il Lazio però balza da 69,4 a 85,9 milioni di ore, le Marche da 27,6 a 38,2 e l’Umbria da 18,98 a 27,85 milioni di ore autorizzate, tra cassa ordinaria, cassa straordinaria ed in deroga.

A livello provinciale, in base ai dati elaborati dall’Ufficio studi Uil, i picchi di cassa si registrano a Bergamo (+34,1% a 33,6 milioni di ore), Cremona (+28,8%), Belluno (+56%), Imperia e Savona (+53%) e ancora a Livorno (+67,9), Ancona (+52,4%), Macerata (+51,6), Perugia (+50,5%), Foggia (+46,1%), Potenza (+64,5%, a 12,9 milioni), Palermo (+50,9) e Ragusa (+81,4). Ma soprattutto a Lucca (+118,9%, a quota 5,3 milioni di ore), Rieti (+75,7% a 1,99 milioni, Benevento (+116,6% a 7,6 milioni). Roma cresce «appena» del 18% ma sfonda i 50 milioni di ore arrivando a quota 53,3.

 

Commercio e costruzioni Ko  

La meccanica si conferma ancora il settore dove si è totalizzato il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo la Cgil, infatti, questo comparto pesa per 349,7 milioni di ore, pari a 167.513 lavoratori coinvolti. Seguono il commercio con 169 milioni di ore (e 80.954 lavoratori coinvolti) e l’edilizia (107,2 milioni e 51.351 lavoratori). Male anche la chimica (+26%) e l’industria del tabacco (+62,2%), in «ripresa» tessile e pelle (-4%) pur mantenendo livelli molto alti di ricorso agli ammortizzatori.

«La crisi non ha toccato il punto più basso – spiega il rapporto della Cgil -. C’è l’emergenza occupazione in generale e in particolare quella giovanile, e vi sono situazioni industriali in sofferenza con centinaia di migliaia di lavoratori in Cig attualmente senza prospettiva». A colpire sono soprattutto i dati sulla cassa in deroga, ultimo stadio degli ammortizzatori e segnale inquietante per molte attività giunte ad una sorta di «stadio terminale».

 

Boom delle «deroghe»  

La «Cigd», l’anno passato, ha toccato quota 354,7 milioni di ore autorizzate (+10,7%), un aumento che interessa tutti i settori di attività e che però tocca le punte più alte nei servizi (+75,5%), nell’edilizia (+63,86%), nei trasporti (+28,3%), nell’alimentare (+26,54%) e nel settore del legno (+12,4%). Da solo il commercio (con 134,7 milioni di ore, +36,18%) cumula ben il 35% di tutte le ore autorizzate di cassa in deroga, seguito dalla meccanica (71,2 milioni, +15,3%). Tra le regioni in testa il Lazio (30,7 milioni di ore, +62,4%), Lombardia (57,2 milioni, +10,04%), Veneto (39,6 milioni, +31,4%) ed Emilia Romagna con 42,1 milioni ore (+10,33%). Il picco più alto (+80,2%) si è avuto però in Sicilia; a livello provinciale il record spetta a Rieti (+358%), mentre la maggiore flessione è quella di Catanzaro (-77,5%). Sono queste le zone più a rischio nei prossimi mesi. Mesi che per molti si annunciano molto difficili.

 

Twitter @paoloxbaroni

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fonte lastampa.it

Operaia disabile costretta a mansioni “vietate”: ‘cuore infranto’, prima condanna datore lavoro


foto generica di un magazzino – fonte immagine

Operaia disabile costretta a mansioni “vietate”: ‘cuore infranto’, prima condanna datore lavoro

La sentenza della Corte d’appello di Torino non ha precedenti nel nostro Paese e riguarda la “sindrome tako-tsubo”, un infarto acuto da affaticamento. La Alplast Spa di Tigliole d’Asti, produttrice di tappi super tecnologici, aveva assegnato Rosa O. all’assemblaggio: la dipendente doveva sollevare scatoloni che pesavano più di 14 kg ed è crollata. Ora ha ottenuto 16mila euro di risarcimento

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di ALBERTO CUSTODERO

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Una lavoratrice disabile ha rischiato di morire di fatica sollevando pesanti scatoloni di tappi di champagne. Per la prima volta in Italia, un datore di lavoro è stato condannato per avere provocato alla dipendente la “sindrome del cuore infranto”. Si tratta di una forma di infarto acuto da affaticamento scoperta in Giappone vent’anni fa. Questa patologia fa assumere al ventricolo sinistro la forma di un cestello (tsubo) usato dai pescatori giapponesi per la pesca del polpo (tako). Di qui il nome “sindrome tako-tsubo”. L’imprenditore condannato dalla Corte d’appello di Torino, sezione lavoro, è Renato Goria, titolare della Alplast Spa di Tigliole d’Asti. L’azienda è tra i leader europei nella produzione di tappi super tecnologici. Non quelli tradizionali di sughero, ma tutta la gamma di chiusure alternative, dalla plastica all’alluminio, al sintetico. Più o meno tre miliardi e mezzo di pezzi l’anno, destinati in particolare all’industria alimentare: acque minerali e soft drink, alcolici e superalcolici, vini e spumanti, olio, aceto, caffè, noccioline. E Nutella Ferrero. Goria è presidente dell’Unione Industriale di Asti.

A rivolgersi al Tribunale del lavoro è stata una dipendente disabile, Rosa O., che svolgeva il lavoro di “assemblatrice” ed è stata difesa dall’avvocato Katiuscia Verlingieri,. La donna era stata “adibita – si legge nella sentenza – nella linea di produzione a mansioni estremamente faticose, dovendo anche sollevare e riporre in alto scatoloni pesantissimi con notevole frequenza”. Sforzi fisici “incompatibili con le sue condizioni di salute e con il suo stato di portatrice di handicap”. Nonostante il medico aziendale, preso atto delle precarie condizioni di salute della lavoratrice, “avesse accertato l’inidoneità alla mansione di addetta presse e macchine di assemblaggio”, Rosa O. fu “adibita alla linea di stampaggio dei tappi di champagne e alla mettidisco Nutella”. “Doveva sollevare scatole che pesavano più di quattordici chili che contenevano tappi di champagne”, ricorda un testimone. A un certo punto la dipendente è crollata ed è finita al pronto soccorso dove le hanno diagnosticato la sindrome “tako-tsubo”.

Secondo il presidente della Corte d’appello Arianna Maffiodo e il consigliere Gloria Pietrini, che hanno firmato la sentenza, “lo stress emozionale acuto fu causato dall’adibizione della lavoratrice a mansioni alle quali, per divieto del medico competente, non poteva essere adibita e dalle quali era stata sollevata”. L’Alplast è stata dunque condannata a pagare a Rosa O. 16mila euro di danni non patrimoniali.

“La sentenza – commenta il professore Marco Bona, specialista in materia di responsabilità civile – è la prima a riconoscere il risarcimento del danno per la sindrome tako-tsubo”. “Dal punto di vista giuridico – aggiunge – è stato riaffermato il principio della responsabilità del datore di lavoro per i danni subiti dal dipendente adibito a mansioni precluse dal medico competente”. (21 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

Fabrizio Corona, il maschio Alpha scappa


fonte immagine

Fabrizio Corona, il maschio Alpha scappa

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di | 21 gennaio 2013

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“Sono il maschio Alpha. Sono Robin Hood. Sono un pezzo di storia di questo Paese. Sono il generale dei paparazzi. Sono circondato da persone adoranti. Se non lo fossero, lo diventerebbero in un mese standomi vicino”: patchwork di autodefinizioni di Fabrizio Corona, da un paio di giorni latitante dopo la condanna definitiva della Cassazione a cinque anni di carcere. Qualche giorno fa, ospite di Cristina Parodi, ha ribadito uno dei suoi pezzi forti: “Incarno il prototipo del sogno dell’italiano medio: soldi, belle fighe e macchine potenti”. Poi un bel giorno il castello dell’Ego è caduto giù. Ora lo cercano tutti, anche l’Interpol, perché i giochi finiscono sempre. Ed è finito anche quello di Corona, uno che ha giocato pesante, con il fuoco delle estorsioni, della bancarotta fraudolenta, della corruzione e di un’altra serie di reati per i quali ha processi in corso. Certe volte ci si brucia e succede anche se, incredibile dictu, ci si racconta come una leggenda. Sta volta la storia va diversamente.

Si è detto, e pure lui lo ha ripetuto più volte, che Corona incarnava il berlusconismo, il mito del successo e del denaro. Ma avrebbe anche potuto non farlo, avrebbe potuto essere qualcun altro. È pronipote di un compositore siciliano, Gaetano Emanuel Calì, soprattutto è figlio di un grande giornalista, Vittorio, che fu anche art director e vicedirettore della Voce di Montanelli e morì qualche settimana prima dell’arresto di Fabrizio per la vicenda Vallettopoli. Recentemente ha detto che il padre sarebbe fiero di lui. Chissà, certo sarebbe addolorato, come si sono detti i fratelli e la mamma che nelle prime ore di latitanza pubblicamente gli hanno chiesto di costituirsi. Ma la prospettiva di passare almeno tre anni in carcere (con l’incognita degli altri procedimenti) non è esattamente “figa”: lui c’è già stato in prigione, un paio di mesi. Sa cosa vuol dire. Così, anche il maschio Alpha scappa, anche se la fuga non è esattamente un comportamento virile. Del berlusconismo c’è in questa storia – oltre ai soldi e alle donne, ossessivamente sbandierati dall’uno come dall’altro – l’idea di essere in qualche modo diversi. Migliori. Onnipotenti. Comunque non assoggettabili alle regole che valgono per tutti. Essì, perché l’uguaglianza vale nelle democracy, non nelle videocracy. Invece Corona è rimasto fregato dallo specchio, quello in cui si rimira nudo e compiaciuto nel film di Erik Gandini.

Credeva nell’impunità della bellezza, del consenso (ma c’è davvero tanta gente che lo ritiene un mito?), del grano, della televisione. Ma questo non è un film e nemmeno un programma tv. Non è un reality, ma la realtà proprio. Non c’è la pubblicità, non ce la si cava con una battuta, una cazzata, non si può buttare la palla fuori dal campo per creare un diversivo. E qui l’intelligenza, la potenza, il genio del maschio Alpha servirebbero non per fare audience o incassare assegni, ma per fermarsi a dieci centimetri dal baratro. O dal portone di San Vittore.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Affondo del ‘Financial Times’ contro Monti «Non è l’uomo giusto per l’Italia»

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Affondo del FT contro Monti
«Non è l’uomo giusto per l’Italia»

Con questo titolo il Financial Times attacca, con un editoriale di Wolfgang Munchau, la candidatura del presidente del Consiglio uscente alle prossime elezioni politiche

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«Perché Monti non è l’uomo giusto per guidare l’Italia». Con questo titolo il Financial Times attacca, con un editoriale di Wolfgang Munchau, la candidatura del presidente del Consiglio uscente, Mario Monti, alle prossime elezioni politiche.

Nell’editoriale si afferma che «come primo ministro Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo Governo si è impegnato ad introdurre modeste riforme strutturali che sono state annacquate fino all’insignificanza macroeconomica. Dopo aver iniziato come un leader di un Governo tecnico, è emerso come un duro politico» prosegue l’Ft rilevando che il premier uscente ha raccontato che «ha salvato l’Italia dal baratro, o meglio da Berlusconi, il suo predecessore».

Il calo dello spread fa parte di questo racconto, sottolinea Ft, ma «molti italiani sanno che è legato a un altro Mario, il presidente della Bce, Draghi». Ma il Fiancial Times non risparmia neanche il centro-sinistra di Bersani nè il centrodestra di Berlusconi. Bersani, pur avendo sostenuto le politiche di austerità, adesso tenta di prenderne le distanze. Il leader del Pd si è inoltre mostrato esitante rispetto alle riforme strutturali, ma – rileva Ft – potrebbe avere, rispetto a Monti, una chance maggiore, seppur marginale, nel confronto con Angela Merkel, grazie alla sua migliore possibilità di collaborazione con Francois Hollande, il presidente socialista francese. Quanto a Berlusconi, Ft afferma che l’alleanza con la Lega, anche se è indietro nei sondaggi, sta procedendo: «Finora la campagna dell’ex primo ministro è stata positiva. Ha lanciato un messaggio anti-austerità cui è sensibile l’elettorato deluso. E ha inoltre continuato a criticare la Germania per la sua riluttanza ad accettare gli eurobond e a permettere che la Bce acquistasse bond italiani senza condizioni».

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fonte unita.it

L’ombra della destra hi-tech sul voto in Israele


Naftali Bennett incontra i giornalisti a Gerusalemme. (János Chialá, Demotix/Corbis) – fonte immagine

L’ombra della destra hi-tech sul voto in Israele

Israele va alle urne domani. Il protagonista della campagna elettorale è Naftali Bennett, leader dell’ala radicale dei conservatori laici. Ex ufficiale, ha fatto fortuna con Internet e ora vola nei sondaggi con proposte asciutte ed estreme: niente processo di pace, estensione delle colonie, poche concessioni ai palestinesi. Una ricetta che sta conquistando un Paese che vuole nascondere le sue paure

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di BERNARDO VALLI

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TEL AVIV Non uscirà primo ministro dalle urne, domani sera, ma Naftali Bennett è stato il protagonista della campagna elettorale appena conclusa. La conferma di Benjamin Netanyahu come capo del governo è annunciata con troppa insistenza per dubitarne, anche se non sono mancate le sorprese nei precedenti diciotto voti legislativi dalla nascita dello Stato di Israele. Dunque la destra nel suo insieme dovrebbe conservare fra poche ore la maggioranza dei centoventi seggi della Knesset, il Parlamento.

E ci si chiede se non sarà lui, Naftali Bennett, a darle un’impronta più intransigente, più severa rispetto al bloccato processo di pace con i palestinesi, più integralista sul piano religioso e più ferma nell’aspirare al Grande Israele.

Egli è emerso negli ultimi mesi come il leader di un’estrema destra ricca di avvenire politico. Direi post moderna, se è possibile azzardare la formula. Si pensa che Naftali Bennett sottrarrà un sostanziale numero di elettori a Benjamin Netanyahu, al punto da ridimensionarne la vittoria personale, e creare una certa frustrazione nel suo partito, il Likud, imparentato per l’occasione con quello dell’ex ministro degli esteri, Avigdor Liberman, forte nella comunità russa, ultra nazionalista.

È senz’altro singolare il profilo di Naftali Bennett, il nuovo eroe estremista, fondatore di Habayit Hayehudi, il Focolare ebraico, terzo partito nazionale nei sondaggi. È anzitutto rivelatore dell’attuale tendenza della società. Quindi merita un’attenzione particolare. Pochi elementi nella sua biografia o dettagli nel suo aspetto, e scarsi toni nel suo linguaggio, pesante nei significati ma non troppo nello stile, rispecchiano quelli tradizionali di un capo religioso prigioniero di dogmi, comunque di certezze.

È ovviamente ben lontano dall’immagine degli haredim, con le trecce e gli abiti e i grandi cappelli neri. Loro sono immersi in una religiosità totale. Lui è ben piantato nella realtà. È un quarantenne sbarbato, avviato alla calvizie, vestito con trasandata semplicità, come i giovani che gremiscono la Dizengoff, un venerdì pomeriggio, un’ora prima dell’inizio del sabbath, e sulla grande strada della metropoli non sembrano preoccupati per l’imminente rituale riposo.

Al contrario appaiono in preda a un’indifferenza laica. “Naftali?”, dice l’amico che mi accompagna, chiamando per nome, come usa in Israele, un uomo politico che non conosce di persona, e che in questo caso detesta. “Naftali è l’estrema destra high tech”. Scherza naturalmente. Ma c’è del vero in quel che dice. Siamo seduti al tavolo di un caffè all’aperto, confortati da un sole da tarda primavera mediterranea, in mezzo a edifici più di vetro che di cemento.

Dai marciapiedi trabocca una folla più cosmopolita di quella di Manhattan e dei parigini Campi Elisi. Gli abitanti ebrei non nati in Israele provengono da più di cento paesi diversi: e penso che sulla Dizengoff, nel venerdi pomeriggio, ne scorra un ampio campionario. Le macchie color carbone, che si muovono a scatti, sempre di fretta, nevrotiche, mi riferisco agli ortodossi vestiti di scuro, incrociano ragazze in blujeans, spesso tatuate sulle braccia nude abbronzate; giovani con la kippah di varie dimensioni e di foggia ben distinta, secondo il grado di religiosità, sono confusi tra coetanei senza segni particolari nell’abbigliamento e quindi in apparenza laici; e non mancano gli africani, etiopi che il mio amico sa precisare se ebrei o non ebrei.

Lo spettacolo non è certo banale. Non credo ci sia nel Mediterraneo una città più dinamica e variegata di Tel Aviv. Israele va alle urne domani. Il protagonista della campagna elettorale è Naftali Bennett leader dell’ala radicale dei conservatori laici Ex ufficiale, ha fatto fortuna con Internet e ora vola nei sondaggi con proposte asciutte ed estreme: niente processo di pace, estensione delle colonie, solo qualche città autonoma ai palestinesi ma sotto rigidi controlli di sicurezza Una ricetta che sta conquistando un Paese che vuole nascondere le sue paure Naftali Bennett rappresenta l’estrema destra high tech perché lui stesso è un esperto di quell’industria sofisticata, orgoglio di Israele.

Con una company internet security, la Sayota, ha fatto fortuna. Quando ha cambiato attività l’ha venduta per centoquarantacinque milioni di dollari. Dopo la Silicon Valley, Israele ha la più alta concentrazione al mondo di high tech, e chi ha contribuito a crearla ne trae prestigio. Naftali Bennett sa rivolgersi a una società giovane (età media ventotto anni), con un discorso religioso ma non bigotto, e con proposte politiche espresse con apparente asciutta razionalità. Nonostante il loro estremismo. Egli dice: niente processo di pace con i palestinesi, estensione delle colonie nella Cisgiordania occupata, e soltanto qualche città autonoma per i palestinesi, sotto il controllo della sicurezza israeliana. Al tempo stesso predica un dialogo con i laici.

La sua più stretta collaboratrice nel partito è una giovane bella donna, Ayelet Shaked, che si dichiara appunto laica. La famiglia Bennett, polacca di origine, viene dagli Stati Uniti, dove era contro la guerra in Viet Nam, e alcuni suoi membri avevano idee di sinistra, maturate a Berkeley. In Israele c’è stata la svolta. Naftali Bennett è stato anche ufficiale in unità speciali, distinguendosi in varie operazioni. Questo suo passato gli consente di esortare senza troppi guai alla disubbidienza i militari nel caso fosse ordinato di demolire le colonie israeliane nei territori occupati.

Lui è stato per anni il responsabile dello Yesha Council, l’associazione dei coloni. Dei quali è uno strenuo difensore. La condotta esemplare come ufficiale e l’aperta difesa dei coloni accentuano la sua influenza in due settori forti della società più conservatrice: i quadri subalterni dell’esercito (non gli alti gradi, che sanno essere critici con il potere politico) e gli abitanti degli insediamenti nei territori occupati, dai quali tenenti e capitani provengono. Un tempo gli ufficiali venivano dai kibbutz, allora roccaforti dell’Israele laburista.

A dargli ulteriore credito è l’esperienza accanto a Benjamin Netanyahu, del quale è stato uno  stretto collaboratore, e del quale è adesso un insidioso concorrente. E domani, probabilmente, un suo ministro. Con la speranza di sostituirlo un giorno come capo del governo. Sara, l’attenta e invadente moglie di Netanyahu, ha avvertito presto, e quindi diffidato, della forte ambizione di Naftali Bennett.

Il dissenso tra Sara e Naftali, e la troppo bella Ayelet, ha alimentato i gossip a Tel Aviv e a Gerusalemme. Al contrario di quel che mi aspettavo il problema palestinese e l’irraggiungibile accordo di pace non hanno dominato la campagna elettorale. Le parole “palestinese” e “pace” non sono state quasi mai pronunciate. Eppure un paio di mesi fa si combatteva e si moriva a Gaza. E la Palestina dell’Olp, quella di Cisgiordania, occupata dagli israeliani, è stata riconosciuta da un voto plebiscitario come un Stato osservatore dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

È stata una sconfitta diplomatica per Israele, ed anche un segno del suo isolamento. Eppure non se ne è quasi parlato. Netanyahu ha reagito, ma non troppo, alle critiche di Barack Obama per i nuovi insediamenti decisi come una provocazione subito dopo il voto dell’Assemblea generale. Questo non significa che i problemi non siano sentiti, e non siano destinati a pesare sul voto di domani. Il successo attribuito all’estrema destra high tech di Naftali Bennett è un chiaro sintomo. Sui manifesti, sotto il ritratto di Netanyahu con un piglio severo, c’è scritto: “Un uomo forte per un paese forte”. Non c’è bisogno d’altro. Sono parole che rassicurano. La paura è invisibile, dice Manuela Dviri, che ha avuto un figlio soldato ucciso in Libano. Lei è una donna coraggiosa.

Si prodiga per far curare i giovani palestinesi ammalati, è favorevole a uno Stato palestinese e contraria alla costruzione di nuove colonie. La paura? Lei dice che non la vedi e non la senti perché ci si vergogna di provarla. Ma c’è ed è robusta. È la paura di ogni cambiamento: dei palestinesi e di ciò che il governo potrebbe fare ai palestinesi; degli iraniani e di ciò che il governo progetta contro gli iraniani; dell’isolamento e al tempo stesso della tendenza all’isolamento; di Hamas e degli Hezbollah; di quel che sta succedendo in Siria, di quel che è accaduto in Egitto e di quel che può accadere nel resto del mondo arabo; ed anche della Turchia adesso ostile; oltre che delle critiche dell’alleato americano.

È partendo dalla paura, sfruttandola, coltivandola che il governo di Netanyahu, e l’estrema destra vincono le elezioni. È una paura ben nascosta perché stando al tasso di felicità calcolato dall’Onu nei paesi membri, Israele è al quattordicesimo posto, mentre ad esempio l’Italia è al ventottesimo. Prendo spunto da uno scritto di Peter Beinart per avviare un discorso chiave. Secondo il professore di scienze politiche alla City University di New  York, appartenente alla vasta e frammentata comunità ebraica americana, a Ovest della Linea verde, cioè della frontiera precedente alla guerra del 1967, Israele è una democrazia imperfetta ma autentica, mentre a Est, nella Cisgiordania occupata, è un'”etnocrazia”. E per etnocrazia Beinart, ex redattore capo di New Republic, una rivista di sinistra, intende un luogo in cui gli israeliani, ossia i coloni, usufruiscono dei diritti di chi ha una cittadinanza, diritti negati ai palestinesi.

Questa situazione logora la democrazia israeliana e alimenta le tendenze ultranazionaliste e razziste. È come un veleno che insidia la società, che la ferisce in profondità ma i cui effetti non sono esibiti. Sono nascosti. Le idee di Peter Beinart, autore di “Crisi del sionismo”, hanno suscitato numerose reazioni. Jonathan Rosen, sul New York Times, ha riconosciuto che è degradante, faticoso e pericoloso per lo Stato ebraico trascurare la vita di milioni di palestinesi senza Stato, ma ha accusato Beinart di manicheismo semplicistico.

Il problema è assai più complesso. Perché è tanto complesso i partiti impegnati nella campagna elettorale non l’hanno quasi affrontato? Qualche eccezione, e di grande rilievo, in verità c’è stato. Shimon Peres, il presidente della Repubblica, grande figura del vecchio partito laburista, ha dichiarato apertamente, in pieno clima elettorale, la necessità, anzi l’obbligo di avviare un dialogo costruttivo con Abu Mazen, per arrivare alla creazione di uno Stato palestinese. Anche la maggioranza degli israeliani accetta la soluzione di due Stati, ma poi aggiunge che non si fida degli interlocutori palestinesi.

È come se riconoscesse che la morte esiste, è inevitabile, senza ovviamente desiderare che arrivi. Persino la dinamica, intelligente Shelly Yechimovich ha quasi schivato l’argomento. È la leader del Labour in declino e per rianimarlo ha puntato sull’economia con un certo successo, poiché il partito dovrebbe essere il secondo per numero di deputati nella prossima legislatura. La situazione non va troppo male rispetto all’Europa: la disoccupazione è al 7 per cento e la crescita oscilla tra il 2-3 per cento.

Ma le sperequazioni nei redditi sono fortissime, e hanno provocato nel 2011 grandi manifestazioni di protesta. Shelly Yechimovich ha cercato di recuperare i giovani israeliani che le hanno promosse, ignorando quasi la questione palestinese. Ad affrontarla con decisione è stata Zahava Gat-On, leader di Meretz, il partito goscista, e la centrista Tzipi Livni, ex ministro degli esteri, che ha creato un suo partito (Hatnuah). Le donne sono state più audaci. (21 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it