E’ MORTO SANREMO, VIVA SANREMO – Azzardo Fazio


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Sanremo, azzardo Fazio

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di Renato Tortarolo

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Genova – Fabio Fazio scommette tutto sulle canzoni. Sarà pure un azzardo, i puristi del Festival nazional-popolare impallidiranno ma per la prima volta, in almeno dieci anni, la musica di Sanremo non è un pasticcio di compromessi. Anzi, il livello di ciò che ascolteremo dal 12 al 16 febbraio all’Ariston è una sorpresa. Ci sono i cantanti da talent show ma non debordano.

L’arroganza giovanilistica da “Amici” e ”X Factor” è fuori gioco. La vecchia guardia, quella tristezza infinita che voleva il cast del Festival fatto con un Cencelli impolverato sino a “Grazie dei fiori”, si è fatta da parte. Volente o nolente. Tornerà nella serata del venerdì, ma con più dignità di quella mistificata in tanti anni di protagonismo démodé. In compenso, non c’è la litania del Paese in crisi che era stata la merce di scambio, un po’ iettatoria, nelle ultime edizioni, per far convivere il fatiscente scambiato per nazional-popolare e il petulante dei talent. No, stavolta si rivoluziona tutto. C’è il grande Lelio Luttazzi, fra gli autori. Daniele Silvestri canta i cortei di studenti e disoccupati, Elio e le Storie Tese affronteranno par condicio e masturbazione, Cristicchi morirà, per finta ovvio, e giocherà a briscola con Pertini in un aldilà che somiglia alle scuole serali. Ma sarà Max Gazzè, con un forte richiamo allo spirituale, a provocare di più, visto che l’omino che bussa alla porta in “Sotto casa” può essere tanto Gesù quanto un testimone di Geova.

Sì, la cura Fazio minaccia di essere più forte della missione che deve assolvere. In gara andranno 14 Big con due canzoni ciascuno. Una giuria, in cui il voto della critica accreditata al Festival varrà il 50%, ne escluderà una, mandando avanti l’altra. Come istigare un ladro a tornare due volte sul posto del delitto. Mirabile.

E in effetti il sistema ha funzionato: «Si sono presentati in 70» dice lo showman-direttore artistico «e ne abbiamo scelti 14. Qualcuno, come Antonella Ruggiero, è rimasto fuori per un pelo. Non dico che sia il cast migliore in assoluto, potevano arrivarci canzoni migliori, ma tutto qui ha un senso». Presto detto: «Le canzoni saranno centrali. Essendo due a testa provocheranno il pubblico e le giurie». In un’arena, i gladiatori si eliminavano l’un l’altro. Un po’ crudele ma regge.

E per far stare in piedi la teoria che «non ci si ripete mai» altro assioma di Fazio, la musica dev’essere davvero di buona qualità. Così è entrato in campo un arbitro severissimo, ma pure una brava persona, competente, come Mauro Pagani, ex Pfm e sodale di Fabrizio De André, che deve aver estenuato tutti i 70 pretendenti a livelli inimmaginabili. Il risultato è sorprendente. E non credete, oggi, a chi si darà arie da snob. Del tipo: bravi sì, ma dov’è la novità o la polemica?

Su 28 canzoni in gara, almeno dieci, dodici sono di grande qualità e quattro, cinque addirittura ottime. Come “Niente” di Malika Ayane, “Dannati forever” e “La canzone monotono” di Elio e le Storie Tese, “Dispari” di Marta sui tubi, e “sai (ci basta un sogno” di Raphael Gualazzi. Non c’è il nazional-popolare? Evviva, perché non rappresenta più nulla nel Paese e soprattutto nel ricambio musicale vero, quello praticato e metabolizzato dai più giovani. Non c’è il neomelodico, quella scemenza in termini estetici per tenere incollato il grande serbatoio di voti dal Sud? Era ora: Maria Nazionale, sconosciuta fuori Napoli, porterà canzoni che riflettono l’inquietudine femminile in dialetto, ma finalmente senza quella petulanza ordinata come dal medico al povero interprete.

Fazio non vuole ripetere nemmeno se stesso: «Scordatevi i miei due Festival, indietro non si torna». Figuriamoci se accetta formule che il Festival lo hanno quasi ammazzato. E i grandi ascolti di Morandi, della Clerici, di Bonolis? Segni di un’Italia drogata dal consenso a casaccio, da un mix di alto e basso inseguito con troppa fretta di portare a casa un risultato. Ma a costi esorbitanti. Ora invece siamo in solenne spending review, parola da accarezzare come rock’n’roll e soul. Vivaddio, si ricomincia dalla polpa e non dalla confezione.


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Sì, Elio e le Storie Tese vi porteranno nel paese incantato di Frank Zappa, il genio californiano che faceva impallidire i benpensanti. Sono addirittura impagabili nel provocare il sospetto che a Sanremo, sotto campagna elettorale, la par condicio diventi oggetto di satira. «Ma io sono tranquillo» dice Fazio «non credo, essendo assenti i politici, che qualcuno salga sul palco a fare il matto». Ci sono, poi, i figli dei talenti, dai Modà a Marco Mengoni, che non vedevano l’ora per smarcarsi da una palude che li avrebbe risucchiati. Bravo Mengoni a cambiare registro, lui che aveva pagato più di tanti colleghi il marchio talent, mentre i Modà rischiano addirittura di vincere il Festival con una virata coraggiosa che somiglia a un manifesto, anzi due, generazionale. Ma state attenti a Simona Molinari e Peter Cincotti in “Dr Jekyll Mr Hide” del grande Lelio Luttazzi contro Malika Ayane: lì si giocherà sull’interpretazione più hot. Mentre per Annalisa e Chiara il consiglio è tenere un low profile davanti a colleghi come Silvestri e Cristicchi che sono irraggiungibili quando parlano alla gente. Ma l’aspetto più curioso, più moderno, è che Fazio e il suo team hanno scelto, forse inconsapevolmente. la stessa formula che ha fatto la fortuna dell’hip hop. Ovvero di quel mondo musicale e poetico nero, Beyoncé e Rihanna ad esempio, che non fa né politica né maneggi ma racconta semplicemente cosa ci portiamo nel cuore. Giorno per giorno. Paure e ambizioni comprese. Non c’è altro motivo, se non quello di respirare il presente, per aver scelto di cambiare tutto. Insomma, buon Festival.

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fonte ilsecoloxix.it

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