Archivio | gennaio 25, 2013

Egitto, a due anni dalla rivolta contro Mubarak ancora scontri: 4 morti / VIDEO: اشتباكات في ش قصر العيني Protesters clash near Tahrir on Jan25 anniversary

اشتباكات في ش قصر العيني Protesters clash near Tahrir on Jan25 anniversary

AhramOnlineAhramOnline

Pubblicato in data 25/gen/2013

Protesters involved in clashes with police on Qasr el Ainy street – moments from Tahrir Square – say that state security forces have fired birdshot at them, in addition to throwing rocks and shooting tear gas.

Witnesses say the clashes began on the evening of the 24th January when demonstrators attempted to take down a huge concrete wall on Qast el Ainy erected by security forces.

The fighting continued through the night and into the 25th – the second anniversary of the Egyptian uprising in 2011.

Tens of thousands of demonstrators are filtering through to Tahrir Square demanding the realisaiton of the revolution’s goals, justice for those who died and an end to the Muslim Brotherhood’s monopoly on state power.

Video by Simon Hanna for Ahram Online

http://english.ahram.org.eg/NewsContentP/1/63243/Egypt/Live-Updates-Tens-of-t…

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https://i1.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/egitto_scontri_interna-nuova.jpg

Egitto, a due anni dalla rivolta contro Mubarak ancora scontri: 4 morti

Sono centinaia di migliaia le persone scese in piazza non solo nel luogo storico della rivolta al Cairo, piazza Tahrir, ma anche nelle maggiori città egiziane per protestare contro il governo dei Fratelli musulmani. Oltre 250 i feriti e 4 morti nel giorno dell’anniversario

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di | 25 gennaio 2013

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E’ un giorno di protesta quello del secondo anniversario della rivoluzione egiziana. Sono centinaia di migliaia le persone scese in piazza non solo nel luogo storico della rivolta al Cairo, piazza Tahrir, ma anche nelle maggiori città egiziane per protestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, accogliendo la chiamata di 16 partiti e movimenti di opposizione. Così, sono continuati anche gli scontri nei dintorni della piazza iniziati nel pomeriggio del 24 gennaio quando un gruppo di manifestanti ha tentato di demolire il muro eretto per chiudere l’accesso al Parlamento. E che oggi in Egitto non ci sia niente da festeggiare è dimostrato anche dall’assenza nelle strade dei maggiori partiti islamisti, compresi i Fratelli Musulmani, ormai da mesi nel mirino dei manifestanti. “Non vogliamo la supremazia della guida suprema della fratellanza” gridano in una Tahrir stracolma e piena di bandiere egiziane centinaia di migliaia di manifestanti. Il presidente Morsi è ormai da mesi il nemico numero uno degli attivisti, in molti nel ballottaggio dello scorso giugno avevano votato per lui per evitare l’ascesa al potere dell’ex primo ministro di Mubarak, Ahmed Shafiq, ma sono delusi da quello che è stato definito “un abuso di potere del presidente islamista”. “Pane, libertà e giustizia sociale, le richieste che due anni fa abbiamo fatto in piazza sono rimaste sospese, e abbiamo un presidente che ci ha fatto tornare indietro alla dittatura”- dice Fatima, studentessa avvolta in un’enorme bandiera egiziana.

Ayoub sventola uno stendardo con il viso dei “martiri del 25 gennaio”, i manifestanti uccisi durante la rivoluzione. “Sembra che i miei compagni siano morti per nulla, a due anni di distanza dopo i militari abbiamo un presidente che non capisce cosa sia la democrazia – dice – dobbiamo fare qualcosa per arginare questa deriva totalitaria”. Il paese resta dunque più diviso che mai, la grande rotonda di Tahrir è tornata a riempirsi, assieme agli attacchi verso le sedi dei Fratelli Musulmani in tutto il paese. Al Cairo la sede del sito web della fratellanza è stato attaccata, mentre a Ismaylia l’ufficio del loro partito politico è stato dato alle fiamme. Altri scontri si sono registrati anche ad Alessandria, Suez e Port Said. Al momento il bilancio comunicato dal dipartimento di primo soccorso del ministero della sanità è di oltre 250 feriti.

Tra i manifestanti sono tanti anche gli ultras della squadra dell’Ahly, uno dei gruppi di piazza più attivi, da diversi giorni in protesta per la strage dello scorso anno nello stadio di Port Said dove morirono 73 tifosi. La rabbia degli ultras, che ha già causato diversi scontri alcuni giorni fa, potrebbe portare a un rinvio della sentenza del processo sulla strage prevista per domani. La situazione nel paese resta dunque calda e in molti temono che in serata la situazione degeneri anche alla luce dell’apparizione di nuovi manifestanti mascherati: black bloc di cui ancora non si capisce l’affiliazione e che da alcuni giorni hanno infiammato gli scontri con la polizia al Cairo e Alessandria.

La grande manifestazione nel giorno dell’anniversario, come già accaduto lo scorso mese nelle proteste contro la Costituzione, è vista da molti come una prova di forza da parte dell’opposizione che cerca di organizzare una base unitaria per le prossime elezioni previste per il prossimo aprile. “Spero che l’opposizione egiziana sia in grado di arrivare alla popolazione e sfruttare queste occasioni di dissenso per creare un’adesione – spiega Bassem Sabri, blogger e analista politico oggi in piazza . “Anche di fronte alla crisi economica io credo che dovrebbe essere creato un programma efficace che vada oltre il mero dissenso verso Morsi e la fratellanza”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

OLOCAUSTI – Desaparecidos dimenticati dall’Italia


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Desaparecidos dimenticati dall’Italia

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di Paolo Tessadri

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Un’altra Italia, anche come numero, vive e lavora all’estero: sono gli emigrati, i loro figli o discendenti di italiani. Una pagina della loro storia l’hanno vissuta sotto le dittature. In Argentina molti giovani studenti, oriundi italiani, subirono il carcere, la tortura o finirono nel triste elenco dei desaparecidos. Una vicenda che in Italia si fatica a ricordare.

Trentamila furono i desaparecidos durante la dittatura militare in Argentina dal 1973 al 1983. Moltissimi gli oriundi italo-argentini che sparirono dopo le torture o che vennero subito ammazzati. Gli italo-argentini furono vittime ma anche carnefici. Nel libro Nunca Mas (Mai più), il rapporto della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che indagò su quel periodo, ci sono cognomi italiani anche fra i torturatori. Ancora oggi in Argentina ci sono processi contro militari che si sono macchiati di sequestri e sparizioni degli oppositori al regime.

Silvina Berti è una professoressa universitaria di Rio Cuarto, una città di quasi 150 mila abitanti nella provincia di Cordoba. Il fratello di Silvina, Carlos, oriundo italiano di origini trentine, sparì quando aveva 22 anni. Ma in Italia quel periodo pare ormai lontano, quasi dimenticato. Così pure in Trentino: “Dobbiamo programmare, dobbiamo vedere se è possibile” le risposte assai burocratiche, che svelano il disinteresse, delle istituzioni locali a coloro che ripropongono il tema. Ecco la lettera di Silvina Berti in ricordo del fratello Carlos.

Carlos è sparito!
Era una calda giornata d’estate a Rio Cuarto, nello Stato di Cordoba, quel 22 febbraio del ’55 quando nacque Carlos. Io sono nata tre anni dopo. Era il quinto figlio di emigrati italiani in Sud America. Mio nonno, Adelo Berti, era arrivato in Argentina coi suoi genitori e i suoi fratelli alla fine del Secolo XIX. Provenivano da un piccolo paesino del Trentino, Denno.
Ancora oggi, durante l’estate, quando cammino per la piazza centrale di Rio Cuarto, sotto i tigli, chiudo gli occhi e rivedo tutti noi da bambini a rincorrerci, giocare a nascondino, mangiare il gelato, aspettando il carnevale. Allora abitavamo nel centro della città, ma la vita aveva un ritmo diverso, tutto era più tranquillo, più calmo. Andavamo alla scuola Manuel Belgrano e, nel pomeriggio, camminavamo tutti insieme, con le nostre tipiche e inconfondibili camice bianche, trascinandoci dietro le cartelle. Abbiamo frequentato la scuola secondaria del Colegio Nacional. Carlos era intelligente e non lo dico soltanto perché era mio fratello. Erano gli stessi insegnanti che gli riconoscevano questa dote, così pure i suoi compagni di classe. Li aiutava nei compiti, in classe e al termine dell’ultimo anno di quinta i suoi compagni scrissero sul muro della scuola: “Carlos Berti: salvatore”.
Non saprei dire quando Carlos cominciò ad interessarsi di politica, anche se in famiglia, soprattutto quando si pranzava, si discuteva su ciò che stava accadendo nel paese e nel mondo. E già si creavano le divisioni: papà da una parte, i miei fratelli dall’altra ed io un po’ in disparte, a fare da spettatrice anche a causa della mia età.
Ogni giorno, quando tornavamo da scuola, Carlos andava dritto alla fabbrica di piastrelle di proprietà della mia famiglia. Rimaneva ore a parlare con Villagra, il capo operai. Era un suo grande amico. Villagra, fino a poco prima di morire, ricorderà Carlos con affetto, mentre gli occhi si inumidivano. Per non mostrare l’emozione, se li asciugava con un fazzoletto, facendo finta che fosse la polvere a provocargli quell’arrossamento.
Dopo il Colegio Nacional, Carlos andò all’università di Córdoba, all’Istituto di matematica, astronomia e fisica. Anche lì era un brillante studente ed è lì che iniziò la sua vera militanza politica. Dopo il colpo di stato del 1976, la sua casa fu perquisita, rovistarono ovunque, anche nei soffitti e tra le pareti. Ma Carlos e un compagno di squadra riuscirono a scappare, mentre José e un altro ragazzino di soltanto 14 anni che erano con loro, furono uccisi. Ormai inseguito e braccato, Carlos abbandonò Cordoba e partì per Buenos Aires, dove conobbe la donna che sarebbe stata la sua unica fidanzata. Era una militante contro il regime militare, soprannominata “la nonna”. Pur nella clandestinità, ebbero momenti intensi e un giorno disse: “L’uomo diventa pazzo quando s’innamora”.
L’11 aprile del ‘77 Carlos partì per un secondo appuntamento, il primo era fallito, per mettersi in contatto con altri militanti. Coloro che erano vicino a lui cercarono di dissuaderlo, gli dissero di non andare, lo misero in guardia, ma la data era fissata e lui ci andò. Non fece mai più ritorno. A differenza di altri detenuti, lui non fu mai visto in nessun centro di detenzione illegale. Carlos sparì nel nulla. Svanito! 
Le autorità negarono che fosse stato catturato, alla mia famiglia dissero che non sapevano nulla, che non gli risultava nulla. Desaparecido! Mia madre, Lia, denunciò la scomparsa, chiese notizie a tutti: nessuna risposta. Nel ’91, mia madre si presentò al consolato d’Italia a Cordoba per costituirsi parte civile in un eventuale processo in Italia.
La dittatura ha cercato di cancellare 30 mila desaparecidos come Carlos, ha tentato di recidere ogni legame, ogni affetto. Ci ha provato, ma io, insieme a molti altri, siamo qui a testimoniare che non ci è riuscita. Così oggi condivo pubblicamente la sua storia e la mia storia. Così oggi Carlos smette di essere un desaparecido e torna a essere una persona. Egli è il figlio di mia madre, mio fratello, è il fratello dei miei fratelli e il fidanzato della sua fidanzata. Il ragazzo assente in tutti questi anni, ma sempre presente tra noi. E lo voglio ricordare alto, magro, con bellissimi occhi azzurri, con le sue piccole cicatrici causate dall’acne. Con i suoi capelli ricci e le lunghe gambe. Le dita da pianista benché non abbia mai toccato una tastiera. Carlos ha sempre 22 anni perché la dittatura gli ha impedito d’invecchiare”.

Silvina Berti
Professoressa e ricercatrice – Departamento Ciencias de la Comunicación – Universidad Nacional de Rio Cuarto, Argentina
Representante por la Universidad en la Comisión Municipalde la Memoriade la Ciudadde Rio Cuarto

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fonte ilfattoquotidiano.it

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documento pdf liberamente scaricabile:
L’Italia e i desaparecidos argentini d’origine italiana
di Marzia Rosti

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I DESTRO-LESI – Elezioni, scoperta la “cartiera” di firme false. Coinvolta La Destra di Storace


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Elezioni, scoperta la “cartiera” di firme false. Coinvolta La Destra di Storace

L’inchiesta della Procura di Lodi partita da un elenco di 500 sottoscrittori del partito dell’ex governatore del Lazio, “firmato” da un giudice di pace che in realtà non l’aveva mai visto. La replica: “Siamo parte lesa, già partita una denuncia”. Sequestrati a MIlano anche timbri di Comuni e tribunali. Il Pd chiede chiarimenti al ministro dell’Interno

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Le firme elettorali portano male a Francesco Storace, leader di La Destra, che a fine ottobre 2012 è stato assolto in appello per la vicenda dell’accesso al sistema informatico dell’anagrafe di Roma, con l’obiettivo di scoprire eventuali irregolarità nelle carte presentatae dalla rivale Alessandra Mussolini per le regionali del Lazio del 2005.

Un’indagine della Procura di Lodi ha portato alla scoperta di una rete specializzata nel fornire firme false ai movimenti politici intenzionati a presentarsi alle elezioni regionali e politiche. In diversi appartamenti e in uno studio legale di Milano sono stati trovati 83 timbri con i nomi di giudici di pace di diverse regioni (Lombardia, Liguria, Piemonte, Molise e Lazio), timbri dei Comuni di Monza e Pavia e del tribunale di Milano, elenchi di firme e moduli in bianco. Tutto materiale necessario per produrre la documentazione richiesta per presentare le liste.

L’indagine è partita dalla scoperta, il 22 gennaio a Lodi, di un elenco di 500 sottoscrittori di La Destra, per il collegio Camera 3 e per le regionali della Lombardia, controfirmato da un giudice di pace che in realtà non lo aveva mai neppure visto. Per questo la lista di la Destra è al momento esclusa dalla corsa elettorale nella circoscrizione che comprende le province di Mantova, Lodi, Pavia e Cremona.

“Pensiamo di aver scoperto una ‘cartiera’ che, analogamente a quell che realizzano fatture false per le aziende, in questo caso sembra realizzasse falsi elenchi di sottoscrittori per le liste elettorali”, ha spiegato il procuratore di Lodi Vincenzo Russo, secondo quanto riporta il giornale locale “Il Cittadino”. Nell’inchiesta sono emersi anche i nomi della “Lega lombardo-veneta” e del “Movimento Italia Giusta“.

“La vicenda di Lodi ci vede come parte lesa”, ha dichiarato Storace, candidato presidente di Pdl e La Destra alle regionali del Lazio, “stamane l’avvocato Proietti ha presentato apposita denuncia”. Così il leader di La Destra ha replicato alle richieste di chiarimento arrivate, tra gli altri, dal Pd: “Presenteremo immediatamente un’interrogazione parlamentare al ministro Cancellieri per fare luce sull’intera vicenda”, ha annunciato la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, capolista in Lazio 2. “Certamente, apprendere questa notizia proprio nel giorno in cui vengono depositate le liste per il Lazio, getta ombra sulla regolarità delle liste che fanno capo a Francesco Storace”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

AMBIENTE – Case, strade e capannoni: l’Italia è in ginocchio con i piedi nel cemento

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Baia Sistiana (Trieste): previsti due villaggi residenziali, alberghi, ristoranti, 11 bar, 5 piscine, 97 posti barca, posteggi per 800 auto, centro benessere di 4 mila metri quadri (Sette Green/Antolino)

SETTE GREEN

Case, strade e capannoni: l’Italia è in ginocchio con i piedi nel cemento

In 15 anni è stata asfaltata un’area agricola grande come Lazio e Abruzzo messi insieme

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di Stefano Rodi

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Bel Paese? Mica tanto. L’Italia, più che sul lavoro, è diventata una Repubblica fondata sul cemento. E lì rischia di restare, con i piedi piantati nell’asfalto di un territorio sempre più urbanizzato, brutto e, per giunta, pericoloso. Non è una storia nuova, anzi, e proprio il fatto che risalga a tempi lontani la rende ancora più inquietante. «Non so, non so perché, perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba», cantava il “ragazzo della via Gluck” di Celentano nel 1966 e, alla fine, si chiedeva «se andiamo avanti così, chissà come si farà, chissà…».

SCAVIAMO COME TALPE – Quasi mezzo secolo dopo, produciamo cemento come nessun altro: una media di 565 chilogrammi per cittadino, di fronte a una media europea di 404. Per «vantare» questo primato ci servono quantità mostruose di sabbia, ghiaia e pietrisco, i cosiddetti «materiali inerti» con cui si realizza il cemento. Quindi scaviamo come talpe instancabili, deturpando il territorio: nel 2010 c’erano 5.736 cave attive e 13 mila dismesse, che al di là dell’ufficialità salivano a un numero non quantificabile, visto che molte Regioni italiane non le censiscono nemmeno, come risulta dall’ultimo studio sull’attività estrattiva di Legambiente. Le imprese del settore, vendendo sabbia e ghiaia, ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro all’anno, mentre nelle casse pubbliche, in cambio delle concessioni per le cave, entrano meno di 45 milioni. Sembra «materiale inerte» anche lo Stato, visto che la tassazione media sull’attività estrattiva è all’incirca del 4% e ci sono regioni come Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dove si cava senza pagare un euro. In Inghilterra, tanto per fare un esempio, si paga il 20%.

L’Italia affoga nel cemento L'Italia affoga nel cemento    L'Italia affoga nel cemento    L'Italia affoga nel cemento    L'Italia affoga nel cemento    L'Italia affoga nel cemento

SOLUZIONE – Per scavare e devastare di meno un sistema esiste, e negli altri Paesi europei lo si utilizza: si recuperano i materiali dalle costruzioni e dalle demolizioni, piccoli o enormi che siano. Nei Paesi Bassi il quantitativo di materiale edile riciclato è del 95,1%, in Danimarca il 94,9%, in Belgio il 90%, in Germania l’86,3%. Noi chiudiamo la classifica con un misero 10% (dati Eurostat e Ispra), mentre va a finire nelle discariche o negli inceneritori il restante 90%, con tutti i costi ambientali ed economici che questo comporta. Per spiegare questo comportamento anomalo va detto che in Danimarca, per esempio, buttare materiale edile in una discarica costa una tassa circa cinque volte più alta di quella che si paga in Italia. Da noi, in più, a incentivare l’«usa e getta» c’è anche l’ampia offerta delle convenienti discariche abusive nelle mani della malavita, e quindi è tutta una ruota che gira, dalla parte sbagliata.

LOGICA SBAGLIATA – In sintesi, siamo i primi a produrre cemento e gli ultimi a saperlo riciclare. Le ragioni di questa giostra stanno, in buona parte, nella quantità di nuove costruzioni realizzate negli ultimi anni: 260 mila solo nel 2009 tra abitazioni e fabbricati non residenziali. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, nel decennio 2001-2011, di fronte a un incremento della popolazione stimato in un milione di nuclei famigliari, sono stati costruiti 1 milione e 571 mila nuovi alloggi residenziali. L’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, autore di Paesaggio, Costitizione e cemento, ha profetizzato: «Vedremo boschi, prati e campagne arretrare davanti all’invasione di mesti condomini, vedremo coste luminosissime e verdissime colline divorate da case incongrue e palazzi senz’anima. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento». Per la verità lo stiamo già vedendo: secondo l’Istat dal 1990 al 2005 la Sau (Superficie agricola utilizzata) in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663 mila ettari, un’area grande come Lazio e Abruzzo messi insieme.

GLI ABUSI ALLA LOGICA Non c’è zona che si salvi, da questo gioco del “Lego” in scala reale. Basta guardarsi in giro, a cominciare da Roma, caput mundi. In zona Laurentina, tanto per fare un esempio, ai bordi del raccordo anulare (all’altezza dell’uscita 25) sta sorgendo, molto a rilento per la verità, il quartiere Tor Pagnotta (il nome è già un programma), che prevede un totale di circa 25 mila nuovi residenti, di cui per ora circa 16 mila ancora virtuali, e che si è esteso anche su un’area che doveva essere parco pubblico vincolato, attorno a zona monumentale e paesaggistica. Decine di palazzine ad alveare, alte anche dieci piani, che sorgono in mezzo a torri medioevali e dove non sembra esserci una corsa ad andare ad abitare, considerato anche che i mezzi pubblici promessi tardano ad arrivare e i costi al metro quadro vanno dai 5 mila euro in su. Un’altra spianata sta facendosi largo nella zona di Barberino del Mugello dove, con i lavori per il raddoppio dell’autostrada, si sta puntando al record della più grande area di servizio d’Europa, che occuperà una superficie di decine di ettari, destinata a coprire i quasi tre milioni di metri cubi di «smarino», materiale di risulta delle escavazioni per i nove chilometri di tunnel fatti in zona. Come polvere buttata sotto il tappeto. Peccato che lì sotto passino anche gli affluenti del lago del Bilancino, fonte di approvvigionamento per gli acquedotti delle province di Firenze, Prato e Pistoia. Per una beffa del destino, che gli abitanti della zona ritengono intollerabile, l’area su cui sorgeranno decine di pompe di benzina, ristoranti, bar, un centro commerciale e un parcheggio che sembra il Madison Square Garden, si chiama «Bellosguardo». Per la cronaca va detto che, attualmente, sull’A1 c’è un’area di servizio a 10 chilometri in direzione nord e a 16 verso sud.

DANNI MATERIALIBasta puntare il dito sulla cartina italiana, anche a caso, e difficilmente non ci si imbatte in costruzioni, piccole o grandi che siano. Moltissime abusive, visto che secondo un dossier di Fai e Wwf, dagli anni Cinquanta a oggi, si sono registrati 4,6 milioni di abusi edilizi: 75 mila all’anno, 207 al giorno. Ma al di là degli abusi alla legge, sono quelli alla logica e all’estetica che fanno venire i brividi. Come i due nuovi borghi residenziali, alberghi, parcheggio da 800 posti auto, cinque piscine, undici bar e altrettanti ristoranti, 97 posti barca che stanno sorgendo nella baia di Sistiana, a 20 chilometri da Trieste, e che occuperanno l’intero piccolo golfo lasciato vuoto da una cava abbandonata.

PIENI E VUOTI – Il paesaggio, anche quello urbano, è fatto di pieni ma anche di vuoti. Se si riempie tutto, si vive male. «Se affacciandosi dalla finestra si vedono solo muri e strade, invece di piante e prati, si ha una sensazione di sradicamento», dice Roberto Mazza, professore di psicologia dello sviluppo e di metodologia del servizio sociale all’Università di Pisa. «La sensazione è quella dello sradicamento: non ci si riconosce più nel panorama e l’ambiente che ci circonda assume toni ostili. In questo contesto anche la vicinanza di altre persone è soltanto fisica, ma priva di contenuto emotivo, priva di quel legame umano rappresentato da valori comuni». Mazza, su questi temi, ha scritto un libro: Psico(pato)logia del paesaggio. Disagio ambientale e degrado psicologico, insieme con l’epidemiologa Silvia Minozzi. La sintesi è chiara: «Patologie come schizofrenia, o disturbi come anoressia, bulimia o depressione si manifestano con frequenza molto maggiore in aree ad alta densità di urbanizzazione. Per esempio un’analisi condotta su dieci recenti studi compiuti in Europa e negli Usa evidenzia che l’incidenza della schizofrenia è più che doppia nelle aree urbane rispetto a quelle rurali». In più, a rendere inguardabile questo orizzonte costellato di gru, c’è anche il fatto che si continuano a costruire case destinate a restare in gran parte vuote. In totale sono 5 milioni e 320 mila gli alloggi dove non abita nessuno: quasi 250 mila solo a Roma. Ma anche nelle ricche province del Nord, la situazione non è diversa: in quella di Bergamo le case disabitate sono circa 100 mila, a Brescia città 82 mila.

LA RIVOLTA DELLA NATURASecondo un dossier del 2011 sul mercato edilizio italiano, firmato dalla commissione Ambiente e lavori pubblici della Camera, «tre anni di mercato in flessione hanno prodotto il dato allarmante di uno stock di “giacenze” che si attesta attorno ai 120 mila alloggi invenduti». I prezzi delle case non sono più accessibili ai normali lavoratori; dice infatti la stessa Commissione: «Nel 1965 per acquistare una abitazione semicentrale di una grande città servivano 3,4 annualità di reddito di una famiglia a reddito medio, mentre nel 2008 tali annualità sono diventate nove». «Siamo a un vero e proprio punto di crisi delle costruzioni in Italia», commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. «Malgrado milioni di case costruite negli ultimi due decenni c’è una grave emergenza abitativa nelle città. Proprio la crisi deve portare a un cambiamento, ora la priorità devono essere lo stop al consumo di suolo e gli investimenti nelle aree urbane, dove demolire e ricostruire per dare case a chi ne ha veramente bisogno e con consumi energetici azzerati, dove portare tram e metropolitane, e per mettere in sicurezza il territorio». Infatti il Paese asfaltato si ribella, a suo modo, senza preavviso: frane, smottamenti, esondazioni. In Liguria, tanto per puntare a caso il dito in un’altra zona, secondo la Protezione civile, il 98% dei Comuni (232 su 235) «presenta un’elevata criticità idrogeologica» e «155 mila persone vivono o lavorano in aree considerate pericolose». «Se andiamo avanti così, chissà come si farà, chissà….». Aveva già senso chiederselo nel 1966, figuriamoci adesso.

21 gennaio 2013 (modifica il 25 gennaio 2013)

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fonte corriere.it

INFORMAZIONE – “La prima notizia è quella che conta”. Ci credono anche se poi viene smentita


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“La prima notizia è quella che conta”
Ci credono anche se poi viene smentita

Il peso di questo meccanismo arriva da uno studio americano: se la notizia “piace”, spesso c’è poco da fare. Le rettifiche, le correzioni servono a poco. E scopriamo che un americano su sei è ancora convinto che Obama non sia nato negli Usa, nonostante sia stato dimostrato il contrario

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ROMA Hai voglia a smentire: la prima versione, nonostante sia stata corretta o confutata, resta quella impressa nella mente almeno per chi legge le notizie sul web. Il cosiddetto “Fact checking”, che cerca di smascherare soprattutto su internet bufale e affermazioni false, non funziona sulle persone a cui ‘piace’ la notizia che legge, anche se non veritiera, neanche se è fatto in tempo reale. La dimostrazione di questo meccanismo arriva da uno studio studio della Ohio State University.

I ricercatori, che presenteranno lo studio ad un congresso sul Social Computing a fine febbraio in Texas, hanno diviso 574 adulti, a cui è stato fatto leggere un finto blog politico contenente l’affermazione falsa che le autorità Usa possono avere libero accesso alle cartelle cliniche elettroniche, in tre gruppi. Il primo ha letto sullo schermo del computer la smentita da parte di un gruppo considerato autorevole, il secondo dopo tre minuti e il terzo non ha ricevuto nessuna smentita alla frase.

In seguito è stato chiesto ai partecipanti quanto fosse facile per le autorità spiare le cartelle cliniche, e il gruppo che ha ricevuto la smentita è stato solo leggermente più preciso degli altri nella risposta: “Solo chi ha dichiarato prima del test di essere favorevole alle cartelle elettroniche ha ‘recepito’ la correzione – spiega Kelly Garrett, uno degli autori – mentre i contrari sono rimasti della loro idea. Correggere false convinzioni richiede una vera e propria persuasione, non è sufficiente dare una informazione accurata. Questo spiega perché ad esempio un americano su sei ancora crede che il presidente Obama non sia nato negli Usa nonostante un fact checking più che esaustivo”. (25 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

Trema la terra in Toscana e Emilia, paura ma nessun danno

La mappa dell'Ingv
La mappa dell’Ingv

Trema la terra in Toscana e Emilia, paura ma nessun danno

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ultimo aggiornamento: 25 gennaio, ore 19:35
Roma – (Adnkronos/Ign) – Una forte scossa, di magnitudo 4,8, è stata registrata alle 15.48. Epicentro in provincia di Lucca ma avvertita anche a Modena, Reggio Emilia e Bologna fino a Milano. Interrotta la lezione del ministro Fornero all’Università di Firenze – LA MAPPA INGV – Protezione civile: al momento nessuna segnalazione neanche dalle zone già colpite dal sisma di maggioLA SCOSSA IN UN VIDEO

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Roma, 25 gen. (Adnkronos/Ign) – Torna a tremare la terra in Toscana ed Emilia. Una forte scossa di magnitudo 4,8 è stata registrata nel primo pomeriggio nelle due regioni ma è stata avvertita fino a Milano, con epicentro nella provincia di Lucca. Tanta la paura ma, secondo le prime informazioni, non ci sarebbero danni.

L’evento sismico è stato registrato alle ore 15.48 ”con magnitudo locale 4.8”. Le localita’ prossime all’epicentro, sottolinea il Dipartimento della Protezione Civile, sono Castiglione Garfagnana, Villa Collemandina, Pieve Fosciana e Fossandora. Ma la scossa è stata nettamente avvertita anche in Emilia (soprattutto a Modena, Reggio Emilia e Bologna), regione già colpita il 20 maggio scorso da un terremoto di magnitudo 5,8.

“Non c’è al momento nessuna segnalazione di danni ad edifici o persone, siamo in contatto con l’Unita’ operativa della Toscana e anche da loro non ci è giunta per ora alcuna richiesta di intervento”, ha spiegato all’Adnkronos il direttore dell’Agenzia regionale di Protezione civile dell´Emilia Romagna Maurizio Mainetti.

“Sono comunque in corso le verifiche” prosegue Mainetti ma per ora nessun ulteriore problema è giunto alla centrale operativa neanche dalle zone già colpite dal sisma di maggio. “C’è stata molta paura nei Comuni del crinale appenninico dell’alto modenese e del reggiano” conclude Mainetti, riferendosi alle zone della regione più vicine all’epicentro del sisma.

Anche dalla Toscana il presidente della Regione Enrico Rossi conferma che ”le scosse non hanno causato danni a cose o persone”. ‘Lo dice – spiega Rossi sulla sua pagina FB – la nostra protezione civile dopo un sopralluogo nelle zone dell’epicentro”, in Garfagnana. ”La Sala operativa della protezione civile sta monitorando la situazione in contatto con tutte le province”.

La scossa di terremoto è stata avvertita con nettezza e forza anche a Firenze. In alcune vie della citta’ non sono mancate le persone che sono scese in strada per la paura, abbandonando uffici e abitazioni. Anche la lezione che il ministro del Lavoro Elsa Fornero stava tenendo all’Università fiorentina, è stata interrotta per un paio di minuti. Poi, passato il momento di paura, il ministro ha ripreso la sua lezione.

“Questa registrata nella Garfagnana è una tipica scossa appenninica che ricade in un’area ben nota per la sua sismicità. Una forte scossa fatale si manifestò nel 1920 in Garfagnana e Lunigiana”, ha detto all’Adnkronos lo scienziato Enzo Boschi, sismologo e vulcanologo di fama ed ex numero uno dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ricordando il terremoto che colpì quasi la stessa area di ieri il 7 settembre del 1920 di intensità 6,4 della Scala Richter e IX-X della Scala Mercalli e che ebbe come epicentro Fivizzano, provocando migliaia di feriti e oltre 300morti.

“Quello di oggi è un sisma registrato a 15 chilometri di profondità e di magnitudo 4.8 con onde chiaramente avvertite a Bologna, in tutta l’Emilia Romagna e parte della Lombardia” ha spiegato Boschi. “La zona della Garfagnana comunque negli anni ’80-’90 è stata però oggetto di interventi antisismici ben fatti sugli edifici”. Boschi ha poi ricordato che quella di oggi ‘’così come tutte le scosse che si verificano nel Mediterraneo sono dovute alla placca africana che spinge verso la placca euroasiatica”.

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fonte adnkronos.com/IGN