Archivio | gennaio 27, 2013

LETTERA DAL CARCERE DI UNA DONNA LIBERA – Dalla parte di chi lotta e non s’inchina


fonte immagine

Dalla parte di chi lotta e non s’inchina

.

Attenzione! Attenzione!
Questo, a distanza di 100 giorni dal mio arresto, è un piccolo contributo che voglio dare per mettere in guardia voi tutte e tutti.
1) Se per caso avete lampadari in casa, funzionanti con lampadine, fate attenzione, potreste pentirvene. Ma se proprio non potete farne a meno di averne qualcuno, non tenete in casa altre lampadine, oltre quelle già inserite negli appositi lampadari. Quando si fulmineranno, vagherete nel buio e solo allora potrete averne di nuove. Assicurandovi però di buttare quelle rotte, perché anche esse, come fatto notare dagli acutissimi Ros e Pm, sono un ottimo mezzo per costruire bombe.
2) Se ritenete opportuno abbellire la vostra presenza fisica con orecchini, badate bene a non acquistarli, qualora siano di rame. E se per caso un amico o amica ve ne voglia regalare un paio, separatevene senza indugi, perché sono armi pericolosissime.
3) Se non avete la maniacale abitudine di dare un posto ad ogni cosa, ma siete disordinati e tendete ad avere una improvvisata scatola degli attrezzi, dove tenete fra l’altro chiodi e pinzette per fermare i fogli, che dirvi? Evidentemente siete pericolosi terroristi, pronti a preparare bombe in ogni minuto.
4) Se vi capita di avere in casa mollette per i panni, non di plastica, bensì di legno, inceneritele, bruciatele, spargete le loro ceneri ai quattro venti. Non avete idea di cosa si nasconda dietro di loro.
A voler essere seria, tutta questa trafila di piccoli, ma non poco importanti avvertimenti, servono perché la notte in cui mi hanno arrestata hanno trovato nella casa dove vivo con il mio compagno (e dove non mi trovavo) lampadine di riserva, orecchini di rame, chiodi, ferma fogli e una molletta di legno. Il tutto è stato messo insieme, fotografato e sistemato da loro stessi in modo tale da farlo sembrare un assemblaggio di oggetti per preparare ordigni esplosivi. Così, infatti, il materiale sequestrato è stato presentato dai Ros e dalla Pm durante l’udienza del riesame.
Non parliamo ovviamente del fatto che, non avendo trovato alcun materiale cartaceo che descrivesse come si preparino tali bombe, sia stato da loro detto, evidentemente grandi conoscitori della mia persona, che non ce ne era bisogno, “perché era tutto nella mia mente, nella mia salda memoria!” Ogni commento è superfluo, vero?
Vorrei aggiungere un ultimo punto della lista, seppur a prima vista possa sembrare poco inerente ai precedenti:
5) Se questo mondo vi fa schifo; se ripudiate guerra, sfruttamento e devastazione; se non avete mai avuto il timore di dirlo; se non avete mai abbassato la testa pensando “non ci posso fare niente”; se ci avete sempre messo la faccia; se avete chiara la coscienza di chi sono i responsabili delle vite terribili che conduciamo; se siete convinte che la società in cui viviamo sia lobotomizzata; se non riuscite a guardare una gabbia con indifferenza; se il cuore vi si chiude, il sangue vi pulsa, la vista si annebbia al pensiero di una donna, di un uomo o di un animale rinchiuso, beh, prima o poi, come dice una donna rinchiusa qui con me “ti devi fare la galera”.
E se questo mio essere, questa Giulia che sto scoprendo forte, dignitosa, ancora più ferma e convinta delle sue idee e sprezzante dell’annichilimento in cui chi mi ha rinchiusa vorrebbe gettarmi; se questo mio essere loro lo vogliono etichettare come pericoloso, che costruisce bombe, che partecipa ad associazioni sovversive (magari affiliate alla fai-informale, nonostante qualunque cosa io abbia mai fatto, detto o pensato, non possa in alcun modo far pensare ad una mia benché minima adesione o partecipazione) volte a terrorizzare e seminare il panico fra la gente, beh, io non glielo permetto e rimando tutto al mittente.
Terrorista è chi rinchiude, chi manganella, chi devasta. E allora, parafrasando una canzone, che tremino i potenti di fronte agli animi fieri di tutte queste “terroriste”, che non hanno paura di lottare contro tutto ciò che realmente genera e rinvigorisce il terrore, la discriminazione, la diseguaglianza, la devastazione, lo sfruttamento.
Che tremino, che abbiano paura! La loro vera paura è che sanno che qualsiasi gabbia mi metteranno intorno, che sia cella, che sia lavoro, che sia diffamazione, che sia isolamento, niente mi toglierà la voglia di romperla e di continuare a guardare il mondo con gli occhi lucidi, aspri, vitali e liberi.
Che si arrovellino pure il cervello per trovare maglie migliori per le mie catene, io sarò più forte. Perché ho in me una coscienza, una consapevolezza di quello che sono, che non intaccheranno mai.
Che si specializzino nell’arte sopraffina (vera arte dei nostri tempi) del reinventare un significato per le parole, laddove guerra diventa missione di pace; laddove le bombe sono intelligenti e non pericolose e gli orecchini di rame e le lampadine pericolosi esplosivi; laddove il terrorismo non è quello di chi rinchiude, uccide, reprime ma quello di chi critica tutto ciò; laddove la devastazione si chiama civilizzazione, progresso o ricchezza; laddove il non accettare lo status quo dell’ingiustizia è sinonimo di pericolosità sociale; laddove gli immigrati carcerati si chiamano ospiti.
Le mie parole non hanno il peso della storia dei nostri tempi, della rabbia, dell’insolenza, della voglia di abbattere tutta la crudeltà, la ferocia della gabbia che rinchiude la vita di tutti noi, fuori e dentro le galere, schiavi di una vita che non vogliamo, di un mondo che cade a pezzi e che chiama i suoi residui progresso.

Dalla parte di chi lotta, di chi non si inchina.
Le bombe e il terrore li semina lo Stato, il Potere e la nostra santa Democrazia.
Per la libertà di tutte e tutti.
Una donna libera.

Giulia Marziale
Carcere Rebibbia – femminile
via Bartolo Longo, 92
00156 Roma

.

fonte anarca-bolo.ch

27 gennaio 1967, moriva Luigi Tenco… lo ricordiamo così

27 gennaio 1967, moriva Luigi Tenco… lo ricordiamo così


fonte immagine

ANALISI – Cura Monti sbagliata, ecco perchè

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2-extra/2013/01/23/jpg_2198944.jpg
fonte immagine

Cura Monti sbagliata, ecco perchè

.

di Alessandro Morselli – docente di Istituzioni di economia e Politica economica – università di Messina

.

Nelle tradizioni delle teorie e dell’analisi economica gli effetti attesi da politiche di bilancio restrittive, in via generale, erano recessivi (ottica keynesiana) o neutrali (equivalenza ricardiana).

Alcuni studi, al contrario, sembrano mettere in evidenza inaspettate conseguenze espansive e segnali di crescita economica, a seguito di politiche di bilancio restrittive. Forse Monti ha preso in prestito queste conclusioni (attraverso un’analisi parziale), ed ha adottato politiche di bilancio (fiscali) restrittive, con la speranza che si ripetessero i segnali di ripresa economica.

L’analisi parte dall’esperienza di tre paesi, Danimarca, Irlanda e Svezia, che a seguito dell’adozione congiunta di una politica di bilancio restrittiva, negli anni Ottanta (aumento delle imposte e taglio delle spese), si è verificato un effetto espansivo attraverso un aumento dei consumi e degli investimenti.

In tutti i tre casi di contrazione di bilancio, la riduzione del deficit pubblico è stata forte, rapida e durevole, e la crescita non si è indebolita, anzi è accelerata.

Ora se ci fermassimo a ques’analisi superficiale lo stupore sarebbe tanto, poiché avremmo dovuto assistere a un effetto fortemente recessivo dovuto alla contrazione della spesa pubblica, dopotutto era questo il fenomeno riscontrato nelle economie a forte disoccupazione keynesiana. Ma andiamo più a fondo.

Le logiche d’azione del policy-mix in tutti i tre casi portano a precisare i rispettivi ruoli delle politiche fiscali e delle politiche monetarie.

Le politiche fiscali hanno coniugato lo strumento fiscale e la riduzione delle spese. Mentre Monti ha utilizzato solo lo strumento fiscale (aumento delle tasse) e, sostanzialmente, ha lasciato invariata la spesa.

Le politiche monetarie sono state accomodanti nei confronti delle contrazioni di bilancio. Mentre noi abbiamo la Banca centrale europea, indipendente, che per statuto si deve interessare solo di tenere basso il tasso di inflazione (ma se facciamo un passo indietro il potere/diritto di battere moneta è legato alla “Storia” se non all’essenza stessa del potere politico. La creazione di una moneta internazionale, in verità, cozza con uno degli attributi essenziali della sovranità nazionale).

E a complicare le cose c’ha pensato un sistema bancario che invece di elargire denaro alle imprese gioca “all’allegro speculatore” (ad esempio: gli operatori economici gelesi, se provano a chiedere un prestito per la propria attività, le richieste di garanzie sono talmente elevate che se fossero in grado di riprodurle non avrebbero bisogno del prestito stesso!)

Nel caso irlandese la moneta locale è stata svalutata dell’8 %; nel caso svedese la moneta è stata svalutata del 16 %; nel caso danese vi è stata una svalutazione del 3 %. Processi di svalutazione che hanno avuto luogo prima dell’adozione di politiche di bilancio restrittive. Con l’introduzione dell’euro abbiamo un tasso di cambio fisso e, quindi, non è possibile attuare le svalutazioni competitive della moneta (tanto care all’Italia nei momenti di difficoltà).

Quindi, l’esperienza di Danimarca, Irlanda e Svezia ci indica che le politiche restrittive non avrebbero potuto avere effetti positivi sui moltiplicatori di bilancio se nel contempo non ci fosse stata una politica monetaria accomodante. Pertanto, la politica monetaria accomodante è stata la chiave del successo del programma di contrazione di bilancio nei paesi suindicati. Ecco perché la cura proposta dal governo dei tecnici non è stata efficace. La manovra doveva prevedere tagli alla spesa pubblica superflua e non aumenti della pressione fiscale. E se proprio questo non era sufficiente, la parte rilevante della manovra doveva contenere tagli alla spesa. E, soprattutto, la stretta di bilancio doveva essere accompagnata da un’espansione monetaria.

Se poi ci mettiamo dentro l’approvazione del Fiscal compact la “cura diventa più dannosa della malattia da curare”. Per l’Italia vuol dire portare il debito pubblico al 60 % del Pil entro 20 anni!Un obiettivo inverosimile per chi attualmente viaggia con un rapporto debito pubblico/Pil intorno al 126 %. Questo significa adottare manovre da 45 miliardi ogni anno fino al 2032! La cura proposta che ci avrebbe salvati dal baratro ha portato questi risultati: un aumento del debito pubblico dello 0,2 % (2 mila miliardi); aumento della disoccupazione dell’1,5 % (disoccupazione al 10,5 %); aumento dell’inflazione dello 0,5 %; meno crescita del Pil del 2,1 % (la produzione industriale è diminuita del 7 %). Fare l’esatto contrario, ridurre le tasse attraverso il taglio della spesa e lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, accompagnando il tutto con una politica monetaria più accomodante, avrebbe, almeno, non peggiorato le condizioni del “Malato”.

.

fonte corrieredigela.it

Il lavoro cannibale


fonte immagine

Il lavoro cannibale

.

Ci sarà un motivo se i boscimani e gli irochesi lavoravano per nutrirsi un’ora al giorno e oggi dobbiamo lavorare per 8/10 ore al giorno per 40 anni, fino alla soglia della morte, per sopravvivere. Il lavoro ci divora. Cos’è cambiato in peggio da allora? Qual è il significato della parola “lavoro“? A cosa serve l’aumento del lavoro? A consumare la propria esistenza in una miniera o in un ufficio 2×2 fino alla consunzione, spegnendosi come delle candele? All’acquisto di beni inutili per far crescere il Pil? Ad accumulare ricchezze materiali che non ci seguiranno nell’aldilà? A pagare le tasse a uno Stato ipertrofico? Quando è iniziata questa follia che ormai non riusciamo più a vedere, che ci ha trasportati in un “altrove” cognitivo che scambiamo per l’unico mondo possibile? Il tempo, la felicità, la crescita interiore sembrano scomparsi. Al loro posto ci sono solo il lavoro e il suo opposto: “la mancanza di lavoro“, la disoccupazione, temibile come e più della schiavitù quotidiana a cui siamo soggetti.

“Gli imprenditori europei furono i primi a svolgere i loro affari senza che qualche “ufficio del saccheggio interno” cercasse di ridimensionarli. Essi potevano accumulare ricchezze senza preoccuparsi di dividerle. Gli imprenditori accumulavano ricchezze spingendo i loro seguaci, chiamati ora dipendenti, a lavorare più sodo. Grazie al possesso di capitali, potevano comprare aiuto e noleggiare mani (oltre a schiene, spalle, piedi e cervelli). L’imprenditore non era obbligato a promettere di consumare tutto alla prossima festa del villaggio e poteva facilmente disattendere le richieste di una più ampia partecipazione al prodotto. Inoltre, la forza-lavoro, manuale o intellettuale, aveva ben poca scelta. Privi di accesso alle terre e alle macchine, non potevano lavorare in nessun modo se non accettavano la legittimità delle pretese dell’imprenditore. Essi assistevano l’imprenditore semplicemente per evitar di morire di fame. L’imprenditore era finalmente libero di considerare l’accumulazione di capitale come un obbligo superiore a quello della redistribuzione della ricchezza e del benessere. Il capitalismo è un sistema che tende a un aumento illimitato della produzione in vista di un illimitato accrescimento dei profitti. Ma la produzione non può crescere in modo illimitato. Liberi dalle restrizioni di despoti e di poveri, gli imprenditori capitalisti debbono comunque fare i conti con le restrizioni imposte dalla natura. La redditività della produzione non può estendersi indefinitamente. Ogni aumento della quantità di suolo, acqua, minerali o piante impiegati in un particolare processo produttivo per unità di tempo costituisce un’intensificazione che porta a una diminuzione del rendimento. E questo diminuito rendimento ha effetti negativi sullo standard di vita medio … secondo la legge della domanda e dell’offerta, la scarsità porta a prezzi più elevati che tendono a ridurre il consumo pro capite.”

Marvin Harris, antropologo, autore di “Cannibali e re

https://i2.wp.com/ecx.images-amazon.com/images/I/315dcSsdKfL._SL500_AA300_.jpg

.

fonte beppegrillo.it

NAPOLI – L’allarme del Procuratore Generale «Rifiuti, i veleni dei clan uccidono» / La denuncia: ‘Navi dei rifiuti, tutto silenziato’

https://i0.wp.com/www.ilmattino.it/MsgrNews/MED/20130127______chia.jpg

L’allarme del Procuratore Generale
«Rifiuti, i veleni dei clan uccidono»

All’apertura dell’anno giudiziario Martusciello chiede: «Si indaghi sul rapporto fra sversamenti e crescita dei tumori»

.

di Viviana Lanza

.

NAPOLI – Smaltimento illegale di rifiuti, inquinamento, abusivismo edilizio indagini che alzano il velo sugli avvelenamenti del territorio: «Non ci tranquillizzano le rassicurazioni sulla correlazione tra aggressione all’ambiente e malattie tumorali», tuona il procuratore generale Vittorio Martusciello nel suo intervento alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario a Castelcapuano. L’annuale appuntamento nell’antica sede della giustizia napoletana è l’occasione per un’analisi delle problematiche da affrontare (l’emergenza carceri è una) e dei reati da perseguire, per un confronto sulle criticità e i punti di forza del settore, per una riflessione alla luce della recente inchiesta sui fascicoli manipolati in cui risultano coinvolti cancellieri della Corte d’appello e avvocati e che si addensa come una nube sul soffitto affrescato del Salone dei Busti.

E il procuratore generale Martusciello punta l’attenzione sulla cronica emergenza ambientale che da anni flagella Napoli, la provincia, tutta la regione. Smaltimento dei rifiuti e contraffazione in campo agroalimentare, i business tristemente diffusi in un quadro più ampio di connivenze a vari livelli, che favoriscono una «mutazione genetica» delle organizzazioni camorristiche. «Non più bande armate dedite alla gestione dei traffici di stupefacenti e delle piazze di spaccio, alle estorsioni, all’usura, all’accaparramento degli appalti pubblici, ma strutture finalizzate all’inserimento nel mondo economico, vere e proprie imprese – precisa – gestite da una sorta di borghesia illegale». «Imprese mafiose – aggiunge il procuratore generale – intestate a prestanome di comodo, a vocazione sempre più transnazionale e che si avvalgono di società offshore operanti in paradisi fiscali o nei cosiddetti stati canaglia».

Le inchieste condotte dall’Antimafia hanno svelato la strategia della camorra per posizionarsi sul mercato dell’economia legale come soggetto imprenditoriale, operando con metodi mafiosi grazie a connivenze spinte anche dalla crisi economica. E accanto all’ambiente e al ciclo dei rifiuti, i riflettori restano puntati sull’abusivismo. «Il settore dell’edilizia e il suo indotto (produzione del cemento e commercio di tutti i materiali essenziali per le costruzioni) – sottolinea Antonio Buonajuto, presidente della Corte d’appello – rappresenta uno dei principali interessi della criminalità organizzata. Grazie anche a particolari intrecci con i preposti uffici degli enti locali, l’abusivismo edilizio continua a creare un disordinato sviluppo delle periferie».

Bisogna evitare «amministrazioni inerti o conniventi». Il problema è rilevante sia nei territori ad alto indice di condizionamento camorristico (dove interi complessi residenziali sono risultati sotto il controllo o a beneficio di clan) sia in contesti lontani da tradizioni camorriste dove più diffuso è il ricorso a piccoli abusi per modificare o ampliare strutture esistenti, incuranti tuttavia di vincoli o rischi geologici. E la lotta al fenomeno è un percorso a ostacoli. «A Ischia – ricorda il procuratore generale Martusciello – sono state fatte esplodere due bombe durante una demolizione. Abbiamo riscontrato ostruzionismi e inerzie da parte di amministrazioni locali – aggiunge, spostando il discorso lontano dall’isola e più in generale sulle attività di ripristino della legalità in zone martoriate dall’abusivismo – Ci sono stati Comuni che si sono messi di traverso per ostacolare l’attività dell’autorità giudiziaria. I casi sono stati segnalati al prefetto. Si rischia lo scioglimento dei consigli comunali».

Il fenomeno ha proporzioni ampissime. Nello scorso anno, per violazione di norme in materia di abusivismo edilizio, i carabinieri hanno denunciato 1008 persone e ne hanno arrestate nove. Sul fronte dei sequestri, sigilli a 446 immobili per un valore complessivo di oltre 103 milioni di euro. E per avere un’idea delle proporzioni, l‘82,58% dei sequestri è stato eseguito nella provincia di Napoli.

.

fonte ilmattino.it

_________________________________________

https://i0.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2013/01/21/jpg_2198680.jpg

La denuncia

‘Navi dei rifiuti, tutto silenziato’

«La relazione del comitato parlamentare non fa emergere gli interessi della criminalità organizzata nello smalitimento illecito. E’ una vergogna e dimostra che non si voleva arrivare alla verità». Parla Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia

.

di Riccardo Bocca

.

Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia, commenta con parole durissime la relazione finale del Comitato ristretto che si è occupato dei traffici via mare di rifiuti tossico-radioattivi: «Questo testo una vergogna! E’ la palese dimostrazione che non si voleva fare chiarezza e arrivare alla verità. Segnalerò alla mia Commissione che ritengo un simile documento non idoneo al benché minimo accertamento dei fatti. Anzi, aggiungo pure che si sta tentando di silenziare uno scandalo di dimensioni spaventose».

Eppure il titolo del documento promette bene: “Relazione sui possibili interessi della criminalità organizzata sul traffico marittimo”.

«Soltanto che poi, all’interno, questi interessi non emergono assolutamente. Una cosa assurda. Pensare che io stessa, durante un’assemblea interparlamentare dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ho denunciato lo scempio dei rifiuti affondati in mare, e in quell’occasione i rappresentanti delle altre nazioni hanno subito riconosciuto la gravità del problema. In Italia invece si vuole rimuovere tutto, convincere gli italiani che niente è successo e che la salute collettiva non corre pericoli. Che amarezza…».

Un punto interessante, viste le polemiche sorte in passato, è quello che riguarda l’armatore Ignazio Messina. Nella relazione del Comitato, infatti, si scrive che tre navi di questa compagnia (Rosso, Jolly Amaranto e Jolly Rubino) hanno avuto incidenti tra loro simili. Nel senso che «tutte e tre le navi sono state colpite da maltempo in corso di navigazione, tutte e tre hanno subìto gravi avarie all’apparato motore che ne hanno determinato l’ingovernabilità, tutte e tre hanno perso una parte del carico durante il maltempo, e tutte e tre sono state abbandonate dall’equipaggio e assistite dalla stessa compagnia: la società olandese Smit Tak, specializzata nel recupero e messa in sicurezza di relitti “critici”». Poi però il Comitato scrive anche che «non vi sono elementi che possano avvalorare la tesi dell’esistenza di connessioni tra gli eventi descritti, in particolar modo ove tale connessione venga ricercata nella finalità dell’affondamento delle navi per l’illegale smaltimento dei rifiuti». Discorso per sempre chiuso, dunque?
«Niente affatto. E’ evidente che il Comitato ha voluto sostenere il lavoro svolto finora dalla magistratura. Ma -con tutto il rispetto- io non l’ho vista tutta questa bontà del lavoro degli investigatori. Spero solo che emergano, a breve, nuovi indizi e testimonianze che permettano di svolgere ulteriori approfondimenti: sia a livello giudiziario sia a livello politico».

Nel documento si spiega tra l’altro che la nave Cunski (al centro dell’attenzione nazionale nel 2009, quando su segnalazione del pentito Francesco Fonti fu trovata un’imbarcazione sui fondali calabresi di Cetraro) non è stata smantellata in India come riferito dalla Capitaneria di Vibo Valentia, e dunque andrà capito dov’è finita.
«Il che non mi stupisce. Già nell’ottobre 2009, quando l’allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso parlò davanti alla Commissione parlamentare antimafia, posi una serie di domande precise. Chiesi, ad esempio, perché il memoriale di Fonti fosse rimasto chiuso per anni dentro ai cassetti della Direzione nazionale antimafia. Chiesi come fosse riuscito, lo stesso Fonti, a indicare con precisione il punto di affondamento della nave davanti a Cetraro. E chiesi pure, a Grasso, che ruolo avessero avuto i servizi segreti nel groviglio delle navi dei veleni. Per la cronaca, nessuno di questi quesiti ha ricevuto una risposta».

E’ dunque fantascienza, o cronaca del reale, dire che lo scandalo dei traffici internazionali di rifiuti non può essere svelato perché coinvolge alti livelli istituzionali?
«Usiamo le parole giuste: si tratta della classica ragion di Stato. Nel senso che è evidente che sono coinvolti importanti pezzi dello Stato italiano e di altre nazioni. Per non dire del legame con la fine di Ilaria Alpi, e di quello che aveva scoperto prima di essere uccisa in Somalia».

Lo dica con chiarezza: come valuta, nell’insieme, l’atteggiamento della politica italiana riguardo al capitolo delle navi dei veleni?
«I nostri politici tentano, come meglio possono, di coprire con il silenzio la questione. In primo luogo a livello locale, con gli amministratori che vogliono salvaguardare l’immagine, il turismo e la pesca. E in secondo luogo a livello nazionale, dove si approfitta del fatto che in sede locale non si voglia scoperchiare lo scandalo.

Nel frattempo lei, simbolo dell’antimafia non di facciata, e per giunta calabrese doc, è stata esclusa dal Comitato ristretto che ha messo a punto questa relazione finale. Come mai?
«Semplice: già dall’audizione di Grasso del 2009, ho fatto capire che non sarei stata disposta a farmi influenzare, e che avrei fatto il possibile per rivelare i retroscena dei traffici dei rifiuti. Un atteggiamento inconciliabile, mi rendo conto, con il clima generale.

Va riconosciuto, però, che nella relazione compaiono anche spunti interessanti. Per esempio si racconta che nei pressi del fiume calabrese Oliva, vicino a dove spiaggiò la motonave Rosso, è stata prima rilevata una radioattività cinque volte superiore alla norma, e poi questa radioattività è scomparsa… Come bisogna procedere, a suo avviso, d’ora in avanti?
«Mi auguro che nella prossima legislatura siano di nuovo istituite le commissioni antimafia e sul ciclo dei rifiuti. E spero, soprattutto, che non ci si giri dall’altra parte quando si parla di navi dei veleni. Altrimenti il messaggio, per la malavita organizzata, è lampante: continuate pure con queste pratiche immonde».

.

fonte espresso.repubblica.it

‘A FUROR DI POPOLO’ – Lidia Menapace presenta l’ultimo libro. “Dare il massimo nelle lotte per i diritti”

La video recensione del nuovo libro di Lidia Menapace: A FUROR DI POPOLO

Monica LanfrancoMonica Lanfranco

Pubblicato in data 25/set/2012

Il nuovo libro di Lidia Menapace, edito da MAREA, nel quale una delle madri del femminismo italiano offre spunti e stimoli per leggere la realtà italiana, i movimenti e la politica. Introduzione di Rosangela Pesenti. 132 pagine. Info su http://www.mareaonline.it

**

Lidia Menapace presenta l’ultimo libro. “Dare il massimo nelle lotte per i diritti”

“A furor di popolo” è l’ultima opera della saggista bresciana che in molti vorrebbero senatrice a vita nel seggio che fu di Rita Levi Montalcini. “Bisogna protestare subito se le bambine vanno meno a scuola o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”

https://i2.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/lidia_menapace_interna-nuova.jpg

.

di | 27 gennaio 2013

.

Lidia Menapace, senatrice a vita nel posto che fu di Rita Levi Montalcini. La proposta arriva dal basso, da donne, militanti e compagne delle tante lotte che hanno accompagnato la storia della partigiana e femminista classe 1924. “Ne sarei onorata”, dice a Bologna, in occasione della presentazione del suo ultimo libro A furor di popolo. A favore di questa possibilità, pesa la marea di firme di sostegno inviate in poche settimane da tutto il Paese. A lanciare la proposta dal sito Ilfattoquotidiano.it era stata la giornalista Monica Lanfranco. E tanti altri prima di lei con petizioni, raccolte firme e intermediazioni politiche.

“Ne sarei felicissima – dice l’intellettuale – sono molto grata a Monica. Lei ha raccolto questa idea che è stata lanciata da varie donne, da Campobasso fino a Udine, e credo sarebbe un’occasione importante per il nostro Paese”. Un’opportunità alle donne che nonostante siano numerose in numero ovunque nel mondo, continuano a non essere rappresentate. “Bisogna rimediare in qualche modo e quando possiamo dobbiamo far sentire che ci siamo”. Anche perché nella storia della Repubblica italiana, solo due altre donne hanno ricoperto la carica di senatrice a vita: Rita Levi Montalcini e Camilla Ravera.

La copertina del libro “A furor di popolo”

Nella lunga carriera di Lidia Menapace, c’era già stato un breve periodo in Senato. Eletta nel 2006 nelle file di Rifondazione comunista, stava per diventare presidente della Commissione per la difesa, ma le sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori – “Solo in Italia vengono pagate con fondi pubblici. Le paghino i privati”, aveva detto a Trieste nel giugno 2006 dopo aver ricordato anche come le Frecce “inquinano e fanno rumore” – le fecero perdere il posto che andò invece al senatore dell’Italia dei valori Sergio De Gregorio, sostenuto dalla Casa delle libertà nella quale entrerà nel 2007 per poi diventare senatore del Pdl. Ora però la posta in palio è ancora più grande.

Un passato da staffetta partigiana, “anche se mai ho voluto toccare le armi”, e un presente in prima linea con pacifisti e femministe per la difesa di una politica che fatica a mantenere responsabilità e onestà. “Non vedo tanto bene questa situazione pre-elettorale, – dice l’intellettuale – Io voterò per Antonio Ingroia, credo che sia un tentativo di unire la sinistra non riformista”. Non ha dubbi Lidia Menapace, sicura che ci sia un gruppo di sinistra non riformista che ha bisogno di stare in parlamento: “Non ho antipatia personale per Pier Luigi Bersani, è un tipico emiliano riformista. Se le riforme fossero possibili, sarebbe il miglior presidente del consiglio. Solo che le riforme non si possono più fare”. E nel caos di una destra e sinistra allo sbando, l’intellettuale chiede di essere presente con proposte e idee concrete: “Ingroia non è la soluzione e l’idea che una lista porti il nome di un solo leader è personalistica. Però l’ex pm mette insieme una parte di sinistra dispersa che deve avere un ruolo in parlamento. Non è vero che non c’è più sinistra o destra: dirlo è tipicamente di destra. Un’idea da osteggiare”.

Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti hanno inserito Lidia Menapace nell’Enciclopedia della donne, definendola “un’anticipatrice”. Di lei si ricorda il non essere dottrinale o dogmatica, il suo comunismo e femminismo oltre le righe, ma sempre dentro i principi. Il pensiero va a quelle giovani donne che, in un periodo di grave crisi economica, vengono messe in disparte. “La lotta è ancora lunga. – ricorda la partigiana – Nei paesi formalmente democratici, non si può più escludere un genere da alcuni diritti. Bisogna però stare attenti. Conviene buttarsi al massimo nelle lotte paritarie. Cominciare a protestare subito se le bambine hanno minor accesso all’istruzione o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”.

Viaggiatrice e pacifista della scuola di Rosa Luxenbourg ha una lunga produzione tra libri, riviste e riflessioni. Ha scritto d’un fiato il libro “A furor di popolo”, anche se avrebbe preferito non finirlo mai: “Chiudere un libro è sempre così difficile, tornano le idee e la voglia di continuare a riflettere. Questo non è un commiato, ma una scommessa. Vorrei che fosse uno scambio di idee su cui poter ritornare. Una chiacchierata tra amici”.

.

fonte ilfattoquotidiano.it

VANDANA SHIVA: Tutto ciò che mi serve sapere l’ho imparato nella foresta

https://i0.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/20090618-vandana-shiva.jpg

Tutto ciò che mi serve sapere l’ho imparato nella foresta

.

DI VANDANA SHIVA*
yesmagazine.org

.

Il mio viaggio nell’ecologia iniziò nelle foreste dell’Himalaya. Mio padre era sovrintendente alle foreste e mia madre, rifugiata in seguito alla sanguinosa guerra di partizione tra India e Pakistan, era diventata una contadina. E’ nelle foreste e negli ecosistemi himalayani che ho appreso tutto ciò che so sull’ecologia. Le canzoni e le poesie che scriveva mia madre parlavano di alberi, di foreste e di civiltà indiane che vivono nelle foreste.

Il mio attivismo nel movimento ecologico cominciò con “Chipko”, una risposta non violenta alla deforestazione su larga scala che stava avvenendo nella regione Himalayana.

Negli anni ’70, alcune donne contadine della mia regione nel Garhwal Himalaya si attivarono a difesa delle foreste. Il disboscamento stava causando frane e alluvioni, scarsità di acqua, foraggio e legna. Ed erano le donne a subirne le conseguenze, poiché sta a loro procurare acqua e legna per il riscaldamento e quando queste scarseggiano il loro compito diventa ancora più gravoso, dovendo spostarsi più lontano.

Le donne sapevano che il vero valore delle foreste non risiede nel legname dei singoli alberi abbattuti, ma nei suoi corsi d’acqua, nel foraggio per il bestiame e nella legna per il fuoco. Le donne dichiararono che i tagliatori avrebbero dovuto ucciderle per abbattere gli alberi.

Una canzone popolare di quel periodo recitava:

Queste querce e rododendri stupendi
Ci danno acqua fresca
Non tagliate questi alberi
Teniamoli in vita

Nel 1973, prima di partire per il Canada per il mio Ph.D , volli far visita ai miei boschi e nuotare nel mio fiume preferito prima. Ma le foreste erano scomparse ed il fiume ridotto ad un rivolo d’acqua.

Fu allora (che) decisi di diventare volontaria del movimento Chipko e trascorsi tutti i miei periodi di vacanza a fare “pad Yatras” (pellegrinaggi a piedi), documentando la deforestazione ed il lavoro degli attivisti e diffondendo il messaggio di Chipko.

Un episodio molto importante in cui fu coinvolto il movimento Chipko ebbe luogo nel villaggio himalaiano di Adwani, nel 1977, quando una donna del villaggio Bachni Devi si oppose al marito, il quale aveva concluso un contratto per l’abbattimento di alberi. Quando alcuni ufficiali forestali arrivarono nella foresta trovarono le donne reggevano in mano delle lanterne accese nonostante fosse pieno giorno. Una guardia forestale chiese loro una spiegazione. Le donne risposero “Siamo qui per insegnarvi la silvicultura.” La guardia replicò: ”Stolte donne, come potete voi, che impedite il taglio degli alberi, conoscere il valore della foresta? Le foreste producono profitti, resina e legno”.

E le donne risposero in coro:

Suolo, acqua e aria pura.
Il suolo, l’acqua e l’aria pura
Sostentano la terra e tutti i suoi esseri”.

Oltre le monoculture

Grazie a Chipko, ho imparato cosa sono le biodiversità e le economie basate sulla biodiversità. La tutela di entrambe è diventata la mia missione. Come ho descritto nel mio libro Monoculture della mente, il fallimento nel comprendere la biodiversità e le sue tante funzioni è alla base dell’impoverimento della natura e della cultura.

La lezione che ho imparato sulla diversità nelle foreste himalayane l’ho trasmessa nelle nostre fattorie cercando di proteggere la biodiversità. Ho iniziato conservando i semi raccolti nei campi dei contadini ed in seguito mi sono resa conto che necessitavamo di una fattoria nostra per fare dimostrazioni e pratica. Fu così che nel 1994 nacque la fattoria Navdanya nella Don Valley, situata sulla cima meno elevata della regione himalayana della provincia di Uttarakhand. Oggi conserviamo e seminiamo 630 varietà di riso, 150 varietà di grano e centinaia di altre specie. Pratichiamo e promoviamo una forma di coltivazione basata sulla biodiversità che produce quantità maggiori di cibo e nutrimento per ogni acro di terra. La conservazione della biodiversità è pertanto la risposta alla crisi di cibo e di nutrienti.

Navdanya, il movimento per la conservazione della biodiversità e per le coltivazioni organiche che è nato nel 1987, si sta diffondendo sempre più. A tutt’oggi abbiamo realizzato, con l’aiuto dei contadini, ben 100 banche di sementi sparse in tutta l’India. Abbiamo salvato più di 3000 varietà di riso. Abbiamo anche aiutato i contadini a passare da sistemi di monocolture basati sulla chimica e su combustibili fossili a sistemi ecologici biodiversi alimentati dal sole e dal suolo. La biodiversità mi ha insegnato la strada per l’abbondanza e per la libertà, per la cooperazione e per lo scambio.

I diritti della natura a livello globale

Quando la natura è maestra, noi creiamo con lei, le riconosciamo la sua azione ed i suoi diritti. A questo proposito è di particolare rilevanza che l’Ecuador abbia riconosciuto nella sua costituzione i “diritti della natura”. Nell’aprile 2011 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ispirata dalla costituzione dell’Ecuador e dalla Dichiarazione dei diritti della Madre Terra da parte della Bolivia, ha organizzato una conferenza sull’armonia con la natura come parte delle celebrazioni del giorno della Terra. Molti dibattiti erano incentrati sui metodi di trasformazione dei sistemi basati sulla dominazione dell’uomo sulla natura, degli uomini sulle donne e dei ricchi sui poveri in nuovi sistemi basati sulla collaborazione.

Il rapporto del Segretario delle Nazioni Unite, “Armonia con la natura”, pubblicato a seguito della conferenza, argomenta sull’importanza di ricongiungersi con la natura: “In definitiva, l’atteggiamento distruttivo nei confronti dell’ambiente è il risultato del fallimento nel riconoscere che gli esseri umani sono una parte inseparabile della natura; non possiamo danneggiarla senza danneggiare noi stessi”.

Il separatismo è alla radice della disarmonia con la natura e della violenza contro di essa e contro l’essere umano. Come sottolinea il famoso ambientalista sudafricano Cormac Cullinan, apartheid significa separazione. Il mondo si è unito al movimento anti-apartheid per metter fine alla violenta separazione delle persone sulla base del colore della pelle. L’apartheid in Sudafrica è ormai alle spalle. Oggi è necessario superare quell’apartheid più ampia e profonda – una eco-apartheid basata sull’illusione della separazione degli umani dalla natura nella mente e nella vita.

La visione mondiale di una Terra senza vita

La guerra contro la Terra è iniziata con questa idea di separazione. Le basi furono gettate nel momento in cui la Terra Vivente diventò materia inerte per facilitare l’avvento della rivoluzione industriale. Le monoculture sostituirono la diversità. “Materiali grezzi” e “materia morta” sostituirono la Terra vibrante. Una “Terra Nullius” (terreni vuoti, pronti per l’occupazione senza alcun riguardo per le popolazioni indigene) prese il posto della “Terra Madre”.

Questa filosofia risale a Francis Bacon, considerato il padre della scienza moderna, il quale affermò che la scienza e le invenzioni che da essa derivano “non devono essere soltanto una guida per il corso della natura; esse hanno invece il potere di conquistarla e sottometterla per scuoterla dalle sue fondamenta”.

Robert Boyle, il famoso chimico del 17° secolo e governatore della Corporazione per la Propagazione del Gospel tra gli Indiani del New England, esigeva esplicitamente che le popolazioni indigene si sbarazzassero delle loro idee sulla natura. Attaccò la loro percezione della natura come “una sorta di divinità” e sostenne che “la venerazione di cui sono imbevuti gli uomini per ciò che essi chiamano natura, ha scoraggiato ed impedito il dominio dell’uomo sulle creature inferiori a Dio” L’idea di una natura senza vita legittimizza la guerra contro la Terra. Dopo tutto, se la Terra è semplicemente materia morta, allora niente verrà ucciso.

Come ha sottolineato il filosofo e storico Carolyn Merchant , questo passaggio di prospettiva, dalla natura come madre che nutre a materia inerte, morta, manipolabile, si adattava perfettamente a quelle attività che avrebbero portato al capitalismo. Le immagini di dominazione create da Bacon e da altri esponenti della rivoluzione scientifica sostituirono quelle della terra che nutre, annullando così quella restrizione culturale sullo sfruttamento della natura. “Non si può tranquillamente uccidere una madre, sventrarla per trovare l’oro nelle sue viscere e farla a pezzi” scrisse Merchant.

Cosa ci insegna la Natura

Oggi, in un momento di innumerevoli crisi intensificate dalla globalizzazione, è necessario che ci liberiamo dal paradigma della natura come materia morta. E’ necessario che ci spostiamo verso un paradigma ecologico e per far questo la natura stessa è la migliore maestra.

Questa è la ragione per cui ho fondato l’Università della Terra.
L’università della terra insegna la Democrazia della Terra, che significa libertà per tutte le specie di evolvere nella rete della vita, nonché libertà e responsabilità degli esseri umani, in quanto membri della famiglia Terra, di riconoscere, proteggere e rispettare i diritti delle altre specie. La Democrazia della Terra è il passaggio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo. E poiché noi tutti dipendiamo dalla Terra, la Democrazia della Terra traduce il diritto umano al cibo e all’acqua in libertà dalla fame e dalla sete.


fonte immagine

.
L’Università si trova a Navdanya, una fattoria basata sulla biodiversità, dove i partecipanti imparano a lavorare con sementi vive, con un suolo vivo e con la rete della vita. I partecipanti sono contadini, bambini in età scolare e persone da tutto il mondo. Due dei nostri corsi più seguiti sono “L’Agroecologia e l’agricoltura biologica dall’A alla Zeta” e “Gandhi e la globalizzazione.”

La Poesia della foresta

L’Università della Terra è ispirata da Rabindranath Tagore, il poeta nazionale dell’India, premio Nobel. Tagore fondò un centro studi a Shantiniketan nel Bengala dell’ovest: una scuola della foresta che prendesse ispirazione dalla natura per dare inizio ad un rinascimento culturale dell’India. La scuola divenne università nel 1921, diventando così uno dei più famosi centri di studio in India.

Oggi, proprio come ai tempi di Tagore, abbiamo bisogno di rivolgerci alla natura ed alla foresta perché ci diano lezioni di libertà.

Nella “Religione della Foresta” Tagore descrisse come gli abitanti della foresta nell’antica India influenzarono la letteratura classica Indiana. Le foreste sono le matrici di sorgenti di acqua e riserva di una biodiversità che può darci una lezione di democrazia: come lasciare spazio ad altri mentre si trae sostentamento dalla rete comune di vita. Tagore considerava l’unione con la natura come il più alto grado dell’evoluzione umana.

Nel suo saggio “Tapovan” (La foresta della Purezza), Tagore scrive: “La civiltà indiana si è caratterizzata per il fatto di aver attribuito alla foresta e non alla città la sua fonte di rigenerazione, materiale e intellettuale…».

Le migliori idee dell’India sono nate laddove l’uomo era in comunione con le piante, i fiumi ed i laghi, lontano dalle folle. La pace delle foreste ha aiutato lo sviluppo intellettuale dell’uomo. La cultura scaturita dalla foresta ha alimentato la cultura della società indiana. La cultura scaturita dalla foresta è stata influenzata dai diversi processi di rinnovamento della vita, processi che sono sempre in atto nella foresta e variano da specie a specie, da stagione a stagione, per aspetto, suono e odore. Il principio unificante della vita nella diversità del pluralismo democratico è diventato quindi il principio della civiltà indiana».

E’ proprio questa unità nella diversità che è alla base sia della sostenibilità ecologica che della democrazia. Diversità senza unità è causa del conflitto. Unità senza diversità è la base per il controllo esterno. Questo è vero sia per la natura che per la cultura. La foresta costituisce una unità nella sua diversità e noi siamo uniti con la natura attraverso la relazione che abbiamo con la foresta.

Negli scritti di Tagore, la foresta non è solo fonte di conoscenza e di libertà; è anche fonte di bellezza e di gioia, di arte ed estetica, di armonia e perfezione. Simboleggia l’universo.

Nella “Religione della Foresta”, il poeta ci dice che il nostro schema mentale “guida i nostri tentativi di stabilire delle relazioni con l’universo attraverso la sua conquista o l’unione con esso, tramite l’affermazione del potere o dell’empatia.
La foresta ci insegna l’unione e la compassione.

La foresta ci insegna anche la logica della “sufficienza”: in quanto principio di equità, ci indica come gioire dei doni della natura senza sfruttamento né accumulo. Tagore riporta delle citazioni dai testi antichi scritti nella foresta: “Sappiate che tutto ciò che si muove in questo mondo in movimento è avvolto da Dio; cercate la felicità attraverso la rinuncia e non attraverso l’avidità del possesso. Nessuna specie nella foresta si appropria del territorio di un’altra specie. Ciascun essere di una specie trae il proprio sostentamento collaborando con gli altri.

La fine del consumismo e del desiderio di accumulare darà inizio alla gioia di vivere.

Il conflitto tra l’avidità e la compassione, tra la conquista e la collaborazione, tra la violenza e l’armonia, di cui scrisse Tagore, continua ancora oggi. Ed è la foresta che può indicarci la strada per superarlo.

*Vandana Shiva ha scritto questo articolo per “Cosa farebbe la Natura”, pubblicazione della rivista YES! dell’Inverno 2012. Shiva è un’attivista rinomata per la biodiversità e contro la globalizzazione industriale a livello internazionale. Ha scritto anche Stolen Harvest: The Hijacking of the Global Food Supply; Earth Democracy: Justice, Sustainability, e Peace; Soil Not Oil; and Staying Alive. L’ultima parte di questo saggio è un adattamento da parte dell’autrice di “Forest and Freedom” scritto da Shiva e pubblicato nella rivista Resurgence del maggio/giugno 2011.

Fonte: http://www.yesmagazine.org
Link: http://www.yesmagazine.org/issues/what-would-nature-do/vandana-shiva-everything-i-need-to-know-i-learned-in-the-forest
5.01.2012

Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di NICOLETTA SECCACINI

.

fonte comedonchisciotte.org