ANALISI – Cura Monti sbagliata, ecco perchè

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Cura Monti sbagliata, ecco perchè

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di Alessandro Morselli – docente di Istituzioni di economia e Politica economica – università di Messina

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Nelle tradizioni delle teorie e dell’analisi economica gli effetti attesi da politiche di bilancio restrittive, in via generale, erano recessivi (ottica keynesiana) o neutrali (equivalenza ricardiana).

Alcuni studi, al contrario, sembrano mettere in evidenza inaspettate conseguenze espansive e segnali di crescita economica, a seguito di politiche di bilancio restrittive. Forse Monti ha preso in prestito queste conclusioni (attraverso un’analisi parziale), ed ha adottato politiche di bilancio (fiscali) restrittive, con la speranza che si ripetessero i segnali di ripresa economica.

L’analisi parte dall’esperienza di tre paesi, Danimarca, Irlanda e Svezia, che a seguito dell’adozione congiunta di una politica di bilancio restrittiva, negli anni Ottanta (aumento delle imposte e taglio delle spese), si è verificato un effetto espansivo attraverso un aumento dei consumi e degli investimenti.

In tutti i tre casi di contrazione di bilancio, la riduzione del deficit pubblico è stata forte, rapida e durevole, e la crescita non si è indebolita, anzi è accelerata.

Ora se ci fermassimo a ques’analisi superficiale lo stupore sarebbe tanto, poiché avremmo dovuto assistere a un effetto fortemente recessivo dovuto alla contrazione della spesa pubblica, dopotutto era questo il fenomeno riscontrato nelle economie a forte disoccupazione keynesiana. Ma andiamo più a fondo.

Le logiche d’azione del policy-mix in tutti i tre casi portano a precisare i rispettivi ruoli delle politiche fiscali e delle politiche monetarie.

Le politiche fiscali hanno coniugato lo strumento fiscale e la riduzione delle spese. Mentre Monti ha utilizzato solo lo strumento fiscale (aumento delle tasse) e, sostanzialmente, ha lasciato invariata la spesa.

Le politiche monetarie sono state accomodanti nei confronti delle contrazioni di bilancio. Mentre noi abbiamo la Banca centrale europea, indipendente, che per statuto si deve interessare solo di tenere basso il tasso di inflazione (ma se facciamo un passo indietro il potere/diritto di battere moneta è legato alla “Storia” se non all’essenza stessa del potere politico. La creazione di una moneta internazionale, in verità, cozza con uno degli attributi essenziali della sovranità nazionale).

E a complicare le cose c’ha pensato un sistema bancario che invece di elargire denaro alle imprese gioca “all’allegro speculatore” (ad esempio: gli operatori economici gelesi, se provano a chiedere un prestito per la propria attività, le richieste di garanzie sono talmente elevate che se fossero in grado di riprodurle non avrebbero bisogno del prestito stesso!)

Nel caso irlandese la moneta locale è stata svalutata dell’8 %; nel caso svedese la moneta è stata svalutata del 16 %; nel caso danese vi è stata una svalutazione del 3 %. Processi di svalutazione che hanno avuto luogo prima dell’adozione di politiche di bilancio restrittive. Con l’introduzione dell’euro abbiamo un tasso di cambio fisso e, quindi, non è possibile attuare le svalutazioni competitive della moneta (tanto care all’Italia nei momenti di difficoltà).

Quindi, l’esperienza di Danimarca, Irlanda e Svezia ci indica che le politiche restrittive non avrebbero potuto avere effetti positivi sui moltiplicatori di bilancio se nel contempo non ci fosse stata una politica monetaria accomodante. Pertanto, la politica monetaria accomodante è stata la chiave del successo del programma di contrazione di bilancio nei paesi suindicati. Ecco perché la cura proposta dal governo dei tecnici non è stata efficace. La manovra doveva prevedere tagli alla spesa pubblica superflua e non aumenti della pressione fiscale. E se proprio questo non era sufficiente, la parte rilevante della manovra doveva contenere tagli alla spesa. E, soprattutto, la stretta di bilancio doveva essere accompagnata da un’espansione monetaria.

Se poi ci mettiamo dentro l’approvazione del Fiscal compact la “cura diventa più dannosa della malattia da curare”. Per l’Italia vuol dire portare il debito pubblico al 60 % del Pil entro 20 anni!Un obiettivo inverosimile per chi attualmente viaggia con un rapporto debito pubblico/Pil intorno al 126 %. Questo significa adottare manovre da 45 miliardi ogni anno fino al 2032! La cura proposta che ci avrebbe salvati dal baratro ha portato questi risultati: un aumento del debito pubblico dello 0,2 % (2 mila miliardi); aumento della disoccupazione dell’1,5 % (disoccupazione al 10,5 %); aumento dell’inflazione dello 0,5 %; meno crescita del Pil del 2,1 % (la produzione industriale è diminuita del 7 %). Fare l’esatto contrario, ridurre le tasse attraverso il taglio della spesa e lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, accompagnando il tutto con una politica monetaria più accomodante, avrebbe, almeno, non peggiorato le condizioni del “Malato”.

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fonte corrieredigela.it

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