Archivio | gennaio 23, 2013

Mps crolla in Borsa, Siena insorge: “Pronti all’azione di responsabilità”

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Giuseppe Mussari ha lasciato la presidenza Abi

Mps crolla in Borsa, Siena insorge: “Pronti all’azione di responsabilità”

Il titolo perde oltre l’8 per cento. Ieri le dimissioni di Mussari dalla presidenza Abi
Bersani: il Pd non è responsabile

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di Luca Fornovo
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Lo scandalo derivati travolge ancora Mps in Borsa. Il titolo della banca senese, sempre maglia nera del listino,chiude la seduta con una perdita dell’8,43% . Gli investitori vendono a mani basse il titolo, dopo che l’ex presidente Giuseppe Mussari, responsabile della gestione della banca negli anni in cui sono stati sottoscritti derivati per rinviare le perdite in bilancio, si è dimesso dall’Abi, l’associazione delle banche italiane. Dimissioni arrivate ieri proprio nel giorno della visita del Fondo monetario internazionale all’Abi.  Per ora la guida dell’Abi è stata assunta dal vice presidente vicario Camillo Venesio (Banca del Piemonte).

A Siena intanto il clima è incandescente. Tanto la Fondazione Monte dei Paschi quanto la Banca Mps sono pronte ad una eventuale “azione di responsabilità” nei confronti della precedente dirigenza della Banca. Da mesi sono in corso approfondimenti, compresa un’indagine interna avviata dall’attuale presidente Alessandro Profumo e dell’amministratore delegato Fabrizia viola.

Da tale analisi interna è emersa la maxi-operazione sui derivati, di cui in precedenza la Fondazione Mps non era a conoscenza e che risale a quando la banca era guidata da Giuseppe Mussari, come presidente e da Antonio Vigni come direttore generale.

Determinante per procedere con un’azione di responsabilità, da quanto si apprende, restano gli sviluppi della attività giudiziaria, sia per l’operazione ’Alexandria’, che secondo quanto rivelato da ’Il Fatto Quotidiano’, comporterebbe un buco che potrebbe arrivare a 740 milioni di euro, sia per l’inchiesta in corso sull’acquisto di Antonveneta.

Domani ci sarà un Cda della banca e venerdì si riunirà l’assemblea di Mps per dare mandato al Consiglio per varare un aumento di capitale da 4,5 miliardi di euro. Una somma esorbitante per salvare di fatto la banca e che comprende 3,9 miliardi per i Monti-Bond più oltre 500 milioni di interessi da pagare. In assemblea sarà discussa una relazione di otto pagine sul titolo Alexandria, indirizzata al Cda, e firmata dall’ad Fabrizio Viola. Atteso un duro intervento del presidente della Fondazione, Gabriello Mancini. Ci sarà spazio anche per scampoli di campagna elettorale visto che in assemblea faranno capolino Beppe Grillo e Oscar Giannino.

Ma il caso Mussari-Mps infiamma anche la politica. «Nessuna responsabilità del Pd, per l’amor di Dio… il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche» è il commento a caldo di Pierluigi Bersani, leader del Pd. L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ne approffita per lanciare una stoccata a Mario Draghi, ex governatore di Bankitalia e oggi presidente della Bce. «Date consuetudine a scrivere `lettere apostoliche´ e vecchia vasta competenza derivati, stupisce mancata `lettera vigilanza´ Draghi a Siena» scrive Tremonti.

Il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri fa notare che «se la magistratura metterà lo stesso zelo che ha messo in altre vicende su quella del Montepaschi, ci troveremo davanti ad una vicenda di enorme portata. A cominciare dall’acquisto di banche a prezzi assurdi da parte del Monte». Un duro attacco arriva anche dal leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: «La vicenda che ha coinvolto il dimissionario presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, è gravissima. Ma è ancor più grave che il governo Monti abbia finanziato le casse del Monte dei Paschi di Siena con un prestito da 3.9 miliardi di euro, cifra equivalente all’Imu sulla prima casa, l’imposta con cui questo esecutivo ha tartassato gli italiani».

Interviene anche Davide Serra, il numero uno del fondo Algebris: Il «grande errore» di Siena è stato «pagare 10 miliardi di euro Antonveneta, che rende 100 milioni l’anno. Quindi ci vorranno 100 anni per recuperare l’investimento. È vero che la banca ha 500 anni di storia, ma ora ci saranno anni di difficoltà».

Stritolato dalla morsa delle polemiche sugli anni della sua gestione anche per l’acquisizione di Antonveneta fatta a caro prezzo Mussari, avvocato calabrese – ma senese d’adozione ieri ha consegnato nelle mani del vicepresidente vicario Camillo Venesio le sue dimissioni «irrevocabili». «Ritengo di dover rassegnare con effetto immediato e in maniera irrevocabile le dimissioni da presidente dell’Associazione bancaria italiana – scrive nella lettera al vicario Venesio -. Assumo questa decisione convinto di aver sempre operato nel rispetto del nostro ordinamento, ma nello tempo, deciso a non recare alcun nocumento, anche indiretto, all’Associazione». Mussari, al suo secondo mandato da presidente, ricopriva questo incarico dal 2010.

Scenari aperti per la successione alla presidenza dell’Abi. La nomina del successore spetta formalmente al comitato esecutivo. La prossima riunione ordinaria dell’organismo, già prevista per il 20 febbraio, potrebbe essere anticipata da una riunione straordinaria per abbreviare i tempi della successione. Tra i papabili spuntano i nomi di Camillo Venesio, Antonio Patuelli, fino al luglio scorso vicepresidente vicario dell’Abi per le Casse di risparmio e Alessandro Azzi (Bcc).

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fonte lastampa.it

LIBRO-INCHIESTA – In Italia l’inquinamento uccide: dodicimila vittime ogni anno. Cosa fare per difendersi

In Italia l'inquinamento uccide: dodicimila vittime ogni anno

In Italia l’inquinamento uccide: dodicimila vittime ogni anno

Libro-inchiesta di Margherita Fronte Pier Mannuccio Mannucci: la metà dei cedessi causati dallo smog. Maglia nera alla Lombardia con 350 vittime, 200 a Milano. Nel mondo 1 milione e 340.000. Pericolosi anche i veleni in casa. Cosa fare per difendersi

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SEIMILA muoiono per lo smog. Altri tremila per il radon, il più pericoloso dei veleni domestici, e altrettanti alle malattie da amianto che ancora tappezza migliaia di edifici. E’ allarmante in Italia il bollettino dei caduti sotto i colpi dell’inquinamento conta circa 12 mila decessi all’anno. Una strage silenziosa che in tutto il mondo fa registrare oltre 1,3 milioni di vittime, tanti quanti i morti per Aids. A riaccendere i riflettori sul problema è il libro ‘Aria da morire’ (Dalai editore), firmato dalla giornalista Margherita Fronte e dall’ematologo Pier Mannuccio Mannucci, tra i più noti medici internisti italiani, direttore scientifico dell’Irccs Policlinico di Milano e fondatore di Gruppo 2003, movimento di scienziati per la rinascita della ricerca in Italia, che proprio in questi giorni ha lanciato un appello – e 10 domande – ai candidati premier in lizza alle prossime elezioni politiche.

Nel mondo 1 milione e 340.000. “L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che le morti per inquinamento sono 1 milione e 340 mila all’anno, con un incremento del 16% dal 2004 al 2008”, sottolinea Mannucci. Di questi decessi, “150 mila l’anno si verificano in Europa, 12 mila in Italia e 350 in Lombardia, di cui 200 soltanto a Milano. L’Italia settentrionale è particolarmente malmessa, la Lombardia è una delle regioni più colpite e la città di Milano soprattutto”. Ogni inverno lo sforamento dei livelli di smog è un ‘tormentone’ immancabile sulle pagine di cronaca, A danneggiare la qualità dell’aria non ci sono solo le polveri sottili, ma anche sostanze d’uso quotidiano che si annidano tra le mura di casa, in auto, uffici e scuole, negozi, palestre e locali. Veleni ancora più insidiosi perché.

Cosa fare per salvare il respiro. Ognuno di noi può fare qualcosa per salvarsi. Dalla casa all’auto, da usare poco in città perché la concentrazione di inquinanti nell’abitacolo è solitamente maggiore di quella esterna. Se si fa jogging è preferibile correre col brutto tempo, perché la concentrazione di inquinanti nell’aria è più bassa. Occhio anche alle passeggiate con bebè. I bambini che ancora non camminano andrebbero portati nello zaino o nel marsupio, invece che nel passeggino. In genere, spiega infatti Mannucci, “le polveri viaggiano rasoterra e anche stare un metro e mezzo più in alto può fare la differenza” per bronchi e polmoni. A tavola, poi, via libera a “pomodori, melograno, barbabietole, arance rosse, oltre a carote, mandarini e limoni, verdure a foglia”, i più ricchi di antiossidanti.

Come uccide lo smog. L’Oms indica che basta una variazione minima, pari a 10 microgrammi/metro cubo, dei livelli di Pm2,5 nell’aria per aumentare il rischio di mortalità generale del 6% e dell’8% il pericolo di tumore al polmone. Ma come uccide lo smog? “Contrariamente a quanto si crede – puntualizza Mannucci – sono le malattie cardiovascolari, e non quelle respiratorie, la prima causa di morte da inquinamento”. Infatti “le frazioni di polveri più sottili, il cosiddetto black carbon, non arriva solo nei polmoni ma entra anche nel sangue, dove veicola tutti i veleni (metalli pesanti e materiali organici vari) che ha assorbito come fosse una spugna, e aumenta il rischio che si formino trombi”.

Di smog si muore soprattutto per infarto, ma anche di aritmie, a causa di alterazioni al sistema simpatico che possono portare a morte improvvisa; di scompenso, di ictus, di malattie da trombosi venosa. “In due terzi dei casi – spiegano gli autori – i decessi da smog sono cardiovascolari e riguardano gli anziani. Mentre le malattie respiratorie, asma in particolare, colpiscono soprattutto i bambini”. In particolare, “tra i veleni dell’aria più deleteri per la salute del respiro c’è l’ozono, il principale inquinante estivo responsabile di asma, bronchiti e polmoniti”.

Non si è al sicuro neanche al chiuso. Ma nemmeno al chiuso si è al sicuro. “L’inquinamento indoor è molto meno conosciuto di quello outdoor – osserva Mannucci – ma non è certo meno importante”, soprattutto perché ha a che fase con il cancro. Nella maggior parte dei casi il rischio per la salute è di tipo oncologico.  Il primo nemico indoor è il “radon, la più diffusa delle sostanze radioattive, che dal sottosuolo tende ad accumularsi nelle case. Il radon è ubiquitario -si legge sul libro – Si stima che il 10-15% di tutti i tumori al polmone sia causato proprio da questa sostanza” e “l’unica soluzione è ventilare spesso le case”.

I veleni. L’elenco dei veleni che rischiamo di trovarci come coinquilini è lungo: c’è la formaldeide onnipresente  emanata da arredi per la casa (mobili di truciolato, tende, tappeti), prodotti per la pulizia della casa, smalti per unghie, addirittura computer e fotocopiatrici; c’è il benzene, sprigionato soprattutto dalle sigarette ma anche dai bastoncini di incenso, o il monossido di carbonio di caldaie e stufe. E ancora ci sono il naftalene di solventi e insetticidi; gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) liberati dalla combustione della legna, ma presenti anche nei cibi bruciacchiati; il tricloroetilene (la vecchia trielina), che rischiamo di trovare nei prodotti per il bricolage ed è cancerogeno nonchè tossico per il sistema nervoso; il tetracloroetilene usato nel lavaggio a secco e infine le muffe “culla dell’asma”, o gli acari della polvere.

I consigli. Anche in questo caso il buon senso può fare da ‘scudo’: non fumare nelle case, raccomandano per esempio gli esperti; leggere e seguire le istruzioni a corredo di tutti prodotti che compriamo, evitare ‘cocktail’ tra detersivi, tenere gli animali domestici fuori dalle camere da letto, aerare i locali almeno due volte al giorno, e aiutarsi anche scegliendo anche il ‘verde’ giusto. “Alcune piante da appartamento aiutano a ripulire l’aria dagli inquinanti, e in modo particolare dalla formaldeide. Sono dracena, aloe, clorofito, crisantemo, gerbera, giglio, peperomia, sansevieria e ficus”, si elenca nel libro. Gli autori non si sentono “Cassandre” e precisano: “I numeri non sono una sentenza definitiva di malattia e morte. Al contrario, nelle cifre c’è anche la soluzione del problema”.

Incentivare il car sharing, cambiare il parco macchine favorendo la diffusione di auto elettriche e a metano, adottare tecnologie di riscaldamento ‘green’, ripensare strade e quartieri per città sempre più libere dai motori, sono alcune delle misure suggerite alle istituzioni. (22 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

ANALISI – Israele: elezioni, i coloni ‘tradiscono’ Netanyahu


Picture of Naftali Bennett taken from the unofficial Bennett campaign Facebook page. Source: נפתלי בנט -העמוד הלא רשמי  – fonte immagine

Israele: elezioni, i coloni ‘tradiscono’ Netanyahu

Premier li aveva corteggiati, ma loro voto premia ultradestra

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(ANSAmed) – TEL AVIV, 23 GEN – Per loro Benyamin Netanyahu ha sfidato non solo il risentimento dei palestinesi ma anche l’opinione pubblica internazionale. Contro il parere del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha appena rilanciato cospicui progetti di espansione edilizia in insediamenti ebraici della Cisgiordania. Poi, alla vigilia delle legislative, ha promesso che nei prossimi quattro anni non ordinera’ lo sgombero di alcuna colonia. Quindi si e’ scontrato con l’establishment intellettuale d’Israele, impegnandosi affinche’ fosse riconosciuto come Universita’ a tutti gli effetti il Centro accademico di Ariel (in Cisgiordania). Ma quando ieri e’ andato a contare i consensi raccolti tra i coloni alla chiusura delle urne dalla sua lista, Likud-Beitenu, la delusione deve essere stata cocente.

Ad Ariel, e’ vero, il suo ‘corteggiamento’ e’ stato premiato a valanga, con il 53,4% dei suffragi. Ma altrove negli insediamenti il successo e’ arriso, indiscutibile, ai suoi rivali in seno alla destra israeliana: in particolare agli ultra’ di ‘Focolare ebraico’, il gruppo nazional-religioso guidato da Naftali Bennett, gia’ dirigente del movimento dei coloni. In due insediamenti dove si concentra il ‘politburo’ ideologico dei coloni, Ofra e Beit El (vicino Ramallah) Likud-Beitenu ha raccolto risultati addirittura umilianti: l’11 e l’8%. Nel cuore dei fortini ebraici dell’antica Samaria biblica, in Cisgiordania settentrionale, analogo flop: 13% per Netanyahu e soci ad Ali, 11% a Shilo, appena 6% a Itamar. Un po’ meglio, per Likud-Beitenu, solo nella colonia di Karney Shomron, dove il consenso ha toccato il 26%.

Anche se nulla viene detto apertamente, le recriminazioni da parte dell’entourage del premier appaiono destinate a salire di tono. Anche perche’ molti coloni negli ultimi anni hanno dato l’assalto alla diligenza del Likud di Netanyahu, iscrivendosi in forze per influenzarlo dall’interno. Alle ultime primarie il loro voto compatto ha imposto al partito un profilo ancor piu’ marcatamente nazionalista e ha comportato l’esclusione dalle liste di personaggi di spicco, legalitari o moderati, come Benny Begin (figlio dell’ex premier, Menachem Begin) e Dan Meridor.

Con il paradosso che ora in alcune colonie il Likud scopre di avere piu’ iscritti che votanti. ”Quasi una truffa”, ha ammesso alcune settimane fa un commentatore sul giornale di destra Makor Rishon.

Eletto deputato nelle file di Likud-Beitenu grazie anche alla tattica ‘entrista’, il colono Moshe Feiglin – un tribuno oltranzista – ha d’altronde chiarito subito di non provare alcun rimorso. E, anzi, e’ passato all’attacco per primo accusando i dirigenti del proprio partito d’aver ”stoltamente” polemizzato con ‘Focolare ebraico’ additandone i connotati estremisti.

Come se non bastasse l’inatteso arretramento elettorale, Netanyahu rischia dunque di ritrovarsi al pettine i nodi della coabitazione interna con l’indocile Feiglin, con i suoi accoliti e con tutte le ‘teste calde’ che si e’ messo in casa. (ANSAmed).

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fonte ansamed.ansa.it

LIBRI, PASSAPAROLA – Filippo Ceccarelli, ‘Come un gufo tra le rovine’. La Repubblica tragi-comica all’italiana

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fonte immagine

Le rovine della Repubblica: scene da tragicommedia all’italiana

Il nuovo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine, racconta gli ultimi anni del Paese. Uno sguardo senza moralismi sul grande catalogo del grottesco

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di VITTORIO ZUCCONI

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FILIPPO Ceccarelli ha la perfidia tranquilla del romano timido, una specie non numerosissima. Non potendo, per natura, per genealogia, per buona educazione sfogare il proprio sbigottimento verso l’Urbe e l’Italia di oggi nella consueta panoplia di tàccitua, di tepozzino, di mavattelapijà, Filippo con quella sua ingannevole aria sempre un po’ stupita si dedica a un’arte molto più crudele dell’invettiva da curva. Inchioda i potenti e i famosi alla più implacabile delle croci: a loro stessi, alle loro azioni e alle loro parole, raccogliendo le bricioline lasciate dai nostri insopportabili Pollicini lungo il loro cammino.

In una nazione di mangiatori di loto come la nostra, dove autorevoli personalità possono impunemente sconfessare al martedì quello che hanno garantito al lunedì e sanno di poter contare sulla complice amnesia di quella televisione che ha il terrore delle proprie videoteche, fare quello che da anni fa, a Panorama, alla Stampa e ora a Repubblica è il massimo dell’efferatezza. Si offenderebbe, Filippo, se dicessi che è un giornalista di satira, che vuole farci sorridere, o ridere, anche se ci riesce benissimo, perché satira e umorismo sono impastate di caricatura, fabbricate con la decomposizione e ricomposizione artificiale della realtà, come le barzellette.

Filippo l’Efferato invece semplicemente, e timidamente, raccoglie i frammenti che esistono senza dare giudizi, senza moralismi né morale, perché non servono, perché detraggono e non aggiungono nulla all’orrore. Quando si ha la fortuna (allarme ironia) di vivere in una nazione nella quale il Presidente del Consiglio dei Ministri s’intrattiene nell’intimità dl proprio privé con un polposa minorenne priva di documenti e poi ottiene dalla Camera dei deputati della Repubblica Italiana la certificazione che ella fosse la nipote di un despota nordafricano, farci sopra satira è sacrilegio. Come cercare di ritoccare lo Sposalizio della Vergine, anche se mi rendo conto che la similitudine non calza del tutto.

Ma in questo suo ultimo libro, Come un gufo tra le rovine pubblicato da Feltrinelli, Filippo Franti in Ceccarelli, l’Infame che osa ridere nei banchi in fondo, fa qualcosa di meno, dunque molto di più, di quanto avesse fatto in altri libri che vorrei chiamare di cult, se non fosse anche questa una parola ormai putrefatta, Il Letto e il Potere e Lo Stomaco della Repubblica. In quelli Ceccarelli aveva sentito l’imperativo dello scrittore qual è di cucire insieme tutte le pezze del potere italiano e costruirci un quilt, una coperta.

Credo che volesse, o sperasse, un po’ come noi tutti che viviamo la polverizzazione ossessiva del giornalismo ormai instant e solubile, che l’insieme desse almeno un senso al nonsenso, una logica alla demenza. Che ci fosse, per usare Shakespeare, almeno “metodo nella loro follia”. Sono libri che osai proporre come testi nei miei corsi per master e dottorato in italiano presso una raffinata università americana, il Middlebury College, sollevando l’indignazione dell’austero rettore tedesco e l’entusiasmo dei giovani. Anzi, dei “ggiovani”. Che capirono, grazie a lui, come Mara Carfagna spiegasse l’Italia della prima decade 2000 più di una intera facoltà di sociologia.

Nel Gufo fa di peggio. Con la cura di un operatore ecologico (mi perdoni la correttezza politica) da Central Park di Manhattan o da una Disneyland dopo la chiusura ai turisti, Ceccarelli si muove tra gli “atri muscosi e i fori cadenti” della cronaca italiana contemporanea cercando, perché sospetto che sia buono o almeno così pensa Elena Polidori, sua moglie e collega, di pulire riciclando ‘a monnezza. Non giudica e non incinera. Differenzia per genere, con lo scrupolo e la diligenza del nonno Giuseppe, in arte “Ceccarius”, scrittore e cultore di storie e storia di Roma. Rinuncia a ogni speranza di dare un senso a quei pezzetti di carta, a quei sacchetti vuoti, a quegli stracci che infilza con il bastone a punta. Il minimalismo di questo libro, che mi ha ricordato il delizioso La Foire aux cancres di Jean Charles con gli sfondoni di scolari o lo Scusatemi ho il paté d’animo di Guido Quaranta con gli strafalcioni dei rudi deputati da Prima Repubblica, è micidiale.

Non c’è bisogno di fare caricature di Mario Monti, basta recuperare il ritaglio di giornale, o il frammento ripescato dalla Rete, nel quale Monti fa l’imitazione di Crozza che imita Monti. Lasciate che i vanesi si crocefiggano da soli. Non servono autori di gag quando si ritrova la notizia che Berlusconi andò alla festicciuola di Noemi Letizia nel pieno dell’influenza suina, ospite del padre addetto alla fogne di Napoli. A che serve uno sceneggiatore da commedia all’italiana anni Sessanta quando le cronache riportano che il sindaco Alemanno, già martello del clandestino, viene tamponato in via Merulana (la via gaddiana del Pasticciaccio brutto).

Naturalmente da un’auto pilotata da un immigrato cinese senza documenti. Chi meglio avrebbe potuto riassumere il viaggio del governo insediato nel 2008, già sull’orlo del leggendario precipizio, di quel commentatore del Foglio che lo battezzò così: “Sarà il governo del Buonumore”. E infatti sai le risate.

Nei frammenti si leggono condanne e miserie, sgambetti e presagi del destino, come il piccolo incidente che turbò una festa tribale della Lega Nord pochi mesi prima dei Belsito, del Trota, del miserevole “unhappy ending” del Cerchio Magico. Da Repubblica. it (26/6/11): “Tiro alla fune alla festa della Lega, la corda si spezza sul Ticino. Il cavo teso attraverso il fiume ha ceduto facendo cadere tutti i lombardi. Sono una trentina, i contusi e due le sospette fratture fra i militanti leghisti”. Non è più la solita realtà che supera la fantasia, da periodici d’altri tempi. Questa è la realtà che anticipa se stessa.

Nella Pompei italiana entro la quale ci è dato vivere, ai piedi di un vulcano che sembra sul punto di eruttare e di inghiottirci (a proposito, dopo il crollo della Casa del gladiatore, che suscita indignazioni benpensanti, puntualmente crolla anche il muro della Casa del moralista, non ce n’è proprio per nessuno) Filippo Ceccarelli scrive un libro che è archeologia del presente, tragicamente spassoso. È impossibile non sorridere, di loro e dunque di noi, ricordando, come invita a fare la citazione shakespeariana messa in distico all’inizio: “Oh, potesse la memoria, tornando indietro”. Ma se ci saranno, come spero, molte edizioni di questo libro, suggerisco a Filippo Ceccarelli un’altra citazione, questa presa dal Macbeth: “There’s daggers in men’s smiles”. Ci sono pugnali nei sorrisi degli uomini. (23 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

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SCARICA GRATUITAMENTE! – RC Paper: La Retorica alle Fondamenta del Capitalismo, e l’Etica alle Fondamenta di quella Retorica (di GG)

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RC Paper: La Retorica alle Fondamenta del Capitalismo, e l’Etica alle Fondamenta di quella Retorica (di GG)

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«Non è dalla benevolenza del macellaio, del
birraio o del fornaio, che noi ci aspettiamo la
nostra cena, ma dal loro rispetto nei confronti
del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo, non
alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non
parliamo loro delle nostre necessità ma della
loro convenienza».

Oggi vi presentiamo un documento eccezionale ed inedito, la traduzione a cura di GG degli atti  della  conferenza tenutasi il 20 ottobre 2012 a Mosca, per il quarto forum annuale ”Adam Smith” . La conferenza era parte di una tavola rotonda sui “Sentimenti Morali del Capitalismo” con Deirdre McCloskey dell’Università di Chicago e Tom Palmer del Cato Institute.

Vi consigliamo di scaricare il documento, stamparlo o leggerlo sul vostro e-reader, ci troverete una chiave di lettura sulle origini del capitalismo e sulla sua attuale crisi.

ScreenHunter 04 Dec. 21 08.55 RC Paper: La Retorica alle Fondamenta del Capitalismo, e lEtica alle Fondamenta di quella Retorica (di GG)

SCARICA!  – La Retorica alle Fondamenta Capitalismo

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fonte rischiocalcolato.it

Elezioni 2013, improponibili Pdl in lista. Tra famigli e dipendenti di Berlusconi


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Elezioni 2013, improponibili Pdl in lista. Tra famigli e dipendenti di Berlusconi

Non sono solo i condannati ad affollare gli elenchi del Popolo della Libertà. In Lombardia, dove si gioca la battaglia più importante per il controllo e il governo del Paese, scorrendo i nomi dei candidati si trovano un gran numero di dipendenti di Fininvest, ex mogli, portaborse, dame bionde e persino l’insegnante dei figli di B.

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di Luigi Franco e Thomas Mackinson

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Non ci sarà Marcello dell’Utri, ma a fare le sue veci in Parlamento penserà lo storico braccio destro, Simone Crolla. Tra i big c’è Renato Farina, in compagnia del poker d’assi Bonaiuti, Bondi, Mantovani e Romani. Ma c’è molto di più nella squadra con cui il Pdl si gioca la partita delle partite, la conquista dei seggi in Lombardia, regione chiave per strappare la carta dell’ingovernabilità del Paese. Una lista di grandi nomi? Gente lontana dai guai giudiziari? Macché, a scorrere i nomi saltano fuori una vagonata di indagati, interi pezzi di casa Berlusconi e di Fininvest, vecchie glorie acchiappavoti, lobbisti e trombati in cerca di un premio. Impresentabili, di diritto o di fatto, dalla corte del principe a quelle dei giudici.

Tanti i candidati per un unico grande merito, lo stare a servizio di Silvio Berlusconi, nelle sue aziende, nella gestione familiare e perfino delle sue residenze private. Da Villa San Martino a Roma Elena Centemero, n. 3 della lista Lombardia 2 per la Camera, ha fatto il balzo nella grande politica dopo aver insegnato lettere ai figli di Paolo e Silvio Berlusconi. In lista c’è anche chi deve aver contrattato con lei il costo delle lezioni, Mariella Bocciardo: n. 6 della lista è l’ex moglie di Paolo Berlusconi, entrata in Parlamento nel 2006 e nota come la “cognata” all’interno del cosiddetto (e indicibile) “gruppo bella gnocca” (insieme a Mara Carfagna, Gabriella Carlucci e Michaela Biancofiore). Incontra Silvio nel ’63, lavora con lui nella vendita delle case di Brugherio e Milano Due. Nel 1982 si separa da Paolo e torna a lavorare in Fininvest. Insomma, una di casa.

E dopo il gran rifiuto di Marcello Dell’Utri, si materializza nelle liste qualcuno a lui molto vicino da tempo in Parlamento. E’ il suo braccio destro Simone Crolla, già animatore dei Circoli del Buon Governo e direttore dell’house organ settimanale di Forza Italia “Il Domenicale” (edito da Dell’Utri e chiuso per debiti a fonte di vendite in picchiata). In lista anche un megafono dell’ex premier come Antonio Giuseppe Maria Verro. Imprenditore palermitano è stato eletto due volte con il Pdl. Dal 2009 fa parlare di sé come consigliere Rai, ruolo in cui si è distinto per le campagne pro-Minzolini e contro Santoro, Saviano e Celentano. In tv è andato anche Lucio Barani, n. 17 del collegio Lombardia 1. Ad esempio quando da sindaco di Aulla in Lunigiana fece erigere un busto di Bettino Craxi e rinominare la centrale piazza Matteotti in “Piazza martiri di Tangentopoli”. E ancora per la posa di cartelli stradali indicanti divieto di prostituzione.

Dodicesimo posto nella circoscrizione Lombardia 2 per Alessia Ardesi, alias “dama bionda”. Così è stata ribattezzata la giovane collaboratrice dell’ufficio stampa di Palazzo Grazioli, dopo che a fine 2011 accompagnò il Cavaliere fino a Marsiglia, in occasione del congresso del Ppe. Non è un berluscones doc Paolo Cagnoni, che però può vantare di essere l’assistente di Sandro Bondi, tra i più devoti al Cavaliere. Cagnoni si è guadagnato la candidatura alla Camera, in posizione 9 nella circoscrizione Lombardia 3. Una bella rivincita per lui, dopo la delusione subita alle scorse elezioni regionali: il suo nome era inserito nel listino bloccato di Formigoni, lo stesso di Nicole Minetti, ma all’ultimo è saltato a vantaggio di un leghista.

“QUELLI CHE LA GIUSTIZIA”

La lista lombarda è piena di nomi noti alle cronache giudiziarie, ma da queste parti non è un problema, con 62 consiglieri regionali indagati e lo stesso governatore Roberto Formigoni al centro dell’inchiesta sugli scandali della sanità. Per inciso, il Celeste, dopo il voltafaccia a Gabriele Albertini, si è guadagnato la posizione n. 2 al Senato, subito dopo il capolista Berlusconi. Spicca tra gli altri il fedelissimo Paolo Romani, già uomo dell’emittenza privata al Nord lanciato in politica nel 1994 con Forza Italia. Come deputato e sottosegretario mise il sigillo a provvedimenti volti a favorire le tv di Berlusconi. Nel 2012 è finito per due volte nel registro degli indagati. La prima per peculato, per una bolletta da 5.144,16 euro in due mesi con il telefonino del Comune di Monza. La seconda per istigazione alla corruzione, insieme a Paolo Berlusconi. Secondo l’accusa avrebbe fatto pressioni sull’amministrazione di centrodestra della città brianzola per sbloccare il grosso affare immobiliare della Cascinazza, un’area di interesse della famiglia Berlusconi. Entrambe le inchieste sono ancora in corso. Gli elettori lo ritroveranno puntualmente al blindatissimo numero 6 della lista Pdl per il Senato in Lombardia. Il suo nome è anche nell’elenco dei politici che ricevono generosi finanziamenti dalla Banca popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani.

Nell’elenco c’è poi Salvatore Sciascia, ex direttore centrale degli affari fiscali Fininvest condannato insieme a Paolo Berlusconi per aver pagato 330 milioni di lire ai militari della Gdf per indurli a favorire l’azienda nelle verifiche fiscali. E’ l’amministratore dell’immobiliare Idra che raccoglie le proprietà della famiglia Berlusconi, a partire da Villa Certosa. C’è poi Alfredo Messina, vice presidente Mediolanum (gruppo Fininvest), indagato nella bancarotta HDC, referente Fininvest nelle intercettazioni telefoniche con Deborah Bergamini e Luigi Crespi. Chiamato come testimone al processo Berlusconi-Mills, si avvalse della facoltà di non rispondere, perché indagato di reato connesso.

Il nome di Maurizio Bernardo è indissolubilmente legato a un emendamento noto anche come “lodo Bernardo”, un cavillo inserito con emendamento al ddl anticrisi del 2009 che ha limitato l’azione della Corte dei Conti per danno erariale nei confronti di funzionari pubblici infedeli. Al tempo si ipotizzava che Berlusconi potesse essere citato per il danno d’immagine legato alle feste ad Arcore e al caso D’Addario. E lui si fece promotore di un salvacondotto immediato. Da assessore regionale alle Reti fu indagato per traffico illecito di rifiuti e poi prosciolto nel 2007. Suo fratello Massimo è finito al centro dell’inchiesta sul crack della milanese Zincar.

Corre per un seggio al Senato Riccardo Conti, oggi componente della commissione Finanze, al centro dell’affaire dell’Enpam, la compravendita immobiliare-lampo che gli avrebbe garantito nel giro di poche ore plusvalenze per 18 milioni di euro sulla quale indaga la procura di Roma. In lista anche Francesco Colucci, vecchio socialista, questore della Camera. Nel 1992 venne processato per voto di scambio, dopo il ritrovamento nel suo archivio informatico personale di migliaia di nomi accanto ai quali erano segnati i favori concessi (assunzioni nel settore pubblico, ricoveri d’ospedale, ecc.). Nel dicembre 1994 fu condannato a 1 anno di reclusione, per poi venire assolto in Cassazione. Ci sono poi quelli che erano stati rottamati da Berlusconi, ma a metà. “Nessuno dei vecchi consiglieri sarà ricandidato”, aveva tuonato appena due settimane fa il Cavaliere. In Regione strada sbarrata a chi è rimasto coinvolto nello scandalo delle spese folli con i fondi assegnati ai gruppi consiliari. In due, però, sono stati ripescati nelle liste per la Camera: Rienzo Azzi e Giovanni Rossoni, entrambi indagati dalla procura di Milano per peculato.

Tra chi negli ultimi tempi è finito sotto indagine delle procure e ora se la gioca in Parlamento c’è pure Giuseppe Romele. Rigioca, a dire il vero. Perché Romele è già deputato del Pdl, oltre a essere vice presidente della provincia di Brescia. Il suo nome è finito nel registro degli indagati per false dichiarazioni al pm nell’ambito del secondo filione dell’inchiesta sull’ex vice presidente del consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani. In lista c’è pure Renato Farina, l’ex agente Betulla, nonché autore dell’articolo costato la condanna per diffamazione ad Alessandro Sallusti. Il suo nome è in decima posizione nella circoscrizione Lombardia 2, un po’ troppo in là per una possibile riconferma alla Camera. Del resto lui è uno dei più impresentabili: ha patteggiato una pena di sei mesi nel caso del rapimento di Abu Omar ed è stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per la visita in carcere a Lele Mora, fatta insieme a un tronista spacciato per suo collaboratore.

Stessa lista, ma sesto posto, e quindi più probabilità di essere rieletto, per il deputato Antonio Angelucci. Editore del quotidiano Libero e re delle cliniche romane, Angelucci attualmente è già deputato, pur essendo rimasto coinvolto, con il suo gruppo Tosinvest, in diverse vicende controverse. Sia sul fronte della sanità (proprio ieri suo figlio Giampaolo si è visto chiedere una condanna a quattro anni e sei mesi dalla procura di Bari per una presunta tangente di 500mila euro pagata all’allora governatore Raffaele Fitto). Sia sul fronte dell’editoria, visto che il gruppo è stato condannato a pagare una multa di 103mila euro per i fondi percepiti indebitamente per lo stesso Libero e per il Riformista. In undicesima posizione nella circoscrizione Lombardia 2, non risulta indagato Sergio Gaddi, ex membro della giunta del comune di Como, ma l’assessorato alla Cultura che guidava è finito al centro di un’inchiesta per abuso d’ufficio: a far partire le indagini un esposto su presunte irregolarità legate alle mostre organizzate a villa Olmo.

Monica Guarischi, numero 6 nella circoscrizione Lombardia 3, è la sorella di Luca Guarischi, ex consigliere regionale vicino a Formigoni, decaduto nel 2009 a seguito di una condanna definitiva a circa 5 anni di carcere per tangenti. Via il fratello, in Regione era entrata Monica, grazie a una collaborazione garantita dal Celeste per 10mila euro al mese. E ora arriva addirittura la possibilità di correre per uno scranno in Parlamento. Nell’area “lobby” si segnalano Andrea Mandelli, candidato a Monza alle ultime amministrative e presidente dell’ordine dei farmacisti, e Luca Squeri, assessore al Bilancio in Provincia, presidente milanese e nazionale Figisc, la federazione dei benzinai di Confcommercio.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Voto in Israele, Parlamento spaccato: Pareggio tra destra e sinistra. Il centrista Lapid ago della bilancia

 

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An Israeli infantry soldier of the Golani Brigade casts his vote at an army post at Mount Hermon in the Israeli annexed Golan Heights

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Voto in Israele, Parlamento spaccato
Pareggio tra destra e sinistra
Il centrista Lapid ago della bilancia

I risultati assegnano 60 seggi a entrambi i blocchi. Il Likud del premier uscente Netanyahu sotto shock, ma resta il primo partito

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ETL AVIV – Un sostanziale pareggio, almeno dal punto di vista strettamente matematico, tra il blocco dei partiti confessionali e di destra e quello di centro sinistra. È quello che indica per ora la ripartizione provvisoria dei seggi in parlamento (120 in tutto) che esce dal voto di ieri sera in Israele.

Al primo schieramento – quello che fa capo al premier Netanyahu – andrebbero 60 seggi, così come 60 sono quelli che ottiene l’opposizione. Questo a patto che i partiti accreditati all’uno e all’altro blocco restino lì dove si sono collocati prima del voto. Ma ancora è tutto da verificare, come fanno notare molti commentatori oggi. Sulla stampa si ventila ad esempio una possibile coalizione di governo che includerebbe Likud-Betenu, Yesh Atid e i nazionalisti di Focolare ebraico di Naftali Bennett. Fatto sta che dal punto di vista puramente numerico, il Likud – pur sotto shock per il risultato definitivo – resta, insieme ad Israel Beitenu, il primo partito con 31 seggi.

Al secondo posto, la vera sorpresa del voto: il centrista Yair Lapid di ‘Yesh Atid’ con 19 deputati. Una volta proclamati dalla Commissione Centrale Elettorale, nei prossimi giorni, i risultati definitivi dopo lo spoglio delle schede degli israeliani residenti all’estero e con la spartizione dei voti andati alle liste non rappresentate in parlamento, il presidente Shimon Peres dovrebbe affidare l’incarico. Nel frattempo, si metteranno in moto le trattative tra i partiti per arrivare ad un governo di coalizione e lì le carte potrebbero rimescolarsi rispetto ai blocchi iniziali.

I quotidiani riferiscono con titoli vistosi del successo elettorale del partito centrista Yesh Atid (C’è un futuro) di Yair Lapid e della severa flessione patita da Likud-Beitenu di Benyamin Netanyahu e Avigdor Lieberman. Il filo-governativo Israel ha-Yom titola: «La sorpresa di Lapid, la delusione del Likud». Nelle pagine interne il giornale riferisce che «Il Likud è sotto shock: la campagna elettorale ha fallito». In maniera simile, Haaretz titola: «Successo drammatico di Lapid, delusione nel Likud». Cos pure Yediot Ahronot: «Duro colpo per Netanyahu, il balzo di Lapid».

Mercoledì 23 Gennaio 2013 – 10:19
Ultimo aggiornamento: 10:45
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‘STORIACCE’ D’ITALIA – Tommy, “il cane che prega”: il suo caso finisce in tribunale – VIDEO


teleramanews
Pubblicato in data 21/gen/2013

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Tommy, "il cane che prega" il caso finisce in tribunale
Tommy in chiesa a San Donaci

Tommy, “il cane che prega”
il caso finisce in tribunale

E’ braccio di ferro giudiziario sul destino del meticcio di San Donaci la cui storia è finita sotto i riflettori. Il sindaco l’ha nominato ‘cane di quartiere’ e affidato a un cittadino, ma il figlio della donna che si prendeva cura di lui prima della morte insiste perché sia lui a decidere con chi debba stare. Le associazioni denunciano: “Sequestrato in caserma dai vigili”. Ed è partita la denuncia contro l’amministrazione

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di SONIA GIOIA

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La storia di Tommy, il meticcio che ha commosso l’Italia per avere “pregato” per due lunghi mesi ai piedi dell’altare dove erano stati celebrati i funerali della padrona, diventa un caso giudiziario. Il cane è conteso fra il sindaco di San Donaci Domenico Serio, che tramite atto formale ne ha fatto un cane di quartiere, e il figlio della donna deceduta, Sebastian Mapelli che si è affidato a un avvocato per sporgere formale querela contro l’amministrazione rivendicando il diritto di decidere chi debba adottare il cane. In attesa che venga pronunciata una parola definitiva sul suo destino, Tommy viaggia fra caserme di carabinieri e vigili urbani, mentre gli animalisti gli danno la caccia nel tentativo di sottrarlo a ulteriori trambusti.

LEGGI – La storia del cane che torna ai piedi dell’altare
ASCOLTA – Il parroco: ‘Arriva e mi viene vicino’
FOTO – IL CANE IN CHIESA CON I FEDELI
FOTO – L’album di Maria

Conseguenze della celebrità, che di certo sarebbero dispiaciute a Maria Lochi, morta a 57 anni a novembre scorso, dopo avere dedicato la vita intera agli animali. Viveva con una pensione sociale minima, in una casetta alla periferia di San Donaci, la povertà delle risorse non gli impediva di prendersi cura di tutti i randagi che incontrava per strada, coi quali divideva tutto quello che aveva. Il tributo d’amore di Tommy, che tutti i giorni tornava a messa nella chiesa di Santa Maria Assunta, ha fatto il giro del mondo, finendo su testate inglesi e tedesche. Insieme alla celebrità, per Tommy sono arrivati i guai. E naturalmente, la cronaca della contesa si è riversata minuto per minuto su Facebook. Lì il sindaco Domenico Serio ha pubblicato l’annuncio: “A titolo personale, informo che il cane Tommy, da oggi, è un cane di quartiere del comune di San Donaci ed è stato legittimamente affidato ad un nostro concittadino”.

LEGGI ‘Il miracolo d’amore di Tommy è questa l’eredità di mia madre’

Pronta la replica di Sebastian, il figlio di Maria Lochi, da giorni intervistato da stampa e tv: “Dov’era il sindaco e dov’era l’amministrazione quando mia madre, da sola, doveva provvedere a tutti i randagi del paese? Mi chiedo da dove spunti fuori questo animalismo dell’ultima ora per cui Tommy e non altri cani, senza storia se non quella del loro abbandono, si conquista il titolo di cane di quartiere. Io ho indicato ai vigili urbani, tramite fax, una persona di mia fiducia che a San Donaci può prendersi cura del cane in maniera adeguata, ma la richiesta è stata totalmente disattesa”.

Nelle stesse ore sul profilo Facebook di Maria Lochi, creato non più di una settimana fa dal figlio, gli animalisti accusano le istituzioni cittadine di aver ‘sequestrato’ il cane; di aver “richiuso Tommy in una stanza all’interno del comando dei vigili urbani”. Il comandante della municipale Vincenzo Elia smentisce le accuse, in un clima di crescente tensione intorno all’animale. “Nessun sequestro – dice seccato – abbiamo seguito le procedure indicate dalla legge regionale insieme al servizio veterinario della Asl di Brindisi. Il cane è sempre stato amato dal paese, ed è quindi al paese che appartiene. A Natale ha dormito in questo ufficio, così come prima che scoppiasse il caso mediatico dormiva in chiesa. Stamattina il veterinario Raffaele De Filippis lo ha visitato come aveva già fatto più volte. Tommy adesso è affidato alle cure di una persona di San Donaci, mentre di giorno se ne va in giro per il paese come è nella sua natura. In ogni momento è a disposizione di chi lo vuol vedere, come ha fatto questa mattina il Wwf”.

L’atmosfera intorno al povero meticcio resta da guerra aperta, l’ultima parola sul suo destino spetta alla magistratura. “Ho invitato il sindaco per iscritto a consegnare il cane ad una persona indicata dal mio cliente, e il sindaco evidentemente non intende raccogliere l’invito”, dichiara l’avvocato Raffaele Missere, incaricato dal figlio di Maria Lochi, “Siamo dunque pronti ad iniziare l’azione giudiziaria”. (23 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it